mercoledì 2 ottobre 2013

Chi parte e chi resta



L’ho già detto. Sto iniziando a familiarizzare con l’idea che qualcuno dei miei rampolli spicchi il volo per lidi lontani.
Da figlia di profuga a madre di cervello in fuga: c'è da rifletterci sopra.
Ebbene, il commento su FB di un’amica (andata a vivere in Inghilterra)  mi ha proprio fatta pensare, ispirandomi questo post.
Chi se ne va è coraggioso, pieno di energie, orgoglioso di se stesso e di quello che riesce a conquistare. Gente da ammirare incondizionatamente.
Ogni risultato conseguito ha il sapore di una conquista: una soddisfazione senza prezzo.
Chi ha trovato il coraggio di partire e ricominciare tutto da zero non si fa abbattere dai problemi, ma trova il modo di risolverli. Si complica la vita, è lontano da tutti, si deve arrangiare, spesso in un ambiente ostile o sospettoso: persino parlare è difficile, all’inizio. Per non parlare dell’adattamento a un Paese diverso da quello in cui sei cresciuto.
E’ per quello che tanti non osano.
E’ per quello che molti rimangono, limitandosi a lamentarsi di come nulla funzioni, senza però far niente per contribuire a migliorare le cose.
Ci sono quelli che non si muovono, perché stanno troppo bene nella nicchia creata da mamma e papà.
Quelli che vegetano nell’insoddisfazione, aspettando che le cose si aggiustino da sé.
Quelli sempre arrabbiati con tutti e con tutto, capaci solo di strepitare e distruggere, perfetti inetti quando si tratta di costruire un’alternativa credibile.
Ma non c’è solo questa gente qui.
C’è anche chi rimane perché riesce a crearsi delle ottime occasioni anche qui e lavorare sodo per crescere non gli fa paura. Sono quelli che rendono migliore la nostra nazione e la stanno mantenendo a galla.
Quelli che costruiscono nonostante tutto. Quelli che le tasse, i lacci burocratici, le rogne infinite li ammazzano. Però non smettono, perché la passione è più forte delle difficoltà e delle delusioni.
Quelli che pensano in grande e vedono in un licenziamento un’occasione di miglioramento.
Ci sono anche quelli che restano perché devono farlo, perché andarsene sarebbe una fuga, perché i problemi che devi risolvere si acuirebbero se tu te ne andassi. Parlo per esperienza, tanto per essere chiari.
Sei di fronte a un bivio, tuttavia non hai scelta: la strada per te è già segnata. E non è quella che prenderesti se fossi libero di decidere.
Chi rimane in questa situazione, inchiodato dalle sue responsabilità, come può evitare di finire travolto dai rimpianti, macerandosi in una vita di insoddisfazione e rancori latenti?
L’unica strada è cercare il lato migliore di ciò che sei costretto a fare. Trovare un motivo per sorridere ogni giorno, senza mai voltarsi indietro. Vivere l’oggi come se fosse l’ultimo giorno, rimanendo con lo sguardo fisso al futuro.
Non perdersi nella quotidianità ma mantenere viva la progettualità: la tensione verso un obiettivo da raggiungere ti mantiene giovane e lucido.
Non farsi schiacciare dai problemi: se non esiste soluzione, c’è sempre almeno il modo per renderli meno impattanti sulla vita nostra e di chi ci sta a cuore.
Ogni medaglia ha il suo rovescio: anche nei momenti più neri c’è una piccola briciola di positività. A quella bisogna aggrapparsi, facendola crescere e cercando in essa il motivo per andare avanti con speranza.
Non perdere la fiducia. In se stessi e negli altri: i rapporti umani sono una miniera di potenzialità positive. Il fatto che possano deluderci profondamente, in certi casi, non implica che debba succedere sempre. E una bella persona che entra nella tua vita ne vale mille che l’hanno sfiorata, lasciando un pessimo ricordo, destinato a sbiadire nel tempo.
Si può costruire la propria vita e la propria felicità anche restando: e a volte l’orgoglio di non essere scappato può essere grande quanto quello di chi ha trovato la forza per andarsene.
A volte ce ne vuole persino di più a rimanere. E accettare di vivere, qui e ora.