lunedì 18 luglio 2011

Obsession


Ebbene sì, partire è un po’ morire. Specialmente quando devi armare un transatlantico, pensare a tutto per tutti, la colf è già in vacanza da una settimana  e tu ci vorresti essere da sei. Ogni volta, mi riduco all’ombra di me stessa: e stavolta non ha fatto eccezione.
Dopo una giornata matta e disperatissima, con Jurassico – reduce anche lui da una notte di guardia -  in stato di incoscienza già da ore, riverso sul talamo coniugale, mi sono furtivamente introdotta in camera del gaglioffo. Era mezzanotte passata, volevo sollecitarlo a inumarsi nel letto, onde non trovarmi l’indomani  con un cadavere, al posto di un figlio.
AAAARRRRGGGHHHH!!!!
Sono stata accolta da un urlo di orrore.
“Mamma, mi vuoi ammazzare? Mi compari davanti così, senza preavviso?! Con quella veste, gli occhiali e quei capelli, sei spaventosa! Tu mi rovini l’infanzia, con questi traumi…”
“Piantala con questa sceneggiata e vai a letto!”
“A letto? Adesso?”
“Sì, adesso, senza discussioni.”
“Gnmngrrgnmm… Avrò gli incubi. Me lo sognerò, questo mostro di madre!”
Esagerato, mi sono detta. Fino a quando sono passata davanti allo specchio dell’ingresso, dove ho fatto un salto indietro, vedendo l’obbrobrio ivi riflesso. Ero tanto orrida da non riconoscermi nemmeno.
Assicuratami così una bella dose di depressione, stratificatasi sopra la stanchezza, ho raggiunto l’amato bene – che per fortuna non era in grado di vedermi, perché sempre in catalessi – e sono piombata in un sonno ristoratore. O quasi. Otto ore dopo, ci sono voluti una doccia, tre caffè, una lauta colazione e mezz’ora di restauro in bagno per tornare ad assumere un aspetto guardabile. Nel frattempo, il pilota caricava l’acqua, controllava gli impianti e caricava i bagagli, via via predisposti dai ragazzi. Verso le undici e mezzo, siamo salpati.
Come sempre, i due “piccoli” depongono le armi appena salgono in camper; da piccolo, Matteo diceva: “Qui dentro c’è più amore. A casa Valentina mi odia, qui mi coccola…”
Ora non lo coccola più, ma fra di loro si instaura all’istante una normale relazione fraterna: si parlano, invece di abbaiarsi contro, scherzano, si sorridono e sono molto coesi. Nel prendere in giro me, ça va sans dire.
Dopo poche ore di viaggio – ce ne siamo sparate nove, per la cronaca – mi sono mossa per prendere qualcosa in coda: intercettata da uno sguardo dolce di Elastigirl, ne ho approfittato per rubarle una coccola.
“Ma vieni qui, buffo tacchino… Senti come sei morbida!”
Ho risposto con le solite fusa – sono un tacchino poliglotta: ronfo come un gatto -  mentre la Miss mi osservava con maggiore attenzione e uno sguardo perplesso.
“Ma scusa… Cosa hai fatto ai capelli?”
“Li ho sistemati stamattina. Perché?”
“Perché sembri un barboncino!”
Umidità, sarai la mia morte.
Meno male che si va a Sud, in un posto dove umidità non ce ne dovrebbe essere nemmeno un po'. Anzi, ci attendono laghi cristallini e spiagge bianche, tipo Caraibi, a sentire il pater familias.
Nel frattempo, si è accesa una discussione, sul solito tema: i nostri piedi. Come già illustrato su queste colonne, il piede egizio vs quello romano vince, nell’indice di gradimento dei figli. Matteo mi odia per averglielo trasmesso per via genetica, la Miss si vanta del suo, dileggiando i nostri. Io li difendo strenuamente, molto orgogliosa della loro regolarità geometrica. Alla ricerca di sponda, ieri ho provato a invocare Jurassico, chiedendogli un giudizio sulle mie estremità. E lì mi è arrivata la mazzata finale: “Tu non hai due piedi. Hai due pantegane!”
Eccolo lì, tutto l’amore. Mi stanno facendo venire il complesso dei piedi e l’ossessione dei capelli. Come farò a ricostruire una quota accettabile di autostima, dopo quindici giorni trascorsi con una simile famiglia di picconatori?
Sempre più disperata, ho deciso di concentrare la mia attenzione sulla cartina topografica, come da indicazioni jurassiche. Verifica del percorso dettato da Tomtom: della tecnologia è bene fidarsi sì, ma con juicio. Talvolta siamo finiti in grossi guai, per averlo acriticamente ascoltato. Il navigatore stavolta non ci ha tradito, conducendoci fino alla meta: dove ci hanno accolto un boschetto magnifico, un clima straordinario, uno stellato inimmaginabile… e un preoccupante coro di rane, ranocchi e raganelle.
Sceso dal camper, il manigoldo è andato in avanscoperta, appropinquandosi alle rive del preteso lago cristallino: “Mamma, ci siamo. Abbiamo raggiunto le Paludi Morte!”
Dove siamo finiti? È stato il pensiero unanime dei ragazzi, mentre Shrek gongolava poco distante, completamente integrato nel suo ambiente. La sottoscritta osservava la location, traendo conclusioni e formulando previsioni.
Che vacanza ci aspetta? Il seguito alla prossima puntata.