mercoledì 11 luglio 2012

L'ombelico del mondo


Sto arrivando a detestarli. Quelli convinti di essere l’ombelico del mondo, intendo: non li reggo più.
Sarà che sto invecchiando, sarà che le mille ansie che popolano la mia esistenza di madre, moglie, figlia, sorella e amica stanno raggiungendo il limite di guardia, certo è che mi sono diventati intollerabili.
I fanatici del ipercontrollo: quelli che sanno sempre cos’è meglio per te e pertanto si sentono moralmente autorizzati a importelo. Ahimè.
Ogni mezzo è lecito: si va da una suadente opera di convincimento alla manipolazione franca, passando per il ricatto morale, affettivo ed economico. La capacità di questa gente di sfruttare le debolezze degli altri è incomparabile: hanno sempre una riserva di colpe di scorta, vere o presunte che siano, da estrarre quando fa loro comodo. Abilissimi nell’utilizzo dei sensi di colpa a proprio favore, se uno non ne ha, cercano di farglieli venire. E spesso ci riescono, purtroppo.
Se a comportarsi così sono dei genitori, poveri i loro figli. Figli contriti per colpe ricoperte dalla polvere degli anni, per storie antiche dissepolte ad arte: colleziono storie di meriti misconosciuti e di  pretese assurde millantate come diritti inalienabili.  
Il vittimismo di certa gente fa danni. Grossi danni.
I figli non sono tutti perfetti: per quanto ci sforziamo di star loro vicino, a volte si allontanano. A volte sbandano leggermente, per poi riprendersi, altre deragliano, e diventa più difficile per loro rimettersi in marcia.
E noi genitori che ci stiamo a fare? Siamo geneticamente programmati solo a raccogliere allori? Mettiamo forse i figli al mondo perché realizzino i nostri sogni, soddisfino le nostre aspettative, risolvano i nostri problemi o ci ripaghino per le occasioni perdute?
Se uno si riproduce con questa idea in testa, meglio lasciar perdere: condanna all’infelicità se stesso e l’incolpevole creature che metterà al mondo.
Un genitore è funzionale al figlio: deve esserci quando serve e saper sparire quando la sua presenza diventa inutile. Deve lasciare libertà al figlio – libertà anche di sbagliare – appoggiandolo quando, accortosi dell’errore, prova a rimediare. Inutile colpevolizzarlo, anche quando le colpe ci sono: più che di un giudice implacabile, un figlio ha bisogno di una persona più matura e più forte che creda in lui, nonostante tutto. La punizione, oltre un certo limite di età, te la commina la vita: se si vuole aiutare un figlio davvero, si deve andare oltre se stessi e i propri sentimenti feriti, dandogli una seconda possibilità.
E se un figlio questa seconda possibilità la sfrutta a dovere, arrivando a un buon risultato, sarebbe utile esserne felici e orgogliosi: e farglielo pure capire.
La stima riguadagnata è una forza di propulsione molto più potente del senso di colpa artificiosamente coltivato.
Invece, osservo con dispetto che c’è chi vive voltato all’indietro, spalancando armadi alla ricerca di scheletri ormai polverizzati, per trovare materiale con il quale formulare accuse insensate. Se hai sbagliato una volta, con ‘sta gente, sei condannato al sospetto a vita: il che permette loro di giustificare – soprattutto con se stessi – la smania di interferenza che gli divora cuore e cervello.
Ipotizziamo che tu non abbia proprio nulla di grave da rimproverarti: personaggi simili troveranno qualcosa di turpe da attribuirti, facendo un bel processo alle intenzioni, interpretando in modo malevolo ogni tuo comportamento, frase, gesto. E il risultato sarà comunque lo stesso.
Attualmente, osservo questi comportamenti e cerco di farne tesoro, per evitare di incappare negli stessi errori. Non sono convinta, però, che le loro nefaste conseguenze non arriveranno a lambire anche la mia vita e quella delle persone alle quali voglio bene. E questo non è un pensiero confortante. Per nulla.