venerdì 27 giugno 2014

La dea dalle molte braccia

Ogni tanto Max si lascia andare alla magniloquenza.
Di recente, presentandosi a certi conoscenti, si è qualificato come mio fratello – e fin qui va bene – continuando però con un lei è il mio angelo… appena appena esagerato. Quando si comporta così mi vorrei seppellire in diretta.
Al mio tentativo di ridimensionamento: “Max, ti prego, non lanciarti…” ha aggiunto una spiegazione: “Lei è quella che c’è sempre. Se ho bisogno di una mano, un suggerimento, se qualcosa mi preoccupa, c’è lei a farmi sentire meglio. Lei è sempre pronta ad aiutarmi e mi regala la tranquillità!”
“Già. In ogni famiglia c’è una figura di riferimento per tutti, quella appunto cui ci si rivolge per avere una mano. Sarà per quello che verrò chiamata Kali?” ho scherzato, cercando di riportare l’atmosfera a quota terra.
In effetti, molto spesso nella mia vita ho desiderato una dotazione aggiuntiva di braccia. Mi avrebbero fatto comodo.
Al netto degli eccessi verbali dell’uomo, tipici purtroppo del suo modo di essere, c’è però un dato che registro con sollievo: il mio  metodo funziona. 
Certo, stiamo procedendo a piccolissimi passi, ma non ho mai dovuto fronteggiare uno stop o, peggio, un regresso. Di settimana in settimana, ho osservato il consolidarsi di una serie di cambiamenti in positivo che lo stanno rendendo più forte e sempre meno incerto. L'idea, forse ambiziosa, è quella di creargli una discreta sicurezza in se stesso. Quanto basta ad affrontare con sufficiente serenità le sfide della quotidianità e, soprattutto, a farlo da solo, senza ricercare l'appoggio degli altri. Un po' quello che si fa con un figlio adolescente, esperienza per me già provata a più riprese e con alterni risultati.  A tale proposito, e sempre facendo riferimento alla capitalizzazione dell'errore, di capitale ne ho parecchio messo da parte: chissà che mi torni utile almeno adesso. 
Da quando ho intrapreso questo cammino controcorrente e contro resistenza, Massimo vive meglio. Ormai sono quasi vecchia, e alcune cose le ho finalmente capite; una fra tutte: i muri di gomma sono i più difficili da abbattere. Più ti accanisci contro di essi, maggiore è la violenza con la quale ti rimandano indietro i tuoi colpi. Inutile disperdere le proprie energie così; meglio percorrere strade alternative, in modo da aggirarli quei muri. Sarà che sono determinata a non fallire, sarà che  tempi sono maturi, sarà che controcorrente non vuol dire controvoglia, Massimo stavolta ha capito fino in fondo quali sono i miei intenti ed è diventato il mio più efficace collaboratore nella riuscita del mio progetto.  E’ più tranquillo e, assieme a me, sta disinnescando una a una tutte le angosce assurde che gli avvelenavano la vita.
Non è una strada facile, ci vogliono una pazienza infinita e una determinazione incrollabile, però stavolta sta funzionando sul serio. La sua serenità crescente ne è la prova e, per me, funziona da carburante. Ecologico e a costo zero, tra l’altro. 

giovedì 26 giugno 2014

La frecciatina

Squallida forma di vigliaccheria verbale, utilizzata da chi non possiede argomenti validi per affrontare una discussione a viso aperto.
Colpo alle spalle, vibrato di sorpresa, provvedendo all’istante a nascondere la mano onde esser certi di non doverne rispondere.
Sordido espediente per trafiggere l’interlocutore, allo scopo di suscitare in lui sofferenza e sensi di colpa. Per torti inesistenti, ovviamente.
C’è qualcuno che non conosce forme di comunicazione alternative all’agguato verbale. Gente che aspetta solo di individuare una crepa nella tua corazza per cercare di farti cadere in trappola. Persone incapaci di rispettare i sentimenti degli altri, aduse come sono a utilizzarli per raggiungere i loro squallidi scopi.
Quando hai a che fare con personaggi del genere, non ti resta che una strada: allontanarti in silenzio. Per non tornare mai più sui tuoi passi.


mercoledì 25 giugno 2014

Onestà mentale e capitalizzazione dell'errore

Non finirò mai di stupirmene.
Ci sono persone in grado d’insistere per un’intera vita a compiere gli stessi errori. Perseverano sempre con le stesse modalità, senza mai mettersi in discussione, causando infiniti problemi a se stessi e agli altri .
Nemmeno davanti alle conseguenze provate del loro comportamento si spostano di un millimetro, rivalutando il proprio operato.
Negare, negare, negare sempre: negare l’errore, sottrarsi alla responsabilità di averlo commesso, cercare un colpevole cui ascriverla e per le conseguenze c’è sempre pronta la sfiga a giustificare tutto.
Assurdo.
Assurdo perché nella maggior parte dei casi sarebbe sufficiente un esame anche sommario dei fatti per individuare lo sbaglio commesso, stabilirne le conseguenze e risolvere tutto. O quantomeno attenuarne gli effetti negativi, facendo tesoro dell’esperienza. Ottima lezione per il futuro, garanzia certa di non ricascarci.
Capitalizzare l’errore lo rende utile, negarlo lo trasforma in una tragedia.
Nessuna persona intelligente si accanirà mai sui chi sbaglia: succede a tutti. E chi si autopromuove a giudice permettendosi di emettere sentenze arbitrarie farebbe meglio a evaporare. Non va nemmeno preso in considerazione.
Sono la superbia e l’ostinazione ad essere intollerabili. E’ l’arroganza ad allontanare gli altri. La prepotenza a creare il deserto attorno a chi la esercita.
Interrogare la propria coscienza sarebbe un utile esercizio. Doveroso, aggiungerei.
Utile a mantenere sempre limpidi i nostri intenti, integerrime le nostre azioni, oneste le nostre motivazioni. Un’ottima base per potersi guardare allo specchio al mattino senza provare un moto di disgusto e per poter guardare dritto negli occhi anche il prossimo.
Lavarsi la coscienza è pratica disdicevole e foriera di guai. Guai grossi.
Anche perché quando si comincia a raccontare bugie a se stessi la fine non cambia mai: una marea di balle raccontate agli altri, con la creazione di rapporti fondati sul nulla, destinati ad afflosciarsi come un castello di carte alla prima folata di vento.
I sotterfugi, le mezze verità, le omissioni dolose e le bugie conclamate sono materiale corrosivo: non c’è rapporto affettivo in grado di sopportarlo. E non c’è circostanza tale da giustificare l’utilizzo di mezzi tanto squallidi. 
La manipolazione, poi, non può funzionare per sempre: ad un certo punto chiunque apre gli occhi. Nessuno sopporta la strumentalizzazione dei propri sentimenti; è una violazione troppo profonda.
Se vogliamo costruire (o ricostruire) rapporti veri, dobbiamo essere onesti. Innanzi tutto con noi stessi e poi con gli altri. Diversamente, inutile lamentarsi della propria solitudine: l'affetto altrui va meritato, non preteso.  



