sabato 31 marzo 2012

La parola a Jurassico


Ieri, dunque, abbiamo ricordato un grande amico di Jurassico: un amico fidato, uno di quelli sui quali poteva far conto sul serio, uno dei suoi pochissimi amici veri.
E’ dura perdere un amico all’improvviso, ed è ancora più dura quando vorresti aver potuto fare qualcosa per prevenire un simile, tragico evento. E’ terribile non aver potuto salvare qualcuno cui vuoi tanto bene, quando il tuo mestiere è salvare la vita agli estranei.
Ieri non ce l’ha fatta a parlare, Giuseppe.
Non è riuscito ad andare al microfono e a dar voce ai suoi pensieri: probabilmente non sarei stato nemmeno capito, mi ha detto.
Forse ha ragione: mio marito è un uomo dai sentimenti profondi, ma non sono molte le persone che lo intuiscono. Le sue modalità espressive dell’affetto non sono mai comuni, consuete: bisogna saperlo interpretare. A volte è un’impresa: ma a Loris quest’impresa riusciva. Si capivano, quei due, forse proprio perché si assomigliavano, così schivi e ombrosi, ma con un cuore grande così.
Così, ho chiesto a mio marito di dirlo a me, il suo pensiero: per trasportarlo qui, in modo che non resti celato lì dentro per sempre.

Il mio doppio con Loris

Il tennis è uno sport che ti dà un’opportunità unica: quella di giocare in coppia con un altro. Arrivare a giocare il doppio con Loris era un’impresa: lo dovevi corteggiare, manco fosse stato una donna da sposare. E, in effetti, il doppio è un po’ come un matrimonio: per farlo funzionare, bisogna lavorarci in due. Il tuo compagno deve essere compatibile con te, più o meno al tuo livello (altrimenti uno dei due deve far tutto da solo), bisogna capirsi e definire bene i ruoli reciproci. Persino la posizione in campo è importante: ognuno dei due tende a mettersi dalla parte del suo colpo migliore. Con Loris eravamo la coppia perfetta: io mancino, lui forte sotto rete. Quando eravamo in vena, eravamo davvero forti assieme.
Loris era bravo, ma ombroso: qualche volta iniziava a sbagliare, e allora s’incupiva.
Come nel matrimonio, se uno dei due entra in difficoltà sta all’altro sostenerlo: mai cedere alla tentazione di scaricare l’uno sull’altro la colpa del pessimo andamento della partita. Spesso le cose vanno proprio così: chi sbaglia accusa il compagno di non aiutarlo per nulla, anzi, di provocare i suoi errori, mentre l’altro si infuria per gli svarioni della controparte.
Accuse più controaccuse, uguale partita persa.
Quando lo vedevo indeciso, e iniziavo a scorgere quell’ombra sul suo viso, raddoppiavo i miei sforzi: cercavo di recuperare, per rincuorarlo. Funzionava quasi sempre: si riprendeva, ricominciava a giocare bene (com’era nelle sue non comuni capacità) e vincevamo la partita.
Eravamo proprio una bella coppia, in campo. Quel campo dove è crollato, quel campo che non so quando avrò la forza di calpestare di nuovo. Ciao, amico. Mi mancherà, il doppio con te.

venerdì 30 marzo 2012

Un saluto a un amico speciale

Oggi ti ricorderemo, tutti assieme. Rivedremo il tuo sorriso contagioso in tante foto, scattate nei momenti felici della tua vita. La tua famiglia, i tuoi parenti, i tuoi amici, tutti riuniti come per una bella festa: quelle feste che nessuno come te sapeva rendere speciali. Proverò a non piangere, come avresti voluto tu: anche se sarà difficile riuscirci.
Ciao, Loris. Le tue prese in giro mi mancheranno tanto.

giovedì 29 marzo 2012

Una buona notizia

Matteo è finalmente sfebbrato. Da due giorni, così la possiamo accreditare come una situazione consolidata. Gli esami del sangue non danno risultati preoccupanti: unico problema, dobbiamo capire quale virus l’abbia atterrato. Così, domani si beccherà un altro salasso: e chissà che stavolta individuiamo il nome del killer.
II nostro è un po’ provato, lievemente smagrito, verdastro in viso e disabituato ad andare a scuola. Avevamo bisogno solo di questo, per garantirci risultati brillanti a fine anno…
Vabbè, l’importante è che stia bene. Il resto lo affronteremo un giorno alla volta: intanto sta a scervellarsi su un tema d’italiano. Dato che ormai la testa non gli duole più, vediamo di metterla in funzione di nuovo.
Dovessero esserci novità di rilievo, ne sarete informati. Per ora, gaglioffo is back.
Per fortuna. 


