lunedì 11 giugno 2012

Quando sparisco per un bel po'...

… o c’è qualcuno che vuole morire, e fargli cambiare opinione assorbe tutte le mie energie, oppure c’è qualcuno che muore sul serio, e pure questo mi tira per terra.
Poi, se la fortuna decide di prendersi una vacanza, le due cose succedono assieme.
Dopo svariati giorni di fuoco, dunque, rieccomi qui: di nuovo alla tastiera, ma con la mente ancora lontana.
Guardo lo schermo e rifletto: alcune cose non sono facili da dire, ma non per questo le voglio tacere. Spero solo di riuscire a trovare le parole giuste: a volte la testa sembra piena di ovatta e i pensieri ci rimangono imbrigliati dentro.
Qualcuno se n’è andato, in questi giorni.
Se n’è andato in punta di piedi, così in fretta da non rendersene nemmeno conto: né lei, né tutti coloro che le volevano bene.
Tina si è addormentata per sempre: anche se voglio credere che non ci abbia lasciato per sempre. Soprattutto, che non abbia lasciato per sempre i suoi magnifici nipoti, degni eredi del suo splendido modo di amare.
L’amore, quando è così completo e profondo, non si spegne con il respiro. L’amore rimane, avvolgendo come una nube chi resta, regalandogli una serenità che, prima, non avrebbe mai sperato di provare.
Chi ha perso qualcuno di tanto caro lo sa: l’ha sentito, lo sente.
Amici di famiglia, si dice:  ci sono amici con i quali, però, si diventa famiglia sul serio.
Una famiglia che si stringe, affrontando assieme quello che di difficile ci riserva la vita; una famiglia che fa fronte a una prova durissima, trovando nell’unità e nell’abbraccio reciproco il germe di quel conforto che il dolore fa sembrare un sogno impossibile.
Potrei scrivere tante cose, di nonna Tina: potrei parlarvi del suo cuore grande, caldo come il sole della sua Sicilia, della sua personalità indomita, della sua perspicacia e della sua abilità nel capire a fondo le persone.
Nonna Tina, però,  era una nonna sui generis, una nonna che ti stampava le ricette al PC, una bisnonna che passava di qui, a leggere le mie sciocchezze, e che incontrandomi scherzava su Jurassico, il gaglioffo o la Stamberga.
La nonna di un amico carissimo, conosciuta sul lavoro più di vent’anni fa, capace di far breccia nel mio cuore per non uscirne mai più.
Per una nonna così non posso scrivere un’orazione funebre. Per una nonna così devo riuscire a sorridere e, se mi riesce, a far sorridere anche voi.
Così, vi racconto le sue esequie: o, meglio, vi racconto la mia personale versione delle esequie di nonna Tina.

Dovendo salutare per l’ultima volta una donna di rara eleganza, non posso presentarmi vestita come uno spaventapasseri. Ergo, curo le scelte stilistiche, per una volta nella vita: un tubino grigio, che il nero fa vedova inconsolabile, le calze sì, ma non a rete – per evitare l’effetto vedova allegra, stavolta – e per finire, la scarpa. Scartati sia i tacchi vertiginosi sia il sandalo alla schiava, mi rimane un paio di decolletée mezzo tacco, in apparenza perfette per la bisogna. Sono chiuse in scatola da sette anni almeno, ma non importa: le promuovo a modello vintage, le indosso, m’infilo il coprispalle e parto, alla volta della chiesa.
Duecento metri dopo, sento i tacchi che s’impicciano su qualcosa: li guardo, e scopro di aver sotto i piedi quello che sembra un ammasso di bitume.  Da vedere la signora bon ton, con filo di perle regolamentare, appoggiata alla staccionata con una gamba sollevata, mentre pulisce i tacchi delle scarpe su un palo di ferro. Di certo, chi assiste alla scena pensa io sia incappata in un omaggio canino.
In qualche modo, mi libero delle ultime tracce bituminose, raggiungendo la chiesa: dove scopro di dover camminare in equilibrio su due chiodi. Il presunto bitume era il tappo di gomma del tacco, disintegrato dagli anni e dal mio peso. Il marmo incerato non aiuta il mio già incerto equilibrio: aggiungici l’emozione, e il crollo appare come una minaccia più che concreta.
Mi hanno chiesto di leggere la preghiera dei fedeli: non ci fosse una dei parenti a guidare i miei passi, mi alzerei al momento sbagliato e mi dirigerei al pulpito errato. Sempre rischiando di cadere dai tacchi chiodati, ovviamente. Grazie alla collaborazione della suddetta anima pia, evito figure da cioccolatino: almeno finché arrivo all’altare. Qui il mio aplomb cede di schianto; vedendo schierati di fronte a me la riga di nipoti e pronipoti, il marito e la figlia della protagonista della cerimonia, mi squaglio come una pastafrolla, dando una ben scarsa prova di me.
Mica male, come donna-roccia: friabile come calcare. Con grande generosità, nessuno mi rimprovera il mio risibile autocontrollo.
Un suo caro amico ha scritto per lei una pagina commovente e coinvolgente: poche righe, lette alla fine della cerimonia, ci fanno sentire tutti uniti, nel ricordo di una donna formidabile.
Dopo la funzione, la famiglia ci accoglie a casa della nonna: qui ci raggiunge la Miss, che si trova un po’ in imbarazzo. Che dire alla sua amica, che ha appena perso la nonna?
Con un sorriso, le spingiamo una tra le braccia dell’altra: ed eccole lì, che riescono d’incanto a ritrovare il sorriso.
In realtà, sorridiamo tutti: si respira una corrente di affetto sincero, profondo, avvertita da tutti. Poche volte in vita mia mi è successo di percepire così chiaramente la positività creata da una bella persona.
Sono sicura che la nonna ci osserva e approva: sorridere e scherzare, tutti assieme, con un prosecco o una tartina tra le mani, è il modo più bello e più vero per onorare la sua memoria.
Ciao, nonna Tina. Grazie per tutto l’affetto che hai regalato a tutti noi.