giovedì 30 gennaio 2014

Dopo l'uomo col cappello...

… abbiamo la bicicletta con l’ombrello. Definizione questa data da una pensionata ultrasettantenne alla propria utilitaria d’antan.  Peccato che la suddetta utilitaria sia utile soprattutto a far perdere il senno a chi si trova nella sua scia, specie se è di fretta.
Sarà che l’età media si sta alzando, sarà che rinnovano la patente senza obiezioni anche ai novantenni, ma mi capita sempre più spesso di trovarmi davanti al paraurti una di queste disgrazie a quattro ruote. Apparentemente  limitate da un blocco automatico inchiodato sui trenta km orari, le infami procedono a zig zag, aggrappate al volante; se e quando notano nello specchietto retrovisore il muso (incazzato) di chi le segue, non accelerano. Rallentano ulteriormente, spostandosi a destra; solo che per superarle l’infelice dovrebbe violare mezzo codice stradale, oltre a stritolarle con la fiancata per mancanza di spazio. Ipotesi che talvolta la sottoscritta si sorprende ad accarezzare, lo confesso.
Non paghe di creare un corteo funebre alle loro spalle ogni volta che vanno a far la spesa, le cicliste mancate se incappano in una rotonda cadono invariabilmente vittime di paresi. Prima di avventurarsi nel carosello, difatti, le signore in oggetto attendono che la strada sia sgombra: il problema è che le altre immissioni vomitano un incessante flusso di macchine, destinato a scemare solo a notte alta. Roba che ti vien la tentazione di  passarci sopra tipo tank.
Tutto ciò per chiarire quali siano i sentimenti da me sviluppati nei riguardi di una certa tipologia d’auto, prevalentemente guidata da personaggi simili. Tipo mia zia Gilda, per capirci: una donna che guidava ancora, nonostante non riuscisse più nemmeno a camminare senza l’aiuto del bastone. Bastone finito chissà come a bloccare la pedaliera dell’auto, spedita a terminare i suoi giorni contro un muretto di recinzione.
Esperienza traumatizzante, direte voi.
Certo, ma non abbastanza da dissuaderla dal comprarsi un’auto nuova: la vegliarda ha guidato ancora per qualche mese. Solo il ricovero in una struttura protetta l’ha scalzata dal posto di guida. 
Ebbene, ora si pone il problema di che fare dell’utilitaria della zia: venderla è la soluzione migliore.
E qui qualcuno si è permesso di propormi di acquistarla io: un’auto praticamente nuova, val la pena disfarsene, e via ragionando.
I meschini non sanno di aver rischiato una reazione violenta: mi avessero proposto l’acquisto a prezzo di realizzo di una fornitura annuale di pannoloni per incontinenza mi sarei offesa meno.  Mpc alla guida di una micro machine rosso Ferrari?! Piuttosto pedone a vita!



martedì 28 gennaio 2014

Violenza domestica



“Nooooo!!! Lasciami stare!!!! Aiuto, qualcuno mi soccorra... Sono in pericolo!!!!!”
“Vieni qui, coraggio. Questa non è più faccenda procrastinabile. Dobbiamo procedere.”
“Perché, perché, perché? Perché mi devi far del male? Perché mi devi deturpare, donna crudele?”
“Piantala di fare la vittima. Se smetti di agitarti come un’anguilla non si vede perché debba farti male. E poi così non ci rimani, punto. Sembri Shaggy!”