domenica 25 marzo 2012

Troppo triste

So che sono in silenzio da un po'. Abbiamo avuto un lutto nella cerchia dei nostri amici più cari e più stretti: non ce la faccio a mettermi alla tastiera, in questi giorni. Ho la testa vuota e il cuore pesante: articolare qualcosa di scritto mi è impossibile.
Vi abbraccio tutti, perché so che mi capirete. 
Ciao, a presto. 

mercoledì 21 marzo 2012

Salvate il soldato Ryan

Salviamolo dal virus, innanzi tutto: il gaglioffo sta ancora parecchio male. Se oggi la febbre non scema, chiamo il suo medico: al terzo giorno di antibiotico se non succede nulla è grigia veramente.
Come se non bastassero le preoccupazioni circa la sua salute, vi si aggiungono quelle scolastiche. Sono settimane che gli dico di fissarmi un colloquio con i vari professori: chi non può ricevermi perché troppo impegnato, chi non viene nemmeno interpellato perché l’alunno soffre di amnesia e si scorda di fare domanda. ‘Sta storia che non possiamo presentarci al colloquio nell’ora prestabilita senza passare attraverso i nostri stessi figli mi trova decisamente in disaccordo: è un modo per toglierci la possibilità di tenerli sotto controllo.
Comunque sia, ieri è accaduto l’impensabile: uno dei prof di Matti mi ha chiamata a casa. Il motivo era domandarmi quali fossero le condizioni del malato, perché oggi era programmata un'uscita didattica: era necessaria una conferma di non-presenza. Questo insegnante (Dio gliene renda merito) ne ha approfittato per concedermi un colloquio via cavo. Da casa sua, tra l’altro: devolvendo a me e mio figlio parte del suo tempo libero. E’ andato addirittura a recuperare gli scritti del nostro, disegnandomene un quadro… deprimente. Tanto per cambiare.
Dopo una decisa ripesa, databile a un mesetto fa, c’è stata una ricaduta.
Va da sé che ho acciuffato il moribondo e l’ho sottoposto a interrogatorio. Verificando ciò che già mi ero immaginata: studia studia, se i risultati non arrivano i ragazzi si demotivano.
Seduto sul mio letto, imbozzolato nell’accappatoio di suo padre, il gaglioffo mi faceva quasi pena: come sempre, nella vita, sta pagando il conto a piè di lista. Quando ormai si è dimenticato dei sospesi accumulati nel tempo.
Con uno sforzo immane, ho cercato di ricostruire un po’ della fiducia in se stesso che pare aver smarrito, focalizzato gli errori tattici alla base di certi disastri, sottolineato i risultati positivi raggiunti ogni volta che si è deciso a mettere in atto i miei consigli.
Lo scopo cui miro è trasmettergli la capacità di ottimizzare il dispendio energetico, ottenendo buoni risultati senza ammazzarsi di fatica. Per riuscirci, però, la deve piantare di fare di testa sua, abbandonandosi al più totale disordine ambientale, alla disorganizzazione e al caos mentale.
Una briciola per volta, il mio ragazzo sta iniziando a costruirsi una consapevolezza su quali sono i problemi da risolvere e quali le vie per riuscirci.
Nel frattempo, miete insuccessi e viene additato come caso grave. Anzi, disperato.  
E a me sta dimostrargli che la disperazione non porta da nessuna parte: molto meglio puntare sull’energia. L’energia di rialzarsi, l’energia di reagire, l’energia di fare quanto possibile per tirare fuori il meglio di se stessi. E’ molto dura, ma ce la si può fare. Così, quando si ripartirà l’anno prossimo, si potrà farlo su basi più solide.
Strategia motivazionale, dunque: comunque e quantunque. Nella speranza che funzioni.
Un dubbio mi tormenta, tuttavia: stabilito che sono il caricabatteria di tutta la famiglia, a me chi mi ricarica? Chi me la fa un po’ di strategia motivazionale, quando vedo che, nonostante tutti i miei sforzi, non riesco a mettere assieme un risultato che sia uno???
Non è facile, gente. ‘Sti ragazzi ogni tanto sono peggio della kryptonite.

