venerdì 30 maggio 2014

Mamme oltre la frutta

Ultima settimana di scuola. A Casa per Caso la tensione sale alle stelle: la Miss quest’anno ha la maturità. Non sarà un passaggio indolore. Al contrario dei fratelli, fieri e orgogliosi della loro indipendenza – soprattutto emotiva – dalla mammina, lei in questo periodo è tutta mimmi, mimmi, mimmi…
Esige attenzione e soprattutto dedizione: salvo  maltrattarmi quando le gira storta, oppure quando punto i piedi di fronte all’ennesimo comportamento ossessivo.
Quanta pazienza ci vuole…
Donne!
Commenterebbe suo fratello maggiore.
Maschi!
Commento io, quando mi arriva il Whastapp di un’amica, stremata dalla fila di insufficienze infilate dal figlio a fine anno. Possibile che siano tutti uguali? Che si arrendano all’evidenza solo DOPO essere finiti naso contro il muro?
Se li fai camminare con le loro gambe sei una madre abbandonica, se li segui troppo un genitore assillante, incapace di abituarli all’autonomia. Se non li sproni si adagiano, trasformandosi in amebe videodipendenti, quando li esorti a fare del proprio meglio (in relazione alle possibilità di ognuno, sia chiaro!) li schiacci con le tue aspettative.
Poverini.
Come possono sopravvivere a una vita tanto difficile, i nostri piccini? Chi li salverà da una scuola spietata, da genitori pessimi e da questo mondo crudele?
Dai prof che ce l’hanno con loro alla sfiga che li perseguita, noi mamme ne sentiamo de ogni, in questi pochi giorni che ci separano dalla pubblicazione dei risultati.
Si stanno parando il fondoschiena, sicuri che qualche deficit arriverà.  Casomai noi cattivone pensassimo che è colpa loro, che studiano a singhiozzo, aprono i libri solo se costretti, sopravvivono correndo appresso all’ultima insufficienza di matematica da recuperare, dimenticandosi intanto di mantenere difese le roccaforti delle materie meno ostiche. 
A febbraio leoni, a giugno pecoroni, i nostri amati rampolli.
E in tutto questo, i padri latitanti chiedono notizie. Quelli sempre superimpegnati col lavoro, quelli che lasciano fare a noi (sei tanto brava...), quelli che non voglio sapere niente, sennò lo ammazzo! Avete presente, no? Quelli lì. Quelli lì adesso accendono i fari dalla torretta e li puntano sul galeotto di turno. E si arrabbiano, esortandoci a prendere misure draconiane, con ricadute inimmaginabili sulla serenità del nucleo familiare.
E noi mamme, dopo innumerevoli colloqui con i prof (ai quali siamo andate sempre sole) ci troviamo divise tra la necessità di intervenire e l’incertezza sul come farlo. Tentate dalla frusta (e pungolate in tal senso dai padri stufi di ammazzarsi di lavoro per pagare tonnellate di libri a figli troppo spesso lavativi), sappiamo che in medio stat virtus: bastone e carota vanno alternati. Obbligatoriamente. Pena l’inesorabile regressione dai pochi risultati certi finora acquisiti.
Capi di Stato, dobbiamo fingere di essere. Attivare l’Unità di Crisi, usare in abbondanza l’Ufficio Diplomatico, sfruttare l’Intelligence e tener pronti – sai mai…? -  anche tribunali e celle di sicurezza. Ci sono casi nei quali il 41 bis è d'obbligo. 
Noi, qui, in caso di cadute in vista del traguardo, abbiamo già predisposto i servizi sociali.
Dopo la pena detentiva del primo anno, scontata a far giardinaggio sotto il sole cocente, passeremo a una meno pesante attività indoor. C’è la Stamberga da imbiancare: rullo e pennellessa attendono! 




mercoledì 28 maggio 2014

Dove sono finite le ragazze di una volta?

