martedì 31 gennaio 2012

Attendendo gli eventi


Oggi abbiamo Jurassico via di casa per lavoro fino a tarda sera, tanto che per vederlo vado a pranzare con lui al bar dell’Ospedale, i figli maggiori con gli esami ormai incombenti e la Miss che se la deve vedere con lo spasimante sponsorizzato a sua insaputa dalla prof (dubbio di ieri: e se poi la prof si arrabbia con me perché non lo calcolo…?). Pare un po’ Scajola, ma stando alla versione dei fatti di Romeo sembra che le avesse chiesto solo di riportare un suo saluto, alla Miss. Il resto è iniziativa personale dell’insegnante.
Ci sono attimi nei quali mi sento decisamente vecchia: tutto questo mi sembra un po’ una follia.
Il gaglioffo, invece, ieri si è dopato di matematica, per poi giocare un minitorneo di tennis. Vinto.
Così, sulla scorta di tale successo sportivo, già vagheggia di quando porterà a casa un sei in matematica: “Ci vado personalmente in reparto da papà. Mi presento come suo figlio, così tutti vedono come sono cresciuto (visto che tartaruga, a proposito, mamma? Aumenta il mio fascino con le ragazze…) e glielo dico in faccia che ce l’ho fatta!”
Fosse vero, giuro che mi bevo una bottiglia di prosecco da sola.
A costo di sbronzarmi: con ‘sti figli, sono bersagliata dalle emozioni. Un tantino troppe, ultimamente. Non vedo l’ora che passi l’onda lunga… e spero che non mi travolga, nel suo percorso. Temo non avrei la forza di nuotare, 'sto giro. 





lunedì 30 gennaio 2012

Codice rosso

Ora 1.30 di venerdì notte. Jurassico è sul punto di assopirsi, in ospedale, quando il display del suo cellulare s’illumina: un sms.
Ti posso disturbare?
Mittente: Mpc.
E lo sventurato rispose…
Emergenza sanitaria in corso, a Casa per Caso. Una pasta ai frutti di mare si è rivelata un subdolo killer: dopo averla spazzolata, il filosofo dà qualche segno di fastidio. Pare qualcosa gli sia rimasto in gola. Va a farsi un gargarismo, quindi esce di casa con gli amici, lasciando mamma a gozzovigliare con un’amica. Le assenze di Jurassico vengono sempre colmate in questo modo, dall’amata mogliettina: dandosi alla pazza gioia con qualche amica. A mezzanotte circa il giovanotto rientra, dichiarando di sentire ancora un corpo estraneo incastrato a metà della gola: gli do un’occhiata, ma non vedo nulla. Così, lo spedisco a letto, con l’idea di rimandare all’indomani eventuali indagini diagnostiche. Un’ora e mezzo dopo, il nostro mi piomba in camera da letto, causandomi un infarto per lo spavento, dichiarando di non riuscire a dormire: il fastidio è troppo intenso. Ed ecco che parte l’sms di richiesta di aiuto a babbo dottore…
Seguono quasi due ore di traffico intenso: ci vestiamo  rapidi e facciamo per partire alla volta del Pronto Soccorso, allertato dal doc. L’informatico, svegliato dal trambusto, esce minaccioso dalla sua camera da letto: temeva che degli intrusi si fossero introdotti in casa.
“Ah, siete voi… Ma che succede?”
Due parole di spiegazione, poi  la visita al PS, con il neurologo di turno che m’interroga, sospettoso: “Non potevate farvi vivi prima, accidenti?! E poi, scusa, vuoi dirmi che ci hai messo in quel sugo???”
Un sospetto quest’ultimo che mi offende molto, tanto da riferirlo l’indomani all’informatico. Il quale, serafico, mi risponde: “Mamma, ti ricordo che hai un passato turbolento in questo campo!”
Il giovane non scorda un antico episodio di intossicazione plurima che mi ha vista protagonista. Una decina d’anni fa stesi una quindicina di ospiti, con modalità rimaste per sempre da chiarire. Condannati a un uso spasmodico del bagno, nei tre giorni successivi a una cena a casa nostra, me l’hanno fatta scontare con sfottò che ancora durano, ogni volta che mi vengono a trovare. E bravi sono ad accettare ancora i miei inviti, tra l’altro.
Ma torniamo al ragazzo con la gola lesionata: nemmeno la dottoressa riesce a vedere nulla. Però non è il caso di richiamare l’otoiatra reperibile: dopotutto, il ragazzo non sta soffocando. Così, veniamo rimandati a casa, non prima di aver offerto al povero papà un corroborante caffè alle macchinette: grazie a noi due, non dormirà neppure un’ora. Dopo di noi, giungeranno due emergenze (vere) ed eseguirà una trombolisi, restituendo un paziente a una vita normale. Come dire che questo ha ben altro da fare, nella vita, che star dietro ai casini che combiniamo noi…
Mogi mogi, il filosofo ed io torniamo alla base: con il mio consueto positivismo, di fronte alle malattie dei miei figli, obbligo il poverino a dormire con me.
“Che se ti soffochi ti sento e ti posso soccorrere!!!”
Gesto scaramantico da parte dell’interessato, il quale comunque esegue l’ordine: prendendo il posto di papà nel talamo coniugale. La notte trascorre senza incidenti, salvo il fatto che il ragazzo non chiude occhio: il che lo irrita non poco. Tra due giorni ha un esame, poveretto.
Al mattino, con il sorgere del sole, sorge anche papà: il quale torna a casa stufo morto. Cosa che non lo esime dal caricarsi il figlio in auto, per portarlo in Otorino, nell’ospedale complementare al nostro, distante venti km da qui: andata e ritorno, per scoprire che non ci sono ostacoli, piantati nella gola del figliolo. Però una lesione c’è: ecco perché viene prescritta una TAC al collo. Non sia mai che questo giri con potenziali killer infrattati in qualche cavità. Altro giro, altra corsa.
I due tornano, esausti, all’ora di pranzo. Nessun corpo estraneo rilevato. Prescrizione: otto giorni di pappine semifredde.
Bilancio: una notte bianco in tre, mezza giornata persa in due (la sottoscritta, da parte sua, è rimasta a casa a soffrire in solitudine, spaccata da un mal di testa devastante ), un’intera famiglia in subbuglio. E papà che, tra una cosa e l’altra, rimane sveglio la bellezza di quaranta ore consecutive.
Conclusione del filosofo: “Ho deciso che non mangerò mai più pesce in vita mia!”
Conclusione mia: mai più conchiglie a decorare la mia pasta. D’ora in poi, sguscerò anche le cozze giganti. Non sia mai che la prossima volta qualcuno muoia soffocato veramente.
 