lunedì 23 giugno 2014

Lacrime di tristezza, lacrime di commozione

Una persona tanto amata, ormai molto, molto malata, che si addormenta per sempre. Lasciando dietro di sé il ricordo struggente di una donna capace di amare davvero.
Una mamma e una nonna tenerissima, una moglie sempre innamorata e una zia deliziosa.  
Affettuosa, dolce, amorevole zia Lidia, è così difficile credere che non rivedremo mai più il tuo stupendo sorriso… Dormi tranquilla, zia. Sei in pace, ora.

Poi la Miss che torna dall’esame e mi manda un messaggio chiedendo di aspettarla…
“Mi devi parlare?”
“No. E’ solo che voglio la mimmy a casa quando torno!”
Vent’anni tra un mese. Eppure la mamma è sempre la mamma. E alla mamma s’inumidisce il ciglio, nel cogliere ancora qualche traccia della sua bimba, nella giovane donna ora gettatasi a capofitto a preparare la sua ultima prova d’esame.

E infine un’amica che mi scrive, raccontandomi di una bellissima sorpresa preparata per lei dal marito.
Tanto bella da farmi commuovere a distanza. Grazie a M. per avermi regalato una ragione per sorridere di gioia, in un giorno tanto triste. 
Bello. Bello scoprire che la razza non si è estinta. La razza di questi uomini qui, uomini capaci ancora di sorprenderti dopo trent’anni trascorsi assieme. Uomini tanto intelligenti da non darti per scontata, ma da impegnarsi per farti sentire sempre una regina. L’unica e sola regina, per loro. Bravo, L.! 







giovedì 19 giugno 2014

Va, va...

Tema svolto, a quanto sembra senza eccessivi patemi. Oggi versione di greco, della quale ho notizie tramite il web, mentre dalla maturanda ancora nessun cenno.
Quanto all'orale, sarà la prima della sua classe...
Mpc pedala, nuota, sfaccenda, cammina. Tutto, pur di non pensare.
Poi scorda il lievito nel pane, dimentica di azionare la lavapiatti, viene colta da  amnesia al super e non si cobentra manco nella lettura.
Giusto perché siamo calme e moooolto britsh.
To be continued...

mercoledì 18 giugno 2014

Prima prova

La Miss è sotto esame.
Una condizione simile all’alcol, per le femmine: la reggono meno bene dei maschi.
Questione di fisiologia, nel caso dell’alcol, di psicologia, nel caso degli esami.
Fatto sta che stamattina, quando sono andata a darle il buongiorno, ho rimediato un mezzo ruggito. L’ho osservata consumare la sua frugale colazione celandosi sotto la frangia, con l’aria fosca di chi non vuole essere nemmeno guardato. Men che meno interpellato.
L’unico che ha avuto l’ardire di avvicinarla è stato l’ignaro micio bigio, che è stato comunque cortesemente allontanato. Non erano ammessi né bipedi né quadrupedi, stamattina, nel perimetro di pertinenza della signorina.
Poi l’ho sentita uscire quasi di soppiatto, senza salutarmi, chiudendosi alle spalle il portone d’ingresso con un tonfo definitivo.
L’inviato di guerra – Jurassico – il quale l’ha seguita sulla soglia, riferisce di essere riuscito a darle un rapidissimo bacio.
E adesso me la immagino lì, con la testa china sul foglio, a rovistare nelle testa per mettere assieme qualcosa di valido: manco a dirlo, cuore di mamma soffre per lei.
La prima ora è sempre la peggiore. Dopo, qualcosa combini. Ma all’inizio ti sembra che la tua mente sia più bianca del foglio che ti minaccia, appoggiato con aria fintamente innocua sul banco. Poco importa se l’esperienza ti dice che, superato l’impasse iniziale, le parole inizieranno a scriversi da sole, le frasi a prendere forma, le idee a zampillare e i concetti a coordinarsi, allacciandosi gli uni agli altri, sino a formare una creatura di buona sostanza e discreta leggibilità.
All’inizio è un distillato di paura.
Chissà che stasera arrivi presto, va’…
E in bocca al lupo a tutti i maturandi d’Italia!


martedì 17 giugno 2014

Sei in forma smagliante!