Insomma, sono sconvolta. Forse esagero, ma davvero ne ho abbastanza.
Ieri il gaglioffo è tornato a casa fortemente adombrato: un’altra ragazza lo aveva aggredito.
Niente morsi, per fortuna. Solo percosse. Mica una scazzottata alla Bud Spencer: non c’è stato spargimento di sangue. La vipera l’ha menato, però.
Il destinatario dell’attacco stavolta ha perso la pazienza: “Perché mi picchi?”
“Perché mi va. E tu devi stare fermo e prenderle, perché sono una donna e non mi devi toccare…”
Quando è troppo è troppo.
Lacerando la veste del giovanotto educato e rispettoso delle fanciulle, fragili creature da non sfiorare nemmeno con un fiore, il nostro ha subito una mutazione, trasformandosi in un cavernicolo fatto e rifinito: “Cosaaaaa???? Ma sei scema?! Adesso te lo faccio vedere io chi comanda!”
Pettorali in flessione, bicipiti in azione, quadricipiti in scatto di potenza, supportati dalla tartaruga addominale: l’intero atlante muscolare (fonte di plauso da parte del gruppetto di sciamannate, in condizioni normali) si è messo in movimento.
In tre nanosecondi la ragazza era in volo. Destinazione cestino.
“Eccoti qui. Questo è il tuo posto. E prova a toccarmi un’altra volta, se hai il coraggio!”
Ragazzi, io sono feroce contro i maschi maneschi. Trovo inaccettabile anche la violenza morale e quella psicologica. Detesto persino la pressione sociale che riduce noi donne a cenci incapaci di esprimere il proprio sentire, molte volte.
Ma in questa circostanza non ce l’ho fatta a dire al ragazzo che ha sbagliato. Stavolta non ho potuto scagliarmi contro la brutalità degli argomenti muscolari.
Invoco la legittima difesa e confesso di ammirarlo: le ha impartito una lectio magistralis, senza arrivare a farle male.
Sono una madre sbagliata per questo?
Si accettano consigli…