sabato 28 gennaio 2012

Parentesi rosa

Ieri, come sempre, alle due del pomeriggio ero in cucina, pronta ad accogliere la Miss al suo rientro da scuola. Quella ventina di minuti  dedicati dalla nostra al pranzo sono un momento tutto nostro: quello il cui mi racconta com’è andata la giornata, e pure quello in cui facciamo quattro chiacchiere fra donne.
Un gioiellino, per la sottoscritta, incastonato in una giornata di corse, incastri improbabili fra mille impegni conflittuali tra loro e seccature a non finire.
Ebbene: questo momento magico si sta trasformando in un romanzo rosa. A puntate.
Due giorni fa, scopro che c’è un ragazzo dell’ultimo anno il quale si è invaghito di lei: il che non rappresenta una novità. La novità è costituita dalle modalità di approccio del giovane, decisamente fuori dal comune.
Durante una delle lezioni della mattinata, una professoressa si è bloccata all’improvviso, per rivolgersi a mia figlia: “Vale, ti devo rendere partecipe di un gossip…”
E qui è partito una specie di stacchetto pubblicitario a favore dello spasimante della fanciulla: la quale, di fronte a tutti i compagni, è stata resa edotta dell’interesse suscitato nell’intraprendente giovanotto, di quanto egli sia un tipo affidabile, serio e abbastanza studioso da garantirsi la sufficienza in tutte le materie, e di come lei (la prof, intendo) fosse stata incaricata di trasmettere tali informazioni all’interessata.
Valentina è rimasta attonita: non sapendo bene cosa fare, si è fatta una risata, registrando l’informazione.
La prof, intanto, continuava a fare la testimonial del giovane Romeo, sollecitandola a concedergli almeno uno sguardo, un sorriso… come Beatrice con Dante.
E almeno la forma è salva: siamo al Classico. La citazione dotta ci sta tutta.
L'altro ieri, appena tornata a casa, mia figlia mi aveva narrato questa prima puntata. Cui ne è seguita un’altra, ieri: “Mamma, io devo cambiare istituto! Oppure vado a scuola con un sacchetto in testa. Non è possibile: non bastavano gli alunni della zia che le chiedono il mio numero di telefono. Adesso ci vuole anche la prof che sponsorizza l’alunno innamorato! Ah, ti avviso che ho bevuto un bicchiere di vino, stamattina…””
“Prego? Vino??? Che, vino?!”
“Boh, credo fosse un prosecco…”
Ecco i fatti: in mattinata, a un’ora che manco voglio sapere, il giovane si presenta alla porta, chiedendo con un gran sorriso alla docente in cattedra se fosse possibile “rapire” Valentina. Manco a dirlo, ha ottenuto un sì entusiasta: mi sa che l’aula professori è diventata una specie di confessionale del GF. Qui tutti sanno tutto… e sono tutti complici del suo adoratore.
La Miss si è trovata catapultata in una festa di compleanno (del protagonista, ovvio) il quale, per l’occasione, aveva persino portato lo spumante. Prima volta in cinque anni di frequenza. La prof al centro della scena (poteva mancare la regista del nostro serial?) dopo averla informata di questo non trascurabile particolare, l’ha sollecitata ad approfittare del beveraggio alcolico, per brindare alla salute del giovanotto. 
Mia figlia ha preso un mezzo bicchiere e ha eseguito gli ordini. 
“Eheheheh, allora cedi alle tentazioni, eh…?” si è sentita dire, con aria complice, dal cupido in gonnella. 
La Miss avrebbe voluto sprofondare: “Mamma, ero così imbarazzata che non gli ho manco fatto gli auguri… Tutti che mi guardavano! Proprio a me, che ODIO essere al centro dell’attenzione!”
Dopo un paio di minuti, durante i quali è stata sottoposta a una PET dai compagni (e dalle compagne…) di classe del suo audace ammiratore, la protagonista di cotanta passione è riuscita a darsi alla fuga.
Ora come ora, la liason è di dominio pubblico. I professori fanno il tifo per il giovanotto, tutta la scuola attende le decisoni di mia figlia. Alla facciaccia della privacy.
La quale mia figlia… è possibilista. Se lui le chiederà il numero di telefono, glielo darà: il giovanotto non è male, dopotutto. I suoi metodi sono un tantinello sopra le righe, ma lo spirito d’iniziativa non gli manca di sicuro.
Quello che manca a me, a questo punto, è il coraggio di andare a parlare con quest’insegnate. Che mi racconterà? Secondo mia figlia, la donna è capace di raccontarmi tutto, per filo e per segno. Non so proprio che farò, se davvero lo farà.
Quanto al seguito della storia... ci sentiamo alla prossima punata!



giovedì 26 gennaio 2012

Appannata (?)

