Signore, dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare...


...e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare.
Sulla saggezza per riuscire a distinguere le une dalle altre sto ancora lavorando. Mi impegno, però: m'impegno a fondo e confido nel successo.
In trincea sul fronte del cambiamento, devo ancora decidere dove collocare Jurassico. Lo piazziamo nelle cose da accettare o in quelle da cambiare?
Secondo i miei figli, a meno che non si decida a modificare il suo comportamento, sta diventando qualcosa da cambiare: ieri sera gli sono saltati alla gola, dicendogli chiaro chiaro che se non la smette di tormentarmi gliela faranno pagare loro due. Valentina si è spinta al punto di offrirsi di preparare la memoria da presentare al mio divorzista... E parlava sul serio.
Mi è toccato dire a tutti e due che non ho intenzione di separarmi!
Ecco a voi il sunto del casus belli.
Sempre a causa della perduta agilità del marito, sono anni che il nostro camper resta spiaggiato come un'enorme balena bianca, in giardino. Siamo giunti al punto di dover buttare un treno di ruote perché ovalizzate.
Ora, non sono imbecille: lo capisco che guidare un pachiderma di quelle dimensioni non è una passeggiata. Capisco anche come una persona, innervosita dalla sofferenza e impedita nei movimenti non desideri passare giorni e giorni rinchiuso in pochi metri quadri, guardando fuori dal finestrino panorami inviolabili, piste da sci impraticabili, passeggiate tra i boschi improponibili. Per tacere di città d'arte e simili, mai frequentate dal nostro anche in condizioni di perfetta salute.
Però... però... Bastava dirlo, no? Invece: negare, negare, negare sempre. Anche l'evidenza.
"Me lo dici come va...?"
"Sto benissimo"
"Sicuro? Ti è passato quel dolore alla gamba...?"
"Dolore? Quale dolore?"
"Quello per il quale non giochi più da sei settimane."
"Certo! era un semplice strappo... La prossima settimana torno sul campo."
"Bene. Allora nel fine settimana potremmo andar via col camper, no?"
"Sicuro! Tu preparalo, che venerdì sera si parte."
Venerdì: camper armato e attrezzato, i ragazzi preavvertiti e messi in sicurezza con scorte alimentari sufficienti, la sottoscritta isolata dal resto del mondo per dedicarsi alla gita a due... E lui torna a casa con il muso. Un muro di ostilità e di mutismo impenetrabile.
Seguono le mie futili domande: "Ma andiamo, allora...? Che ti succede? Hai cambiato idea? Non hai voglia di andare via...?" destinate a restare senza risposta.
Muto e igrugnato, si installa sul divano e accende la tv.
Un copione, questo, che si ripete da anni. Non mesi: anni!
Il tutto sotto lo sguardo perpelsso dei figli, i quali sempre di più lo considerano la reincarnazione del nonno Natale. Nella sua versione peggiore, tra l'altro: mio suocero si macinava dieci km a piedi tutti i giorni a 88 anni. Questo corre solo in ospedale: come varca la soglia di casa, inizia a strusciare i piedi sul pavimento e spostarsi - poco - con movimenti amebici.
Mpc, paziente quanto un monaco tibetano, ha subito, taciuto, sopportato per anni. Sperando che, col tempo, un po' di sale in zucca gli venisse, a 'sto benedett'uomo.
Attualmente, vista la degenerazione del suo disturbo e della situazione, ho preso una decisione: vendiamo l'elefante da trasporto. E' inutile tenerlo in bella mostra, ben sapendo che lo sci d'alta quota sarà un capitolo chiuso da qui all'eternità', e che senza quella spinta il palntigrado troverà sempre qualche ineliminabile causa per non schiodarlo dal giardino.
Figuriamoci! Qui non si vende nulla!
Le mie argomentazioni sono false e tendenziose, secondo il nostro eroe.
Noi il camper l'abbiamo sfruttato tantissimo (ho le prove! ci sono le foto!) e in futuro lo adopereremo ancora di più.