martedì 27 maggio 2014

Energie positive contro energie negative

Lo confesso: sopporto da decenni.  Anzi, malsopporto da decenni.
Malsopporto quelli che partono da un presupposto sbagliato e ti vogliono imporre il loro modo di vedere le cose.
Malsopporto quelli intrisi di preconcetti, utili solo a crearsi un pregiudizio sulla base del quale giudicare – male –  qualsiasi cosa tu faccia.
Malsopporto chi, avendo poche idee e molte ossessioni supportate da assurde convinzioni, non affronta mai una discussione diretta. Avendo piena consapevolezza della propria incapacità di uscirne vivo, da un confronto leale, lo sfugge come la morte. Preferisce di gran lunga la manipolazione, l’autocommiserazione e l’invettiva.
Mal sopporto dunque i ricatti morali: se mi vuoi bene, fai così. E il così – guarda il caso – non è quasi mai quel che è giusto fare, e men che meno è quello che avresti fatto tu, se lasciato libero di scegliere.
Non tollero coloro che fanno leva sui sentimenti degli altri: ne sfruttano l’amore (gettonatissimo, quello) per ottenere ciò che vogliono, cercano di sfruttarne i sensi di colpa (ove assenti, o troppo scarsi, cercano di provocarli) per condurli nella direzione scelta da loro.
Poi ci sono i peggiori: quelli capaci di individuare negli altri i sentimenti più inconfessati (soprattutto a se stessi),  per far leva su di essi a proprio favore.
Insoddisfazione, invidia, livore, rabbia e rancore: materiale magnifico dove mestare per raggiungere scopi poco puliti. A spese di chi li prova, molto spesso.
Ho assistito a squallide manovre a tutti i livelli, vicini e lontani da me: in politica, sul lavoro, nell’amicizia e in famiglia.
In politica reagisco votando, sul lavoro per fortuna sono fuori dai giochi… rimangono le amicizia e la famiglia.
Ho imparato – ci ho messo anni, ma ci sono arrivata… – quanto sia inutile discutere con un certo tipo di persona.
Per molti, la discussione è un momento nel quale urlarti addosso tutta la loro rabbia, sputandoti addosso cattiverie e giudizi azzardati, nei casi peggiori tenuti in serbo per anni.
Quando mi scontro con una realtà simile, manco ci provo a far cambiare idea allo sciamannato della situazione: è acceso di divino furore. Completamente refrattario al ragionamento. Se ne frega di quel che pensi tu – ergo non ti ascolta – gli interessa solo gridarti quello che pensa lui, possibilmente facendoti del male.
Ovvio, se un attacco simile arriva da una persona di fiducia, un amico, qualcuno cui si voleva bene, ci si resta male. Non è piacevole scoprire la malapianta del livore.
Mi ripiglio in fretta, tuttavia: mi sono abituata a questo genere di cose. So come funzionano.
Così, metto in moto la realtà: mentre gli altri parlano, gridano, si lamentano e accusano, io agisco.
Cambio le cose, escogito soluzioni, sperimento strade nuove: trascinando con me coloro che amo.
Alla lunga, i fatti non mentono, dando ragione a chi ce l’ha. La mia vicenda di mamma ne è la prova.
Ora, devo agire con mio fratello: per anni mi sono defilata. Stritolata tra figli e lavoro (tanti figli e troppo, troppissimo lavoro) non potevo caricarmi anche di lui.
Già c’era chi lo faceva con discreti risultati: si era creato un equilibrio tra tutti i personaggi coinvolti.
Ora sono passati gli anni, mio fratello ha fatto grandi passi avanti e desidera crescere ancora.  E qui entro in gioco io.
Sono diversi mesi che abbiamo iniziato una collaborazione. Lui mi dà una mano a casa, io gli insegno ogni giorno una piccola cosa che non ha mai avuto il coraggio di provare.
Nessuno nasce imparato, si dice: e c’è chi, come lui, ci mette tanto di più degli altri a imparare. E’ tremendamente facile inciampare nella convinzione che non sia in grado di farcela. Ci vuole una gran dose di energia per provarci, di fiducia per crederci, di entusiasmo per motivarlo. Per sua e mia fortuna, sono allenata a questo gioco.
Gli sto dando fiducia, ma soprattutto gli sto insegnando ad avere più fiducia in se stesso: spesso siamo prigionieri di limiti creati da noi stessi. Lo sto spingendo a infrangerli.
Il mio Max risponde dando piena fiducia a me, affidandosi e provando: ogni settimana registriamo un piccolo passo avanti.
Sono briciole, piccoli gradini a fronte di una montagna in apparenza tanto alta da non vedere la cima: non importa. Intanto noi procediamo.
Questa settimana si è preso qualche giorno libero: ci rivedremo la prossima. Ci siamo fatti un caffè e quattro chiacchiere: era felice e sereno come non lo vedevo da anni.
Salutandomi, mi ha detto: “Grazie, sorellona. Grazie per tutto quello che fai per me. Grazie per come mi fai sentire. Ti adoro!”
Sarà dura, certo. E' un compito energivoro e impegnativo anche questo, però, però… 
Che soddisfazione! 


venerdì 23 maggio 2014

Sindrome di Cassandra


“Ciao. Tutto bene oggi? Nessuna aggressione fisica?”
“Sì, sì, tranquilla. Sono incolume.”
“Incolume… Incolume prevede che tu abbia corso un rischio. Si dic…”
“Appunto. Ho rischiato un’intossicazione alimentare.”
E qui la maestrina si gela, mentre la mamma si scalda di colpo:  “Oddio, ma come?! Mi rischi la vita a giorni alterni, in quella scuola?”
“Taci, va’… Una nostra compagna ha portato una torta ammuffita.”
“…”
“Poveraccia, mica l’ha fatto apposta. E’ che come al solito l’unico che se ne accorge sono io.”
“Sarà la consuetudine. Il nostro frigo spesso contiene roba coperta di muffa…” commento, con un vago senso di colpa. La corretta gestione delle derrate alimentari mi costa sempre un notevole sforzo, mentre i risultati sono tutto fuorché notevoli.
“Io li ho avvisati. Guardate che lì quel verde è muffa! Non mangiate quella roba.”
“Eccolo lì, sempre il solito str@@@@. Perché devi criticare a vanvera? Sono canditi!”
“Canditi…? Non mi pare proprio.”
“Finiscila!”
“Mhm. Vabbè, sto zitto, però io non la mangio. Deve pure fare schifo, oltre a far male!”
“Ahem… Ragazzi… Non vi sembra che sappia un po’ di gorgonzola questa cioccolata…?”
“Matteo, assaggia qui!”
“Io l’ho assaggiata, però l’ho sputata subito. Era una roba inaffrontabile. Non so come abbiano potuto mangiarla lo stesso… Comunque alla fine hanno smesso ed erano anche preoccupati. Me ne sono andato a casa augurando a tutti una buona permanenza sul water! E meno male che non mi volevano credere...”
“Mio caro, da Cassandra al Grillo Parlante i dispensatori di verità scomode non godono né di credito né di simpatie. Fattene una ragione, figlio. Va così: se non ti schiacciano è andata ancora di lusso.”