Spero significhi serenità su tutti i fronti.
Così mi scrive un’amica, commentando uno dei miei post. Ebbene, lo confesso, non è così.
In realtà, non è affatto un buon periodo: una figlia sotto esame, l’altro costretto a ritardare un esame. Accidenti. Il gaglioffo che inciampa sul nulla, sciupando la gioia di un recupero completo su tutti gli altri fronti; Jurassico che mi fa ammattire, le vacanze tanto sognate destinate a sfumare.
Gli amici, poi, di questi tempi mi fanno tanto preoccupare. Non ce n’è uno che non abbia qualche serio problema, chi di salute, chi di cuore, chi di portafogli. E molti di loro li combinano in varia maniera, finendo completamente a terra.
Empatica come sono, questo mi fa stare male sul serio: con alcuni parlo, perché hanno il cuore pesante e necessitano di qualcuno disposto ad ascoltarli senza giudicarli, a esprimere un parere senza pronunciare condanne, a non far mancare il sostegno senza tacere sugli eventuali errori (rimediabili). 
C’è chi scappa, anche da me, perché ancora non è pronto ad affrontare i suoi fantasmi ed esorcizzarli. Ammettere un problema, guardare in faccia la realtà, scrutare in fondo al nostro cuore è un passo difficile, molto doloroso, con conseguenze pesanti e inevitabili. Ma è l’unico modo per sperare di risolverlo, invece di esserne inghiottiti.
Capisco le difficoltà di chi si comporta così, e soffro a discreta distanza. 
Così come rispetto le distanze con chi ha bisogno di solitudine per ritrovare se stesso dopo un lutto. Di qualsiasi genere esso sia. 
C’è chi ha scelto da sempre la politica dello struzzo, costruendo giorno per giorno la propria infelicità. Non è bello per chi gli è affezionato vederli ridursi così. Non è bello vedere qualcuno ottenere una buona chance e gettarla per presunzione, egoismo o pigrizia. O tutte le cose assieme, il che capita spesso.
C’è poi chi si è comportato talmente male con me da non riuscire proprio a perdonarmelo.
Vedere queste persone (alle quali magari voglio bene) intossicarsi col livore e affogare nell’autocommiserazione mi dispiace sul serio. Anche e soprattutto se so che loro, viceversa, qualora mi vedessero piegata dagli eventi proverebbero un’intensa soddisfazione. Essendo già successo in passato, non si tratta di mere ipotesi: eppure, non riesco a fare a meno di domandarmi con dispiacere come si fa ad avvelenarsi la vita così.
Insomma, come vedete ne ho per tutti i gusti.
Eppure…
Eppure scrivo. Sì, mi è tornata la voglia di scrivere, ho ritrovato il sorriso, mi si è riacceso quel fuoco interiore capace di darmi la propulsione per affrontare con positività tutti i guai nei quali m’imbatto.
Tutto merito di Massimo.
Già, di mio fratello: uno non se lo immagina quanto ciò che succede a lui possa influenzare il mio umore. Un giorno - ormai non più così lontano - sarò io a dovermene occupare. Cosa che mi fu chiarita sin dai primi anni della mia esistenza. Sono cresciuta con una responsabilità alla quale ero talmente avvezza che quando, a diciannove anni, mi trovai davvero con il futuro della mia famiglia sulle spalle non rallentai il passo. Senza la minima esitazione, mi attrezzai mentalmente, andando oltre il mio dolore (seppellire il papà a quell'età non è normale e, francamente, nemmeno accettabile) e portando la mia prima barca fuori dalla tempesta. 
Ne sono seguite altre, tutte belle incasinate in mezzo agli scogli, sino ad arrivare all'attuale porto. Un porto solo in apparenza tranquillo: che ne sarà di noi quando il futuro inizierà? mi domandavo. Come gestiremo Massimo, io e chi mi sta vicino, quando la sua mamma non ce la farà più a occuparsene, per l'età o per ragioni più definitive? 
Questo, più il fatto che lo vedevo sempre più cupo, nervoso, insoddisfatto e infelice, mi ammazzava. Ogni mio tentativo di intervento si scontrava contro un muro di gomma, com'è sempre successo, del resto. Ciò mi faceva sentire impotente: una specie di kriptonite, capace di ridurre a un cencio anche superMpc.
In certe situazioni l'immobilismo rassicura: ogni cambiamento è percepito come pericoloso. Chi ti dimostra la sua necessità è un nemico che viene a scuotere le tue certezze, un nemico che va fermato ad ogni costo. 
Poiché le guerre non sarebbero servite a nessuno, sono rimasta in panchina per trent'anni: la mia funzione è stata quasi soltanto finanziaria, sino ad oggi. Oggi, che il futuro è cominciato. 
E proprio ora Max è cambiato: è maturato e il nido gli sta sempre più stretto. E' arrivato il momento per l'esperta di volo: so di che ali ha bisogno e come regalargliele. Non appena gli ho offerto la possibilità di provarci, è stato entusiasta di accettare. La trovata della collaborazione reciproca è stata vincente: dopo sei mesi mio fratello sa ciò che desidera, si dà da fare per ottenerlo e se lo gode con la soddisfazione di esserselo meritato. 
Ora che lo vedo finalmente sereno e sento di aver posto buone basi per un futuro sicuro per lui e anche per noi,  posso rilassarmi ed essere me stessa. Il che passa, tra le altre cose, anche per la tastiera.


