giovedì 31 maggio 2012

Emergenza sanitaria

Corradino è strano. Stranamente quieto, dorme tutto il giorno e non cerca di approfittare di ogni spiraglio aperto per galoppare in zona proibita. Mangia pochino, secondo me è caldissimo e perde troppo pelo, perfino in relazione alla stagione. 
Il veterinario ieri l’ha visitato (41 di febbre!!!) e trafitto ripetutamente con iniezioni varie. Oggi lo vuole rivedere.
Da brava operatrice sanitaria ho un aplomb inglese di fronte alle malattie dei miei amati, sia pure a quattro zampe: il bimbo è stato trasferito nelle nostra camera da letto e qui dimora da trenta ore. Glisso sul mio atteggiamento trepido, mentre gli prendo la zampina domandandogli: “Come stai, amore della mamma?”
Ridicola.
Stanotte l’ho chiuso in bagno, con comoda cuccia a disposizione, cassettina, acqua e cibo: ogni confort, stile albergo quattro stelle. Nonostante ciò, alle tre del mattino il felino inizia a raspare sulla porta.
“E’ lui…” commenta Jurassico. Lo sento sorridere nel buio, il che equivale a un permesso sottinteso: scatto in piedi, sveglia come un canarino, e mi precipito dal pupo. Sei secondi dopo, il micio ronfa nel lettone, allungato tra me e il marito. Una cosa mai vista, nemmeno quando i bambini erano piccini.
Rimarchevole l’amato bene, il quale stamattina ha equamente diviso la quotidiana dose di coccole del risveglio tra me e il grigio ronfante. Quasi quasi mi metto a far le fusa anch’io, divisa tra un marito amorevole e un micio svenevole.
Ora la belva è sdraiata alle mie spalle, allungata sul lettone: ma sa che questo non guarisce più. Altro che poverino, ha la tracheo- bronchite: il vigliacco sta approfittando a piene zampe di tutti i benefit straordinari concessi per la (presunta) emergenza. Speriamo nel pomeriggio lo dichiarino guarito, sennò lo vizio. Se succede, sono rovinata sul serio.

mercoledì 30 maggio 2012

Festa a sorpresa

I nostri amici speciali sono proprio speciali.
Stavano festeggiando i loro due compleanni con una cenetta a due; terminato l’antipasto, i nostri si son guardati in faccia, sorridendo: “Da quanto tempo non uscivamo noi due soli, eh…?”
Le coppie pluririprodotte hanno questo tipo di problema: specie quando l’ultimo nato ha meno di dieci anni.
“Mhm. Però…”
“…”
“Ma dici soli soli tutta la sera? Anche per il dolce…?”
Pausa.
“Messaggio io la Vale?”
“No, telefono io a Giuseppe!”
Nemmeno hanno dovuto consultarsi: già sapevano chi, come, perché. Assolutamente fantastici.
Così, mentre fuori si scatenava un fortunale, siamo stati attirati sul posto: appena spiovuto, ombrello in resta, raggomitolati in due impermeabili, li abbiamo raggiunti. E abbiamo fatto festa assieme.
Che modo tenero di finire una giornata movimentata: in tanti, troppi sensi. Meno male che esistono amici così. Rendono il mondo un bel posto dove stare, per quante siano le brutte cose da superare.
E dunque: buon compleanno, ragazzi! E grazie per tutto: soprattutto di essere come siete. Due grandi, e due grandi amici.