(Per chi mancasse delle necessarie basi di cultura classica per capire il riferimento: personaggio di Scooby Doo. Vedasi al link: http://it.wikipedia.org/wiki/Shaggy_Rogers

“Violenta. Ho una madre violenta e prevaricatrice. Adesso chiamo il Telefono Azzurro!”
“Va bene. Dopo telefoni. Intanto stai fermo e lasciami lavorare!”
Pausa agitata, durante la quale lotto strenuamente contro la scarsa collaboratività di un gaglioffo in tempesta e la resistenza passiva delle sue chiome, ormai ridotte a un ammasso di ciuffi fuori controllo. Tra scimmie e cespugli incolti, pare di farsi largo in una jungla. Resistere alla tentazione di procurarsi un machete è dura, anche perché il titolare della testa (dura) fa quanto in suo potere per rendere il mio compito ancora più complesso.
“Senti, vai dal barbiere. Ti scegli il taglio che preferisci, fai quello che ti pare, se ti va mi torni pure a casa con una cresta da urogallo, ma così non ci rimani. Chiaro?!”
“Mhm.”
“Ebbene? Che vuoi fare?”
“Taglia. Non ho tempo da perdere dal barbiere, io…”
“E io ancora meno da perdere con te. Stai fermo o ti taglio la gola.”
“Col rasoio elettrico….?”
“Li vedi quei coltelli? Sono a tre metri da me. Regolati…”
La chiamano moral suasion. In questo caso funziona: la bestia si quieta e la testa va tosata.
“Ecco, lo vedi? Faccio schifo, sono pelato, sono brutto!”
“Tu sei scemo, non brutto. Stai benissimo. Domani mi dici che ti hanno detto le ballerine.”
In classe del gaglioffo le alunne del coreutico sono grandi estimatrici del suo fascino masculo. Se l’autostima di mio figlio dovesse mai conoscere un calo, quelle ragazze di certo saprebbero come risolvere il problema.

Dodici ore dopo:
“Ebbene? Che ti hanno detto?”
“Che sono bellissimo. Dicono che questo taglio mi dona...”  si pavoneggia l’infingardo, continuando: “Ma non sei orgogliosa di avere un figlio così bello? Non ti chiedi per quale miracolo tu sia riuscita a produrre un tale esempio di perfezione?” continua, provocatorio.
Darsi del bello e quotarmi come vecchia inguardabile è il suo sport preferito. Bastardo dentro. Prima o dopo mi vendico, e gli scavo un’autostrada al centro del cranio. Altro, che taglio tattico!

lunedì 27 gennaio 2014

Gioie della vita di coppia



Qualche volta vorresti avere del tempo per te, un tempo rispettato e non continuamente eroso dalle pretese altrui.
Qualche volta vorresti smettere di metterti nei panni degli altri, e che qualcuno provasse a mettersi nei tuoi.
Qualche volta vorresti poterti distrarre, staccando completamente la spina e facendo qualcosa di rilassante e piacevole, senza pressioni esterne.
Qualche volta sei talmente generosa che - invece di prenotarti una tre giorni in una spa, in santa solitudine -  organizzi una due giorni di relax con l’amato bene. Che già così facendo ti freghi ventiquattro ore, ma cosa sono di fronte all’Ammmore?
Il quale amato bene decide di fare il grizzly proprio quel fine settimana lì.
Da vederlo, il Jurassico in vestaglia, versione terza età avanzata, tazza di the regolamentare, faccia da vittima immolata ancora più regolamentare, che ringhia: “Allora? Che vuoi fare? Dove ti devo portare? Io faccio quello che mi dici!”
L’entusiasmo vola. Un’adesione così spontanea e partecipata ai tuoi progetti da farti vagheggiare un piano di fuga immediato. Destinazione ovunque, purché a un minimo di cento chilometri dall’orso bruno.
Per salvaguardare la stabilità di coppia, in questi casi non è opportuno dileguarsi. Meglio adattarsi alle alternative – squallide – offerte dal plantigrado, riservandosi di migliorare il proprio futuro nel futuro.
Non c’è nulla da fare: se una vuole essere certa di rilassarsi veramente, i progetti li deve fare con se stessa, al massimo con un’amica. Non ci sarà romanticismo, ma il relax sarà garantito. Noi donne possiamo contare su troppo pochi momenti veramente nostri per sprecarli in modo tanto dissennato.
Dimissionaria dal ruolo di parafulmine, la qui presente Mpc prende con se stessa l’impegno di provvedere di conseguenza. E di farlo quanto prima, aggiungerei.




