domenica 15 febbraio 2015

Vorrei essere zen

Ci sono situazioni nelle quali tacere è misura prudenziale. Pronunciare l'ovvia verità significherebbe innescare un conflitto di dimensioni ragguardevoli e dalle conseguenze imprevedibili. 
Specialmente ora, con la Stamberga infestata di giovanotti in vena di festeggiamenti. 
A te, nume tutelare della casa, spetta il compito di dirigere il traffico nelle zone nevralgiche - le cucine, essenzialmente - e sorridere sempre. Anche se gli effetti dell'operato di taluni distruttori - della tua quiete, ma non solo - hanno minato persino la tua leggendaria capacità di sorridere in ogni circostanza. 
Ecco dunque che, nello spasimo di mantenere l'autocontrollo, ti affidi al training autogeno. Senza successo. Respiri a fondo. Finendo solo per iperventilarti.  Tenti la via zen, ma dev'esserci una deviazione perché, più cerchi di astrarti, più ti senti profondamente affine a un qualche dio della guerra.  Altro che buddismo. Conti fino a dieci, poi a venti, infine smetti di contare. Il che un minimo di sollievo te lo dà: sei sempre imbufalita, ma almeno non ti senti più cretina a star lì a contare a vuoto. 
Nel frattempo, le entità responsabili del degrado della tua giornata sono concentrate su quel che hanno combinato - roba da far venire il nervoso a Sant'Antonio - il che le espone a un'overdose di senso di colpa. Nella consapevolezza, per di più, del fiume di contumelie con il quale ti sommergerebbero, a parti invertite. 
Che fanno, dunque, gli infami? Cercano di rabbonirti? Sono particolarmente gentili e accomodanti? Ti maneggiano con cura, insomma...?
Certo che no. Fedeli alla massima secondo la quale la miglior difesa è l'attacco, attaccano. Su tutto e per tutto. Anzi, per niente. Provocandoti un rialzo pressorio che, se non ci stai attenta, finisci in Unità Coronarica. O al Commissariato, con un coltello insanguinato tra le mani. 
Signore, dammi la forza di sopportare. Ci sono ospiti: non è il momento di uccidere. Ancora.