martedì 16 dicembre 2014

Da sprofondare

Il gaglioffo è a scuola, circondato dal solito corteggio di fanciulle in fiore. Una di esse gli chiede un passaggio. In braccio, fino alla palestra. Cavalleresco come sempre, il giovane esegue.
Peccato che, nel tragitto, i calzoncini da tennis gli calino ben oltre il limite di guardia.
Ai piedi delle scale il nostro resta in mutande, attorniato da femmine.
Roba da avvampare per l'imbarazzo.
E il biondo che fa?
Pianta i gomiti sui fianchi, gonfia il petto e dichiara: "Bene, ragazze. Sono cinque euro per lo spettacolo!"
Il pubblico sta ancora scompisciandosi.
Quel ragazzo non conosce vergogna...

domenica 14 dicembre 2014

Il mio amore mi tradisce

È notte fonda; la Stamberga è silenziosa, immersa nel sonno.
D'improvviso, lo squillo del telefono ci strappa ai nostri sogni, svegliandoci di soprassalto.
Noi adulti, almeno. I ragazzi non danno alcun segno di vita.
Col cuore in gola, temendo qualche pessima notizia, Jurassico risponde. Per fortuna, si tratta solo di una collega, con la quale  scambia alcune battute in medichese, per poi salutarla. La sottoscritta ripiomba all'istante tra le braccia di Morfeo, mentre il plantigrado resta a fissare il soffitto.
"Beh , io vado a studiare!" bofonchia.
Apro un occhio, realizzo che sono le 3,30 e grugnisco in segno di assenso. Questo è matto, penso, prima di perdere i sensi di nuovo.
Alle sette meno venti, mi rianimo e scendo a cercare il gufo studioso.
Tutto tace, nessuna luce rompe le tenebre. Un leggero russare  mi guida nella giusta direzione: il salotto della tv. Dove il mio amato compagno se la dorme, avvolto in uno Scaldotto, con un gatto acciambellato contro la panza.
Fantastico.
Io congelo di sopra, abbandonata nel talamo, mentre il coniuge giace con un felino clandestino, col quale ronfa all'unisono.
Vigliacco traditore. Invece di venire a scaldare me!
Parlo del gatto, naturalmente...

giovedì 11 dicembre 2014

Un futuro in pubblicità

Il gaglioffo è stato a Roma, a festeggiare il raggiungimento della maggiore età del suo best friend. Con lui, un altro paio di compagni di merende, tutti raccolti sotto il suo tetto dall’eroica madre del neo maggiorenne. A proposito, grazie Dani!
Uno del gruppo, il più grande, fuma. Ma non fuma come tutti, pescando le cicche da un pacchetto deturpato da lugubri avvisi di morte. Lui se le rolla, tipo spinello: una trasgressione con juicio, insomma.
Appena terminato il rituale di rollatura, il nostro si accende la pseudocanna, con aria molto compresa nel suo ruolo. Uno degli altri gli chiede: “Mi fai fare un tiro?”
La sigaretta passa di mano in mano. A questo punto il gaglioffo, per non essere da meno, interviene: “Posso fare un tiro anch’io?”
“Prego!”
Un nanosecondo dopo, la sigaretta sta disegnando un arco, lanciata a metri di distanza.
“???!!!”
“Ho fatto un tiro! Io dico di NO al cancro…”
Gli amici, schiantati dalle risate, hanno suggerito di proporre la scena per uno spot contro il fumo. Attivo e passivo.
Cabarettista dentro, mio figlio. E pure fuori… 

mercoledì 10 dicembre 2014

Via di testa, qui col cuore

Andare a cena con i miei tre figli maggiori per festeggiare vent'anni di Mammapercaso non ha prezzo.
Dimenticarsi il cellulare al ristorante (20 km da casa) e rendersene conto sulla soglia di casa è un classico.
Poter contare su un marito che, pur se morto di stanchezza, senza subissarti di improperi fa inversione e ti accompagna a recuperarlo ti chiarisce, se mai ce ne fosse bisogno, il perché gli hai detto sì, due decenni fa.
Ne valeva la pena. Per lui, e anche per i tre che ancora se la ridono alle tue spalle. Vigliacchi.

giovedì 4 dicembre 2014

L'amore in tempo di crisi

L'amore sincero si vede. Anche e soprattutto quando è discreto e silenzioso.
Se due persone si vogliono bene sul serio lo si percepisce a pelle: persino gli estranei ne rimangono colpiti.
In questi giorni difficili lo sto sperimentando a più riprese.
Poi, viceversa, c'è gente che non riconosce l'amore nemmeno quando ne riceve a quintalate. E, guarda il caso, sono gli stessi che osservano con incredulità e sospetto i rapporti affettivi altrui.
Chi non sa amare senza pretendere contropartita è sentimentalmente zoppo. Ed è destinato a non stare al passo con chi ama davvero, con chi ha il volto solcato di rughe illuminato da un cuore rimasto bambino. Con chi tace sempre, ma dice tutto con gli occhi. Con chi non rinfaccia mai nulla, pur essendo stato il fulcro della vita di chi ama.  Con chi è un inconsapevole, modesto, ammirevole esempio per tutti noi.

mercoledì 3 dicembre 2014

Che spiacere sentirti

"Pronto?"
"Pronto..." La voce chiamante è titubante.
"Ciao, Vattelapesca. Sono la Vale. Come va?" fai tu, che hai visto l'identità dell'amica sullo schermo dell'amico smartphone. Cosa che a lei non deve essere accaduta prima di chiamarti, dato che è cascata dalle nuvole quando ti ha finalmente riconosciuto. Che guaio gli errori di digitazione sulla rubrica.
"Ah, bene. Anzi, benissimo! Tu?" risponde, palesemente spiazzata.
"Mhm. Così..."
Qualcosa ti dice che non gliene frega niente di sapere davvero come va. Una me@@@, per la cronaca.
Difatti, la tua voluta vaghezza cade nel vuoto. Nessun chiarimento viene richiesto, anzi. Puoi sentire con chiarezza le rotelle della scatola cranica mettersi in moto cigolando. Ci vuole qualche secondo di attesa in linea, ma  ne vale la pena: l'ineffabile si riprende dalla sorpresa, entrando in modalità "best friends forever".
Trillando come un campanellino, infila una serie ovvia di convenevoli, tra i quali spicca l'immancabile: "Ma non ti si sente mai!  Aspettavo una vostra chiamata, non ti ho più sentita...Quando ci vediamo???"
"Guarda, appena ho un fine settimana libero, ti chiamo di sicuro. È un periodo un po' concitato, usciamo poco..."
"Ci conto, eh? Che qui sennò ci si perde di vista!"
In effetti, l'ultima volta che si è fatta sentire lei è perché aveva bisogno di un favore. E da allora sul tuo volto sono spuntate un paio di rughe aggiuntive.
La domanda cosmica è: se ci teneva tanto a sentirti, perché se ti chiama è solo per sbaglio?
A questo punto, scatta l'indagine sociologica. Da uno a dieci, quante sono le probabilità che ti rimpalli quando la chiamerai per uscire? E quante che sia lei a richiamare, dopo averti rimpallata?
Passano un paio di settimane.
Il weekend libero si materializza. Fedele alle promesse, le invii un sms.
Al quale risponde rimandandoti a un improbabile futuro, nel quale sarà meno incasinata.
"Ma ti chiamo, sai. Ti chiamo. Che anche mio marito vuole uscire con voi!"
Difatti, passano altri due mesi, e tutto tace.
Altro che pulizia tra gli amici di FB. Qui s'impone la pulizia tra gli amici in carne, ossa e inconsistenza . Il tempo per noi stessi e per coloro ai quali vogliamo bene è sempre meno; sprecarlo con i tiepidi mi sembrerebbe davvero un crimine.