Pazzesco. Una volta me lo prendono a morsi, l’altra cercano di avvelenarmelo… Una vita piena di rischi, quella di mio figlio. Sarà per quello che dice di voler entrare nell’esercito, se non lo prendono a Medicina.  Che sia l’abitudine alla lotta per la sopravvivenza?


martedì 20 maggio 2014

Licantropia

“Aiuto! Mamma, sono ferito…”
“Ma… Cosa… Matti! Sanguini!!!”
“E’ quello che ti sto dicendo. Sono stato aggredito! Come mi medico?”
“Vieni qui che ti do il disinfettante. Ma cosa sono questi segni? Morsi?!”
“Sì, sono morsi. Lo butto così il disinfettante…?”
“Sì, così va bene. Ma scusa, devo capire la dinamica: forse è il caso di andare al PS, sai… Per la rabbia. Cosa ti ha morso, un cane?”
“No. Una mia amica, a scuola.”
“Una tua AMICA??? Perché ti ha preso a morsi?!”
“Mi voleva rubare la felpa.”
“???????”
“Le è piaciuta la mia felpa e se l’è messa tutta la mattina. Dopo l’ultima campanella sono andato a riprendermela e lei non me la voleva rendere. Quando ho cercato di levargliela si è messa a morsicarmi! Guarda qui che roba, perdo ancora sangue…”
“Ma che è, scema? E tu cosa hai fatto mentre questa cercava di sbranarti?”
“Sono rimasto sorpreso. Ho tentato di bloccarla, ma era proprio scatenata; poi ha visto il sangue e si è fermata. Mi ha anche chiesto scusa…”
“No, non ci posso credere. Ma questa cos’è, un licantropo? Una scimmia carnivora? Non ti si può guardare, sei pieno di segni!”
“Vabbè, mamma, l’ho perdonata. In fondo siamo amici.”
“Con amici così non hai bisogno di nemici, figlio mio. Diglielo, però: se la faccenda dovesse ripetersi, scuse o non scuse inoltro una denuncia per lesioni. C’è un limite a tutto!”
“Sì, sì, dai, mamma… Sempre esagerata. Sono cose che capitano. Vedrai che mi rimargino in fretta e in pochi giorni sarò come nuovo. Sono un guerriero, io!”
Bene. Lui è X-Man, lei Lady Nosferatu: uno si rigenera magicamente, quest’altra morde. E gli pare pure una cosa normale. Sempre più horror, la mia vita…

lunedì 19 maggio 2014

Finalmente un fine settimana come dico io. O quasi.