Lo so, lo so: vi deludo.
Quando una ha la fortuna di nascere con una dose maggiorata di senso dell’umorismo, ci si aspetta da lei che riesca a ridere di tutto, non si prenda troppo sul serio e non si faccia abbattere nemmeno dalle cannonate.
E invece, sono giorni e giorni che vi ammorbo con le mie paturnie: vergogna!
Sapete quel che mi ha fregata? L’illusione di aver fatto il più. La falsa convinzione di aver risolto la maggior parte delle rogne che hanno funestato la mia esistenza e di potermi finalmente godere un po’ di meritato riposo.
Giusto sull’orlo della menopausa, col capello che incanutisce sotto la colata bionda e le energie in riserva, mi sono trovata di fronte a una montagna talmente alta da non sapere nemmeno da che parte iniziare a scalare. La tentazione di sedersi per terra, aspettando una soluzione esterna  (un miracolo, oppure un elicottero: basta che venga dall’alto) è molto forte: perché dalla sottoscritta, ormai, rischiano di emergere solo lacrime. Materiale umido, salato e completamente inutile.
Solo che, se davvero esiste un deus ex machina deputato alla soluzione dei grovigli dei problemi umani, pare costui non abbia idea di dove sto di casa io. I problemi ci sono, e da soli non si risolvono. Purtroppo per me.
Stabilito che, senza la collaborazione dei soggetti coinvolti direttamente nella faccenda, non posso combinare nulla, rimaneva da definire se costoro intendessero muoversi nella direzione giusta.
Ieri ho chiarito proprio questo, grazie al colloquio con la prof di matematica. 
Una di quelle situazioni nelle quali ho l’impressione di aver puntato tutta la mia vita su di un tavolo verde, ma di aver sbagliato il mio gioco. Il desiderio di rovesciarlo, quel tavolo, è sempre più intenso: e l’impressione di essere una perdente pure.
In un simile stato d’animo, mi sono trovata catapultata in piena ricreazione: accidenti a me e alla mia fissa di arrivare sempre prima agli appuntamenti. Un’umanità variegata, composta di ragazzi di tutte le taglie e di svariati colori, sciamava in ogni angolo. Erano stupendi, detto fra noi.
Fanciulle sottili mi fluttuavano davanti, brandendo panini di dimensioni inquietanti; come faranno ad essere tanto magre pur calandosi merende del genere, dico io… Due di loro esibivano un paio di pantaloni mimetici per una: parevano due marines in licenza. A metà ricreazione, si sono abbracciate come se stessero per andare al di là delle linee nemiche. Forse le attendeva un compito in classe.
Ragazzetti minuscoli giravano affiancati a veri e propri giganti, impegnati in conversazioni esilaranti, a giudicare dalle risate che li squassavano. Fra i suddetti giganti, si collocava anche il mio rampollo: il quale mi ha concesso un rapido saluto, per poi farmi cenno di dileguarmi all’istante. L’uomo è il boss: ha il controllo del territorio; non può certo farsi vedere che si scambia smancerie con mammina.
“Ragazzi, è venuta a parlare con la prof di mate. Sono morto!”
Ecco, appunto: mica solo tu, ragazzo…  ho pensato io.
Poi, sono stata ammessa alla presenza della docente: la quale, incredibilmente, mi ha sorriso.
“Allora, vediamo: cominciamo dalle notizie positive…”
Per poco non svengo, dal sollievo che ho provato.
In sintesi estrema, il ragazzo non è più dato per perso. Anche durante le ore di matematica ha cambiato atteggiamento: sta attento, prende appunti, risponde a tono e fa tutti i compiti.
Deve fare un immenso lavoro: più che delle lacune, questo ha dei crateri di base. Ci vuole un tutor che lo affianchi in tutte le materie per dargli un metodo di studio adeguato alla scuola che ha scelto (ed ecco che entra in campo Mpc…) e deve fare ore e ore di esercizio ogni giorno.
Però ce la può fare. Se s’impegna come sta già facendo anche per i prossimi mesi, potrebbe persino cavarsela.
Ragazzi, sono uscita di lì più leggera di sei quintali.
La montagna è sempre altissima, la sua scalata faticosa almeno quanto ardita:  ma è fattibile. E allora, per quanto mi riguarda, ci possiamo provare.
Il giovane è collaborativo e si dà da fare almeno da una settimana. E i risultati già si vedono.
Coraggio, dunque: chi la dura la vince, dicono. Io mi auguro che abbiano ragione: ergo, sono di nuovo sulla breccia. Quanto al mio meritato riposo, è rinviato a data da destinarsi. Tanto per cambiare.

martedì 24 gennaio 2012

Ce la faranno i nostri eroi...

