lunedì 31 ottobre 2011

Ospiti non inattesi

Eccomi qui per un rapido aggiornamento: qui dalla Stamberga tutto (quasi) regolare.
Il gaglioffo è riuscito a combinare un rendez vous con il suo miglior amico sul web. Quella povera anima della mamma dello stesso, dopo ripetuti contatti via cavo e on line con me, se n’è partita una bella mattina dal Lazio, alla volta di Casa per Caso.
Tradita dal satellitare, che ha perso i sensi dopo aver perso la strada (l’ultima parte della bretella autostradale non era mappata, accidenti), la sventurata è arrivata a destinazione esausta, con l’auto carica di masserizie (chissà perché, ha capito che ci piace mangiare…) e di componentistica hardware (i due giovani si sono accordati per un we a base di videogames).
Nel frattempo, io avevo trascorso la mattina a verificare che tutto fosse pronto per accogliere gli ospiti: i letti erano stati rifatti con lenzuola pulite, tralasciando però le coperte. Il bagno era stato pulito alla perfezione, ma senza pensarsi di sostituire gli asciugamani. Il sapone era ridotto a una misera scaglia, flottante nell’acqua del portasapone, nella doccia mancava il detergente, mentre erano presenti all’appello un paio di vecchie ciabatte.  In agguato sotto l’appendiabiti, erano pronte ad accogliere gli ospiti con un sorriso.
Pensione Topaia, via dei Disperati, 666. Non ci smentiamo mai, è deciso.
Nonostante le condizioni avverse, tuttavia, l’incontro si sta rivelando un successone: il due giovanotti sono raggianti, le mamme pure.
Jurassico assiste, sorridente e collaborativo, con l’assistenza del resto della gioventù di casa. Ora piglio lo squalo, e porto la mia ospite in giro per la Pedemontana: in autunno il panorama  da quelle parti è un sogno.
Un saluto, gente, al prossimo collegamento!

sabato 29 ottobre 2011

Corse e ricorsi

Jurassico, sguinzagliato a torso nudo fra bagno e camera da letto: “Dov’è il mio pile nero? quello con il logo qui, il collo così, le maniche colà?”
Io, ancora in vestaglia, ciuffo rivoltoso regolamentare e due lavatrici in pieno allestimento: “Hai visto nei cassetti della roba da tennis…?”
“Lì c’è solo roba estiva. Dove tieni i pile?”
“Insieme all’attrezzatura da sci. Ancora non l’ho scesa…” rispondo io, vittima di una contaminazione linguistica siciliana.
“E dov’è?” chiede l’uomo. Già nervosetto.
“Ora la recupero...” rispondo io. Rassegnata.
Raccatto una scaletta e accedo ai piani alti del guardaroba. Dopo opportuno saliscendi, rovisto in quattro scatole e mezza (la mezza è sua per metà), mettendo assieme sette maglie. Tutte di ottima marca e in condizioni perfette.
“No. Voglio dire, vanno bene anche queste, ma volevo quella…” esita lui, con espressione delusa.
“Hai una maglia in pile preferita? Una che ti piace in modo particolare? Quella con la quale vai meglio a giocare?” domando, con piglio efficiente.
“SIIII’!!! Sai dov’è?” mi sorride lui, speranzoso.
“No. Ma so chi l’ha fatta sparire!” affermo, sicura.
“Chi???” chiede, torvo, il Jurassico.
“Tu.”
“…”
“E’ un classico. Se c’è qualcosa cui tieni (documenti, capi di vestiario, componentistica hardware…) la conservi di persona. Il che significa che va persa per sempre, a meno che io non intuisca dove potresti averla occultata!”
“Ma io…”
“Tu non cambi mai. Sono quasi vent’anni che ti sopporto. Anzi, fra tre anni voglio un premio: per la resistenza. Anzi, facciamo due: uno anche per la resilienza!”
No comment. L’uomo sa di essere colpevole.
Nel frattempo, scendo le scale, tallonata da un segugio in canottiera. Mezza manica, per fortuna: a questo punto, mi ci vorrebbe solo il look alla Bossi… Arrivo al guardaroba, scavo un po’ nei cassetti del tennis et voilà! Scovo il pile incriminato.
“Ecco qua. Come previsto! E meno male che dicevi di averci guardato, lì dentro…”
“Eheheh… Ti amo!”
“Sei uno xxxxxx!”
“TI AMO!”
“Non ti sopporto più!”
“Ti amo…”
“Meglio che tu sparisca, sennò ti rovino!”
“Ti amo. Bella, la mia donna!”
Inutile. Non guarirà mai. E il peggio è che ‘sta roba è virale: i suoi figli ne sono affetti a loro volta, e il peggio è quando capita a me… A me, chi mi salva?
Altro che Stamberga. Questa casa è il Titanic.