lunedì 16 giugno 2014

Curare i riottosi

Sembra facile, ma non lo è.
Convincere chi ha un sintomo sospetto a trovare il tempo per una visita medica: tutto gli possiamo fare, ma portare i loro pezzi da aggiustare in ambulatorio al posto loro, mentre il proprietario va al lavoro, questo no.
Indurre chi ne ha bisogno a prendere le sue medicine: tutti, ma proprio tutti, affermano di essere il miglior medico di se stessi. Sarà per quello che una percentuale impressionante di malattie sono causate dai farmaci? Nulla causa tanti guai quanto somministrazioni mancate, inopinate o a dosi sbagliate. Pratiche autolesionistiche più diffuse di quanto si creda e soprattutto attuate anche dagli insospettabili: ho beccato mia madre, dopo più di un ventennio trascorso nel retro di una farmacia, ascoltando i refrain propinati a centinaia di pazienti circa la corretta assunzione delle terapia, prendere una delle pillole di sua cognata. Così, a casaccio: aveva un rialzo pressorio, ha tentato con il fai da te.
Da anni spiego a mia suocera che i suoi peggiori nemici sono i cali di pressione. Nulla. Resta terrorizzata dall’ipetensione: l’unico modo per impedirle di automministrarsi diuretici a gogò è stato sottrarglieli. Mio marito ogni tanto deve fare un blitz e sequestrare ai suoi genitori scatole su scatole di farmaci proibiti (per loro).
La sottoscritta, purtroppo, non può però fare altrettanto con lui: data la sua posizione professionale, ha libero accesso a qualsiasi veleno desideri assaggiare. E naturalmente abusa di tale suo potere. A proprio danno: confermando l’antico detto circa il medico che cura se stesso.
Poi devo calmare gli ipocondriaci, convincendoli che non ha senso circolare con la maglietta di lana in agosto perché se si alza un filo di vento… 
Se sudi come una grondaia in qualsiasi stagione, prova a non vestirti come un palombaro prima di uscire. 
E se prendo freddo? Prendi freddo se ti si gela il sudore addosso, mannaggia!
Il caldo è nemico degli anziani: perché guidare per le vie della città con il berretto calcato in testa, i finestrini del catorcio (senza clima, ça va sans dire…) sigillati e trentasette gradi all’ombra? Hai deciso di aver vissuto troppo a lungo?
A noi mamme spetta anche far presente a chi di dovere che l’abito non si sceglie sulla base della data sul calendario ma sul tempo che fa fuori. 
Le nostre restano parole al vento (turbinoso, spesso), se poi si vedono folle di giovani senza giacca – è aprile, che diamine! – con un tempo da lupi da sembrare ottobre inoltrato.
Per non parlare dell’ombrello: quello non è macho. Molto più maschio invictus farsi una doccia a cielo aperto, arrivando dilavato e semisurgelato. 
L’ottimismo vola! 
Come germi e batteri, del resto. Diamo una chance a ogni forma di vita… Ospitiamo un bacillo. Diamo una casa a un anaerobio, permettiamo a un virus la giusta replicazione, che diamine. E’ natura anche questa…
E poi c’è l’ultimo grado di parentela, il peggiore. Il coniugio.
Lì c’è da perdere la testa, e non per amore purtroppo. Per disperazione.
L’ammettere i limiti imposti dall’età che avanza è un ignobile cedimento a sentimenti antispartani: molto meglio rischiare la pelle continuando a comportarsi come quarant’anni fa. Quando un uomo ti vuole convincere della legittimità delle sue folli azioni, dimostra una fantasia nel mentire, una pervicacia nel sostenere le sue assurde ragioni e una spudoratezza nel negare l’evidenza da farti preoccupare. Se decidesse, invece di rischiare la pelle in bici o sul campo da tennis, di farlo mettendo le corna a te sarebbe un vero artista. Lo inchioderesti lo stesso – così come lo inchiodi sulla sella o con le mani nella sacca delle racchette – ma saresti costretta a mettere in gioco tutta la tua astuzia.
La spudoratezza di Jurassico arriva al punto da fargli recitare la parte del pater familias spossato dal lavoro e desideroso di pace e tranquillità. E questo solo perché tu, cretina, gli stai consigliando una terapia in acqua che non gli va di intraprendere.
“Insomma! E’ tutto il giorno che mi ammazzo in quell’ospedale!!! Mi vuoi lasciare in pace?”
Non mi dice “donna, torna in cucina” solo perché già siamo lì.
“No. Non ti lascio in pace. No perché se non fai qualcosa di serio in ospedale ci finisci sì, ma come paziente. E io, sappilo, non ti farò da badante!”
Segue broncio di due giorni e capitolazione dopo tre. Tre come le sedute dopo le quali il nostro torna a sentirsi un leone e mi manda ai matti intraprendendo imprese quotidiane controindicate, saltando i pasti e diventando erbivoro.
Perché, dico io, è così difficile mettere un po’ di sale in zucca alla gente, quando si tratta di salute? Perché curarsi a dovere deve essere come le tasse? Un dovere, certo. Un dovere per gli altri, non per me.
Non ne posso più. Io mi dimetto anche da farmacista domestica. Fuggo, mi do alla macchia, faccio perdere le mie tracce e torno tra sei mesi. Secondo me, per allora i miei problemi peggiori si saranno tutti estinti. Per autodistruzione. 