lunedì 28 maggio 2012

Piccole, grandi cose da nulla


Il periodo è nero. Anzi, nerissimo: non passa giorno che qualcuno, tra gli amici o i parenti, non ci dica di essere seriamente nei guai. La crisi morde, divorando la serenità di troppi, tra quelli che amiamo: quanto a noi, con quattro figli ancora a carico e ‘sti chiari di luna, c’è poco da stare allegri.
Così, cerchiamo rifugio nelle piccole cose: una passeggiata a due, anche se quasi quasi piove, con Jurassico che tace, ma ogni tanto mi attira a sé, per fare qualche passo allacciati. Un gesto che dice più di mille parole.
Un giallo in TV, che ci piace anche se non ci capiamo molto, perché facciamo caos con i nomi dei personaggi. E ci pigliamo in giro per questo. 
Qualche ora con dei parenti con i quali non ci si trovava con calma da tanto: quattro chiacchiere, buon cibo e ottimo vino (senza eccessi quantitativi, però: dieta per tutti, ahinoi…) Un pranzo in terrazza, circondati dal gelsomino, cresciuto quel tanto che basta a regalarci un mix delizioso di mezz’ombra e profumo.
Due amici sempre pronti ad accoglierti, anche se gli piombi a casa dopo cena, senz’altro preavviso di un sms all’ultimo minuto: stravaccati sul divano, a ridere di niente, anche se in realtà non ci sarebbe un bel niente da ridere.
Gli affetti, quelli sinceri: a volte sono l’ultimo propulsore che resta, quando tutto va a rotoli.
Un appiglio al quale aggrapparsi, quando ti frana la terra sotto i piedi: e non solo per motivi economici.
Coraggio, ragazzi: ce la dobbiamo fare.  Dobbiamo superare anche questo momentaccio. 


sabato 26 maggio 2012

La verità brucia

Oggi, tempo pessimo. La cosa è grave, perché il cielo bigio si riflette sul mio umore, rendendolo pericolosamente filosofico. Mi duole per voi, ma il blog sarà intossicato dai risultati delle mie elucubrazioni plumbee.
Tema del giorno, la verità: dirla, non dirla, talvolta subirla. Parliamone.
Sono un’amante della verità. L’amo almeno quanto adoro la libertà.
Ovvio che, volendo coltivare simili frequentazioni, sei tenuto al rispetto: pretendendo di mantenere intatta la tua libertà, devi considerare inviolabile quella altrui.
Sport faticoso, quest’ultimo: specie quando ti accorgi di quanto gli altri ne facciano un uso scellerato. Molto più facile sarebbe obbligarli, in nome del loro bene, a fare scelte diverse: ma non si può. No, che non si può.
Il rispetto della verità, poi, è un autentico cimento: niente verità addomesticate per giustificare i propri errori, niente rivisitazioni della storia per nascondere le nostre figure meschine (anche e soprattutto a noi stessi), vietato riportare affermazioni altrui usando la grammatica come un oggetto contundente. Esistono personaggi capaci di consumare delitti, semplicemente aggiungendo un articolo, sopprimendo una preposizione, accostando un aggettivo di troppo. Maestri, costoro, nel cambiare le parole in bocca al prossimo: ne ho beccati parecchi, nel corso degli anni. Ormai li riconosco a fiuto.
Due parole, ora, sulla decontestualizzazione: una frase pronunciata in una determinata circostanza, in risposta spesso a una provocazione specifica, se riferita da sola acquisisce un retrogusto amaro che in origine non c’era. Ogni cosa che dici potrà essere usata contro di te: se la slealtà fosse un reato, le patrie galere esploderebbero.
In conclusione: non mi piace lo sport di chi cambia le carte in tavola per dimostrare di avere sempre e comunque ragione. Oppure per evitare di ammettere di dover qualcosa a qualcuno: l’ingratitudine è un sentimento più diffuso della gramigna.
Va da sé che rimango di questa opinione anche se le carte sono a mio sfavore: sarà per quello che non faccio nessuna fatica ad assumermi le mie responsabilità, a dire grazie, a chiedere scusa o cercare un rimedio, quando mi accorgo di aver combinato un guaio.
Solo che la mia abitudine di dire sempre le cose come stanno mette un sacco di gente in difficoltà: specie quelli che hanno con me qualche conto in sospeso e vorrebbero praticare a se stessi uno sconticino a piè di lista. Credo la sincerità non sia considerata un valore, da tutti costoro.
Detto tutto ciò, vi racconto che cosa ha scatenato queste mie riflessioni mattutine.
Un paio di giorni fa stavo partendo per una spedizione in bicicletta: già bardata con pantaloncini imbottiti e maglietta sportiva, vengo convocata in ospedale dal consorte, uscito di casa senza qualcosa di fondamentale. Nonostante l’abbigliamento improbabile, esco così come sto: il tempo val più dell’immagine, mi dico.  
Rapida come un gatto, mi confondo tra la folla, raggiungo gli ascensori, porto il necessario all’amato e sgattaiolo via, felpata come un ninjia.
Giunta a pochi passi dal mio velocipede, respiro di sollievo, credo di essere fuori pericolo: non ho incrociato nessun conoscente, per fortuna. Combinata così sono un incubo.
“Dottoressa!!! Buongiorno!”
Eccolo lì, il saluto cordiale che mi sbriciola il cuore.
Dietro di me, si materializza una signora: una donna, a onor del vero, considerata un flagello dall’intera opinione pubblica locale. Costei nutre una vera passione per me: credo di avervi raccontato come, in pieno centro, una volta mi abbia aggiustato una sculacciatina sul lato B.
Labo B che, anche in quest’occasione, attira la sua attenzione: “Dottoressa, che succede? E’ ingrassata?” chiede, con aria critica.
“Sì, ahimè. Devo perdere cinque chili: anzi, sto appunto andando a macinare una cinquantina di chilometri in bici, per bruciare un po’ di calorie…” rispondo, cercando di controllare l’istinto di fuga che mi ha preso. Per varie ragioni, aggiungerei.
“Benissimo. Fa benissimo: li deve proprio perdere, sa? Mi raccomando!” infierisce la nostra.
Ha ragione.
Mannaggia, ha ragione e lo so: sono la prima a dirmelo, ogni mattina, quando mi alzo carica di buoni propositi, e ogni sera, quando mi corico dopo numerose, esiziali trasgressioni. Però sentirselo dire così, papale papale, è stato un colpo al mio amor proprio.
Lo devo riconoscere: ci sono verità che fanno male anche a me. Confesso che avrei preferito un educato silenzio, per una volta, invece della cruda realtà.
E dopo questa imbarazzante ammissione, mi metto le scarpe e vado a camminare per un paio d’ore. Chissà che non si metta a diluviare e che riesca a smaltire almeno un etto, dei cinquanta che mi rimangono da eliminare.