Ora vi spiego la mia strategia, messa a punto col padre dopo svariati incontri al vertice, presenti pure i fratelli maggiori. Posto che dove non so muovermi con disinvoltura già ho passato la palla a gente più competente di me, quello su cui deve lavorare il nostro è la precisione nell’esecuzione dei compiti.
Tutti, i compiti: dovreste vedere come scarica la lavastoviglie, per esempio. Con le tazze ci fa le torri, sfidando ogni legge fisica su baricentro ed equilibrio, mentre pile di pentole extrasize, poggiate tutte su un minipentolino piccolo così, non rovinano a terra solo perché si appiattiscono, terrorizzate, alle pareti della madia.
Le sue scarpe sono sempre a spasso per la casa, la cartella staziona qui e là, presidiata dal giubbotto, i guanti, le chiavi e le scarpe da tennis sono sempre missing: soprattutto quando gli servono. E in questo, purtroppo, somiglia a sua madre: pure la genetica mi rema contro, me tapina. Almeno controbilanciasse, come faccio io, con una organizzazione teutonica e una precisione prussiana: no. Quello di teutonico ha solo l’aspetto: per il resto, è mediterraneo dentro. L’unica cosa che rispetta davvero sono gli orari: tutto il resto, lo interpreta. A modo suo, purtroppo.
Ergo, il vero problema non è la difficoltà della scuola: vi ricordo che era un disastro persino alle medie. Allo stato, se lo mandassi a fare il coltivatore diretto, quello mi tornerebbe azzoppato: come minimo, si tirerebbe la zappa sui piedi. Attitudine, questa, già ampiamente dimostrata, almeno in senso figurato.
Ciò di cui ha bisogno (anche se non vi ambisce AFFATTO: fidatevi, meno gli sto fra i piedi, scolasticamente parlando, meglio sta, quello) è di una persona che lo costringa alla precisione. Qualcuno che verifichi il suo operato, costringendolo a concludere, approfondire, eventualmente rifare ciò che ha fatto male.
E quel qualcuno sarò io: sono una maga, in questo campo. I suoi fratelli maggiori ne sanno qualcosa: chi per una cosa, chi per l’altra, hanno assaggiato tutti i miei metodi. E sono loro a sostenere che sono persona adattissima a occuparsi del nostro caso clinico.
Perché il gaglioffo dovrebbe accettare tutto questo, se fino ad ora non abbiamo cavato un ragno dal buco?
Perché vuole andare a Roma.
A Capodanno ha trascorso una settimana dal suo migliore amico: e ripetere l’esperienza quest’estate è il suo obiettivo primario, al momento.
Una cosa dichiarata, tra parentesi: “Mamma, è vero: ho deciso di fare il veterinario e di finire questa scuola. Ma sono traguardi troppo lontani per preoccuparmi veramente: però se becco delle insufficienze, o mi bocciano, voi mi inchiodate a casa. E non rovinarmi le vacanze sì che è una meta da raggiungere, per me!”
A questo si aggiunga il suo motto: “Pigna barcolla, ma non molla!”
Motto riesumato anche ieri, di fronte al modulo per la preiscrizione all’anno venturo: di arrendersi non se ne parla. Ha deciso per il liceo e liceo sarà. Ipse dixit.
Pare incredibile anche a me: però ieri in Fisica mi ha sorpreso. E’ arrivato in cucina spontaneamente, zavorrato dal testo e armato di buona volontà: ed è stato produttivo come non mai.
“Mamma, ho deciso di combattere la mia pigrizia con ogni mezzo! ”
Bene. La consapevolezza dei propri limiti è il primo passo per superarli, dopotutto.
Per oggi, abbiamo un appuntamento chimico, mentre affino le armi per trasmettergli almeno i fondamentali, acciocché impari a scrivere in un italiano decente. Sigh.
La prof ha comminato all’intera classe la lettura coatta del Barone rampante, di Calvino: e il giovane sta faticosamente procedendo. E’ una palla, dice, ma lo legge.
Io mi domando se proprio con Calvino doveva partire, costei, ma insomma… L’importante è che leggano.
Quanto al PC (enorme fonte di distrazione) l’uomo lo può accendere solo nei fine settimana, e solo se ha rigato dritto. Così si evita che la giornata diventi un’unica, lunga pausa di riflessione prima di dedicarsi alla sola attività per lui interessante. 
Domani, colloquio con la prof di Matematica: con un doppio tre a nostro carico, temo dovrò prendere del Valium prima di partire. Andassi alla forca, sarei più rilassata.
Nel frattempo, perdo ore a sistemare i casini di ziapercaso, arruolando anche mamma e fratello per riuscirci.
E poi incontro gente che mi chiede: “Come fa adesso, dottoressa, che non ha niente da fare tutto il giorno?”
Prima o poi finisco in cronaca nera: aggressione, lesioni personali gravissime, omicidio preterintenzionale. Se non addirittura per strage. Me lo sento.