venerdì 24 gennaio 2014

Molto meglio

Ebbene sì, avete ragione: mi sono proprio arrabbiata.
Tanto per chiarire, non ce l’ho con qualcuno in particolare. Mi ha semplicemente stancata il fatto che sempre più gente si ritenga in diritto di tralasciare con me le regole della buona educazione. Ci sono comportamenti che denotano una totale mancanza di rispetto nei confronti dell’altro: e allora non è più una semplice questione di forma.
La forma, in questi casi, diventa sostanza.
Ed è tale sostanza a offendermi.
Il problema è tutto qui: se sei tipo da non raccogliere le provocazioni, da evitare guerre di religione, da cercar sempre di andare incontro alle esigenze degli altri per non creare tensioni, questi personaggi ti prendono per scema.
Bene, non ho più intenzione di recitare questa scomoda parte. Altrimenti ‘sto sciame di formiche rosse che mi pizzica le caviglie finirà con il mandarmi al manicomio.
Non ci vuole molto: appena ti pestano un piede, glielo fai notare. Se si avvicinano di nuovo, chiarisci bene il confine da non superare, a meno di non volersi farsi male loro.
Dovrebbe bastare.
E qui mi fermo: a volte per sentirsi meglio basta prendere una decisione.
Una decisione che ti cambia dentro quanto basta a non sentirti più uno straccio, in balia delle modifiche d’umore di chi ti circonda.
Tranquilli, dunque: non permetterò a questa gente di trasformarmi in un loro clone, intrisa di livore, avvelenata dai sospetti e intossicata dal rancore.
Mi limiterò a non lasciare più che si avvicinino fino a far del male a me o a quelli che amo.
Per poter continuare a sorridere come ho fatto sino a oggi: un po’ più disincantata, forse, ma sempre aperta a tutto il bene che mi può venire dal resto del genere umano.

E passiamo ad argomenti più lieti: le lotte fraterne.
Qui ormai la pace è siglata, anche tra i due avversari di sempre: la Miss e il gaglioffo.
Quei due mal si sopportano dalla notte dei tempi: a parte in camper – dove Matti sosteneva ci fosse più amore, perché lì sua sorella smetteva di odiarlo… – non facevano che stuzzicarsi a vicenda. Pur non litigando come furie, erano ben lontani dall’idillio esistente con i fratelli maggiori.
Forse il fatto di esser rimasti solo loro due sotto il tetto della Stamberga, oppure quello che quando mamma e papà se ne vanno li lasciano soli ad arrangiarsi,  comunque sia tra i due è nato un feeling insperato. Almeno da me.
Nei tre giorni della nostra trasferta in Toscana, la convivenza è stata perfetta.
Quando ho sentito che il gaglioffo ha chiesto a sua sorella se poteva chiamarla “dolcetto” o “zuccherino”, credevo mi stessero prendendo in giro. Invece è tutto vero: si amano sul serio.
Lei ha smesso i panni della teenager egoriferita, diventando una ragazza assai piacevole, riflessiva e – talora – persino comprensiva. Il che per quella streghetta di mia figlia ha quasi il sapore di un miracolo.
Lui ha chiuso con i comportamenti da adolescente tutto cretinismo e brufoli, diventando gentile e protettivo con la sorella; forse il superamento del metro e ottanta di statura gli ha fatto capire di non essere più un ragazzino? O forse è merito della scuola: in effetti, in quel posto gli stanno insegnando il corretto utilizzo di uno strumento potente e dalle possibilità quasi illimitate. Uno strumento da lui sfruttato sino ad oggi solo in minima parte, ed essenzialmente per giocare. I suo cervello.
Come dico sempre, ai figli bisogna dare fiducia: prima o dopo, i semi che hai gettato germogliano. C’è solo da sperare da non essere invecchiati tanto, nell’attesa, da non accorgersene nemmeno più…