martedì 4 novembre 2014

Nella tempesta, sempre

Ragazzi, qui pare che il destino si diverta a farmi lo sgambetto. Tiro il fiato per un paio di giorni, rallegrandomi per tutte le potenziali criticità affrontate e risolte negli ultimi sei mesi, che arriva un’altra tegola a colpirmi in piena testa.
Nulla a carico di Casa per Caso direttamente, ma qui accanto si naviga in cattive acque. Ci sono persone a noi vicine che necessitano della mia attenzione, dedizione, non di rado di collaborazione.
Questo sottrae tempo al già poco tempo a mia disposizione: come vedete latito e potrei latitare ancora per un po’.
Mandatemi un po’ di pensieri positivi: ho bisogno di molta fortuna, di tutto il mio prezioso raziocino, un po' determinazione e tanto coraggio. Tanto per cambiare.
Appena ho due minuti, torno a ticchettare. Intanto, incrociamo le dita!  


lunedì 27 ottobre 2014

Help!

Ok. Non si giudica un libro dalla copertina, e dunque nemmeno una giornata sulla base delle due ore inaugurali.
Però ci sono giorni nei quali ti penti e ti duoli di essere scesa dal letto, mannaggia.
Mettiamo pure da parte il fatto di essermi inspiegabilmente svegliata alle quattro del mattino. Scarse.
Ignoriamo di esserci lette mezzo e-book, che da quando ho il libro virtuale dotato di illuminazione strategica posso passare le notti in bianco, senza che il tricheco al mio fianco cambi anche solo il ritmo della ronfata. Manco più il deterrente del marito che sbofonchia una protesta, ho più. Ormai siamo alla lettura compulsiva.
Però ritrovarmi con il pavimento zozzo che manco avessimo invitato a cena una mandria di bufali (in effetti, una mandria di diciassettenni però c’era, ieri sera…), la cucina in stato di abbandono (gravissimo errore non aver fatto funzionare la lavapiatti a pranzo, ancorché seminvuota…), le ceste del bucato traboccanti un’altra volta (ma non avevo lavato tutto entro venerdì sera?) e gatti di polvere impegnati in un Gran Premio su tutta la superficie del mio parquet è un colpo basso.
La cura della casa non mi deve aggredire in questo modo, specialmente di lunedì. Altrimenti io la prendo male e la trascuro: difatti, invece di sfaccendare come un’ape in un campo di fiordalisi sono qui a ticchettare.
Che non mi è andata bene nemmeno questa, a dire il vero: tra cavi allentati e connessioni staccate ci ho messo dieci minuti ad avviare il fisso. E’passato il gaglioffo a rubarmi le casse. Demolendo tutta la mia postazione di lavoro, come sovrattassa sul furto subito. Devo suggerire a mio figlio la carriera politica: i fondamentali li ha già introiettati. Tutti.
Abbiamo già al nostro attivo un educato scambio di idee con il Jurassico, il quale esibisce nel suo argomentare l’understatement di un triceratopo, mentre la sottoscritta risponde con gli eleganti modi di una lavandaia e il linguaggio di un camallo. La coppia perfetta.
A ciò si aggiungano due impegni inderogabili sopraggiunti all’improvviso, distribuiti in posizione strategica durante il pomeriggio, piazzati precisi precisi in modo da monopolizzare tutto il mio tempo dalle 14,30 in poi. Mi farò un’ora e mezzo di macchina e il resto del tempo a fare la spola qui e là per accompagnare gente appiedata o priva di tempo e mezzi per arrangiarsi. Una goduria.
Il tutto sostenendo altresì l’onda d’urto delle incomprensioni, distrazioni, disorganizzazioni e conseguenti scontri all’arma bianca tra i vari personaggi dello psicodramma nel quale mi trovo, incolpevole, a fare da controllore del traffico, tassista e netturbino. In senso lato e pure letterale, mannaggia. Oggi mi tocca pure la discarica.
E dopo ti dicono che fai la signora…
Qualcuno ha da offrirmi un lavoro, per favore? Va benissimo anche su una piattaforma petrolifera, una stazione orbitante attorno alla Terra,  oppure su una corazzata dislocata nel Pacifico. Qualcosa di faticoso, remunerativo e molto, molto, molto lontano da casa. Si esaminano proposte, astenersi perditempo. Di quelli ne ho già d’avanzo.

martedì 21 ottobre 2014

Non è possibile

Devo individuare la chiave di questo mistero. Perché quando sono in emergenza la mia performance è quella di una macchina da guerra, mentre se sto rilassata divento un pericolo per me stessa e per ciò che mi circonda?
Per fortuna tale minaccia si allunga sugli oggetti, più che sulle persone. Diversamente, temo avrei già qualche morto sulla coscienza.
Stamattina, mentre spazzavo il garage, ho messo un piede sulla paletta, rovesciandola, e spargendo detriti ovunque nel raggio di sei metri. Sono rimasta coinvolta anch’io nell’incidente; per fortuna, almeno si è verificato prima della doccia mattutina. Due giorni fa sono riuscita a incollare una ciotola di vetro al vassoio del microonde;  non faccio che portare alimenti al limite della carbonizzazione (non possedessi due timer, oltre a quello del telefonino, potrei invocare le circostanze attenuanti. Invece, non posso) e mi sono persa lo Swiffer. Non il cosetto per le poveri, le cui ridotte dimensioni giustificherebbero la possibilità di perderlo di vista. Lo scopone, quello gigante, per i pavimenti: una roba grande così, missing in action. 
Ora, me ne rendo conto: ne vendono ancora, e non si tratta nemmeno di un investimento tale da richiedere un finanziamento in banca. Non è nemmeno un grave problema della vita. Però mi viene un nervoso tale, mannaggia a me! Com’è possibile riuscire in un simile gioco di prestigio??? Dove posso averlo fatto sparire, che in tre giorni di perquisizioni di casa e giardino sono riuscita a trovare solo un pettirosso morto e un giacimento di vestiti da eliminare, nascosto nell’anta di un armadietto?
Va bene essere distratta, ma qui siamo ai limiti del patologico. Io mi faccio valutare dal marito: sarà mica demenza presenile…?


lunedì 20 ottobre 2014

Dalle maglie della Rete...