lunedì 23 gennaio 2012

Resoconto dal fronte

Tra la pagella cimiteriale, i suggerimenti per il recupero più adatti a un generale d’armata che a una mamma disarmata e le fosche prospettive per il futuro, mi sento proprio in guerra.
Inevitabile chiedersi: ce la farò a uscire dal guano? Saprò trovare il modo per strappare la prole dalle sabbie mobili? E, soprattutto, che devo fare per riuscirci?
La stoffa del combattente si vede in momenti come questo: quando le preoccupazioni incalzano, il compito da svolgere è immane e la pressione su di te aumenta in modo esponenziale.
Vedo che siete in parecchie a condividere le mie ambasce: sperando di esservi utile, vi informo sulle mie modalità operative in questo drammatico frangente.
Date le circostanze, c’era un’unica cosa saggia da fare: le valigie.
Ritirata strategica, fuga controllata, pausa di riflessione: chiamatela come volete. Io sono scappata: dalle mie responsabilità e pure da casa.
Mi sono data alla fuga per qualche giorno: altrimenti, rischiavo di costringere altri a organizzare le mie esequie. Oppure il mio ricovero coatto, che comunque non sarebbe stato una passeggiata.
C’è un limite a tutto, persino a quello che una mamma è in grado di tollerare: raggiunto quello, bisogna mandare il cervello in stand-by. Dopo qualche giorno di salutare black-out, alla riaccensione funziona tutto meglio. Consiglio anche voi di seguire le mie orme.
Le energie, sfilacciate dalle disillusioni e distrutte dalle preoccupazioni, si ricompattano, fungendo da volano per riprendere l’abbrivio: poi, un passo alla volta, vedremo di scalare la nostra personale montagna. Anche se ad attenderci, alla fine del cammino, non sarà esattamente la meta che ci eravamo prefissate. L’importante è non perdere il sentiero e arrivare da qualche parte.
Venerdì sera, dunque, dopo un pomeriggio speso tra unità di misura, equivalenze e diagrammi cartesiani, mi sono vestita pesante (c’era un freddo glaciale) e me ne sono andata a teatro con Jurassico e un’altra coppia. Davano “Di mamme ce n’è due sole”: un titolo quanto mai adatto alla sottoscritta, tra parentesi.
Dopo lo spettacolo, abbiamo tirato tardi a casa di Davide e Renata, mentre l’indomani siamo partiti per un fine settimana fuori stanza.
La figlia di due nostri cari amici ha appena avuto un bimbo: e noi siamo andati a trovarli, rimanendo fuori  per una notte.
Decisa a non farmi mancare nulla, sono persino andata dal parrucchiere: non volevo traumatizzare la creatura, poveretto. La mia salvatrice ha fatto di me un essere presentabile, operando un vero miracolo: ultimamente, la tensione si ripercuote anche sulla docilità della cesta di serpi che ho in testa. Poi, mi sono precipitata a comprare il regalo per il pupo e per la neo-mamma: superando una serie infinita di ostacoli. Non ultima, la sfiga immane che pare perseguitarmi, da un po’ di tempo a questa parte.
Da donna pratica qual sono, avevo deciso per uno starting-pack neonatale: dal sapone alla crema restauratrice per la mamma, non ho dimenticato nulla. Resto sempre farmacista dentro, dopotutto.
Fatto il più, mi sono persa nel meno: il pacco regalo. Dove di solito trionfa una dovizia assoluta di pacchi, sacchetti ed eleganti scatole da regalo, erano rimasti quattro contenitori acciaccati e una serie infinita di sacchetti di Hello Kitty. Del tutto inadatti al maschietto che avevo deciso di omaggiare. Mi pareva di essere Melchiorre, rimasto senza cammello: e mentre imprecavo contro il mio destino gramo, mi è giunta la telefonata di allerta del Jurassico. Secondo lui, eravamo in ritardo.
Ho arraffato un sacchettino con una veduta newyorkese, riservandomi di scusarmi per la mia inadeguatezza, e mi sono precipitata  a casa. Mi sono preparata a tempo di record, senza per questo placare l’agitazione di mio marito, il quale pareva morso dalla tarantola: colta da una crisi d’impazienza, l’ho mandato dove immaginate, con modi e termini non esattamente da signora. Scagliato un trolley in bagagliaio, ho dato il via libera al nevrastenico: il quale è partito protestando a gran voce contro questa moglie perditempo. Mentre la suddetta sobbolliva in silenzio, sul sedile accanto al suo, in piena crisi di vittimismo.
E come inizio di week end romantico non c’è male…
Dopo due minuti, una flebile voce si leva alla mia sinistra: “Ma… tu che ora fai?”
“Le tre, accidenti a te. Siamo in ferie, non abbiamo appuntamenti urgenti e ho pure saltato il pranzo, per potermela prendere con calma. Vorrei sapere perché mi stai levando la vita così!!!”
“Ahem… Il mio orologio. Hai cambiato la pila?”
“Certo che sì. Perché?”
“Perché va avanti… Secondo lui, ora sono le tre e cinquantasette…”
“E’ per quello che rompevi a dismisura???”
“Io… In effetti… Sai, la nebbia: non era il caso di partire troppo tardi!”
Ma pure l’orologio indemoniato, mi doveva capitare. Non è possibile. Anche la tecnologia mi si rivolta contro. Come posso sopravvivere a tutto questo, mi chiedo io?
Comunque sia, la sfuriata è finita a tarallucci e vino. Il nostro fine settimana è stato davvero meraviglioso: l’abbiamo trascorso in compagnia di persone magnifiche, amici carissimi, capaci di farci sentire come in famiglia. Ho rivisto un’amica a me molto, molto cara e abbiamo festeggiato la nascita di uno dei più bei bambini del creato (una meraviglia, lo dico sul serio). Ci siamo commossi, divertiti e distratti.
E siamo tornati a casa ricaricati.
Da oggi in poi, si ricomincia: e chissà che le cose si aggiustino, in un modo o nell’altro. Finché c’è vita c’è speranza.