venerdì 28 ottobre 2011

Sono un disastro

Tanto imbranata da sembrare finta, distratta al punto da sorprendere persino me stessa. E dire che mi frequento da sempre.
Un solo giorno, ben tre episodi: come sopravvivrò a me stessa?
Contrariamente al vino, l’invecchiamento non mi sta migliorando. Anzi: qui mi sa che finirò in aceto.
Caso uno: la tessera della piscina.
Missing da giorni. L’ultimo ricordo che ne ho è l’utilizzo giovedì della scorsa settimana: dopo di ciò, il nulla. Scomparsa dalla borsina dove la tengo sempre, non è riapparsa da nessun altra parte. Ho rivoltato la casa e l’auto, nella sua inutile ricerca: intanto, in piscina mi facevano passare lo stesso, scuotendo la testa alle mie spalle.
Della serie: facciamoci riconoscere. Dovunque, if possible.
Quando ormai avevo deciso di chiederne la sostituzione, qualcosa ha attratto il mio sguardo: la tessera. Incastrata tra il sedile e la guarnizione di plastica che lo tiene in sede, ha lottato strenuamente per opporsi al recupero. Pareva Corradino quando cerco di tirarlo fuori da sotto il letto. Alla fine sono riuscita a estrarla: mi sono scorticata le dita, ma l’ho recuperata. Come sia riuscita a farla finire lì, rimarrà un mistero anche per me. Mi capita con impressionante frequenza di combinare disastri che io stessa non sarei in grado di riprodurre.
Caso due: il colpo mortale. O quasi.
Uscita dalla piscina, ho cacciato la borsa in bagagliaio, richiudendolo con un colpo secco. Peccato averci dimenticato dentro un dito: come una ghigliottina, il cofano è piombato sulla mia mano, strappandomi un urlo soffocato. La vergogna era più forte ancora della sofferenza: almeno, ho cercato di non attirare gente.
Sono seguiti dieci minuti d’inferno: un dolore tanto violento da farmi pensare di essermi sbriciolata la falange. In realtà, niente di rotto: ciò che resta, dell’episodio, è un dito violaceo e la mia dignità a pezzi. Come si fa a essere tanto impedite da chiudersi le mani in bagagliaio? Dov’ero, quando hanno distribuito la coordinazione nei movimenti? Chiusa in bagno?
Domande, anche queste, destinate a rimanere senza risposta. Meglio non raccontare nulla a Jurassico, altrimenti si arrabbia con me: dice che non sopporta di vedermi sempre piena di lividi. Da uomo pragmatico qual è, non si capacita che sia così disattenta.
Caso tre: la mela.
Ebbene sì: con la sottoscritta, anche una mela può diventare un oggetto pericoloso. Attirata dal frutto tentatore, me ne sono impadronita, dandogli la rituale sciacquata sotto il rubinetto: nell’atto di asciugarla (per evitare mi sgocciolasse sulla tastiera del PC, demolendolo) sono riuscita a esibirmi in uno dei miei numeri da giocoliere. Tanto ho fatto, da riuscire a tirarmela in faccia: centrandomi secco il naso. Del resto, una che, cercando di mangiarla, ha fatto partire una fetta di salame come un freesbie (sotto gli occhi attoniti dei suoi figli bambini) può fare questo e altro.
Però, mannaggia, non è possibile. Esisterà pure un modo di mettermi in sicurezza.
Forse devo chiedere a mio marito misure farmacologiche di controllo: anche se temo che l’unica terapia veramente efficace sarebbe tenermi sotto curaro. Permanentemente.