… a volte si materializzano regali sorprendenti. Io sto qui a ticchettare le mie avventure di mamma per caso su una tastiera, e in giro per il mondo c’è chi mi legge. Mi fa sempre riflettere, questa consapevolezza. Chi saranno i miei lettori? Dove abitano, come vivono, quali sono le loro storie?
Alcuni li conosco un po’ attraverso i loro commenti, altri mi hanno chiesto l’amicizia su FB, la maggior parte sono silenziosi e non saprò mai nulla di loro. Cosa della quale un po’ mi spiace.
Qualche volta ho la fortuna di poter conoscere questi lettori silenti, magari residenti in un Paese straniero. Quando costoro decidono di fare un giro per il Bel Paese, passando per la Stamberga, è sempre una festa per tutti (vero, Martine…? E pensare che i nostri mariti temevano di finire in mano a qualche serial killer…). Quanto agli scambi inter-regionali, hanno portato a sviluppi che mai avrei immaginato, qualche anno fa. Vedi la Miss ormai perfettamente integrata nella vita milanese.
In questi anni, i ribaldi hanno avuto, assieme ai loro genitori, l’occasione di conoscere persone interessanti, disponibili, simpatiche e intelligenti. E’ sempre fantastico approfondire la conoscenza con chi sta al di là dello schermo, specie quando si tratta di fuoriclasse come Svizzera e il suo fantastico consorte.  Si sono fermati due giorni soltanto – purtroppo. Lo posso dire? – ma sufficienti a far sentire anche i miei figli come se li conoscessero da sempre.
Se è vero che esistono tristi personaggi capaci di indossare sempre una maschera, impedendo a chiunque di conoscerli per come sono davvero anche dopo anni di frequentazione, c’è anche gente limpida, pulita, capace di amicizia e sentimenti veri. Gente autentica, con la quale si stabiliscono rapporti concreti, anche se portati avanti attraverso contatti cosiddetti virtuali.
Non mi si venga a dire, per favore, che la tecnologia ammazza i rapporti umani. Da quando esiste Internet, abbiamo tutti la possibilità di essere un po’ meno soli. Di confrontarci con persone con le quali condividiamo un problema che fino a dieci anni fa ci avrebbe isolato dal resto del mondo, di conoscere persone nuove e diverse da noi, interagendo con le quali possiamo allargare i nostri orizzonti.
Non solo FB, insomma, e non solo finzione, apparenza, nascondiglio per insicurezze e incapacità relazionale.
La Rete ci regala immense possibilità: sta a noi farne buon uso. Se sento ancora qualche Solone commentare sulle teste chine sugli Smartphone, glielo lancio sulla testa, il mio. Il quale, sia detto per inciso, non è un contenitore di sciocchezze nel quale rifugiarmi per sfuggire alla banalità della mia esistenza o alla solitudine. E’ un formidabile contenitore di amicizia e rapporti umani dal coltivare con costanza. Perché se il mezzo è virtuale, quello che contiene è tremendamente reale. E prezioso.
Un abbraccio grande a tutti i miei amici di tastiera.



lunedì 13 ottobre 2014

Ma che freddo e freddo!

“Scusa, esci vestito così? Non è mica estete!”
“Mamma, finiscila. Non ho freddo!”
“Vedi che ti prendi un accidente…”
“Mamma!!!”
Esce di scena, con un outfit da fine agosto. 
Due giorni dopo, sudato come una grondaia e rosso in faccia: “Mamma, abbiamo un termometro..?”
Trentotto. Come volevasi dimostrare. 
Io starnazzo, starnazzo, quelli non mi calcolano di striscio e poi tutte le mie più funeste previsioni si realizzano. Che se non sto attenta, tra l'altro, mi dicono pure che sono io a portare sfiga, gli impuniti. 
“Dove hai detto che è il paracetamolo?”
Essendo a mezzo metro dal suddetto, lo estraggo dal cassetto, lanciandolo sul tavolo in malo modo. Come da manuale, la scatoletta rimbalza sul portatovaglioli, finendo miseramente sul pavimento. 
Nemmeno i gesti stizziti mi vengono bene, mannaggia! 
Mi sento ignorata e appaio velleitaria. Uffa. 
“Eccola lì, che vuol fare la madre sprezzante… Con quella mira, mamma: un tiratore scelto!” mi dileggia la belva febbricitante.  
Niente da fare. Con questi figli, considerazione zero. 


venerdì 10 ottobre 2014

Manifestazione studentesca

Motivazione numero uno: "Vogliamo lezioni meno noiose, più divertenti e stimolanti" 
Commento del gaglioffo: "Ma cosa credono questi? Di stare al circo??? Ma che vadano..." 
Non posso che dichiararmi concorde. Tanto più in un istituto dove i docenti sono in gamba e le lezioni, invece, molto interessanti. 
Se le giovani manifestanti stessero attente a scuola e studiassero, invece di contestare, e facessero i compiti, invece di marciare, farebbero del bene a se stesse e agli altri. 
Ma dove la retorica  impera e la coerenza difetta, questi sono i risultati. L'uso scellerato di un nobile strumento di protesta, nato per rivendicare ben altri diritti. Che tristezza. 



mercoledì 8 ottobre 2014

Addio straziante (...)

Nemmeno una lacrima. Non ho versato nemmeno una lacrima.
Un evento senza precedenti, trattandosi di me: sono donna dall'addio patetico, di norma.
Stavolta, mi sono limitata a un abbraccio contenuto, soprattutto a causa della Miss.  La quale Miss, tutto tranne che commossa, dopo tre secondi di stretta mi ha allontanata, con uno spazientito Pennuto! che mi ha costretta entro i confini della decenza.
Un'uscita di scena asciutta, senza fiumi di lacrime ed emozioni dilaganti, nemmeno dopo essere salita in macchina per allontanarmi definitivamente dalla mia piccina.
E qui cruciale si è rivelato l'intervento del Jurassico.
No, non mi ha avvolto in un abbraccio confortante, regalandomi un'emozione.
Non mi ha neppure dichiarato il suo imperituro amore, giurandomi di starmi accanto da qui all'eternità, alleviando la mia mestizia.
Mi ha viceversa aggredito proditoriamente, accusandomi di aver smarrito il suo borsello. Oggetto da lui appena scagliato sul sedile posteriore, detto per inciso.
Giusto per farmi passare in tre decimi dal labbro tremulo allo sguardo trucido.
"Amore, dai i numeri? Ti vedo un po' nervoso... Non credi sia il caso di far guidare me?"
Figuriamoci. Ho rimediato un grugnito, da me generosamente interpretato come delle scuse, mentre il gargoyle s'immetteva nel traffico, fiero l'occhio, svelto il passo. O quasi.
Un'auto in divieto ostacolava la manovra d'uscita, provocando un repentino rialzo pressorio nel plantigrado, e un blocco respiratorio a me.
Quando al neurologo sale il nervo, gli cala il piede. Sull'acceleratore.
In un traffico indemoniato, il nostro sgabbia con lo squalo tra un senso obbligato e tre corsie mal segnalate. Finendo, non si sa come, di fronte all'entrata della stazione.
"Tesoro, tranquillo" gli faccio io, col tono da usare con i bambini e i matti: "Da qui si va di sicuro verso l'uscita dalla città. Segui quella macchina e gira a sinistra..."
"Grrrrr.... Io ODIO Milano!"
"A quest'ora la odia anche Pisapia. Tu  stai calmo che usciamo di qui per non ritornarci mai più. Almeno con l'auto..."
Un suono sommesso, tipo pentola di fagioli, indica che il nostro è in fase di rimuginazione, ma non è più pericoloso per la carrozzeria della sua auto e di quella altrui.
Una mezz'ora di patimenti nel flusso del l'Ade diretto alle autostrade, e finalmente ne siamo fuori.
Sani e salvi, ma non sereni. Si è scoperto che gli stivaletti della Miss sono rimasti in garage...
Tragedia da risolvere entro le ventiquattrore a venire. Ciò, unitamente alla scoperta che il Wi-Fi del collegio non funziona, mi precipita in modalità solving problem senza passare dal via. 
Altro che occhio lucido, con questi due. Adrenalina a mille e pronta alla lotta o alla fuga. Ora decido quale scegliere.