giovedì 24 maggio 2012

Vado al massimo

Qualche volta il rimedio è peggiore del male: ieri mattina avevo un ciuffo che nemmeno Morgan? Oggi, vista di fianco sembro un barboncino, di faccia invece Anacleto, il gufo di Merlino. Gli unici capelli rimasti sono quelli della frangia, che mi calano quasi sugli occhi: il resto è caduto sotto gli implacabili colpi di Mani di Forbice. E meno male che mi ero raccomandata di spuntarli appena: mi sa che la nostra si è distratta e ha perso il controllo delle lame. Fatto sta che stamattina la Miss, appena mi ha vista, si è messa a ridere.
“Ma tu non riesci ad avere dei capelli normali, mamma?”
Evidentemente, no.
La signorina che m’irride, tuttavia, vaga per la casa con l’andatura di uno zombi. Viste assieme, le donne di Casa per Caso sono davvero uno spettacolo per gli occhi.
“Perché ti muovi in quel modo? Hai l’elasticità di Lurch, il maggiordomo degli Adams…”
“Corsa. La prof di ginnastica mi ha fatto fare due giri e mezzo della pista, di corsa!”
“Li hai completati? Senza stramazzare a terra? Brava!”
“Già. Ho rimediato un sette. Però quando ho finito pensavo di avere un attacco d’asma: non riuscivo più a coordinare nemmeno il respiro! Morire! Credevo di morire… E adesso ho le gambe che mi sembrano di pietra.”
Niente da fare. La Miss, che su parallele, arrampicata, ruote, spaccate e balzi vari va fortissimo, sulle lunghe distanze mi crolla.
“Ihihih…” ghigna il gaglioffo “Anche noi oggi abbiamo fatto ginnastica. Certo che la vedi la differenza fra maschi e femmine..”
“Da che?”
“In campo. Quando tocca alle ragazze, al minimo contrasto è tutto uno scusa, ti ho fatto male, ti voglio bene, mentre quando in campo ci siamo noi sembra un’arena di gladiatori. Minacce di morte agli avversari, invocazioni di sangue e violenza, gente avvinghiata a terra che lotta…”
“Ma giocate a rugby?”
“No. Basket. Solo che noi lo reinterpretiamo così… Però siamo anche leali. Alla fine, ci diamo il cinque con la squadra avversaria e usciamo tutti dandoci gran pacche sulle spalle, dicendo bell’incontro!”
Non faccio domande sui prof e sulla loro opinione, circa questo modo degenere d’intendere il fair play sportivo.
“Piove? Spero di no! Lunedì sono andato a tennis con i calzoncini e la polo. La nonna si è messa a dirmi di vestirmi, che faceva freddo. E io: nonna, sono uno spartano! Poi sono sceso dall’auto e per poco il vento non mi porta via. Sono scappato nel pallone, urlando: FREDDO, FREDDO FREDDO!!!”
Gladiatore o spartano che sia, mio figlio riesce sempre a rischiare la morte: per incidente sul campo o per attacco batterico massivo,  il rischio è il suo mestiere.
Lo dico sempre: se raggiungeranno tutti la maggiore età, è solo una questione di fortuna. Tanta fortuna.

