lunedì 2 febbraio 2015

Ciao, Gilda

Anche lei. Anche lei ci ha lasciato per sempre. 
In silenzio, tranquilla, quasi con discrezione: nel sonno, il suo cuore ha smesso di battere. 
E così se ne va un altro pezzo della nostra vita. Un pezzo importante, la zia bella, allegra, divertente; quella benvoluta da grandi, adorata da piccoli. 
L'unica persona adulta, nei miei verdi anni, che davvero mi permettesse di essere una bambina. 
Mai scorderò le vacanze a Malgolo, tra i meli della Val di Non, libera di essere me stessa senza subire pressioni, senza essere obbligata ad essere perfetta per legge, dove quel che facevo non veniva mai scannerizzato, polverizzato, passato al setaccio e condannato. A prescindere. 
Non è facile per una ragazzina crescere con la disabilità in casa. Lei mi faceva sentire normale, una ragazzina come tante, mi faceva scordare le pressioni e le responsabilità che tutti gli altri "grandi" mi caricavano sulle spalle. 
Una donna alla quale ho messo il sale nel caffè e che non ha smesso di amarmi, nonostante questo grave delitto. 
Ci voleva bene. Voleva un gran bene sia a me che a mio fratello, così come ai nostri cugini. 
I suoi quattro nipoti, amati quanto avrebbe amato i figli mai avuti, l'unità di crisi alla quale rivolgersi ogni volta che aveva un - serio - problema. 
Una persona spesso difficile, con una mentalità d'altri tempi e categorie un po' feudali, talvolta. Ma una donna capace di grandi slanci di generosità e di affetto vero. 
Una signora volitiva, a tratti caparbia, capace però di ricredersi di fronte all'evidenza di un suo giudizio sbagliato, e di tornare sui suoi passi quando una persona le dimostrava di valere qualcosa. 
Nei mesi trascorsi nella Stamberga, piegata di gravi malattie, ha saputo comprendere fino in fondo il reticolo dei sentimenti responsabile dell'unione e della stabilità della nostra complicata famiglia. Ne ha apprezzato le doti, sorridendo delle nostre pecche. Quanto andava orgogliosa dei suoi nipoti acquisiti, poi. Nipoti che ci ha messo dieci anni ad accettare, due settimane di convivenza per imparare ad amare. Senza riserve. 
Una delle rare persone capaci di dire un grazie sincero, dal profondo del cuore, per il bene ricevuto. Una gratitudine in grado di riscaldare il cuore di chiunque abbia avuto un gesto gentile o affettuoso nei suoi confronti. 
Un carattere complesso, forgiato in un clan familiare spesso disfunzionale, capace di rivelare però lati sorprendentemente positivi. Così positivi da aver lasciato un vuoto nel cuore di tante, tantissime persone, 
Era una bella signora di novantanne, elegante e charmant fino all'ultimo giorno della sua vita. Un dettaglio da sottolineare. 
Mi sembra di vederla sorridere di compiacimento, leggendo queste parole. Ci ha sempre tenuto tanto al suo fascino, la zia. 
Dovevamo essere belle anche noi, le nipoti: altrimenti, come avrebbe potuto affermare, con fierezza: "Buon sangue non mente..."? 
L'unica per la quale ero disposta a rinunciare al mio agghiacciante look hard-casual, quello che mi fa scambiare per una moldava (o russa, oppure rumena, a scelta) a settimane alterne. Mi facevo bella (uno sforzo progressivamente più gravoso, con il passare degli anni) e cercavo di regalarle un momento di orgoglio da zia. 
Mi dispiace tanto di non aver potuto restarle più vicino, negli ultimi mesi della sua vita. Mi consola la certezza di essere stata compresa da lei, sempre pronta a sorridermi, quando mi scusavo, assolvendomi con un: "Tesoro, non ti preoccupare. So quanto sei impegnata, con la tua famiglia... Anzi, grazie per aver fatto tutta questa strada per me!"
Ora non dovrò più inventarmi il tempo per andare a trovarla. Massimo non prenderà più un treno, un tram e un autobus per raggiungerla. Basteranno un pensiero e una preghiera per arrivare fino a lei. 
Ma ci mancherà. Tanto. 
Addio, zia. 
Butta un'occhiata su tutti noi, va'. Non si sa mai.