venerdì 20 aprile 2012

Come farsi un giro in centrifuga per una giornata intera...

… sentendosi più inutile di un barattolo vuoto e bucato.
All’alba una testina dai lunghi capelli s’infila furtiva in camera nostra, mentre una voce bisbiglia: “Scusa, pennuto…”
“Eh? Chi è?  Ma che ore sono?”
“Sono io! Mi potresti portare a scuola alle dieci…? Devo ripassare filosofia e sono indietrissimo…”
“Va bene, va bene… Vai a studiare che io dormo un altro po’!”
Perdo di nuovo i sensi, per essere svegliata di nuovo (stavolta definitivamente) dieci minuti dopo: è il filosofo, mattiniero pure lui, impegnato in una battuta di caccia nell’armadietto del nostro bagno. Operazione che causa un frastuono inesplicabile, facendomi balzare sul letto: da dove osservo un losco figuro, ciuffi dritti in testa e sparati in ogni possibile direzione, imprecare in playback, gesticolando nervosamente. Rovistando alla ricerca di un pettine, ha fatto strike con la riga di barattoli ivi conservati. Per motivi ignoti, i nostri pettini subiscono delle migrazioni da un bagno all’altro: in realtà, ogni specchio ha il suo in dotazione. Solo che loro (gl’infingardi) li occultano, li seminano in giro, li ficcano nei posti più improbabili. Così, quando devono uscire, vengono a far messe da me, dove trovano sempre tutto, lasciandomi regolarmente senza niente. Per consentire a me stessa e mio marito di prepararci, devo battere tutta la casa alla ricerca di spazzola, pettine, shampoo doccia, e, ovviamente, dentifricio. Quello è solo su richiesta, quasi tutte le mattine. Prima o poi sigillo la nostra stanza a chiave, così la finiscono di usarla come miniera per il loro furti.
Alle otto, siamo tutti abili e arruolati: ci sono le gomme dell’auto da cambiare, la Miss da accompagnare e idem per l’informatico, che deve essere al lavoro il più presto possibile. Così Mpc, in versione chauffeur, passa la mattina a scarrozzare la prole in lungo e in largo nel raggio di una quarantina di chilometri: andata, e pure ritorno, nel caso più grave. Nel frattempo, ci facciamo stare anche il ritiro della macchina con le scarpe nuove, l’acquisto (urgente) di 25 kg di farina per focacce, spesa superrapida, preparazione del pranzo e cottura stock focaccine.
Quando mi inabisso in piscina, sono già stanca prima di iniziare: per non aver concluso nulla di concreto, poi. Il che è la cosa che più mi innervosisce, quando mi capitano ‘ste giornate convulse.
Unica cosa buona, le conversazioni consumate in auto con i figli da smistare qui e là: l’occasione è sempre ghiotta per definire tutte le varie ed eventuali, rimaste in sospeso nel fuggi fuggi generale della nostra quotidianità. Chi si trova catapultato nella realtà della Stamberga, rimane sorpreso (e divertito) dall’andirivieni continuo di gente, a tutte le ore e in tutti i momenti: la cucina è sempre in funzione, le esigenze mille, la mamma una, ma si divide in cento, fungendo da direttore del traffico. Nel complesso, i giovani sono piuttosto autonomi: è sufficiente tenere il frigo pieno e coordinare le varie attività, evitando sovrapposizioni e frizioni. Ma di tempo per parlare, in realtà, ne resta pochino: è bello scoprire che, nonostante tutto, i tuoi figli sono sereni, contenti del rapporto che hanno con noi genitori, e restano sempre molto legati fra loro.
A tale proposito, quando un figlio ormai grande, il quale a breve dovrà prendere la sua strada e uscire di casa, afferma che è dura superare la sindrome dell’abbandono, è allarme rosso. Ho visto Tangui qualche giorno fa: sono rimasta molto scossa da quel film…
In realtà, scopro ben presto che l’abbandono l’uomo non sente di subirlo, quanto d’infliggerlo: “I miei fratelli piccoli… Chi si occuperà di loro? Chi gli farà da mangiare quando tu non ci sei, chi gli metterà a posto il PC e il telefono, chi controllerà che combinano quando sono a casa soli…”
Mannaggia. Questi quattro sono così stretti che il maggiore mi sta sviluppando una sindrome da padre separato: mi sa che lo vedremo affacciarsi sulla soglia più spesso del previsto, anche dopo che se ne sarà ufficialmente andato di casa. Il che significa una cosa sola: la mia dispensa dovrà restare rifornita per molti anni ancora. Purtroppo.