mercoledì 23 maggio 2012

Mpc sempre al galoppo

A volte sono tormentata da domande cosmiche. 
Oggi il quesito è il seguente: perché mi sono alzata, stamattina?
Jurassico si è dimenticato una cosa importante, ergo la sottoscritta ora deve salire in auto e porre rimedio in tutta fretta.
Sarà l’umidità, sarà la tensione, ma stamattina la mia chioma pare una piazza gremita di grillini. Ciuffi agitati e rabbiosi, ciascuno orientato in una direzione diversa: apparentemente ingovernabili. Dopo dieci minuti di inutili tentativi di domare la rivolta, esco dalla mia camera. Con un covone in testa.
La Miss mi lancia un breve sguardo, per poi chiedere: “Parrucchiere, oggi, VERO?”
“Ahem… Sì, sì. Dopo la chiamo…”
“BENE! Che non mi tocca vergognarmi della mamma…”
Seguono colazione, rapida toletta e… barba a lametta.
No, non io. Non sono anche la donna barbuta: è il gaglioffo che ancora non riesce a raggiungere gli angolini nascosti. Così mi ha convocata: una mamma per tutte le stagioni. Anche quella del primo pelo.
Dopo aver sbarbato mio figlio minore (avete un’idea di quanto una cosa del genere sia in grado di farti sentire una vecchia bacucca? Quasi peggio delle ricrescita brizzolata, mannaggia…) aggiorno voi. Poi salto in auto e provvedo al rimedio disastri.
Un ciao rassegnato a tutti!

martedì 22 maggio 2012

Giorni difficili

Qualche volta lo senti: non basta.
Per quanto tu faccia, non basta: il tuo appoggio, il tuo affetto, la tua vicinanza non bastano.
Non basta a chi ha perso il centro del suo mondo: d’improvviso, senza preavviso e senza rimedio.
Non basta a chi si sente vuoto e fragile come un guscio infranto e deve trovare in se stesso la forza di rimettere assieme i pezzi del suo cuore.
Non basta a chi si vorrebbe trovare un perché a qualcosa che un perché non ce l’ha.
Non basta a chi ha esaurito le forze e ne deve trovare di nuove, perché il mondo va avanti e non ci si può e non ci si deve fermare.
Non basta a chi vede sfumare una prospettiva importante, a chi  assiste impotente alla dissoluzione di una vita di lavoro, a chi non sa cosa fare, di fronte a un cumulo di conti da pagare.
Non basta a chi sta perdendo l’azienda, lo studio o l’impiego. E pensare a come riciclarsi dopo i quarant’anni è dura sul serio.
Non basta a chi è solo, non basta a chi non ne può più di affrontare tutto da solo, non basta a chi desidera rimanere solo. Solo con il suo dolore, solo con i suoi pensieri, solo con il silenzio.
Ci provo: provo a cercare le parole giuste per confortare, quelle per incoraggiare, aiuto chi me lo chiede a dipanare la matassa dei suoi sentimenti e talvolta a leggere tra le righe di quelli degli altri.
Tento di essere roccia, vincastro, guida e sostegno.
Qualche volta sparisco: perché capisco che è meglio così. A volte, le persone più vicine sono proprio quelle che sanno quando rimanere lontano.
Però non basta: non basta nemmeno a me.
Vorrei riuscire a consolare davvero, a risolvere i problemi peggiori, ad alleviare lo strazio del cuore di quelli che amo.
So che non si può fare. Così, provo a guardare indietro, a quando mi sono sentita così anch’io: c’è una cosa sola che ti può salvare. La speranza.
Qualunque cosa sia successa, si può e si deve resistere e lottare per superarla. La vita è bastarda, ma ti regala sempre una chance per ricominciare: non abbassiamo gli occhi, chinando la testa perché ci sentiamo sconfitti. Quello è un modo sicuro per farcela sfuggire.