giovedì 27 ottobre 2011

Incontri, fortuiti e non

Non fortuiti, per cominciare.
Dopo alcune ricerche, rintraccio la suora che fu maestra d’asilo di Andrea e Davide. Roba del Cretaceo, suppergiù: non ci vediamo da una vita.
Sentirsi, dopo tanto tempo, dà una forte emozione a entrambe.
Le racconto un po’ della mia famiglia, rassicurandola circa i suoi ex alunni: stanno benissimo e son venuti su bene. Almeno, così pare: mai essere troppo definitivi, con i figli. Appena ti sbilanci, capita qualcosa che ti fa cambiare versione.
Rilanciata indietro di diciassette anni, la suora si commuove: e mi racconta una cosa che custodisce nel suo cuore, da allora.
Andrea, persa la mamma da poco tempo, passava le giornate in braccio a lei, alla ricerca di un impossibile conforto. Un giorno, accarezzandole il viso, le disse: “Almeno fossi tu la mia mamma, adesso…”
Una frase in grado di sbriciolarle il cuore e di rimanerle incisa dentro per sempre.
“Ho pregato tanto, Valentina. Ho pregato perché arrivasse una mamma, prima. E perché trovassero in te una mamma vera, poi. Ho pregato per tutti questi anni, sempre.”
Mi è scappato un sorriso. Questa è l’unica cosa sulla quale mi sento di dare garanzie assolute: mammapercaso, magari. Mamma sul serio, però. Molto, sul serio.
Ergo, l’ho rassicurata: “Complimenti, A. Gran bel lavoro. Le tue preghiere hanno funzionato, garantisco!”
L’ho lasciata molto confortata, felice di avermi sentita e con la promessa di andarla a trovare presto. Direi che se lo merita: come sponsor, è stata preziosa. Senza contare che un affetto così immortale è più unico che raro.
E le farò anche una sorpresa: mi porterò dietro il suo ex-aspirante figlio. Così vede che bel tenebroso è diventato, il mio fantastico ragazzo.

Incontro fortuito numero uno: la signorina antica. Uno scricciolo di donna, sempre in ordine, seria, gli occhi resi enormi dagli occhiali, l’espressione un po’ triste e l’aspetto dimesso. L’archetipo stesso della tristezza. Per anni, è venuta a comprarsi sempre la stessa cosa, nella mia farmacia: un tubetto di dentifricio. Entrava, salutava e domandava il dentifricio. Per un decennio, sempre lo stesso. E sbagliandone il nome, per dieci anni: ma noi sapevamo quel che voleva.
Buffo: le cose che ricordo di più sono proprio queste piccolezze. E sono quelle che mi mancano di più, a dire il vero: la comprensione, a dispetto delle parole.
Un giorno, ricordo, notai che aveva la piega appena fatta. Stava così bene da spingermi a farle un complimento: l’unica volta in vita mia in cui le ho visto sul viso l’ombra di un sorriso. E l’unico accenno di conversazione cui si sia mai abbandonata, almeno in mia presenza.  
Ebbene, ieri la incrocio davanti alle Poste: balzando in sella al mio velocipede, la saluto cordiale. Lei si volta, mi riconosce, sorride e mi chiede: “Lei è la Valentina, vero?”
Accipicchia. Non avrei mai creduto mi conoscesse per nome.
“Sì, signora. Come sta?” rispondo, sorridendo a mia volta.
 “Bene. E lei? Mi scusi, non l’ho riconosciuta subito. Era vestita strana…”
Jeans, maglia, scarpe sportive e giubbotto: per lei, la Valentina senza il camice è vestita strana. Che tenera, la mia signorina triste: mi si è stretto un po' il cuore. E non so nemmeno dire perché.

Incontro fortuito due: la mia mamma. Mi vede attraverso la vetrina della libreria e ci scambiamo un cenno di saluto. A motti, le chiedo di entrare. Mi raggiunge esitando, per salutarmi con quello che Luca definisce “un mezzo sorriso”: l’altro mezzo, infatti, è rimasto a casa. Mentre attende di rifarsi l’impianto, è stata fornita di denti posticci; essendo mia madre (il frutto non casca lontano dall’albero), se li scorda di frequente: con un effetto estetico distruttivo. Specie su una bella signora come lei.
“Mi sono detta: chi vuoi che incontriamo?” dichiara, con aria depressa. “Tutti. Ho incontrato tutti! E io che avevo pensato: Ma sì, concediamoci questa trasgressione! Me ne sono pentita. Amaramente.”
La guardo, scuotendo la testa. Dando voce al mio pensiero, la genitrice conclude, meditabonda: “Ma vedi tu come sono ridotta. Le mie trasgressioni sono queste: uscire senza denti!”
Queste donne trasgressive. C’è quella smandrappata, la smutandata e persino la sdentata.
Brutti tempi, gente. Gran brutti tempi!


