martedì 18 settembre 2012

Facciamoci riconoscere (episodio uno)



Metti due signore carine (Mpc e una cara amica), una domenica mattina, in fuga con i rispettivi consorti per una giornata in fiera, rubata all’ultimo minuto.
Garrule come due cinciallegre, le nostre attendono con impazienza sempre crescente di giungere a destinazione: l’entusiasmo non c’entra nulla, però. C’entra l’idraulica femminile, micidialmente combinata con la fretta e l’incomprensione maschili.
Felice di essere riuscito a sganciarsi dai mille lacci per una giornata intera, Jurassico guida l’auto con il piglio del Top Gun: e i Top Gun non si fermano a fare benzina. No. Quelli fanno tutta una tirata fino alla meta.
Conseguenza: le due signore appollaiate sul sedile posteriore raggiungono presto la fase di allarme rosso. O troviamo un bagno, oppure è tsunami.
In un tardivo accesso di sollecitudine, i due uomini della situazione ci portano fino alla soglia del padiglione d’accesso, riservandosi di trovare un parcheggio per il jet in un secondo momento. A questo punto, si tratta solo di entrare e raggiungere la più vicina toilette.
Che detta così pare facile: peccato che, all’ingresso, ci sia almeno una dozzina di persone in fila per il biglietto.
La mia amica sbianca: “No. Non ce la faccio ad aspettare così tanto!” geme, costernata.
Ci guardiamo attorno: nessuna traccia di servizi esterni. L’unica forma di vita, turisti festanti a parte, sono due guardie giurate, piantate a gambe larghe lì accanto.
La situazione è di altissima emergenza: armata di faccia di bronzo e sfoderando il mio più accattivante sorriso, approccio i due uomini armati, chiedendo se ci siano dei bagni a servire il posteggio.
“Dovrebbero… Però non li vedo!” risponde uno dei due “Avete chiesto all’ingresso?”
Io, sempre a trentadue denti: “Sì. Il giovanotto da noi interpellato ci ha risposto di farla contro un albero: l’ho trovato molto spiritoso, ma poco risolutivo…”
Risata dei miei interlocutori.
Facendo cenno verso l’interminabile fila alla cassa, faccio presente che restare l’intera giornata con i vestiti bagnati sarebbe per noi scomodo e, inoltre, oltremodo imbarazzante.
Il giovanotto assume un piglio deciso e si rivolge al collega: “Ci pensi tu qui?”
“Certo! Tu accompagnale…”
Con gesto galante, ci fa cenno di procedere oltre i blocchi: ecco quindi le nostre due eroine che procedono decise fendendo la folla, scortate da un giovanotto in divisa, con tanto di pistola alla cintura. Siamo donne che non amano dare nell’occhio, è evidente. Giunti di fronte all’agognata restroom, l’uomo si ferma, dicendo: “Vi aspetto qui!”
E si piazza di nuovo a gambe larghe, in piedi in mezzo al corridoio.
“Grazie! Gentilissimo…” rispondo, tra l’imbarazzato e il divertito.
“Due VIP!” ghigno, rivolta alla mia amica: “Siamo arrivate scortate dal bodyguard!”
“Sì, sì, proprio due vips…” mi risponde lei, scuotendo la testa: “Al gabinetto condotte dalla guardia armata: per due carcerate, ci avranno prese!”
In effetti, mi sa che ha ragione lei. Comunque sia, siamo salve: veniamo scortate nuovamente all’ingresso, dove siamo attesi dal collega del nostro accompagnatore. Il quale, per niente seccato dall’episodio, si offre anzi volontario per farci fare un altro giro: “Adesso le accompagno io, però!”
Decliniamo l’offerta ridendo, salutiamo i nostri salvatori e raggiungiamo i mariti, confusi tra la folla e a caccia delle mogli scomparse.