"Anzi, sai che ti dico? Questo fine settimana voglio proprio utilizzarlo: andiamo a dormire al fresco!"
"Scusa? Al fresco...? Ma dove pensi di andare? Domani dobbiamo essere a casa per mezzogiorno... "
"Non importa. Io questo posto non lo sopporto più, ho caldo, ci sono le zanzare, mi da fastidio dover accendere il condizionatore, voglio andare via!"
Inarrestabile.
All'una e mezzo eravamo già in strada: col camper ancora in assetto invernale (sci nel gavone a babordo, tute nell'armadio a tribordo, il piumone in mansarda). Scorte alimentari: due yogurt in frigo.
Temperatura interna della cellula: 32,5° Celsius. Rimasta fissa fino a destinazione, tra l'altro: e meno male che stavamo fuggendo dal caldo. Un'ora e mezzo di viaggio, senza informarmi circa la meta, sotto il sole cocente, rigorosamente a digiuno.
Verso le tre del pomeriggio, l'autonominato esempio di razionalità incarnata si è posto il problema: "Hai fame?"
Mi era passata, giuro. Solo che lui non ci credeva: ha iniziato quindi a ripetermi la domanda ogni cinque minuti, proponendomi tre soste mangerecce diverse. Da ammazzarlo in diretta.
Raggiunta alfine la meta, un parcheggio assolato, in mezzo a un paese di nessun interesse sull'Altopiano di Asiago, ho avuto un crollo fisico. Sono scesa dal camper per evitare di svenire.
Pare ci fosse una qualche mostra, in questo luogo ameno, ma il nostro non sapeva nè dove fosse , nè, soprattutto, se fosse ancora in corso.
Io sempre zitta, lui in evidente difficoltà. Pausa, col calore che sale dal manto di cemento, a distorcere le immagini attorno a me. E la disperazione di essere in simili mani a distorcere i pensieri nella mia testa.
Il nostro eroe non è tipo da arrendersi così facilmente. Mi piazza in mano il cellulare, dopo aver trovato un'alternativa a circa 10 km, e raggiunge il parcheggio numero due.
Uno sterrato, stavolta, con qualche albero attorno, di fronte a un laghetto artificiale infestato da rane e invaso dalle alghe.
Mi conduce in un bar, dove decide di pranzare con un gelato. Io, sempre cercando di rimanere calma e di comprendere, ordino un toast. Che mi viene consegnato mezz'ora dopo. E arriviamo così alle quattro e mezzo del pomeriggio...
Il parcheggio è pagato fino all'indomani, quindi sono autorizzata a sperare che l'incubo stia volgendo al termine. Mi leggerò qualcosa in camper, passeremo la notte sullo sterrato, domani mattina Indiana Jones mi ricondurrà a casa.
Facciamo duecento metri a piedi, attorno a 'sto squallido specchio d'acqua con le sponde di plastica, e l'individuo sbianca.
"Torniamo a casa. Non ce la faccio. Ho preso un Brufen 600, un Sinflex forte e un Voltaren e mi fa un male cane!"
"Santo Signore Giuseppe! Tu mi muori intossicato..."
"Andiamo a casa che mi stendo. Pazienza... Ci abbiamo provato!"
TU ci hai provato, malnato. Io me ne sarei rimasta tranquilla tranquilla a casetta...
Segue un'altra ora e mezzo di viaggio, al termine del quale decide di scaricare lui. Si mette gli yogurt sottobraccio, afferra la borsa del portatile e non so che altro, proiettando lo yogurt verso il tettuccio, con inevitabile schianto sul pavimento.
Insozza tutti i tappetini del camper, un cappello da viaggio, il sostegno imbottito del mio portatile, oltre alla borsa che lo contiene.
Bilancio del lavoro a mio carico per rimediare al disastro: mezza giornata. Anzi, fatemi andare a caricare la lavatrice...
Santa subito. Mi devono fare santa subito, visto che ancora non l'ho strangolato!



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