Qui non se ne poteva più. Tra brutto tempo imperante e impegni più o meno incalzanti, non spostavamo il camper da mesi: con il cruscotto imbiancato dalla polvere e le formiche a farla da padrone (come riescono quelle bestiacce a trovare sempre la strada per penetrare in massa? Avevano fatto il nido nella canalizzazione di un cavo elettrico!!!) ormai il nostro pachiderma aveva l’aria della mamma di Dumbo nella gabbia del circo. E io sembravo Dumbo fuori dalla gabbia.
Da venerdì, il vento è cambiato. O meglio, lo ha fatto il tempo: la pioggia ci ha dato una tregua.
Dopo aver divorato una pizza da manuale a casa dell’informatico (la prima volta che ci faceva da mangiare a casa sua: quando ho visto che mio figlio possiede cinque tipi diversi di sale mi sono resa conto di aver creato un mostro…) abbiamo caricato il bestione e ci siamo preparati al primo week end fuori porta della stagione.
Una meraviglia: ce ne siamo andati a Borghetto di Valeggio sul Mincio, dove abbiamo scoperto un’area attrezzata definibile come una filiale del paradiso.
Tra paesaggi straordinari, sole splendente, natura in piena esplosione primaverile ci siamo proprio ritemprati. Due giorni così, e mi sembra di essere stata in vacanza per una settimana… 
Impressione confermata al mio rientro, purtroppo. 
Possibile, dico io, che quei tre lanzichenecchi in due giorni riescano ad ammassare bucato per quattro lavatrici? E dove abitano quelle irediddio, che non sanno dove vanno riposte la metà delle stoviglie di casa? Tutte ammassate sul caminetto, le ho trovate. E il bello è che quelli sono convinti di avermi fatto trovare tutto in ordine perfetto.
Il pattume, poi, il pattume… Se non ci penso io, quelli finiscono travolti dalla raccolta differenziata. Quando il bidone della plastica trabocca, tu che fai? Lo svuoti e cambi sacchetto, verrebbe da dire.
E invece no! Invece, si usa la tattica del comprimi e fuggi: lo sportello viene chiuso a forza, a celare l’orrore che esplode dietro di esso. Così, quando il mattino dopo mammina fa per gettare un coperchio viene aggredita da una massa informe di materiale plastico che gioca a fare il big bang. I contenitori dell’umido sono zeppi all’inverosimile, mentre la raccolta carta è ingombra di confezioni smaltite senza ridurle di dimensioni. Persino uno scatolone integro, ci ho trovato incastrato.
A completare l’horror di Casa per Caso, gli abiti del filosofo. I calzoni, in particolare: ne ha abbandonati ovunque. Appesi alla cyclette nella sua camera, penzolanti dall’armadietto dove conservo la farina, in garage, e infine un paio impiccati ai tubi del riscaldamento in lavanderia. Che per poco non mi prende un colpo, quando mi sono trovata di fronte due gambe che pendevano dal soffitto.
Devo insegnare a tutti quanti un uso responsabile della lavatrice, far loro una lezione sul corretto smaltimento dei rifiuti (che non si riassume con un: “Ci pensa la mamma!”) e proibire la migrazione clandestina dei capi di vestiario dalle camere da letto ad altri locali della casa.
Da oggi, tolleranza zero. Parola di Mpc.


mercoledì 14 maggio 2014

Prove invalsi

Ahimè. Mi domando chi le valuterà, 'ste prove.
Il gaglioffo è tornato dopo una mattinata di test, consapevole che tutta la sua classe si è distinta per scarsa competenza in matematica. Pare non si sia salvato nemmeno il migliore della classe.
"Mamma, avremo i risultati l'anno prossimo. E risulterà che la seconda superiore ha la preparazione di una seconda asilo!"
Queste le dichiarazioni dell'alunno, ilare e  per nulla turbato dalla faccenda. Mal comune mezzo gaudio, a quanto sembra.  Che sofferenza...
Comunque sia, l'ineffabile ha trovato il modo di raschiare il fondo del barile anche in questa già triste circostanza.
"Chiedevano notizie sulla tua famiglia, il titolo di studio conseguito dai tuoi genitori... Io ho risposto laurea, entrambi."
E qui mi scocca un'occhiata carica di sottintesi: allo stato, sono in ginocchio sul pianerottolo delle scale, intenta a reinvasare un ficus.
"Poi ho aggiunto che mia madre attualmente ha sentito forte il richiamo della madre terra ed è tornata a zappare. Professione: contadina!"
"Hai veramente scritto così?" chiedo, con voce spezzata.
"Certo."
Gemito. Mio.
Il nostro continua, implacabile: "Che poi una prof sconosciuta ha preso in mano la mia prova, poi mi ha domandato: - Sei figlio del neurologo? -   Le ho detto di sì. Gliel'ho letto negli occhi: quella ha pensato: - Poveraccio! Che figlio di m@@@@@ che si ritrova! -"
Dopo avermi annientata così, il manigoldo afferra lo zaino ed esce di scena, declamando: "Ciao, ma'. Vado a vivere un'altra avventura scolastica!"
Ho deciso. Dopo questa ennesima figuraccia, io cambio residenza. Anzi, forse cambio continente addirittura!