domenica 15 giugno 2014

Dal parrucchiere

Non resistono. Nessuno di loro. Non ce la possono fare. La nostra testa, quando esce dal loro salone, deve essere la riproduzione esatta di quella delle modelle scolpite con tagli ultimo grido. Peccato che le nostre facce, al di sotto di quelle testoline impeccabili, viceversa pecchino. Molto, nel mio caso.
Gli scellerati hair-stylist  concedono qualche eccezione solo alle nonnette, quelle tradizionali, con i capelli azzurri e i salsicciotti di permanente. A tutte le altre clienti, gl’infami devono fare il lavaggio del cervello, oltre a quello dei capelli.
Eccoci dunque circolare tutte rosse, tutte biondo paglia, tutte con le meches multicolor (ve lo ricordate quando ci facevano i colpi di luce che sembravano pennellate di un madonnaro? che avevamo la testa somigliante a un posteriore di gallina?) per poi pittarci a banda larga, a riga stretta, a fascione trasverso e, più di recente, con la ricrescita. Tutte ‘ste ragazzine con i capelli bicolor come il pennello di tasso con cui si faceva la barba il mio papà. Procioni, mi sembrano.
Che poi se una moda impazza, impazza: ecco dunque femmine dal tono olivastro, con ombre sospette sotto il naso e l’occhio nero pece esibire una chioma platinata stile Marilyn. Che con il sopracciglione nero e folto alla Cucinotta sono credibili quanto lo sarei io con la zazzera corvina.
Oltre a tutto, tagli, pieghe e colori diventano virali: tutte lisce, tutte superfrangiate, tutte bionde a metà. L’esercito dei cloni.
Sconsolanti poi i tentativi hand-made: lo shatush fatto in casa ha l’aria di un incidente. Le sventurate pare abbiano immerso le ultime propaggini delle chiome in un secchio di acqua ossigenata.
Ma si rendono conto di che responsabilità hanno, i nostri amici mani di forbice? Non si sentono colpevoli di innescare queste reazioni a catena con conseguenze inguardabili?
Mah. Forse perché tosare è il loro mestiere, ci vogliono tutte pecore.
Attualmente, come si diceva, va il frangione. Enorme, invadente, cala sugli occhi peggio di una benda. A me le punte dei capelli scalzano le lenti a contatto, per cui le mie difficoltà di visione non dipendono solo dalla cortina capelluta che la ostacola. Questa moda mi rende impossibile sfruttare anche le opzioni offerte dall’ottica di ultima generazione.
Ieri mattina, osservando con occhio critico lo champignon che mi era cresciuto sulla testa, di un biondo abbacinante per via del troppo sole preso in bici, mi sono resa conto che l’effetto berretto era compiuto.
Nonostante il caldo, ho avuto un brivido e in un impeto di energia ho deciso di ribellarmi.
Ho riesumato una foto d’antan, nella quale in effetti avevo le meches mimetiche, però il taglio era scalato proprio come piace a me. E poi calava verso il basso, un po’ come una cornice: ragazzi, ho il mascellone da germanica. Non posso sopraelevare le mie ciocche: piuttosto farle calare, scendere, celare. Devono sfilare i contorni del viso, sennò sembro Frau Angela.
Armata della mia antica effige, ho chiesto di riprodurre esattamente quel look, frangetta lateralizzata inclusa. Non m’importa nulla se sembro vintage. Lo sono, e – soprattutto –  a me piace così.
Devo dire che la mia parrucchiera ha compreso il mio dramma e afferrato il concetto, oltre alle forbici. Ha sfoltito il fungo, cambiato orientamento alle ciocche, spento il lamè che mi si era acceso in testa. Anche questo ha contribuito a rilassarmi: l’aureola non mi si addice. E’ come il nero corvino: non convince su di me. Nemmeno un po’.  