venerdì 18 maggio 2012

Mamme sull'orlo di una crisi di nervi

Ragazze, vi prego. Non mi fate così che mi sento in colpa.
Adesso perché vi faccio un post in stile casalinga disperata mi entrate in loop? Siamo ancora all'autofustigazione perché passate la vita a correre come trottole, per riuscire a conciliare lavoro e famiglia? E dopo che, miracolosamente, avete creato la quadratura del cerchio, vi domandate se siete delle pessime mamme, per questo? Ma per favore!
Figlie mie, la mamma è sempre la mamma, che lavori o che stia a casa.
Se una è capace di star vicino ai figli ci riesce anche se per tutta la giornata è fuori di casa a galoppare. Per loro, tra l’altro: alzi la mano la donna che, pur continuando a lavorare dopo la nascita del primo marmocchio, non ha messo lui – e non il suo lavoro – al centro del suo universo.
Mia madre! Quella non si ricordava nemmeno che esistevo... Risponderà qualcuno di voi.
Anche la mia, però! Farà eco un altro: figlio di una casalinga, capace di stare tra i piedi dei figli ventiquattrore su ventiquattro, lontana anni luce da loro.  
E’ l’empatia a fare la differenza: e quando sei empatica, ti basta un’occhiata per capire che qualcosa non va, tre parole per capire di cosa si tratta, mezz’ora per somministrare la giusta dose di conforto. Non sono le ore a tua disposizione a fare di te una buona mamma: è solo meno difficile vivere, se non sei oberata dagli impegni. Per te, però, non per i tuoi figli: se non sei stritolata, puoi concederti il lusso di spendere qualche mezz’ora per te stessa, senza trascurare nulla e nessuno e senza essere travolta dai sensi di colpa.
E’ un lusso, ripeto: e come tale non sono molte quelle che se lo possono permettere.
Chi campa con un solo stipendio, di questi tempi?
Senza contare che ci sono molte di noi (e io sono una di loro, lo ribadisco) che non si sentono complete, se non hanno un’attività extrafamiliare: ergo, se ne devono trovare una. Perché una mamma frustrata fa male prima di tutto a se stessa e poi, a cascata, all’intera famiglia. Nella mia vita, ho visto casi da manuale: donne insoddisfatte, capaci di tormentare tutti, attorno a loro.
Sapete qual è il vero problema? Il fatto che alcune donne sono talmente concentrate sul proprio ombelico da vivere ogni emozione in propria funzione. Persino i problemi e le sofferenze dei figli.
La prole può diventare l’epicentro delle aspettative di genitori frustrati, il parafulmine delle loro speranze deluse, si può sentir rimproverare tutto quel che di negativo è successo a chi li ha messi al mondo. Se un genitore (indipendentemente dal genere, sia chiaro) è egocentrico, suo figlio ne diventerà la vittima.
Ergo, coraggio, mie care: ripigliatevi.
Se siete mamme lavoratrici, forza e coraggio. Restate convinte di quello che fate: ce la farete. Parola di multi madre superlavoratrice, anche se attualmente in stand by. E non cercate di fare tutto da sole: Wonder Woman non era umana, noi sì. Purtroppo.
Se siete delle stay at hom mum, per dirla col gaglioffo (il quale non lo dichiara nemmeno in pubblico, da quanto si vergogna che la sua lo sia diventata: vai a sacrificare la carriera per i figli, tu!) e ne siete orgogliose e felici, va benissimo così: avete fatto la scelta giusta. Basta che sia la scelta che vi fa stare meglio.
Non è facile essere mamme: mettersi in discussione sempre e comunque è la prima regola per non sprofondare tra i flutti, affondate dalla nostra presunzione. Crearsi inutili sensi di colpa il modo migliore per rovinarci la vita per niente.
Un abbraccio a tutte le mamme, e ai papà che stanno loro vicino. Non mollatele, please. Hanno un disperato bisogno della vostra collaborazione, in tutti gli ambiti. Quello emotivo in primis.