lunedì 7 ottobre 2013

Belli i miei ragazzi

Fine settimana uggioso, funestato da vari contrattempi e incartapecorito da un’umidità che più padana non si può.
Tuttavia…
Tuttavia i miei rampolli hanno trovato il modo di farmi sorridere.
Erano giorni che si organizzavano: la Miss e il gaglioffo, ospiti a casa dell’informatico.
Menù: pizza per tutti. Fatta in casa, mica take away!
Dato il tempaccio, i due si sono fatti accompagnare in loco da Jurassico, il quale ci ha provato a salire: si è sentito vagamente di troppo. Era evidente che il trio doveva parlare di “cose sue”. Il pater familias è battuto in ritirata, con  un sorriso appiccicato alla faccia che ci ha messo una mezz’ora per estinguersi. Gli piace troppo, questa complicità tra fratelli…
Peccato solo per Andrea, rimasto a Padova anche nel fine settimana.
A Casa per Caso, la sottoscritta sfamava un’accolita di teste canute da far invidia a un pensionato, mentre la gioventù se la spassava a Casa Single. Con sconcerto mai sopito da parte di mia suocera, che racconta ‘sta faccenda del nipote come fosse una bestia rara. Un ragazzo, capace di far pulizie e di sfornare pizze! Dove mai si sarà visto…
Nel pomeriggio, sono rientrati alla base tutti e tre: giusto in tempo per un giro di saluti ai parenti in visita, e per agganciare (Davide) un po’ di avanzi, da consumare a cena.
“Wow! Grazie mamma!!!”
Smack.
Un bacio. E quando mai mi baciava, mio figlio, quando abitava con me?
Allegri, sorridenti, soddisfatti tutti e tre: gli ospiti, per l’ottima pizza da poco divorata. Il padrone di casa, orgoglioso di aver organizzato il suo primo pranzo di famiglia.
Lasciatemi esagerare, per una volta.
Sono troppo fiera dei miei ragazzi! 




mercoledì 2 ottobre 2013

Chi parte e chi resta



L’ho già detto. Sto iniziando a familiarizzare con l’idea che qualcuno dei miei rampolli spicchi il volo per lidi lontani.
Da figlia di profuga a madre di cervello in fuga: c'è da rifletterci sopra.
Ebbene, il commento su FB di un’amica (andata a vivere in Inghilterra)  mi ha proprio fatta pensare, ispirandomi questo post.
Chi se ne va è coraggioso, pieno di energie, orgoglioso di se stesso e di quello che riesce a conquistare. Gente da ammirare incondizionatamente.
Ogni risultato conseguito ha il sapore di una conquista: una soddisfazione senza prezzo.
Chi ha trovato il coraggio di partire e ricominciare tutto da zero non si fa abbattere dai problemi, ma trova il modo di risolverli. Si complica la vita, è lontano da tutti, si deve arrangiare, spesso in un ambiente ostile o sospettoso: persino parlare è difficile, all’inizio. Per non parlare dell’adattamento a un Paese diverso da quello in cui sei cresciuto.
E’ per quello che tanti non osano.
E’ per quello che molti rimangono, limitandosi a lamentarsi di come nulla funzioni, senza però far niente per contribuire a migliorare le cose.
Ci sono quelli che non si muovono, perché stanno troppo bene nella nicchia creata da mamma e papà.
Quelli che vegetano nell’insoddisfazione, aspettando che le cose si aggiustino da sé.
Quelli sempre arrabbiati con tutti e con tutto, capaci solo di strepitare e distruggere, perfetti inetti quando si tratta di costruire un’alternativa credibile.
Ma non c’è solo questa gente qui.
C’è anche chi rimane perché riesce a crearsi delle ottime occasioni anche qui e lavorare sodo per crescere non gli fa paura. Sono quelli che rendono migliore la nostra nazione e la stanno mantenendo a galla.
Quelli che costruiscono nonostante tutto. Quelli che le tasse, i lacci burocratici, le rogne infinite li ammazzano. Però non smettono, perché la passione è più forte delle difficoltà e delle delusioni.
Quelli che pensano in grande e vedono in un licenziamento un’occasione di miglioramento.
Ci sono anche quelli che restano perché devono farlo, perché andarsene sarebbe una fuga, perché i problemi che devi risolvere si acuirebbero se tu te ne andassi. Parlo per esperienza, tanto per essere chiari.
Sei di fronte a un bivio, tuttavia non hai scelta: la strada per te è già segnata. E non è quella che prenderesti se fossi libero di decidere.
Chi rimane in questa situazione, inchiodato dalle sue responsabilità, come può evitare di finire travolto dai rimpianti, macerandosi in una vita di insoddisfazione e rancori latenti?
L’unica strada è cercare il lato migliore di ciò che sei costretto a fare. Trovare un motivo per sorridere ogni giorno, senza mai voltarsi indietro. Vivere l’oggi come se fosse l’ultimo giorno, rimanendo con lo sguardo fisso al futuro.
Non perdersi nella quotidianità ma mantenere viva la progettualità: la tensione verso un obiettivo da raggiungere ti mantiene giovane e lucido.
Non farsi schiacciare dai problemi: se non esiste soluzione, c’è sempre almeno il modo per renderli meno impattanti sulla vita nostra e di chi ci sta a cuore.
Ogni medaglia ha il suo rovescio: anche nei momenti più neri c’è una piccola briciola di positività. A quella bisogna aggrapparsi, facendola crescere e cercando in essa il motivo per andare avanti con speranza.
Non perdere la fiducia. In se stessi e negli altri: i rapporti umani sono una miniera di potenzialità positive. Il fatto che possano deluderci profondamente, in certi casi, non implica che debba succedere sempre. E una bella persona che entra nella tua vita ne vale mille che l’hanno sfiorata, lasciando un pessimo ricordo, destinato a sbiadire nel tempo.
Si può costruire la propria vita e la propria felicità anche restando: e a volte l’orgoglio di non essere scappato può essere grande quanto quello di chi ha trovato la forza per andarsene.
A volte ce ne vuole persino di più a rimanere. E accettare di vivere, qui e ora.