venerdì 13 giugno 2014

Accumulatori seriali

Chi è immune da questa patologia scagli la prima pietra.
La sottoscritta meglio se la tagli addirittura, la mano. Nel mio guardaroba,  sotto una fallace apparenza ordinata, si nascondono dei veri orrori. Possiedo alcuni sacchetti di collant tra i quali si cela quello con il quale mi sono sposata. Nel lontano ‘95. Il motivo per il quale io non getti via un paio di residuati bellici color gesso, che non rimetterò nemmeno a novant’anni, rimane un mistero anche per me. No, non li considero un ricordo: non guardo mai nemmeno il vestito con il quale mi sono sposata. E quello è un ricordo (bello) davvero.
La tesaurizzazione insensata si estende a quasi tutti i capi di abbigliamento: una congerie di stracci da due soldi, acquistati al mercato o nelle grandi catene low cost, nati per essere vissuti una sola stagione e poi buttati. Ebbene, con me vivono tre vite: quella addosso a me (un tre anni circa. Li archivio solo quando sono talmente fuori moda che non li portano più nemmeno le badanti). Segue il periodo di sopravvivenza come “vestiti da casa”, il che vi dà la misura di quanto stracciona io possa apparire a vettori e postini, quando vengono a suonare alla mia porta. Roba da vergognarsi… Ma io sono senza vergogna. Lo ammetto.
Difatti, una volta esaurita anche questa fase, si passa a quella di “abito da camper”. E poi mi sorprendo che mi prendano per una Rom, quando scendo dal nostro Laika.
Gli abiti “buoni”, quelli acquistati in vista di qualche occasione importante, rimangono nella mia vita per ere geologiche. Essendo modelli classici, riciclabili senza difficoltà grazie ad astuti abbinamenti con accessori differenti, non me la sento proprio di eliminarli. Nemmeno quando aumento di peso e non mi vanno più su del ginocchio: nulla, non mi arrendo nemmeno lì. Piuttosto mi metto a dieta, aumento la già abbondante attività fisica cui mi sottopongo, nel tentativo di rientrare nelle mie antiche misure. E tante volte ci riesco, il che mi incentiva a perseverare in un atteggiamento palesemente insensato.
Onde evitare di morire sepolta da ruderi tessili, ho escogitato un modo quasi indolore per liberarmi del vecchiume: a fine stagione, raccolgo tutto ciò che non ho indossato per tre anni di seguito. Lo riunisco in un contenitore, posteggiandolo nella zona “fuori stagione”.
Quando cambia la stagione, prima rimetto in attività tutto il resto: sempre mezzi stracci, ma almeno mettibili… Mi compro quelle due o tre cose nuove indispensabili per poter dare almeno il giro alle lavatrici e così l’armadio è a posto. Poi metto mano al cartone degli orrori. Senza aprirlo: tanto lo so cosa contiene. E ho avuto il tempo di smaltire la decisione di disfarmi di quel ciarpame senza sensi di colpa.  Lo porto direttamente al contenitore della Caritas e lì lo svuoto. Sperimentando, tra l’altro, un senso di liberazione e leggerezza: chissà perché devo fare tanta fatica per arrivarci? Boh!
Per mia fortuna, questa tendenza all’accumulo la esprimo solo nell’ambito appena descritto: per il resto, sono una tattica dell’archiviazione, dello smaltimento veloce di posta, pattume riciclabile, materiale inutilizzabile. Difficile che troviate mucchi di arretrati, tra le mie cose. Persino il bucato da lavare, lo faccio fuori alla velocità del fulmine. Presto e bene è il mio motto: anche perché se dovessi vivere all’inseguimento delle scadenze sarei davvero morta. Troppo da fare e da pensare per Mpc, a Casa per Caso.
I miei familiari maschi, viceversa, oltre alla tesaurizzazione, hanno il vizio del disordine. Capaci di sottoporsi a estenuanti sessioni di allenamento fisico per mantenere (o riacquistare) la forma fisica, hanno il fondoschiena pesante quando si tratta di alzarsi per andare a gettare nell’apposito contenitore il quotidiano appena letto. Molto meglio appoggiarlo sul primo piano a portata di braccio. Ecco così che trovo giornali risalenti ad anni prima, mescolati a lavori scientifici, riviste di camper e informatica, pile di carte mischiate senza alcun costrutto installate su ogni seggiola nello studio del marito. Il quale sostiene che nel suo disordine trova tutto. Il che non spiega come mai stia sempre a chiedere a me dove ho nascosto oggetti e documenti di cui ignoro persino l’esistenza.
Sulle catastrofiche conseguenze dell’accumulite nelle camere dei miei rampolli già vi ho raccontato in passato.
Mi resta da spiegarvi come io tenga sotto controllo la marea montante di casino che questi mi creerebbero in casa, se io non fossi un ufficiale della Gestapo.
I tre sono strettamente confinati in un loro spazio predefinito: uno spazio polveroso, incasinato e persino maleodorante, talvolta. Le occasioni nelle quali mi presento armata di materiale per pulire e li informo che, o puliscono un po’, o ci penso io. E se ci penso io poi dopo non trovano più nulla sul serio.
Sono costretta a una sorveglianza occhiuta e severissima: al primo accenno di sconfinamento, passo all’eliminazione fisica dell’oggetto incriminato. Con minaccia di far fare la stessa fine al suo proprietario.  Non appena allento l’attenzione, quelli mi riducono l’angolo della casa che mi è sfuggito a una discarica. Il garage, dotato (da me) di scaffali, contenitori e finanche di un tavolo da lavoro, imitava alla perfezione una città bombardata. Per arrivare ai detersivi ero costretta a scavalcare mucchi di macerie, rischiando ogni volta una distorsione alle caviglie. Un giorno sono stata presa da un accesso di furore sacro e ci ho lavorato cinque ore. Solo con i cavi elettrici accumulati negli anni ho riempito un cartone di un metro per sessanta: l’ho etichettato “cavi dei pazzi” ed ora sta lì, da anni, sigillato a prender polvere. Tanto per dire l’utilità dei tesori che tanto difendono dal mio desiderio di eliminazione.
L’unico modo di guarire per l’informatico è stato andare a vivere in un miniappartamento. Essendo che suo padre non lo posso scacciare di casa, mi sa che i manuali d’informatica anni Ottanta faranno parte della mia esistenza fino a che morte non ci separi.

Anche queste sono le gioie del matrimonio. E a queste non c’è rimedio, purtroppo. 

giovedì 12 giugno 2014

La sindrome della massaia perfetta...

