venerdì 29 giugno 2012

Cura d'urto

La cura in apparenza inizia a funzionare: dopo giorni e giorni trascorsi in giardino, ginocchioni, a strappare erbacce, il gaglioffo si sta rendendo conto che l’alternativa allo studio può comportare uno spargimento di sudore ben più copioso.
La cosa è avvalorata anche dal mio atteggiamento inflessibile: se dopo due ore di attività il giovane rientra, desideroso di una doccia e di un po’ di meritato – secondo lui – riposo, la qui presente aguzzina lo ricaccia all’aperto. Quattro ore di lavoro, o niente riconoscimento economico: da quando il fatto di essere stanchi è motivo sufficiente per abbandonare il posto di lavoro? Fosse così, le fabbriche sarebbero ferme, gli uffici silenziosi, i cantieri immoti.
Forte – o fortificato – dall’esperienza, il gaglioffo sta riconsiderando il suo atteggiamento nei confronti di libri e quaderni: è già riuscito a consegnarmi un elaborato d’Italiano accettabile.
Se non altro, non oppone più una strenua resistenza passiva a ogni mio tentativo di tutoring: come dire che, se il mio sistema funziona, da settembre in poi per me ce ne sarà a non finire. Prospettiva poco allettante, ma accettabile se in funzione di un risultato concreto.
Nel frattempo, gli ho permesso di accettare un invito al mare, per qualche giorno con gli amici: così, ha dovuto farsi la valigia.
La valigia, insomma: un unico asciugamano per tutte le esigenze, numero tre calzini, di cui due bucati, quattro magliette stropicciate e alcuni calzoncini corti, due paia dei quali mai nemmeno provati. Il tutto sistemato come se dentro alla borsa fosse scoppiata una granata.
Sono intervenuta con misure coercitive anche lì, passando alle minacce d’isolamento se non inizia a far bene le sue cose. Chissà che tra una minaccia e l’altra, questo inizi a comportarsi come un essere umano normale.
Nel frattempo, lui mi dileggia: “Sì, sì, tu dici che non vedo l’ora di liberarti di noi: io già ti vedo. Vagherai disperata per le stanze della casa, chiamando dov’è il mio bambino?”
In effetti, è partito da ventiquattro ore. E a me manca di già.
Devo essere un’autolesionista, non c’è altra spiegazione.