  

martedì 1 ottobre 2013

Le valige nell'ingresso, parte seconda



Ce l’ho fatta. Ci sono riuscita a non mettermi in ridicolo un’altra volta. Forse mi sto abituando, oppure mi aggrappo all’idea che Natale – con le relative vacanze – arriverà presto, forse sto diventando grande anch’io…
Ma forse no.
Forse, la verità vera è che un’auto in tripla e un traffico indemoniato annullano qualsiasi ciglio tremulo. Persino quello di una chioccia impenitente come me. Raggiunto lo studente fuori stanza in stazione (dove era arrivato a cavallo della mia gloriosa Wilier, catorcio ormai trentacinquenne, perfetto per gli spostamenti in una città universitaria), gli ho consegnato la valigia al volo, l’ho abbracciato rapida come una scimmietta e sono fuggita di corsa. Lui, di contro, si è dovuto arrangiare a prendere un treno con una bici sfasciata in una mano e un trolley di discrete dimensioni nell'altra. Quel ragazzo deve avere un angelo custode di una certa efficienza, perché mi risulta sia arrivato a destinazione sano e salvo.
La seconda puntata di questa storia si concluderà però in serata, all’ora di cena.
Quando Jurassico arriva a casa, trovando la tavola apparecchiata per quattro, diventa scuro come un temporale in montagna. Mangia silenzioso  e imbronciato, finché non lo interrogo: “E allora? Si può sapere che ti prende, che mi sembri un funerale?”
“Insomma! Sto pensando a quel povero ragazzo, che mangia tutto solo…”
“Guarda che non abita da solo. E poi te lo ha chiesto lui di prendergli una stanza, mica l’abbiamo scacciato noi! Suo fratello mangia solo da un mese, mi risulta. E l’ho visto in piena salute e di ottimo umore, ieri sera.”
“Quello sta a casa sua. Certo che sta benone!” chiosa lui, lapidario. Quindi si allontana con passo da plantigrado, immergendosi in un programma di motori o che so io. Più cupo che mai.
Presa da sconforto, scambio un paio di Whatsapp con il transfuga, chiedendogli se gli posso telefonare. Solo dopo che mi ha sentito informarmi nel dettaglio circa: sistemazione, spesa, cena, spazi e umore, senza ricevere alcuna ferale notizia, l’uomo si rasserena.
Gli passo il figlioletto perché lo possa salutare, ottenendo finalmente una schiarita della tempesta sulla sua faccia.
E dopo saremmo noi mamme cariche di sensi di colpa, iperprotettive e incapaci di tranciare il cordone ombelicale. Tzé.