venerdì 9 maggio 2014

Esponiamoci al pubblico ludibrio

Mia figlia non fa che ripetermelo: sono ridicola. Ebbene sì, lo ammetto: ho il ricordo facile, la lacrima in tasca e il ciglio tendenzialmente tremulo.
Mi hanno costruita così: difettata. Cuore troppo tenero. Quando si tratta della mia famiglia, la mia proverbiale corazza presenta tante di quelle crepe e squarci talmente larghi da vederci attraverso.
Dunque, facciamoci del male: dichiariamolo. Così, pubblicamente: ieri mi sono squagliata.
La Miss ha preso la patente!
Bella forza, direte voi: a diciannove anni, era pure l’ora. Normale amministrazione: non ha partorito tre gemelli. E nemmeno vinto un Nobel. 
Esattamente la reazione che ha avuto l’interessata: “Mi sono tolta una seccatura. Ho cose più importanti a cui pensare, adesso!”
Giusto.
Solo che, dietro a una figlia che progredisce sicura nella vita, aggiungendo ogni giorno un nuovo mattone alla sua autonomia personale, c’è una mamma – anzi, una Mpc  – che sta qui a ticchettare sulla tastiera con l’occhio che le slitta sulle foto. Le foto appiccicate lì, alla sua sinistra: la prima gita a Venezia con un filosofo ancora formato tascabile, scene di coccole con i due giovani teppisti in età a una sola cifra, il quartetto filiale ammonticchiato su una roccia durante una camminata nei boschi, e soprattutto lei.
Lei, la Miss neonata: attaccata al biberon, tra le braccia di una Mpc così intenta da non accorgersi nemmeno che Jurassico stava lì, in agguato, a immortalare le prove di un amore allo stato nascente. Occhi negli occhi, le due Valentine in questo scatto si fissano con una intensità che dice già tutto di quale sarà il loro futuro rapporto.
E adesso quella mi guida la macchina?! E’ già talmente adulta da poter prendere le chiavi dell’auto e uscire per i fatti suoi, magari senza nemmeno darmi il piano di viaggio completo, destinazione, tappe e tempi di percorrenza inclusi? 
Ma come?! Se ho appena appoggiato il biberon!  
Quando parto per la tangente in questo modo, i miei figli mi riportano alla realtà. Il gaglioffo in modo addirittura cruento:  “Mamma, sono passati un sacco di anni. Guardati allo specchio, così te ne accorgi…”
Esortazione che cade nel nulla. Per me sono e resteranno sempre i miei piccoli. E ogni volta che compiranno un significativo passo in avanti (prossimamente su questi schermi la maturità classica della Miss: preparatevi. Non so se riuscirò a contenermi…) sarà un piccolo strappo al mio tessuto miocardico. 
Ogni progresso li allontana da me: è giusto e doveroso. Se non accadesse sarebbe un guaio, e pure grosso. Però al cuor non si comanda. Soprattutto se, come si diceva, è un cuore troppo tenero. 
Ergo, prendetemi pure in giro anche voi, ma io mi commuovo: la mia unica femmina sta diventando una donna. E anche una donna in gamba: il suo parcheggio ad S viene sempre da manuale. 
Meno male. 
Ho tristi ricordi legati ai neo-patentati che l’hanno preceduta… Speriamo in bene, questa volta! 