lunedì 6 ottobre 2014

Si avvicina l'ora zero

Il giro dei parenti è completato – con lacrime a profusione, manco la Miss stesse partendo per la Siria… –  i bagagli ormai sono stivati nello squalo. Trasformato in balena per l’occasione, considerata la massa di roba pigiata in ogni angolo fruibile. Se la neo-universitaria non la smette di ammonticchiare abiti, scarpe e orpelli vari, dovremo mettere qualcosa in braccio anche al pilota, domani.
Confesso avrei creduto di soffrire molto di più: l’entusiasmo per la novità e le aspettative positive per questa nuova avventura fanno decisamente premio sulla malinconia nel vedere la mia ragazza con la valigia in mano, pronta a lasciarmi per tre mesi.
Lei è entusiasta, e mi contagia con la sua felicità. Sapere poi che, da oggi, la sua nuova amica è riuscita a ottenere un posto nel suo stesso collegio mi rende addirittura euforica: tutto sta davvero andando per il verso giusto. 
A rincuorarmi ulteriormente, ieri sera c’è stata una riunione familiare. Del tutto casuale e inaspettata, tra l’altro: i festeggiamenti ufficiali si erano già tenuti la scorsa settimana, prima della partenza del filosofo, ormai già completamente immerso nei gorghi dell’Ateneo padovano.
Complice uno sciopero dei mezzi, all’ora di cena  mi giravano per casa sia lui sia l’informatico. Colta l’occasione al volo, mi sono inventata un pasto per sei: quattro hamburger e qualche bistecca alla griglia, caminetto acceso, caldarroste, Ramandolo e treccioline alla cannella.
Il menù, nonostante l’improvvisazione, è stato approvato all’unanimità.
Quanto all’atmosfera… Al solito, quando siamo tutti assieme pare di essere a una festa: sia essa pianificata o un’occasione improvvisata, si materializza una specie di magia. 
La Stamberga riprende vita: risate, scherzi, prese in giro e finti alterchi tra me e il Jurassico rendono la nostra conversazione più scoppiettante del fuoco nel camino, mentre i quattro dell’Apocalisse ritrovano e rinnovano quella complicità condivisa da sempre.
Quando penso ai tanti rapporti fraterni avvelenati da gelosia, rivalità, invidia e antipatia mi si scalda il cuore a guardarli, i miei ragazzi. E avendo provato di persona quanto conti un rapporto saldo con il proprio fratello, auguro loro di continuare a volersi bene in questo modo, per sempre.
Ed ora, via! Ci sono ancora un sacco di cose da fare, prima di mettere in moto lo squalo.
Il seguito alla prossima puntata...

mercoledì 1 ottobre 2014

Succede anche a voi?

Avete una marea di commissioni da svolgere, e nemmeno una va a segno?
La tecnologia mi si rivolta contro: il server della banca on line segnala un errore, tutti i numeri di telefono risultano occupati o non raggiungibili, la carta bancomat è ancora bloccata (ok, lì è colpa mia. Errare è umano, perseverare a ticchettare il codice errato è diabolico. Però dopo due mesi il problema avrebbe dovuto essere risolto…). Persino il mio spazzolino elettrico ha deciso di tirare le cuoia proprio stamattina.
Ora mi avventuro fuori di casa, sotto una pioggerellina fastidiosa e tristissima, con il nervo a fior di pelle e svariati conti da pagare. Confesso di essere un po’ preoccupata. Se tanto mi da tanto, se riesco a tornare a casa con l’auto in ordine e senza creditori alle calcagna credo mi considererò una miracolata.



martedì 30 settembre 2014

Gli aquilotti abbandonano il nido...

E meno male! pensa mamma aquila.
Tra cambio di stagione, ultime lavatrici prima delle partenze (ma quante sono? Non finiscono mai!) e liste chilometriche di masserizie da acquistare per la sopravvivenza della fanciulla in ambiente ostile, sono finita.
E’ sempre così: quando penso alla loro uscita di scena, mi trema la palpebra e mi s’inumidisce il ciglio. Salvo poi ridurmi a una gelatina per stare dietro a tutte le loro esigenze, finendo con il domandarmi: “Ma quando se ne vanno???”
Comunque sia, ci siamo quasi. Il filosofo è dato per partente stasera, la Miss tra una settimana.

Poi, credo partirò io: ho bisogno di un po’ di tempo per me. Vivere per conto terzi (e quarti, e quinti…) mi sta esaurendo. 