mercoledì 26 ottobre 2011

Orgoglio e pregiudizio

C’è un dubbio che mi tormenta.
Che siamo fatti ognuno a modo suo non ci piove. E che a render interessante il mondo sia proprio questa mancanza di omologazione, anche.
Di più: è sbagliato valutare il lavoro degli altri in corso d’opera. A volte, si possono ottenere ottimi risultati percorrendo strade completamente diverse. Non è detto che la via scelta da noi sia la migliore in assoluto: pertanto, aspetto di fare i conti a piè di lista.
Sulla base di ciò, sono sempre stata per un aureo vivi e lascia vivere, ben guardandomi dal giudicare il prossimo mio. 
Quello che mi chiedo, però, è questo: perché ci sono persone che si sentono importanti solo se sminuiscono tutti quelli intorno a loro? Che si sentono migliori di te, solo perché sono “altro da te”?
Personaggi capaci di esibirsi in sorrisetti di scherno (di preferenza quando sei carica di problemi e non hai tempo né voglia di spiegare i tuoi perché), che sminuiscono solo chi li lancia.
Per me rimane un mistero. Così come mi resta incomprensibile come certa gente creda di essere una spanna sopra gli altri: pessima posizione, tra parentesi. E’ una collocazione che ti isola. A mettersi tutti sullo stesso piano c’è sempre da imparare: devo ancora incontrare qualcuno che non mi abbia insegnato qualcosa.
Il prossimo è una miniera d’idee, esperienze, competenze: disprezzarlo ci impoverisce, non ci innalza.
Perdonate le riflessioni un po’ plumbee, stamattina: il gaglioffo con il vomito, il tempo pessimo, alcune amiche nei guai mi spingono a riflettere sui massimi sistemi, finendo con l’ammorbare voi.  
Difatti, pur avendo la possibilità di rispondere usando le parole come un inceneritore, non mi abbandono mai a simili tentazioni.
Forse sono una cretina.
Una che non sa tenere il punto, pretendendo il rispetto che merita, specialmente in campi dove me lo sono guadagnato con anni e anni di sudore e fatica.
In realtà, credo di essere entrata in fase di risparmio energetico: con alcuni soggetti rimango inerte. Ci penserà la vita, a dar loro le lezioni che meritano: quella non fa sconti a nessuno.
Familiari, parenti stretti e amici: con quelli cerco di andare d’accordo. Con il resto del mondo, temo di essere arrivata al capolinea.
Voi come siete messi?

martedì 25 ottobre 2011

La Casa degli Orrori

Un miagolio straziante si leva al cielo. E’ Corradino, approdato clandestinamente in terrazza: dove ora piange, intorcinato al graticcio di legno.
“Povero Corrado! Che succede?!” si preoccupa all’istante l’informatico.
Un lamento lunghissimo e supplice risponde alla sua invocazione.
Scatta la modalità salvataggio urgente: il ragazzo si slancia alla volta del felino, convinto sia rimasto intrappolato da qualche laccio.
Due secondi, e dalla terrazza si leva un altro urlo. Umano, stavolta, e di orrore.
Il quadrupede, ben lungi dall’essere bloccato, con un balzo ha guadagnato il piancito, sfrecciando fra le gambe del suo aspirante salvatore.
Il quale si trova al cospetto di una scena degna del più classico CSI: una striscia di sangue attraversa tutto il terrazzo, fino ad arrivare sotto al tavolo.
Ivi spunta una coda: il felino (appoggiato al cuscino bianco del mio sedile ergonomico!!!) si sta accanendo sul corpo di una povera tortora, dopo averla spennata e sventrata con l’accuratezza di un serial killer. Ecco cosa faceva sul graticcio di legno: cercava di raggiungere il nido dei volatili, probabilmente alla ricerca di altre prede da acchiappare.
I due fratelli maggiori, in veste di puliziotti, sottraggono alla fiera il fiero pasto, provvedono a dare onorata sepoltura ai resti del piumato, e gettano una secchiata d’acqua sulle tracce di sangue. Meno male che ci sono loro: fosse toccato a me, credo mi sarei sentita male.
Nel frattempo il gatto, tornato alla sua veste d’innocuo micetto domestico, viene a strusciarsi sulle mie gambe, chiedendo le coccole con aria innocente.
‘Sto infame. E io che ci parlo da tutta l’estate, a quelle povere tortore: mi hanno fatto compagnia per mesi. La fine del topo, gli fatto fare, quell’assassino.
Certo che non si può mai stare tranquilli, a Casa per Caso. Bipedi o quadrupedi che siano, ‘sti giovani riescono a sconvolgermi sempre.