martedì 6 maggio 2014

Capitale fruttifero

Cari tutti, eccomi qui. Di corsa, tanto per cambiare: la discarica mi attende.
Che vita di qualità, la mia!
Comunque sia, vi volevo relazionare sulle mie piccole vittorie: quei microscopici passi avanti che ti fanno guardare al futuro con occhi diversi, più fiduciosi.
Il gaglioffo ieri è tornato da scuola con un diavolo per capello: ce l’aveva con l’approccio dirigista di certi educatori. Era proprio nero, il ragazzo: tanto irritato da lanciarsi in una disamina dei vari metodi educativi nei quali si è imbattuto.
Tanto per cambiare, mio figlio mi ha stupito: e chi se l’aspettava una lucidità di giudizio tanto affinata?
Sui genitori molto severi, addirittura rigidi, capaci di ottenere dalla prole i risultati voluti, per esempio. Un successo, detto per inciso, che la sottoscritta certo non può vantarsi di avere sempre raggiunto.
Ecco l’opinione del nostro: “Mamma, tu sei un genitore democratico… il giusto. Ascolti i figli, li lasci decidere da soli per se stessi, gli concedi la giusta dose di autonomia e credi nelle seconde occasioni.”
Pausa. Ghigno.
“Anche nelle seconde, le terze e le quarte, a dire la verità…”
“Grazie della promozione a pieni voti. Solo che non mi sembra che i risultati siano stati sempre così confortanti… Se fossi stata più severa avrei avuto di certo meno problemi, con voi. Mi sa che parli così perché vi ha fatto comodo la mia scelta!”
“Vero. Solo che se tu controlli i figli con la paura, quando smetteranno di avere paura non solo non faranno più quello che vorrai, ma ti si rivolteranno anche contro. Tu figurati che conosco una persona che  chiama la sua mamma la mia madre biologica e ha voluto andare a vivere con suo padre, dopo la loro separazione. Ti pensi? Come ci resteresti se un giorno io smettessi di volerti bene? Se tu non sapessi più nulla di Davide, non lo vedessi più, non sapessi nemmeno dove sta?”
“Ohè, che incubo! Smettila, ti prego…”
“Ecco, appunto. I generali validi si fanno seguire dalla truppa, non la dominano con la violenza. Tu devi avere la fiducia, la stima e l’ammirazione dei tuoi soldati: se li vessi alla prima occasione ti spodesteranno. Seconde me, il tuo metodo funziona: guarda me. Mica devi tenermi sotto stretto controllo, adesso. Posso ancora migliorare – e ci proverò – però non c’è confronto con il me di tre anni fa. Quindi…  A proposito di generali, lo sai che i Russi durante la seconda guerra mondiale…”
E qui è partito con un approfondimento storico che mi ha lasciata senza fiato. L’ho portato a vedere la biblioteca storica di suo nonno Rinaldo, il mio papà: ha già sequestrato due o tre volumi, seriamente intenzionato a leggerli. In effetti, per essere uno che si faceva pregare anche per leggere Geronimo Stilton di strada ne ha fatta…
Forse davvero riusciremo a cavare qualcosa di buono anche da lui. La pazienza paga, a quanto sembra.
Quanto a mio fratello, la ricarica telefonica del mistero è stata correttamente eseguita. Ci ha messo tre giorni, ma non ho voluto indagare sul perché: a volte, è meglio non sapere.
Se ci fossero stati veri problemi, me ne avrebbe parlato.
In effetti, questo è ormai un risultato acquisito: ogni volta che ha una difficoltà, si rivolge a me.
Il che gli permette di sfogarsi, quando serve solo quello, o di superarla, se c’è questa possibilità.
Mentre ci prendevamo il caffè, ieri si è abbandonato a un panegirico: mi vede come una figura solida, capace, una che sa il fatto suo. Una alla quale affidarsi, insomma.
Giornate così non ne capitano spesso: confesso di essermi goduta il mio microscopico attimo di gloria. Oltre al mio caffè, naturalmente.
Scherzi a parte, la fiducia è un fattore sul quale c’è poco da scherzare. Quella, unitamente all’inossidabile affetto che ci lega, è un capitale che sta già iniziando a dare i suoi frutti.
Ascoltandolo ricordare alcuni aneddoti del passato, mi sono resa conto che i rari momenti a due che allora sono riuscita a ritagliarmi con lui hanno lasciato un segno indelebile; così come ho capito che il tempo che passiamo assieme ora rappresenta un deposito fruttifero per il futuro, quando potrà contare solo su di me e sulla mia famiglia.
Anche qui, pazienza. Tanta, pazienza. E capacità di non darsi per vinta nemmeno di fronte a quelli che, in apparenza, sono vicoli ciechi. In realtà, una via d’uscita si trova sempre. Basta crederci. 