lunedì 29 settembre 2014

Un lunedì mattina felice

Non tutti i lunedì sono forieri di tempesta. Questo, per esempio: dopo un fine settimana all’insegna della serenità (sabato un piacevole invito con amici in quel di Venezia, domenica una cena familiare con la banda al gran completo, così chi resta ha potuto salutare per benino chi sta per partire), mi sono concessa una chiamata a un caro amico. Un amico con il quale non mi sentivo da qualche mese, nonostante pensassi a lui assai spesso: l’ultima telefonata con lui mi aveva lasciato l’amaro in bocca. Quando senti come vengono trattate le brave persone, alle volte, devi controllarti per non sbarellare, facendoti giustizia da solo.
Un amico di quelli veri, con i quali ti puoi permettere di non aver tempo, perché non ti rimprovera mai “Quanto tempo!”.
Uno di quelli fidati, di quelli capaci di non giudicare, di quelli con i quali bastano due parole, un breve silenzio, un sorriso per capire tutto.
Uno di quelli con i quali il filo non si spezza mai, nonostante i guai, il tempo, la vita ti costringano a prolungati silenzi.  
E ascoltare finalmente da lui tante belle notizie, sentirlo sereno, soddisfatto, felice e orgoglioso. Asciugarsi di nascosto una lacrima, perché ci sono persone che la fortuna la meritano proprio. Ed è bello capire che qualche volta si apre un portone anche per chi di porte in faccia ne ha ricevute fin troppe, dal destino.
Chiacchierare con lui per un po’, rendendoti conto una volta di più di quel che vi lega: lo stesso modo di vivere la famiglia, il matrimonio, i figli, gli amici.
Ci sono persone lontane fisicamente, moralmente molto più vicine di tante stanziate a poche centinaia di metri da te.
Ci sono persone apparentemente diverse, con le quali ogni volta riscopri sorprendenti affinità di pensiero e sentimenti.
Ci sono persone con le quali ti chiedi se ci sia addirittura un contatto telepatico: oggi, per parlare con lui, non avevo nemmeno aperto la posta elettronica. Dove mi attendeva una sua mail, scritta poche ore prima.
Lo so, lo so: sono solo coincidenze. Però, guarda il caso, a me capitano esclusivamente con le persone speciali.
E siccome le persone speciali sono rare e preziose, ho voluto dedicargli un pensiero. Un pensiero felice, per lui e la sua coesa, solidale, meravigliosa famiglia.
Una volta di più, ne ho le prove: restare uniti, coltivare la speranza senza scordare gli affetti, collaborare gli uni con gli altri, paga. Mantenere la fiducia in se stessi e non mollare mai, paga.
A volte ci mette un po’, però paga.
Ragazzi, mi avete regalato un sorriso. Grazie. Anche e soprattutto per la vostra amicizia.


venerdì 26 settembre 2014

La distrazione cronica è un difetto genetico. Ne ho le prove.

“Guarda che bella ragazza quella che arriva… Però! Anche la madre non è male! Che due belle donne…
“Ciao nonna! SMACK, SMACK!”
“Ciao mamma!”
“Ohsantocielo! Siete voi… Sempre immersa nei miei pensieri, non vi avevo riconosciute. Però mi ero accorta di quanto siete belle!”
Però. Riesce ad essere peggio di me, mia madre. E dire che ci vuole impegno!


giovedì 25 settembre 2014

Buoni propositi e docce fredde

“Mamma, per piacere, stasera preparami carne.”
“Carne? Che tipo di carne?”
“Va bene anche il pollo.”
“Ehhhhh??? Ma che, sei impazzito? Da quando mi chiedi del pollo, tu?!”
“Da quando ho adottato la filosofia della doccia fredda.”
“Scusa?”
“Te l’ho detto, che ormai io la doccia la faccio solo fredda. E ti faccio notare che faccio una doccia al giorno…”
“Vedo. Speriamo che quest’inverno tu non ti becchi una polmonite. E comunque sia, mi sfugge il nesso tra questa cosiddetta filosofia della doccia fredda e il pollo.”
Questo figlio. Più cresce meno lo capisco.
“E’ la mentalità che ti porta a fare cose che non ti vanno, perché fanno bene. Ho bisogno di proteine, se voglio aumentare la mia massa muscolare. Quindi devo mangiare pollo, nonostante non ne sia un fan. E’ un alimento proteico leggero, nutriente, povero di colesterolo.”
“…”
“E’ come con lo studio. Chi è il demente che studierebbe per dodici ore al giorno? Invece lo fai. Lo fai perché fa bene al tuo cervello e al tuo futuro. A proposito, oggi il prof di filosofia ha detto che lui non considera i compiti per casa un obbligo: li facciamo solo se vogliamo.”
“Oddio… E tu? Tu che hai fatto…?”
“Li ho fatti, mamma. Te l’ho detto: doccia fredda!”
Detto ciò, mi saluta e va di sopra. A studiare.

Siamo solo alla seconda settimana di scuola. Se però il buongiorno si vede dal mattino, mi sembra un gran bel mattino. E tutto ciò anche grazie a una doccia fredda. 

mercoledì 24 settembre 2014

La Miss fa i bagagli

Ebbene, sì. Mi sono concessa un periodo di pausa da tutto, persino dai giornali e dal web.
Settimane durante le quali la Miss ed io abbiamo condiviso vacanze tutte al femminile, grazie anche al generoso contributo di un’amica impagabile, passeggiate salutiste e trasgressioni alimentari peccaminose quanto goduriose. Momenti piacevoli, a tratti indimenticabili, che conserverò nel mio cuore per riscaldarlo durante le stagioni di plumbeo grigiore che mi attendono.
L’ultima estate completamente libera della mia unica ragazza, le ultime settimane di spensieratezza da liceale. Ne abbiamo assaporato ogni momento, consapevoli che il nostro legame è tanto forte da non essere minacciato dai lunghi mesi di lontananza che ci attendono.  
Tra un paio di settimane la trasferta sarà compiuta, l’università iniziata e la mamma tragicamente combattuta.
Combattuta tra la tristezza di un’altra stanza rimasta vuota, dell’immobilità di una Stamberga ormai animata solo dai barriti del giovane gamer, e la felicità di sapere che la sua giovane donna è lontana, sì, ma per costruire il suo futuro.
Ferma, matura, determinata: i fondamentali ci sono tutti.
Ora arriverà il tempo della fatica e del sudore, della tenacia e della resistenza.
La mia ragazza è stata una ginnasta per dieci anni: le mani le sanguinavano, ma non mollava la presa sulle parallele, volteggiando lì sopra come una farfalla.
Sa cos’è il sacrificio, la mia Miss, e conosce la dedizione: so che può farcela. E sono certa che arriverà lontano.
Sulla sfondo, la mimmi cara sarà lì pronta a supportarla, sia pure via Skype, e ad assicurarsi che – nonostante l’impegno – la sua piccola possa godersi i suoi anni migliori. Ripensando ai miei vent’anni, giuro che farò quanto in mio potere per farla sorridere. Sempre.

Buona fortuna, piccola mia! 

martedì 2 settembre 2014

Vichinga

“Ma che c’è in questa pentola enorme?” chiede il gaglioffo.
“I vasi di salsa. Stanno finendo di andare sottovuoto.”
“E non si possono spostare? Dobbiamo cucinare!”
“Guarda che pesa…”
“Ma come l’hai messa lì tu???”
“L’ho messa vuota, scemo! Vasi e acqua li ho aggiunti dopo!”
“Ah, ecco, volevo dire. Una vichinga, sennò!”
Il filosofo apre la porta della cucina.
“Perché apri? Ho freddo!” protesta la Miss.
“Mi apro un varco. Così portiamo fuori la pentola.”
“Vedi che ti fa male il polso. Fai fare a Matteo” obietto io.
“A me fa ancora male la spalla” risponde il gaglioffo.
“Mettetevi insieme, un braccio per uno…” suggerisce la sottoscritta, la quale sta perdendo la pazienza.
La nostra casa è funestata da patologie tendinee, di recente.
“Ok, tu potresti metterti così, io la prendo di là… Aspetta che vado un attimo… Ma chi l’ha spostata, adesso?! E’ sul tavolo fuori!”
“Io” risponde, asciutta, la veneranda genitrice.
Il trio dei figli sgrana gli occhi, mentre Matteo da voce al gruppo, scuotendo la testa: “Selvaggia…”
Chi fa da sé fa per tre. E’ sempre stato il mio motto. E tale resterà, fino a che morte non mi separi dai miei traguardi impossibili.