… è una malattia potenzialmente mortale.
Combattiamola insieme!
Ora, ragazze, non facciamoci del male da sole: che a farcene tanto già ci pensano gli altri.
Stirare, in questo periodo dell’anno, è un tentato suicidio: il vapore rovente ti fa grondare sudore, ti spedisce la pressione sotto i tacchi, oltre a ridurti i  capelli a una paglietta per raschiare le pentole.
Perché farlo, dico io?
Stendete magliette, canotte e T-shirt sulle grucce: poi ripiegatele con cura e cacciatele nei cassetti. Nessuno protesterà, fidatevi.
Lenzuola, asciugamani, strofinacci: siamo scientifiche, please. Quanti secondi ci mettono a stropicciarsi appena messi in uso? Tre, cinque, forse sette? Merita dunque che stiate lì a lisciarle per un quarto d’ora, consumando corrente e fatica?
Non mi dite che spianate solo il risvolto, perché è quello che si vede. Chi lo vede, per piacere? Il gatto quando riesce a sfuggire alla vostra attenzione e s’infila clandestinamente nell’armadio?
Perché appena ci si infila nel letto, si ciancica pure il risvolto. O no?
Evitate fatiche inutili, grazie.
Dovrebbe essere una regola del codice civile, come la proibizione di abbandonarsi a schiamazzi notturni e di fumare nei locali pubblici.
Personalmente, stiro solo le camicie: qualcuno mi ha parlato di camicie non stiro, di recente. Devo trovare il modo di procurarmele…
Tende: lavatele pure (quando serve sul serio. Non con la frequenza suggerita da zia Enrichetta, vissuta sepolta in casa gli ultimi trent’anni della sua vita e ritrovata mummificata, abbracciata alla sua lavatrice) e stendetele bagnate. Si spianano da sole.
Tovaglie e tovaglioli: evitate il più possibile. Da prendere in seria considerazione le cerate per la cucina (un colpo di spugna cancella anche i peccati più gravi, come sugo e vino). Se vi sentite troppo classiche per questa soluzione spartana, consiglio le tovaglie non stiro: fingono benissimo di essere stoffa e si puliscono in un attimo. I tovaglioli di carta sono stati ormai sdoganati: avete amici a mangiare da voi? Siate informali. Comprate tovaglioli di carta in tinta con la tovaglia e gettateli a fine cena.
Tanto ormai le tovaglie di fiandra non se le fila più nessuno… E soprattutto nessuno si offende se scegliete un low profile. Agli ospiti interessa la compagnia e quello che gli mettete nel piatto. I formalismi lasciateli agli ambienti formali.
Finestre: a volte i vetri lasciano un po’ a desiderare. E’ vero. Quando la luce ci batte sopra in quel modo lì (c’è un punto di incidenza dei raggi solari in corrispondenza del quale le lastre appaiono sempre luride. Anche se sono state passate tre ore prima) veniamo colte da un abissale senso di colpa e ci sentiamo trascinate da una forza irresistibile verso l’armadietto del Superbrillix.
Resistiamo, amiche mie. Resistiamo.
Le tende secondo me le hanno inventate proprio per questo: una le tira e i vetri, puff!, spariscono. Ricordate: occhio non vede, cuore non duole. E’ per questo che, non appena arrivo a casa, mi tolgo le lenti a contatto. La visione flou garantitami da questo gesto mi evita di notare ogni singolo granello di polvere, ogni ditata sugli armadietti della cucina, ogni pelucco infiltrato sotto le madie.
Siete delle linci? Dodici decimi di vista?
Abbassate le luci. Si notano meno anche le rughe, casomai incappaste in uno specchio.
Piatti: non li lavate a mano. Nemmeno se siete single e vivete sole: la lavastoviglie, oltre a lavarle le stoviglie, le contiene. Ficcateci dentro tutto quello che usate: una volta piena, azionatela. Avrete sempre in ordine sia la cucina che le mani. Consumando meno acqua, tra l’altro: sapete che lavare i piatti a mano causa uno spreco d’acqua molto superiore?
Sarete meno scocciate ed ecologicamente corrette. Vi pare poco?
Stesso atteggiamento nei confronti di ogni diavoleria inventata per risparmiarci fatica: robot da cucina, frullini elettrici, macchine per impastare e cucinare al posto nostro. In fretta e bene.
Ve lo ha ordinato il medico di far tutto a mano?
Io ne ho sposato uno, e mi pare felicissimo quando mollo tutto e lo seguo dovunque mi chieda di andare. Ne desumo sia un comportamento salutare.
Quando la gente entra nelle mie cucine (sì, plurale: ne ho due. Una per colazione e merende, l’altra per pranzo e cena. Con quattro figli e un lavoro a tempo pieno è stata una soluzione ideale per non essere sempre affannata a correr dietro alle stoviglie da riporre…), quando ho visite, dicevo, tutti che si sorprendono per la quantità di elettrodomestici e ammennicoli di ogni genere che possiedo. Le stesse persone restano a bocca aperta quando vedono che dò da mangiare a dodici persone pasti di sei portate, col sorriso sulle labbra e senza apparente fatica.
Ecco, da una cosa nasce l’altra: facciamoci aiutare, gente. Da tutto e da tutti.
Abituiamo i nostri cari fanciulli a una sana collaborazione, appena iniziano a camminare: amore, metti il giocattolo nella sua scatolina… Quando saranno grandi si sapranno arrangiare e noi non saremo costrette ad adattare i nostri orari ai loro, per esser sempre sul pezzo a servirgli il pasto e rigovernare la cucina.
Già dal viaggio di nozze, evitiamo di recitare la parte della mogliettina senza macchia (di frutta) e senza paura (della polvere): la perfezione non esiste. E se esistesse, annoierebbe: siamo felicemente imperfette e anteponiamo lo stare assieme ai nostri mariti alle faccende di casa. Quelle aspettano. I mariti, non sempre. La vita, mai.


venerdì 6 giugno 2014

Ma la gente ha problemi?

La Miss sta camminando spedita lungo una delle vie della nostra città, quando si leva improvvisa una voce: “Ma allora le sirene esistono veramente!”
La ragazza alza gli occhi, trovandosi di fronte un tipo mai visto, sulla trentina circa.
Scuotendo la testa, manco gli dà risposta e lo scansa. Visibilmente seccata.
Non pago del commento in quadrifonia stereo, il bellimbusto continua: “Esci a cena con me?”
“Ma se ne vada, per piacere!” esclama la Miss, accelerando il passo.
E questo a inseguirla, insistendo: “Ma neppure una pizza? Un caffè…?”
Finalmente molla la presa, lasciandola in pace. Per essere subito rimpiazzato da un gruppetto di coetanei della fanciulla (e meno male che come fascia d’età stavolta ci siamo…) che le piantano gli occhi addosso sospirando: “Mamma che bella…”
La bella in oggetto rientra a casa con un diavolo per capello (diavoli in ordine, almeno: stava tornando dal parrucchiere) esclamando: “Io me ne vado in giro con un sacchetto in testa! Ma ‘sta gente ha problemi? Si può scocciare così una persona che va per i fatti suoi?!”
La domanda non è oziosa. Un po’ di contegno, no? Mettersi dei limiti, anche se passa una bella figliola? Non è mica una preda da acchiappare! E certa gente poi, che a trent’anni si comporta come ne avesse dodici, ma per favore…
Ha ragione la Miss a risentirsi.
Così come fanno bene i suoi fratelli a scocciarsi, quando le ragazze gli piazzano le mani sul fondoschiena: che se le mandi via sei gay, quindi devi far buon viso a cattivo gioco. Pure quando il gioco è cattivo sul serio, ovvero ad allungare le mani è una che viceversa tu non toccheresti nemmeno con un rampino.
Un po’ di rispetto per gli altri sarebbe opportuno. Anche quando ne si apprezzano le grazie: non è detto che le avances siano sempre accolte come un complimento. Ci sono comportamenti che si qualificano come molestie, a chiunque siano rivolti. Sarebbe il caso di cominciare a dirlo. 

