domenica 4 febbraio 2018

Voglio il divorzio

Sto rientrando dal fine settimana più agghiacciante mai vissuto prima d'ora. Nel senso letterale del temine. 
Contrariamente a quanto in precedenza deciso, Jurassico decide di andare in montagna. Sabato all'una, così, senza preavviso. Supportato in questo dai due figli di confine (il maggiore e il minore), occasionalmente assieme e accomunati dalla voglia di mandarci fuori dai piedi.  Oppormi alla ferma volontà della triplice alleanza risulta impossibile. Inutili le mie flebili proteste - ci sono 5 gradi in quella casa! - alle quali il gaglioffo oppone una risata - vi riscalderà il vostro amore... - per cui, niente, partiamo.
Digiuni - tanto ieri sera abbiamo mangiato fino all'una passata...  - con quattro avanzi raccolti al volo per i pasti successivi, tre yogurt e un litro di latte. 
All'arrivo, siamo accolti da un lastrone di ghiaccio sulla soglia e i previsti cinque gradi. Una roba da restare stecchiti già in ingresso.
Il nostro scarica l'auto con entusiasmo, mentre la sottoscritta, con il parka addosso, riempie il frigo e svuota le borse. Infilando una sequela muta di imprecazioni da levare il pelo a un ippopotamo. Nel frattempo, il disgraziato che ho sposato accende la caldaia - che inizia a lavorare come una vaporiera - quindi si dedica canticchiando alle stufe.  Le accende tutte, compresa quella economica in cucina, indossando ostentatamente solo i jeans e un maglioncino. Se gli viene la polmonite meglio che i colleghi lo ricoverino, perché io non lo curo di sicuro. 
"Dai, senti, già si sta bene..." afferma, l'impunito, mentre io, con le stalattiti al naso, fisso con odio il termometro. Dieci gradi, c@@@o. Un frigo, praticamente.
Mi rifugio in bagno, dove c'è una stufetta elettrica, e mi siedo a leggere sul water.  Chiuso. Sempre col giaccone su, ça va sans dire. Quando l'ambiente si è normalizzato, mi cambio.
Due minuti dopo, sono a letto. Col lettore e-book acceso, due coperte tirate fin sopra la testa, indossando: una tuta di pile, una vestaglia con la pelliccia interna e un paio di calzettoni. Il che non mi impedisce di battere i denti, per la cronaca.
"Vale, dove sei?"
Ruggito, sottocoperta. Sempre letteralmente.
Sfinita dagli eventi, mi addormento. Poco dopo, piomba in camera, e mi sveglia. Maledetto.
"Ma dormi? Poi ti si sfasa il ritmo del sonno! Io mi preoccupo per te..." tuba, accarezzandomi le guance. Io non tento di strangolarlo solo perché non voglio tirare fuori le braccia.
Mezz'ora dopo, affronto la tundra e vado a preparare la cena. Come dire che scaldo due orecchiette stantie, friggo quattro uova, sbatto tutto in due piatti e divoro la mia porzione. Perché adesso ho anche fame, oltre che freddo.
"Non è romantico, amore?"
Io medito di ingaggiare un killer.
Ore nove. Di nuovo a letto, sempre conciata da palombaro, con lui a fianco. Senza canottiera, perché lui è un maschio alfa.
Io strofino freneticamente i piedi l'uno contro l'altro, sperando di scaldarli per attrito. Non funziona. Mi pungono, da quanto sono freddi. Forse mi cadranno le dita, penso, molto piccola fiammiferaia.
Lui tenta un piedino, commentando: "Esagerata! Li ho sentiti più freddi di così..."
Io, GELIDA: "Sì. Quella volta non portavo i calzini, però."
Sipario.