Litri e litri di latte

Siamo ancora tanti, in giro per la Stamberga. Lo capisco dai litri di latte che mi tocca comprare e dai quintali di frutta che svaniscono dal frigorifero. Del chiasso che caratterizzava la loro presenza, in un tempo ormai lontano, non rimane che l’eco, richiamato dalla mia memoria. Chiusi nelle loro camere, portano avanti la loro vita, separata dalla mia. Come è giusto che sia.
L’unico a rimanere chiassoso è un inesausto gaglioffo, sempre impegnato in sanguinose campagne di guerra e collegato via web con gli inossidabili compagni di merende informatiche.
Ogni tanto si sentono urla e orribili favelle provenire dalla tana della belva, la quale occasionalmente scende a valle a procacciarsi il cibo.
A pranzo si arrangiano, preparandosi pasti diversi in orari differenti, in serena anarchia,  mentre la cena rimane il nostro consueto momento di aggregazione: l’unico che ci vede tutti riuniti attorno alla tavola, Jurassico compreso.
La scuola ancora lontana e le università chiuse permettono una permanenza di qualche mezz’ora in più, dopo cena, a chiacchierare tutti assieme. Conversazioni vivaci, divertenti e sempre più mature, il che mi dà il polso di quanto siano cresciuti, i miei rampolli. Avendoli sempre sotto gli occhi, ci sono attimi in cui me ne dimentico.
Ogni tanto si vede anche l’informatico, che di tanto in tanto fa capolino nella casa avita, per far ginnastica in terrazza, un po’ di salsa con la mamma e, soprattutto, quattro chiacchiere con i fratelli.
Mi sto godendo le ultime battute di un’estate strana, fredda e piovosa come mai prima d’ora; gli ultimi giorni di immersione in una famiglia ipertrofica, ingombrante, impegnativa, ma troppo divertente.
L’autunno si avvicina a grandi passi, e con esso si appropinqua la sparizione dei miei giovani universitari. Soprattutto quella della Miss, che sarà la più dura da digerire oltre che la più lunga da sopportare.
Temo che la vista di quella stanza vuota e fredda mi spingerà a sconfinare in Lombardia con discreta frequenza. Non riuscirò a stare troppo lontana dalla mia unica ragazza. Perché sono una dura, ma ho il cuore tenero. Ahimè e, soprattutto, ahilei!


venerdì 29 agosto 2014

Debito saldato

Il gaglioffo ha saldato i suoi conti in sospeso. Un debito contratto grazie a un’insegnante dall’intelligenza non comune, capace di leggere tra le righe di un eccesso di sicurezza trasformatosi lentamente in arroganza. Una donna grintosa quanto basta a trasmettere un messaggio fondamentale: i tuoi risultati non sono valutati in senso assoluto, ma devono essere proporzionati alle tue capacità.
Un gigante che solleva cinquanta chili non fa ‘sto gran lavoro. Se ci provo io, merito un encomio solo per il tentativo. Anche se fallito.  
Il nostro, avviluppato nei meandri di disequazioni e sistemi, incalzato da codici ed economisti, con contorno scienze umane miste, s’era perso l’Inglese per la strada. Convinto, come tutti gli ignoranti, che valga assai più la pratica della grammatica, ha finalmente introiettato un concetto fondamentale: la grammatica non è un optional. La grammatica è una buona base – la sola buona base – sulla quale appoggiare una pratica costante e indefessa, che solo così diventerà produttiva quanto basta.
Fossero sufficienti le chiacchiere e un po’ di esperienza sul campo, saremmo tutti scienziati e gran dottori.
Va da sé che il mio plauso va tutto alla docente, mentre l’alunno, reo confesso e consapevole della sua insipienza, non ha avuto alcun bisogno d’interventi da parte di mammina. E’ grande, grosso e vaccinato: che s'arrangi a saldare i suoi conti. Io la mia parte ormai l’ho fatta.
E così è stato: il bilancio dell’episodio è tutto in positivo. Queste sono lezioni di vita impagabili.
Naturalmente, nessuna madre degna di questo nome se ne va in giro balzellon balzelloni mentre i figlio rischia – sia pur alla lontana – una seconda bocciatura: un po’ incupita, ieri vagavo tra gli scaffali del supermercato quando sono stata avvicinata da una collega mamma. Costei mi ha fermata, comunicandomi tutta la sua indignazione per l’ingiusto trattamento subito dal mio povero rampollo, notoriamente il più ferrato della classe nella lingua della perfida Albione. 
Quanto perfida è stata la prof a non trasformare il cinque e settantacinque in un rotondo – e assolutorio – sei risicato?  
Vi lascio immaginare la mia risposta. Concisa, tranquilla e tranciante quanto un colpo di mannaia.
Non vi so dire la faccia di questa, quando mi ha sentita anima e ‘core con la cattivona della situazione.
“Sono l’unica cui questi ragazzi fanno tanta pena…” ha pigolato, annientata dal mio piglio censorio.
Purtroppo non è così. Sono tante, invece, le mammine sempre sulle barricate, a difendere i loro innocenti piccini. I quali, se noi genitori non ci diamo una scossa, verranno su come una massa di smidollati. E saranno surclassati da tutti coloro che per nascita, religione o etnia, avranno fatto i conti fin da ragazzini con una signora per la maggior parte dei nostri illustre sconosciuta. La severità.