giovedì 5 giugno 2014

Il mio aiutante è rientrato alla base

Dopo dieci giorni di assenza, mio fratello è tornato alla nostra consueta routine, ritemprato e rilassato dalla breve vacanza. Durante il nostro rituale caffè mi ha raccontato un po’ di cose, chiedendo poi con un sorriso se mi fosse mancato: “E allora? Il tuo braccio destro ti è mancato? Anzi… visto che sei mancina, diciamo il tuo braccio destro e pure sinistro!”
“Sì, in effetti mi sono accorta della tua assenza. Però mi sono organizzata, non ti preoccupare… Avevi bisogno di un po’ di ferie! Ero contenta a saperti in giro a divertiti.”
“Io non ti ho mai dimenticata, sai?”
“E grazie! Mica ero morta…”
“No, intendo dire che ti ho pensata spesso. Diciamo ogni volta che mi sono trovato incerto sul da farsi.”
“Sì…?”
“Già. Pensavo: che mi direbbe di fare la Vale? Come si comporterebbe lei in una circostanza simile? E capivo cosa dovevo fare. Mi è stato utile, sai?”
Ragazzi, questo pare nulla, lo so. Non è nemmeno un controllo a distanza, come potrebbe apparire: è solo il risultato di tante, brevi e ripetute conversazioni intessute in questi mesi. Dopo anni di assenza (forzata) dal suo orizzonte, ho ricominciato a farne parte. Il fatto di poter stare noi due e basta, come quando eravamo ragazzi, è un’altra condizione felice. Interagire con me gli offre un angolazione diversa dalla quale valutare persone e situazioni, inducendolo a riflettere in modo inedito. Uscito dagli schemi prefissati ai quali si era abituato (e nei quali tendeva a reiterare sempre gli stessi errori), progredisce molto più rapidamente di prima. E tutto questo senza toccare i suoi rapporti consolidati. Anzi: essendo molto più rilassato, vive meglio anche quelli.
Ero molto preoccupata, all’inizio: la paura, in casi come questo, è di interferire con equilibri solidi solo in apparenza, rischiando di romperli e di aumentare i problemi invece di risolverli. A quanto pare, è accaduto l’esatto opposto. L’uomo sta decisamente meglio e mi dà retta quando lo esorto a non drammatizzare ogni piccolezza. L’unico modo per rendersi la vita meno difficile è prenderla con una certa leggerezza: non impermalirsi per le sciocchezze aiuta, non istruire processi al prossimo per ogni minima frase mal scelta  è una politica consigliabile. Starmi vicino credo gli stia insegnando soprattutto questo. Sono molto, molto soddisfatta.  


martedì 3 giugno 2014

Misteri dolorosi e coordinate GPS

Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, dicono.
E hanno ragione: difatti apro il frigo e che ci trovo? Una confezione di gelato semiliquefatto e da buttare. Qualche divoratore clandestino ha consumato gelato e delitto sul posto, cercando di dissimulare ogni traccia del suo passaggio. Peccato che, nella fretta, abbia sbagliato scomparto e si sia fatto beccare dall’Intelligence di Casa per Caso.
Pensando a un gaglioffo in vena di gozzoviglie notturne, mi stizzisco non poco. Ben decisa ad esternare tutta la mia indignazione, gl’invio un sms nel quale gli chiedo se conosca la differenza tra frigo e freezer, se sappia dove si trovano l’uno e l’altro e se abbia problemi di orientamento, dato che li confonde così facilmente.
Polemicamente, gli domando altresì se sia in grado di reperire senza ausilio esterno l’attrezzatura necessaria, in caso di minzione, o se la sottoscritta (in qualità di ditta produttrice) sia obbligata a fornirgli le necessarie coordinate GPS.
Le mie offensive allusioni lo spingono a una risposta tanto pronta quanto piccata: “Non c’entro niente!”
Il messaggino è seguito dopo mezz’ora da una telefonata sdegnata: “E allora? Perché accusi me? Che bisogno avrei mangiare di nascosto?! Mica sono grasso, oppure in dieta! Qui sento odore di papà… Mr. Colesterolo Alto. Quello col fisico scolpito. Il medico, anzi lo stokologo! Quello che cura gli altri e poi s’infila in frigo a fare razzie appena tu ti distrai…”
“Ok, ok, ok. Scusa, hai ragione. Mi rivolgerò a lui per rimostranze e contromisure. A dopo!”
“Tzé. A dopo…”
Altro che i misteri di Casa per Caso. Qui siamo in piena tragicommedia. Di cui passo a narrare l’ultimo atto: il colpevole di furto di prodotti refrigerati e alterazione di scorte alimentari rientra a casa esausto, dopo tredici ore di ospedale. Condizione che già tarpa le ali alla mia ira funesta, perché quando è arato in quel modo lì non ce la faccio proprio a prendermela con lui.
Raccogliendo ciò che resta della mia collera, lo affronto, chiedendogli ragione dell’accaduto.
Mi spalanca due occhi enormi e innocenti, di fronte ai quali non mi commuovo. Rendendosi conto che la popolazione della Stamberga è troppo calata per sperare di poter contare su qualche figlio di scorta sul quale gettare la responsabilità delle sue azioni, il nostro si arrende all’evidenza.
E mi chiede con voce neutra: “Fuori? Davvero l’ho lasciato fuori? Mi sono distratto…”
“Già. Bravo! Complimenti veramente…”
“Vedi tesoro? Io non sono uno che fa le cose di nascosto…”
SMACK, SMACK, SMACK...
“Finiscila, infame! Le fai di nascosto sì! Solo che sei così tordo che ti fai beccare ogni volta…”
SMACK.
“Che c’è di cena? Oggi non ho nemmeno pranzato…”
Eccolo lì. Sempre così mi frega, chiudendo la partita a suo favore: non mi resta che nutrirlo. In modo corretto, stavolta. Almeno finché lo tengo sott’occhio…