venerdì 20 gennaio 2012

Figli e naufragi

Parliamo di scogli, di falle e di procedure di emergenza in caso di naufragio.
Parliamo del gaglioffo, dunque, ma non solo di lui:  parliamo di questo dannato ginepraio nel quale ci cacciamo quando decidiamo di riprodurci, dando un calcio a tutte le nostre certezze, per infilarci in un oceano di guai.
Impreparati a tutto quello che ci accadrà, con l’incoscienza della gioventù oppure la falsa sicurezza data da qualche decennio di primavere accumulate sulle spalle, ci troviamo a scontrarci con ostacoli inaspettati, pessime sorprese e delusioni a ripetizione.
Il tutto facendo i conti con un senso di inadeguatezza tanto devastante da sfiorare talvolta la disperazione.
Che fare, dunque?
Abbandonarci al fluire degli eventi, rovesciando sui nostri figli tutta la responsabilità dei loro fallimenti, o affogare nei sensi di colpa, convinti di non aver fatto mai abbastanza per aiutarli?
Chi è genitore lo sa: di fronte a un figlio che tentenna, pensi sempre che sia tutta colpa tua. Una dinamica della quale la mia vicenda col gaglioffo è l’archetipo perfetto: quando lavoravo, mi accusavo di non seguirlo a sufficienza. Poi ho smesso di lavorare, mettendomi d’impegno a tampinarlo: per sentirmi rimarcare che a fargli da stampella non lo stavo aiutando per niente.
Sempre lì a rimproverare a me stessa errori, deficit e responsabilità varie, mi sono esibita in una serie di cambi di strategia che nemmeno un capitano di fregata in pieno conflitto mondiale: le ho tentate tutte. Dall’interventismo all’astensionismo, passando per l’interventismo a richiesta e all’astensionismo di risposta. Nulla di fatto.
Ho sperimentato il controllo puntuale e continuativo,  quello random, a sorpresa, e infine la fiducia accordata a prescindere. Ci si aspetta che, con gli anni, 'sti figli maturino almeno un po’: ma sembra che l’adolescenza finisca a trent’anni, ormai. Una notizia che mi ha raso al suolo, lo ammetto.
Tutto ciò per confessarvi di aver scoperto una triste realtà: non dipende da noi.
Quello che combinano i nostri figli non dipende da noi: nel bene come nel male, la nostra influenza è del tutto marginale.
Nella nostra foga di fare e dare il meglio ai nostri nidiacei, ci dimentichiamo che ognuno è arbitro del suo destino. Se un figlio decide di non darsi da fare, tu ti puoi pure arrampicare sui muri: lui ti osserverà sudare, fregandosene alla grande.
I ragazzi sanno come fare: non è difficile sfuggire ai controlli. Non siamo investigatori privati: e quand’anche lo fossimo, che senso avrebbe costringere un figlio a seguire un percorso che non sente suo?
Dopo anni di inutili lotte e di delusioni abissali, mi sono rassegnata: ma non mi sento sconfitta. Tutt’altro.
Rimango qui, in plancia, a bordo della nave: non la guardo naufragare dagli scogli. Quella sarebbe pura vigliaccheria.
Conoscendo i miei polli, credo di riuscire a leggere fra le righe, a capire quello che non va e soprattutto a capire quello che potrebbe andare meglio.
Bisogna saper fare un passo indietro quando non è più cosa nostra (e l’ho fatto: dove necessario, ho già passato la palla) ma non possiamo non farci trovare quando la cosa E’ cosa nostra.
Spesso il rendimento scolastico è solo la spia di un disagio più grande, o di un modo sbagliato di affrontare la vita: ed è su quello che dobbiamo lavorare. Non c’è professionista al mondo che possa sostituire un genitore attento e sollecito. Non c’è psicologo che ti possa spiegare perché, e soprattutto quando, dare di nuovo fiducia a un figlio che l’ha tradita mille volte. Devi saper comprendere lui e capire anche te stesso: gestire i tuoi sentimenti e leggere fra le righe dei suoi. Intuire quando devi essere severo  e quando comprensivo, quando dare un’altra chance e quando chiudere tutte le porte. Anche se lì fuori è freddo e gelo.
Non è facile fare i genitori: e i figli non ti aiutano.
Sempre pronti ad autoassolversi, tendono a scaricare su di te le proprie responsabilità, modificando la visione dei fatti a proprio favore. A volte bisogna persino fingere di credere alle loro manipolazioni, perché un ragazzo all’angolo ha bisogno di trovare una via d’uscita. Una volta tornato sulla retta via, però, è giusto fargli notare quanto sia stato scorretto: sia nei comportamenti sia nella reinterpretazione degli stessi. Il tutto senza assumere atteggiamenti giudicanti o rivendicativi: i giovani hanno bisogno di constatare serenamente quanto possano pesare i propri errori, senza il terrore di vedersi sottrarre, a causa loro, l’affetto di mamma e papà.
L’amore incondizionato è proprio questo: volere bene a un figlio, qualsiasi cosa faccia. Perdonarlo quando sbaglia e aiutarlo nel suo percorso di recupero, qualora dimostri una seria volontà in tal senso. Perdonarlo e aiutarlo a trovare una via alternativa, se il suddetto percorso si rivela al di là o al di sopra delle sue forze. E guidarlo nel dirimere fra le due condizioni: non sempre volere è potere. Il difficile è capire quando uno può e quando invece no.
Alla luce di quanto sopra, con Jurassico abbiamo elaborato una strategia: non so se sia quella vincente. Non so se riusciremo a riparare le falle e a rimetterci in navigazione, oppure se il nostro sarà solo un naufragio controllato.
In un caso e nell’altro una cosa è certa: non molliamo il ponte di comando. Qualcosa ci dice che mai come ora la nostra presenza è stata necessaria.