mercoledì 22 gennaio 2014

Fine degli sprechi energetici



Mi hanno seccata.
Mi hanno seccata gli egocentrici, i prepotenti, i narcisisti e i pettegoli.
Mi hanno scocciata i malmostosi, gli autocommiseratori inesausti, i demolitori sistematici dell’altrui pace, gli egoisti e gl’invidiosi.
Non ne posso più di gente scontenta di se stessa, di quel che fa e di ciò che ha, che ti viene a fare i conti in tasca e nel cuore e decide che hai troppo. Che sei troppo fortunato e quindi devi pagare.
Sono stufa dei vigliacchi: personaggi che non avrebbero mai il coraggio di affrontarti a viso aperto e preferiscono cercare di demolirti a suon di giudizi sommari, interpretazioni malevole e infami calunnie.
Mi danno la nausea le serpi, gli sciacalli, le faine e i topi di fogna. Con tante scuse ai sunnominati animali, i quali almeno hanno l’attenuante di non possedere un’intelligenza superiore.
Quando stai a ground zero la gente al massimo ti commisera, congratulandosi con se stessa di stare meglio di te. Se hai bisogno di appoggio e conforto, faine, sciacalli e compagni si tengono a debita distanza. Quando nuoti in cattive acque, sono assai pochi quelli che cercano di tirarti a secco: non sia mai che si bagnino i piedi…
Prova un po’ a rialzare la testa. Prova un po’ ad arrampicarti, risalendo la china: denti stretti, sudore, fatica e sangue. Prova a uscire dalla palude, raggiungendo finalmente un’altura. Vedi che bel panorama che ti aspetta…
Ho deciso di smettere di portare pazienza, di capire, comprendere e perdonare.
Le brave persone, quelle che meritano il mio affetto e la mia attenzione (non poche, per fortuna) sono le uniche alle quali d’ora in poi dedicherò quel po’ di energia che mi è rimasta. Per il resto, andrò in modalità di risparmio energetico: non mi limiterò ad infischiarmene altamente delle persone meschine e delle loro azioni, comportandomi comunque in modo generoso.
Da qui in poi la generosità è morta e sepolta.
Non farò più nulla per gli immeritevoli e quando attaccata mi difenderò con tutta l’intelligenza e la forze di cui dispongo.
Che ci provino solo a venire a intralciarmi il passo, se punto a un obiettivo. E’ finito il tempo di scostarsi, cercando di comprendere le oscure ragioni che possono spingere gli altri a comportarsi da perfette carogne: da qui in poi, resto dove sono. E vediamo chi è quello più massiccio, in caso di impatto.

domenica 19 gennaio 2014

Non scrivi più?



