giovedì 12 aprile 2012

Catafascio in corso

Ora: c’è chi si chiede il perché della mia pervicacia nel pretendere di cavar sangue da quella rapa di mio figlio. E probabilmente coloro che lo fanno hanno pure ragione.  
Poiché, però, la sottoscritta è abituata a nuotare controcorrente, lo faccio anche in questa mesta occasione.
Allo stato, residua un mese di scuola, suppergiù: poi, arriverà la fatidica bocciatura annunciata. Ciò che mi propongo (vedremo in seguito che dispone l’interessato, peraltro) è di portare mio figlio a Giugno con qualcosa in tasca comunque: un metodo di studio efficace (l’ha capito, ora deve dimostrare di saperlo applicare), la capacità di esprimersi con chiarezza in forma orale e scritta (anche qui è migliorato molto: si tratta di non lasciare i discorsi – e i temi – a metà, perché a portarli a termine si fa troppa fatica) e una preparazione in matematica paragonabile a quella di un normale studente di terza media.
Arrivassimo a centrare questi tre obiettivi minimi, si potrebbe dare corso alla sua richiesta di cambiare scuola, con la speranza che l’anno venturo sia un nuovo inizio, con buone speranze di concludere l’avventura scolastica con un diploma. Finito, possibilmente: se fra cinque anni il gaglioffo fosse tanto cambiato da poter affrontare l’università, si iscriverà. Ma senza la spada di Damocle di doverla finire per forza, perché un diploma di Liceo è carta straccia, lavorativamente parlando.
Se, al contrario, l’uomo dovesse insistere con la pigrizia, le furbate per nascondere i suoi pessimi risultati e l’autocommiserazione, lo reiscriveremo al liceo, stessa classe. Almeno non spenderemo inutilmente denaro per libri destinati a giacere inutilizzati.
Al compimento del sedicesimo anno, a lavorare: se la scuola è una palla, vediamo come ti trovi a mischiare malta o a spazzare trucioli in una falegnameria. Chissà che, almeno, questo sviluppi un qualche interesse alternativo: dovesse fare l’artigiano, sarei la donna più felice della terra. Peccato che ‘sto microcefalo non si interessi manco di capire come si cambia una lampadina, o di come si blocca l’afflusso d’acqua a un rubinetto che perde.
Con questi obiettivi in testa, l’abbiamo messo di fronte all’aut aut: o ti ripigli, o sei fritto.
Conseguenza: sono stata informata che oggi sarebbe stato interrogato in storia.
Il mio pomeriggio, già bello pieno per la cena da preparare per suoceri e cugini siciliani, si è arricchito di una consistente dose di battaglie: Maratona, Platea, Salamina e le Termopili. Non ci siamo fatti mancare nulla: ingozzandosi di pane (mamma, questo pane è una droga!) l’individuo vagava tra il salotto e la cucina, declamando antiche vicende e le imprese eroiche di antichi condottieri.
C’è voluto tutto il mio eclettismo per scaltrire le bietoline rivedendomi la personalità di Leonida, per passare dalle zucchine da spuntare a Dario da ripassare, per finire con lo spezzatino da condire con il pepe e le gesta di Temistocle. Il tutto con la prospettiva di sciropparmi, di lì a poche ore, un suocero in piena fase tellurica. Il caro papà di Jurassico (gran persona, nel complesso) ha un carattere vulcanico, come l’Etna, all’ombra del quale è nato. Se per diversi mesi sta in quiescenza, limitandosi a emettere un innocuo pennacchio di fumo, ogni tanto va in eruzione. Ecco, quando è in fase eruttiva, diventa difficile gestirlo: aver combattuto tutto il pomeriggio le battaglie di suo nipote non mi ha aiutato ad affrontare con la necessaria serenità la serata che mi attendeva.
Per fortuna, è andato tutto bene. Siamo riusciti a goderci la meravigliosa compagnia dei cugini preferiti senza incidenti, e oggi sto qui con le dita incrociate. Se il gaglioffo mi torna a casa con una sufficienza mi si riaccende un filo di speranza. In fondo, quella è l’ultima a morire.