domenica 17 agosto 2014

E' ufficiale

Jurassico si è rilassato. Nonostante le piogge incessanti, il freddo pungente (5  gradi Celsius, stamani) e l’impossibilità di azzardare il minimo progetto, neppure con un paio d’ore d’anticipo, il plantigrado ha dismesso il ruggito facile e la zampata assassina.
Complice il lungo letargo (dorme come un ciocco. Roba che per farlo ronfare così, a casa, dovrei colpirlo alla testa, con un ciocco), l’uomo quando è sveglio pratica un’attività motoria per lui inusitata.
Il sorriso.
Il sorriso in tutte le salse: allegro, sereno, complice, talora persino sognante.
Il buonumore lo pervade.
E tutto ciò, ci tengo a sottolinearlo per i malpensanti, senza introdurre nemmeno un goccio di alcol.
Potere del riposo…
Durante i frequenti rovesci d’acqua, riempie il tempo riguardando film d’antan: e se titoli stile Notorius possono incontrare anche il mio favore, la biografia di Luciano Tajoli va oltre le mie capacità di sopportazione.
“Ma come, amore? Non te le ricordi queste canzoni? Io ero un ragazzino, mio papà me le cantava sempre…”
“Ecco, appunto, il mio no, invece. Io non ero manco nata, quando Tajoli e la sua mamma erano un must. Perdonami, ma non ce la posso fare. Le cuffie, please…”
Il potenziale incidente diplomatico è stato sventato dalla moderna tecnologia, ma ci sono state conseguenze imprevedibili.
Adesso il nostro vaga per il camper canticchiando quanto ti voglio bbbene… allungandosi stile polipo per afferrarmi, quando accenno a fuggire sotto le intemperie pur di evitare lo strazio.
La trasformazione è completa: il marito mannaro è tornato umano.
E come di consueto, in camper i ruoli si ribaltano: l’ape operaia, nella casa a quattro ruote, è lui. La qui presente, in vacanza, può concedersi viceversa il lusso di giocare all’ape regina: tanto c’è lui che si occupa di me.
Forse è per quello che ogni volta, per ingranare la prima e spostare il pachiderma, si fa pregare in sette lingue, per cedere comunque solo di fronte alle minacce.
Comunque sia, io mi godo l’attimo. E lui, a quanto pare, fa lo stesso.
Durante una passeggiata, si è persino abbandonato a una dichiarazione d’amore che mi ha strabiliata. Poi ha confessato di aver rubato la battuta al Grande Gatsby (difatti mi pareva eccessiva persino per la versione vacanziera del Jurassico…), tuttavia la sottoscritta si è sdilinquita lo stesso. Dopo quasi vent’anni assieme – e con cinquant’anni addosso –  certe romanticherie inattese ti rimettono al mondo. Almeno quanto il fatto che, per una volta, i piatti li vuol lavare lui.  

venerdì 15 agosto 2014

Ferragosto

Bollettino meteorologico: sempre più simile a un bollettino di guerra. C’è mio fratello che, da casa, mi spedisce sms preoccupati per la nostra incolumità.
Tra perturbazioni furiose, minaccia di nubifragi e temporali ciclopici, teme che non torneremo tutti interi.
In realtà, la situazione non è così nera: il cielo sì, però. Quello è di un nero convinto e costante: oggi è il secondo giorno che passiamo tappati in camper.
Però, però… E’ vacanza lo stesso.
Jurassico si dedica al bricolage e alla manutenzione del pachiderma, la sottoscritta un po’ legge un po’ scrive, confidando entrambi in un prossimo miglioramento climatico.
Dopo un anno vissuto sempre di corsa, senza mai concedersi una pausa, anche i ritmi lenti di una pigra giornata come questa hanno un loro perché. E ci hanno permesso di recuperare i postumi di ventiquattro chilometri di scarpinata, osati qualche giorno fa, cui ne abbiamo sommati un'altra dozzina il giorno immediatamente successivo: ogni tanto il plantigrado ed io trascuriamo i nostri dati anagrafici. Forse il tempo è più saggio di noi... E ci ferma, obtorto collo. 
A tutti un buon ferragosto, sperando che il vostro sia meno freddo e umido del nostro! 


giovedì 14 agosto 2014

Il matrimonio spiegato a mia figlia

I figli. Talvolta sono di una fiducia disarmante. Da una conversazione con la Miss, qualche giorno fa: “Mamma, se mi sposo vorrei che fosse quello, per tutta la vita. Come si fa?”
Fosse facile rispondere. Avessi davvero la ricetta, ne farei un’app da vendere on line: farei una fortuna.
In realtà, non so cosa si debba fare perché la coppia non scoppi. Oppure perché non si trasformi in un gigante dai piedi di argilla, il che è talvolta persino peggio.
Anzi, mi spaventano quelli convinti del contrario: gonfi di presunzione, sono convinti, essendo parte di una coppia stabile, di possedere una sorta di titolo onorifico.
Molte coppie di lungo corso assumono un atteggiamento di superiorità, come se assieme alle rughe, l’ipertensione, la menopausa e il profilo alla Winnie The Poo, i decenni trascorsi assieme avessero conferito loro i titoli per salire in cattedra e pontificare.
Mi facciano il favore.
Ci sono mille modi per restare insieme sine die, molti dei quali sono tutto tranne che da imitare. Senza contare che se è vero che ogni coppia ha un suo equilibrio, ne deriva che nessuno di noi può arrogarsi il diritto di dispensare diktat sul come tale equilibrio sia da raggiungere e mantenere.
E’ un po’ come per i figli: quello che funziona con uno, non va bene per un altro. E chi si dibatte inutilmente per trovare il bandolo della matassa di una famiglia numerosa sa molto bene di cosa parlo.
Una sola cosa mi sento di fornire a mia figlia, i suoi fratelli e chi ha voglia e pazienza per leggermi: l’elenco degli ingredienti tossici da evitare, quando s’impasta la nostra vita. Specie quella a due.
Far coppia per paura di restare soli: se cerchi un compagno per riempire un vuoto, per dimenticare qualcuno d’importante, per sfuggire a una situazione familiare pesante o carica di sofferenza, rischi di accontentarti di una scelta di ripiego.
E se i compromessi sono il lubrificante di un meccanismo di coppia ben funzionante, le soluzioni di compromesso non sono una buona base sulla quale assemblarlo.
Fondamentale, dunque, per un giovane è lavorare per imparare a star bene con se stesso, per trovare un lavoro soddisfacente, coltivando anche hobby e interessi che gli riempiano la vita e la rendano interessante. Se stai bene con te stesso la solitudine non ti spaventa. Anzi, diventa persino piacevole. Tanto da trasformarsi in una necessità, di tanto in tanto, anche trovando compagnia.
L’essere in grado di star bene anche soli è la risorsa più importante anche qualora si perda il compagno, per le ragioni più diverse.
Poiché però l’uomo ha bisogno di interazione col suo prossimo, non vanno trascurati i rapporti umani: le amicizie sono fondamentali. Meritano tutta la nostra attenzione e vanno coltivate. Nei limiti del possibile, ovvio: ma gli amici non si dimenticano. Se un rapporto è sincero, resiste al tempo e alle vicissitudini della vita.
Le amicizie colorano la nostra esistenza non meno dell’amore: l’uno non deve escludere le altre.
Dunque, ecco un altro elemento tossico: il rapporto totalizzante.
Se un rapporto di coppia tende a escludere tutto il resto del mondo non è un rapporto sano. Per esserlo, deve lasciare spazio ad amicizie, condivise e non, a spazi personali per ciascuno dei due e non deve mai diventare asfittico. Altrimenti, prima o poi uno dei due soffocherà. Oppure, in alternativa, il primo che rimarrà solo non troverà le risorse per sopravvivere.
Accettare l’inaccettabile, pur di tenersi stretto chi amiamo: ecco un altro virus. Più letale di Ebola.
Please, restiamo lucidi nel valutare le persone, anche se ne siamo perdutamente innamorati: ci sono comportamenti e difetti inammissibili. Quelli ovvi - violenza, prevaricazione, smania di controllo, egoismo – si accompagnano a quelli più difficili da individ­uare – narcisismo, tendenza alla manipolazione, egocentrismo – fino ad arrivare a quelli più veniali, ma francamente odiosi per noi. Per noi come siamo fatti: ci sono alcuni tipi di persona con i quali non poteremo mai andare d’accordo. Se capita d’innamorarsi di un elemento siffatto, meglio non farsi illusioni: non durerà. Prima o poi l’innamoramento cederà il passo all’insofferenza, per naufragare in un mare d’insoddisfazione e recriminazioni reciproche.
Posto che nessuno è perfetto, cerchiamo almeno di unire la nostra esistenza con una persona i cui difetti siano compatibili con i nostri. Sarà più facile sopportarli. Per entrambi.
Evitando questo lungo elenco di passi falsi, le basi almeno ci saranno.
Da lì in poi, esisteranno impegno, fatica, sacrificio. Essendo in due a percorrere questo sentiero accidentato, le probabilità di continuare a camminare tenendosi per mano saranno molte.
Se uno dei due si adagia, non ci crede, molla o devia, tanti saluti.
In una coppia ci si deve credere, ci si deve credere tanto, ci si deve credere in due.
Se è uno solo a farsene carico, non si costruirà mai una coppia. Al massimo, due vite parallele, destinate a correre separatamente su binari appaiati. C’è chi si accontenta anche di questo. Per quel che mi riguarda, lo considero uno squallido ripiego. E non mi sento certo di consigliare ai miei figli una scelta del genere. 