Dritta al punto. Sintetica ed efficace, la lettrice che mi interroga nel commento di ieri sera (appena pubblicato, tra l’altro).
Mi sono presa una pausa. Una pausa durata un po’ più del previsto, a dire il vero.
In realtà, di cose da scrivere ne avrei parecchie: forse è proprio questo il problema.
Ci sono cose delle quali in un blog non si può parlare: per discrezione, rispetto della privacy, a volte persino per carità cristiana… E se sono proprio quelle che ti riempiono la vita e ti gonfiano il cuore, diventa difficile anche scrivere. Aggiungetevi che sono stata indaffarata oltre i limiti di guardia, ed ecco spiegata la mia prolungata latitanza.
Comunque sia, rieccomi qui. Spero che sia l’occasione per riprendere le buone abitudini: piace un sacco anche a me avere a che fare con voi, che vi credete? La tastiera mi serve parecchio: ticchettando con voi e per voi, smaltisco tensioni, ridimensiono problemi, riesco a individuare il bello e il buffo in ogni situazione nella quale sono coinvolta…
Meglio che riprenda, va’.
Da dove iniziare?
Dal riassunto delle ultime puntate, per esempio. Festività comprese, per dire.
Avete presente quel periodo in cui la gente si lamenta per il precetto del pranzo natalizio tra parenti serpenti, seguito dai disperati racconti di duelli  all’ultima forchetta con cognate vipere, dei miasmi venefici emanati da suoceri tossici, in salsa augurale con dozzine di   pseudo amici che nella vita reale non vedi da secoli, manco in fotografia?
Rabbrividisco, sentendo i resoconti di queste marce forzate tra ipocrisie e coercizioni: un autentico impegno per il fegato. In senso fisico e figurato, a dirla tutta.
Ebbene, noi no. Nulla di tutto questo.
Come ben sapete, la famiglia ha iniziato il processo di frammentazione: e i due figlioli lontani, ovviamente, dove tornano per Natale? Presso la casa del padre. Dove Mpc, in versione cuoca, offre un selezionato menù, scelto tra i piatti preferiti della figliolanza. Invitati anche i nonni, ovviamente: i capostipiti non vanno dimenticati. Il tutto nella più totale libertà: se qualcuno vuole andarsene a sciare con gli amici, liberissimo di farlo. Qui nessuno si offende. Solo che l’occasione è ghiotta, e non solo sotto il profilo alimentare: rivedere tutti i fratelli assieme è una festa nella festa. E chi è tanto scemo da perdersela?
Bella la vigilia solo noi sei, nel nostro ristorante preferito, con tanto di caminetto acceso:  i ragazzi radiosi, che muoiono dalle risate raccontandosi le ultime che gli son successe; delizioso il pranzo di Natale, in dieci attorno al nostro tavolone, coperto di ogni ben di Dio, in un’atmosfera di amore soffuso, senza inquinamenti fatti di gelosie, rancori e incomprensioni. Sembra che tutto il bene seminato con tanta fatica da Jurassico e da me, per tutti questi anni, abbia dato i suoi frutti tutti in una volta.
I problemi, le preoccupazioni, gli interrogativi angosciosi sul futuro? Scomparsi.
Quattro ragazzi bravissimi ( e pure bellissimi, lasciatemelo dire!), sereni e contenti, messi lì apposta per scaldare i cuori delle due generazioni precedenti. Cosa vuoi di più dalla vita?
Gli amici. Già, proprio quelli: quelli che li senti e li vedi sempre, e non solo perché ti inseriscono nella mailing list degli auguri. Quelli che se hai bisogno ci sono, ci sono stati e ci saranno. Quelli per i quali ci sei, anche solo per una parola.
I tortellini con il cappone il giorno di Santo Stefano, sentendosi in famiglia come fossimo con la nostra; il Capodanno con la banda di sempre, a brindare e tirare tardi, rammaricandosi solo per una cosa: l’assenza di Antonella, atterrata da una malefica influenza, dotata di un tempismo a dir poco disdicevole.
Per finire, una minivacanza in Toscana, breve ma intensa: una parentesi di sole sfolgorante ritagliata in un periodo di pioggia battente. Sovano, Sovana, Pitigliano: una full immersion tra Etruschi, borghi medievali e rocche turrite, assieme ad Angelo e Antonella.
Talmente bello da far diventare romantiche persino due coppie di vecchi pennuti come noi: mano nella mano, a scambiarci sguardi teneri con i rispettivi amati, che manco fossimo due coppie di giovani in viaggio di nozze… Da non raccontarla nemmeno, sennò la Miss mi dice che siamo ridicoli.
E come il cacio sui maccheroni, la rimpatriata con gli amici di Scansano. Anni che non ci si vedeva, pareva ci fossimo lasciati la settimana prima. Che serata, ragazzi! Degna conclusione di una sequenza di eventi e incontri entusiasmanti.
Visto?
Vi siete lamentati della mia assenza, e io vi sparo un quadretto che pare una serie di spot: dalla pasta Barilla all’amaro Montenegro, non ve ne ho risparmiata una. Mi sento quasi colpevole… Se vi sembro troppo stucchevole, bannatemi dalla vostra vita virtuale. Vi capirò.
Intanto, ciao e buona domenica. Torno presto: promesso! 
Un abbraccio a tutti