giovedì 19 gennaio 2012

Io speriamo che me la cavo

Mi fanno ammattire. Gaglioffo e Ziapercaso saranno la mia morte: non so se sopravvivrò alla micidiale combinazione costituita da quei due. 
Per due giorni son corsa come una trottola per centinaia di chilometri, a disbrigar pratiche per conto della zia: scoprendo che la stessa ha disseminato il suo cammino di disattenzioni, dimenticanze e disastri vari. In molti abbiamo cercato di suggerirle qualche dritta, in questi anni, timorosi che accadesse proprio questo.
“Non sono mica scema!” era la risposta, riservata a tutti noi. Sdegnosa e altera, ci polverizzava con lo sguardo, bloccando sul nascere ogni nostro pallido tentativo di intervento.
Risultato: ora Mpc è costretta a fingersi lo Shuttle, per porre rimedio a immani quanto numerosi  casini pregressi. Ne avrò per settimane: stima approssimata per difetto.
Presa da crisi di sconforto, l’ho chiamata al telefono, direttamente da casa sua (in Trentino) avvisandola dell’inaspettato sviluppo degli eventi: nulla di fatto sul fronte disbrigo delle pratiche, molto ancora da fare per la soluzione dei nuovi problemi.
Dall’altro capo del filo mi giunge una risatina vagamente colpevole e un: “Ti voglio bene… Porta pazienza. Lo sai che ti voglio bene!”
“Anch’io, zia. Non ti volessi bene, a quest’ora ti avrei annegata nel water!”
Risata divertita dall’altro lato.
“E ricordati che non rischierei nemmeno la galera: di sicuro mi riconoscerebbero la provocazione grave e pure la legittima difesa! Un premio, mi danno, se ti cancello dalla faccia della terra!!!”
“In effetti…”
La vegliarda è dotata di sense of humor, almeno. E per fortuna ne possiedo una massiccia scorta pure io: fornitura assolutamente necessaria ad affrontare i prossimi giorni. E non solo per via della zia.
Ora vi saluto, per tuffarmi tra le carte bollate: domani vi aggiornerò sul gaglioffo.
Anzi, grazie a tutti quelli che si avvicendano, sul blog o nella mia casella, a spedirmi considerazioni, osservazioni, riflessioni e consigli. Mi stete aiutando a pensare.

lunedì 16 gennaio 2012

Lo stiamo perdendo

Stamattina, ore otto, colloquio con la coordinatrice di classe del gaglioffo. Sono stati registrati alcuni timidi segni di miglioramento, ma la pagella è un cimitero. Uniche sufficienze, ginnastica e religione. 
La prof mi esorta a non disperare: abbiamo cinque mesi per arrampicarci sino alla sufficienza generalizzata. Però io sono disperata lo stesso. 
Che mi inventerò, stavolta? 

"Mamma, mamma! Sono appena stato aggredito da un'anatra!"
"Eh?"
"Sì, mi ha aggredito: io l'ho salutata dalla riva e lei ha iniziato a starnazzare, agitando le ali! Me  ne sono andato, altrimenti mi sa che mi si sarebbe avventata contro... A proposito di aggressioni, il colloquio con la prof? Perché non ti ho vista? Ti volevo salutare... Adesso mi vuoi uccidere?"
"Boh. Io c'ero. Però nemmeno io ho visto te. Ma forse è stato meglio!  Matti, la tua pagella è un disastro..."
"Lo so. Che ha detto? Che ho di fronte una carriera di zappaterra o maniscalco?" 
"No... In effetti è stata possibilista. Se lavori tanto puoi recuperare, dice.  Non ti dà per bocciato di sicuro."
"Mhm. Si è accorta che ho cambiato atteggiamento?"
"Sì. Ma siamo troppo indietro con la preparazione, ancora. Senti, ci dobbiamo lavorare assieme. Se non mi permetti di darti una mano, di qui non ne esci: sei come in una buca..."
"OK!"
"Come, okkei? Ti va di studiare sotto la mia supervisione?"
"Sì."
"Anche se ti faccio sudare sangue...?"
"Sì."
"Lasci che ti spieghi, che ripassiamo, ti fai interrogare, fai i compiti di italiano con me... Il tutto senza cercare di scappare oppure di avvelenarmi, pur di farmi smettere?"
"Sì. Meglio che la pianti di far muro, sennò mi ci schianto. Da domani, si inizia! Dov'è la mia racchetta, che la nonna sarà qui a momenti...?"
Tutto allegro, afferra la borsa da tennis e va: lasciandomi basita. Se davvero è caduto anche quest'ultimo muro, stavolta forse NON lo perdiamo. 
Sarò puntuale negli aggiornamenti, promesso. Ed ora, vado ad affogare le mie angosce in piscina. 

sabato 14 gennaio 2012

Confessioni di una blogger per caso

Per caso, sì: però almeno tento di non farlo a casaccio.
Austroungarica come sono, piglio sul serio anche la mia frequentazione della blogosfera: il che non manca di crearmi più di qualche attimo di panico.
Tanto per cominciare, il mio ipercriticismo a prescindere: quando si tratta di me stessa, sfioro l’autolesionismo. Quello che faccio non mi va mai bene: i miei piatti fanno sempre schifo, con quel vestito faccio pena, quel che scrivo è sempre candidato al cestino. Seguissi il mio istinto, sarei sempre sulla funzione delete: dallo specchio ai post, non sopravvivrei a me stessa.
Ergo, ogni volta che pubblico un post devo uscire di corsa dal mio profilo Blogger, senza rileggere il pezzo un’ultima volta: il che spiega i numerosi mostri che mi escono di tastiera, tra l’altro.  
Con un background emotivo del genere, il gettarmi in pasto al web ha il sapore di una sfida: giorno per giorno, vado a spiare le statistiche del mio profilo. Quando scoprirò che non mi si fila più nessuno, avrò la risposta che cercavo: e chiuderò il blog senza esitazioni.
Questo mio studio semimaniacale delle informazioni date dalla piattaforma, tuttavia, ha alcuni risvolti interessanti: dettagli nascosti, noti solo all’amministratore del sistema.
Oggi ho deciso di rivelarvene qualcuno.
Le nazioni da cui si generano i click, per esempio: superiamo la dozzina, nel complesso. Dagli Stati Uniti al Canada, dall’Europa alla Russia, con qualche occasionale incursione persino da Australia e Giappone (fedelissimi in gita di piacere, presumo), ormai le avventure di Casa per Caso sono note in un paio di continenti almeno. Una situazione fuori dalla norma, vissuta dai miei familiari con distratta filosofia: hanno una mamma (e una moglie) alquanto stramba. Si sono rassegnati.  
Tutti, tranne il gaglioffo; costui, infiltratosi alle mie spalle mentre amministravo il sito, quando ha letto Afghanistan ha fatto un salto: “Mamma, hai rapporti con Al Qaeda? Non è che ci vengono a mettere una bomba in casa???”
Quel ragazzo frequenta troppo i videogame di guerra, accidenti. Ha una fantasia perversa.  
Anche se sarei curiosa anch’io di sapere che ci fa un fan di Mpc in Medio Oriente, lo devo confessare…
Anzi, approfitto di questa occasione per (ri)mandare un messaggio ai miei lettori di oltreconfine: non vi posso dire quanto mi piacerebbe conoscervi, sapere chi siete e come mai siete arrivati fin laggiù. Da nipote di emigranti, è un tema che mi è particolarmente caro, quello degli Italiani all’estero.
Ma torniamo alle statistiche: le parole chiave per la ricerca, ad esempio.  Da quando è uscito il film “Scialla”, almeno un malcapitato a settimana finisce accidentalmente con l’inciampare sul mio blog. Digitando su Google cosa vuol dire scialla, uno mi trova fra i primi dieci risultati: non so cosa pagherei per vedere la faccia di quelli che ci arrivano così. Così come vorrei vedere la delusione dipinta sul viso dei meschini che vi sono stati indirizzati per aver cercato su Google coscia lunga e calze a rete. Quando l’ho raccontato a Jurassico si è fatto una risata, approvando: la lunghezza del mio femore è sempre stata una delle caratterisitche che apprezza maggiormente di me. Quello che mi chiedo è secondo quale dinamica deviata un utente in cerca di cosce lunghe possa essere proiettato nel blog di Mpc. Fossi in loro, presenterei ufficiale reclamo presso Page & Brin: quelli cercavano il brivido erotico, e hanno trovato me. Roba da bloccargli la produzione di testosterone per un mese, poveracci.  

