domenica 13 novembre 2011

Una al giorno

Ieri, dopo peregrinazioni durate l’intera giornata, Jurassico e la sottoscritta sono crollati alle dieci di sera. Ho letto due editoriali in croce, per addormentarmi come un ciocco un quarto d’ora dopo essermi infilata sotto il piumino. Stamattina, verso le sette, il marito mi sveglia, circondandomi con le braccia in un tenero abbraccio. Ancora mezzo addormentata, mi accoccolo contro di lui: questi momenti rubati sono i migliori della giornata. Indugiare a letto cinque minuti di più, ignorando deliberatamente le cifre proiettate sul soffitto dalla sveglia digitale…
Oggi l’uomo è di guardia. Tempo un quarto d’ora e saremo in piedi, in piena attività: lui per prepararsi al lavoro, io per solidarietà. E perché lui fa il caffè meglio di me: non me lo perdo, solo per restare mezz’ora in più a poltrire. Non ne vale la pena.
Abbandonata fra le sue braccia, lascio vagare il pensiero: stasera ci aspetta una cena con gli amici, convocati per un baccanale a base di tigelle, salumi e lambrusco. Inizio a pensare all’organizzazione delle scorte alimentari… E schizzo fuori dal letto come una molla: afferro una vestaglia, me la butto addosso, per lanciarmi verso le scale, emettendo quello che deve sembrargli un brontolio indistinto.
“Dove vai?!” mi grida dietro un attonito Jurassico, mentre io fiuto l’aria come un segugio.
“I CARCIOFI!” rispondo, apparentemente delirando.
Di nuovo: ho di nuovo dimenticato una pentola sul fuoco.  Quella a pressione, con i carciofi dentro: lasciandola sul fornello la notte intera, stavolta. Roba da scatenare un incendio.
Per fortuna, ho usato lo scodello: i carciofi non erano a diretto contatto col fuoco. Questo, tenuto al minimo, ha lentamente disidratato ogni singola goccia d’acqua contenuta nella pentola. Senza rovinarla, incredibilmente. I carciofi, ovviamente, ne sono usciti immangiabili: non erano tanto carbonizzati, quanto piuttosto mummificati. Parevano usciti dalla tomba di un faraone egizio.
Un vago sentore di bruciato ha invaso la casa, senza però impestarla: un paio di spirgli di finestra aperti, e sono sparite quasi tutte le tracce della mia inettitudine. Le uniche vittime sono state i miei capelli, che hanno assorbito la zaffata di vapore uscita dalla pentola incriminata.  Quando sono tornata da Jurassico, puzzavo come una cicca spenta.
“Perché non mi avverti, quando metti le pentole sul fuoco, amore?” mi chiede lui, accarezzandomi.
“Perché non puoi fare anche questo, tesoro: il controllo a distanza di tua moglie non è realizzabile. A meno che non mi narcotizzi prima di uscire. Devo ricordarmi di usare il timer, altrimenti finisce che facciamo la fine dei polli!”
Ridacchiando, il marito conviene con me sulla necessità sopra esposta. Il tutto senza arrabbiarsi nemmeno un pochino. Mio marito è un santo. E un martire, aggiungerei: tu guarda che razza di femmina infausta si è andato a sposare…