venerdì 2 maggio 2014

Crisi di autostima

Sarà anche ‘sto tempo che ci fa scontare un giorno di sole con sette di purgatorio meteorologico, ma veramente stamattina vedo grigio. Vedo grigio su tutti i fronti.
Come casalinga – sia pur sui generis, come precisa mia figlia – sono un fallimento quasi completo: bastano un paio di giorni di abbandono della trincea e la Stamberga si trasforma in un caos. Cumuli di roba da piegare e stirare, ceste piene di bucato da lavare, gatti di polvere che si inseguono furiosamente sui pavimenti e sotto i mobili, mentre uno strato di cipria vela tutte le superfici. Manco non pulissi da sei mesi. Certe volte mi domando se casa nostra sia affetta da un virus, che si incasina a questa velocità. Forse è infestata dai fantasmi, perché c’è qualcosa di paranormale in questo disastro dilagante, sempre.
Poi ci si mette anche mio figlio: stamattina entra nella mia stanza e mi trova in fase di vestizione. Inizia subito la consueta pantomima, fingendo di vomitare per il disgusto. Finisco di infilarmi i calzoni, protestando vivacemente: “Finiscila di fare tante scene. Avercene, di mamme così ben conservate! Non è vero che sono nauseante.”
Alla mia convinta dichiarazione, quello ghigna e mi risponde: “Giusto un conatino…”
Com’è che si dice? Bastardo dentro? Ecco, allora lo dico. Se lo merita.
Non pago, dopo un paio di minuti si riaffaccia sulla soglia, osservando con curiosità che mi sto già truccando e pettinando. Operazione che mi prende tre minuti in tutto, vorrei specificare. Nonostante i tempi ristrettissimi dedicati al mio restauro, non noto mai scene di panico quando cammino per la strada. Eppure, il mio adorato cucciolo insiste con le mazzate: “Come mai sei già vestita, schianto… ferroviario?”
Verme della terra. Manco gli rispondo, figlio degenere. Senza degnarlo di una sola occhiata, lo supero impettita e raggiungo mio marito dal gommista: sostituzione delle gomme invernali. Che con questo clima ti vien quasi da ridere a montare quelle estive.
Infine, ciliegina sulla torta: mercoledì ho insegnato a mio fratello a ricaricare il cellulare in edicola. Persino le istruzioni scritte su come fare, gli avevo stampato. Oggi sbircio il suo account telefonico, verificando che la ricarica non è stata eseguita.
Ed è subito giallo: è lui a non aver avuto il coraggio di affrontare la novità o nostra madre ad essersi strenuamente opposta a questa pericolosa innovazione?
Ho già avviato le indagini per risolvere il mistero e ottenere che almeno una ricarica al cellulare riesca a farsela da sé.
L’autonomia è fatta di tanti, minuscoli dettagli: e per ognuno di essi c’è un muro invisibile da sgretolare, fatto di abitudini consolidate, piccole pigrizie, grandi insicurezze e paure insensate. Un muro che – di solito – riesco ad abbattere con la mia calma sicurezza, con soddisfazione di tutti. A latere, però. In corso d’opera, è una guerra. Per di più, appena finito con uno, se ne presenta subito un altro, ancora più spesso e robusto. Sisifo mi fa un baffo, a me. Dilettante!
Meno male che mi sono allenata con i figli, va’…

Ok, ora vado a comprare un quintale di pesce. Quando sto così,  mettermi a cucinare è l’unica cosa in grado di rasserenarmi. Saluti, gente!