lunedì 11 agosto 2014

La famiglia

Devo dirlo. Sono stanca di sentir magnificare la famiglia come l’unica sorgente delle meraviglie. L’entità astratta cui inchinarsi, come a una divinità superiore, sull’altare della quale tutti devono sacrificare aspirazioni, desideri, speranze e possibilità. L’annientamento della propria personalità, l’azzeramento della propria volontà, in nome di un non meglio identificato “bene comune”.
Quando le cose vanno a gonfie vele, stanno tutti a darne il merito alla famiglia.
La famiglia serena regala serenità ai figli, una famiglia sana produce figli sani, la famiglia solidale rappresenterà per sempre il porto al quale tornare.
Tutto ciò è vero. Non è tutto, però.
I figli non sono creta, un materiale amorfo da plasmare, incapaci di metterci del proprio in quello che fanno.
Questo lo dovremmo tenere sempre presente, noi genitori: quando un figlio si comporta bene, non congratuliamoci troppo con noi stessi.
Non è merito nostro: è merito suo.
Noi possiamo aver contribuito a rendergli il compito più facile, se siamo stati bravi, ma quando una persona ottiene dei successi, è lei ad aver fatto la fatica per arrivarci. Non chi le stava attorno. Il che vale per tutti, non solo per i figli.
Una bella famiglia è la matrice ideale dove crescere un figlio in gamba, che sa quello che vuole e si adopera per arrivarci. In una famiglia serena un figlio di buon carattere tirerà fuori il meglio di se stesso senza troppi sforzi. E dove un figlio con un pessimo carattere creerà problemi, una famiglia unita saprà farvi fronte e regalargli la possibilità di risolverli e di risollevarsi dopo le cadute.
In questo senso la famiglia è una risorsa.
Ma quante sono le famiglie così efficienti ed efficaci?
Qual è il destino dei figli dove la famiglia funziona così così? Quando dietro la facciata di un’apparente serenità si nascondono correnti intossicate di veleno, i rapporti sono inquinati da rancori inespressi, oppure gridati a pieni polmoni? Quando l’insoddisfazione si maschera dietro a un sorriso di convenienza, oppure quando la stabilità della struttura si poggia sull’asservimento del nucleo alle pretese del più forte? Quando la resilienza del più intelligente fa da cuscinetto alla prevaricazione del presuntuoso?
Ci sono famiglie dove la manipolazione sostituisce la discussione costruttiva, dove manca il confronto, perché c’è chi è convinto di esser sempre dalla parte della ragione e chi tace sempre, pur sapendo che ciò non è vero.
Quando il rapporto tra genitori e figli è irrimediabilmente deteriorato da incomprensione e insofferenza reciproche, che possibilità ha un giovane di esprimere se stesso?
Eppure, c’è chi cresce sano e forte anche in situazioni così. Anzi, talvolta diventa addirittura più forte di chi è cresciuto in un nucleo stile Mulino Bianco.   
Se è vero che alcune sono famiglie da manuale, è altrettanto vero che esistono famiglie tossiche. Famiglie intrusive, famiglie invadenti, famiglie impositive.
Esistono genitori autoritari, egoriferiti, incapaci di empatia e assiduamente dediti alla distruzione dell’autostima dei figli.
Ci sono persone che per esaltare le proprie – scarse – virtù si dedicano incessantemente alla demolizione dell’immagine ( e della personalità, ove ci riescano) di chi li circonda. Ipercritici con gli altri, non sottopongono mai a una revisione il proprio comportamento.
In alcune famiglie (e non sono poche, purtroppo), c’è chi è sempre disponibile e viene sfruttato da tutti; salvo poi essere messo da parte quando non serve più, come un limone spremuto fino in fondo.
Ci sono persone che credono negli affetti, persone che si affidano a quelli che amano, per poi scoprire che per denaro, interesse o invidia c’è chi dimentica persino i legami di sangue.
Da simili nidi di vipere, come si può sperare che nasca qualcosa di buono?
Eppure, succede. Ci sono persone che riescono a trasformare persino queste esperienze in qualcosa di positivo.
Alcuni, dopo aver subito il tradimento di consanguinei dei quali si fidavano, ne fanno una ragione per amare davvero, lo vivono come un esempio da non seguire, un monito per coltivare i rapporti familiari nella sincerità, il disinteresse, la generosità.
Non sempre un’esperienza negativa a livello familiare si traduce nel fallimento dell’adulto che l’ha subita da bambino.
Dunque, non venitemi a dire che la famiglia è tutto.
Ciò che conta davvero, più della famiglia in quanto tale, è l’intelligenza dei genitori.
La capacità di crescere i figli mettendo il loro interesse al centro di tutto, dopo aver superato le proprie difficoltà, ripercorso il proprio vissuto (anche e soprattutto quello negativo) per non farlo scontare ai figli.
Non credo all’icona di famiglia tradizionale: credo piuttosto nelle infinite possibilità dell’intelligenza e dell’empatia, che hanno modo di esprimersi anche in tutte quelle situazioni che esulano dalla tradizione tanto celebrata dai bigotti o dai benpensanti.
Per riuscire ad essere un genitore valido, ognuno di noi ha il diritto e il dovere di non rinunciare del tutto a se stesso per il bene della famiglia: solo se saremo adulti risolti e soddisfatti di noi stessi e di ciò che facciamo potremo trasmettere ai nostri figli un messaggio positivo. Un messaggio credibile e degno di essere accolto e messo in pratica.
Diversamente, rischiamo di perpetuare nei nostri figli un destino di insoddisfazione e sofferenza che, alla lunga, rovinerà le loro vite. Esattamente come avrà fatto con le nostre.