venerdì 13 gennaio 2012

Ci separiamo?

Ogni tanto Jurassico se ne esce con questa domanda: una sorta di gesto rituale a sfondo scaramantico, con il quale risponde al panorama che ci circonda.  
Il fatto è che assistiamo impotenti a disfatte matrimoniali sempre più numerose: coppie scoppiate, amori che naufragano fra le carte da bollo, con turbe di avvocati assetati di sangue che si avventano gli uni contro gli altri, mentre truppe di figli affrontano la deriva matrimoniale dei genitori, senza sapere di preciso che ne sarà di loro. E senza che lo sappiano neppure i genitori, talvolta.
Separati in casa costretti a una convivenza forzata, perché la separazione è un lusso che non tutti si possono permettere. Situazioni tensive da tagliare col coltello, mentitori seriali che tengono il piede in due staffe, senza parlare di certe paludi matrimoniali, dove i sentimenti sono stagnanti e l’abitudine è l’unico collante rimasto, fra due perfetti estranei.
Ormai, siamo ridotti ad osservare con speranza e ammirazione coloro che riescono a gestire la separazione con civiltà, senza trasformare la prole né in moneta di scambio, né tantomeno in terreno di scontro. E quelli che riescono a rifarsi una vita con discrezione e correttezza.
Le coppie serene e funzionali, quelle che affrontano con coraggio i flutti del destino appoggiandosi all’amore reciproco, cercando all’interno della coppia i motivi per continuare un percorso comune e una gioia di vivere da condividere, sono sempre meno numerose. Quando ci si trova assieme, si è un po’ come dei reduci, oppure dei sopravvissuti.
Ci scambiamo mestamente le notizie circa l’infausta conclusione di questa o quella storia traballante, constatando  con dispiacere che nemmeno loro ce l’hanno fatta. Un autentico conflitto planetario.
Tanto esteso da mettere talvolta in crisi anche me: possibile che noi ne siamo immuni? Sarà vero o un brutto giorno mi sveglierò anch’io dalla mia favola, scoprendo che era tutto una finzione?
Poi  l’amato bene mi porta a spasso per Firenze, una città in pieno assetto di guerra: i turisti sono insidiati da centinaia di negozi, armati di saldi e incattiviti dalla crisi. Migliaia di ciofeche estratte per l’occasione infestano le vetrine, in un melting pot di autentici affari mischiati a obbrobri assoluti. Roba da far perdere la testa a una shopper professionista: persino la Miss avrebbe esitato, di fronte a tanto caos.
Il nostro, con il solito fare indifferente, individua una piccola vetrina, semibuia, confinata all’estremo di una piazza di una bellezza totalizzante: “Ehi, vieni qui, tu!”
“Che c’è?”
“Vedi un po’ ‘sta borsa…”
 “Wow! Stupenda… Che color fentastico! Andrebbe con tutto e poi è grande, come piacciono a me…”
“Appunto. Per quello l’ho notata. Entra in negozio e vedi se ti piace. Se ti piace comprala!”
Eseguo. Quando scopro che c’è sì il 30% di sconto, ma da una base 300 €, mi dò alla fuga: troppi soldi per un capriccio.
“E allora? Non era bella?”
“Sì che era bella! Ma costa un botto, non mi pare proprio il caso…”
“Ma tu senti questa! Se ti ho detto di andartela comprare! Ma guarda cosa mi tocca fare…”
Mi prende per un braccio e mi conduce, carta di credito in resta, all’interno del negozio: dove procede all’acquisto del bene voluttuario. Facendo di me una donna felice, sia detto per inciso: attualmente, è l’unica borsetta che utilizzo.
In più, l’episodio mi ha rassicurata alquanto. Diciamocelo: se un uomo riesce a individuare, in pieno delirio da saldi, l’unica borsa che potrebbe piacere a te e ti costringe addirittura a comperarla, ti deve amare sul serio. 
Un maschio può fingere su tutto, ma non su questo!