martedì 20 marzo 2012

In odore di santità

Jurassico lo faranno santo, poveretto. Già aver sposato una come me è stato un atto di coraggio, ma tenermi ancora, dopo tutti questi anni, ha dei risvolti di puro eroismo.
Domenica, per esempio: parliamone.
Una coppia di cari amici aveva organizzato una gita a Venezia, assieme ad un’altra coppia: tutto predisposto alla perfezione, dai biglietti alla prenotazione del ristorante. Un alone di mistero circondava i motivi dell’invito: a noi stava solo presentarci puntuali, alla stazione dei treni. Ore nove e ventisette, saremmo partiti tutti assieme, alla volta di una giornata di festa in ottima compagnia.
Ora, io sono un tipo organizzato: non mi preparo mai all’ultimo minuto. Difatti, ero già docciata, vestita e truccata (se quello che mi sbatto in faccia io può essere definito trucco…) un’ora prima dell’orario stabilito.
Un simile lasco di tempo, purtroppo, non rappresenta una garanzia di puntualità, con me. Difatti, ogniqualvolta mi trovo in possesso di un tesoretto temporale, non posso fare a meno di impiegarlo in modo utile: ogni singolo minuto viene spremuto sino all’ultima stilla, per ricavarne la maggiore resa possibile.
Nel nostro caso, sono riuscita a battere un post, mentre le due lavatrici finivano il ciclo iniziato al mio risveglio, a stendere i panni di entrambe, svuotare una lavastoviglie e metterne su un’altra (vorrai mica lasciare a carico dei ragazzi i resti delle gozzoviglie della sera precedente, no?!), a rifare il letto e, infine, far partire altre due lavatrici: ottimo metodo per portarmi avanti per l’indomani. Peccato che, nel frattempo, mi sia trovata in arretrato sull’immediato. Giusto sulla soglia, sono stata fermata dal classico imprevisto dell’ultimo secondo: che mi ha fatto perdere i fatidici cinque minuti fatali.
Da quell’istante in poi, è stato il delirio: il tempo per raggiungere la stazione era troppo risicato.
“Ma dici che ce la facciamo?” chiede Jurassico, armeggiando col cellulare. Si leva la voce della signorina di TomTom, la quale ci annuncia che no, non ce la possiamo fare.
“Tu sbrigati, che prendiamo la scorciatoia!”
“E se è chiusa?”
“Mhm, proviamoci lo stesso! Intanto, facciamo una corsa!”
Segue corsa di circa quattrocento metri.
“Pant, pant, pant… Hai visto? E’ chiusa!”
“Già. Avevi ragione, come sempre. Però ora è inutile discuterne: corri!!”
Di nuovo di corsa, per un altro bel tratto: anche perché, con la storia della scorciatoia, ho aggiunto altri trecento metri al tragitto. Un vero genio, non c’è che dire.
“Non è possibile, però… Con te è sempre così! Dobbiamo sempre ridurci sul filo del rasoio!”
“Uff, uff, uff… Risparmia il fiato, e corri! Cmq, hai ragione.”
“E se non fossi così atletico? Se fossi un normale sessantenne sfiatato e fuori forma, che faresti? Perderesti il treno!”
“Tu intanto corri, atleta. Cmq, se tu fossi uno normale non ti avrei sposato, mio caro.”
Vigliacca e manipolatrice. Lo so che ci tiene, ad essere in forma… E me la gioco su quello. Il bello è che lui lo sa benissimo, e sta al mio gioco, ridacchiando.
“Ok, ce la facciamo. Adesso possiamo rallentare, sennò arriviamo tutti trafelati”, dichiaro, dopo l’ultima occhiata all’orologio. La signorina di TomTom, intanto, è svenuta: le abbiamo sballato tutti i parametri del pedone tipo.
Jurassico si ricompone nel giro di quaranta secondi: davvvero quell’uomo è un atleta. Camminando con passo elastico, mi comunica, minaccioso: “Guarda che la prossima volta però comincio a romperti i omissis già da un quarto d’ora prima. Ti avviso oggi, così non ti arrabbi: non te lo farò fare un’altra volta!”
“Sì, certo, certo, amore” rispondo, passandomi la spazzolina di emergenza tra i capelli “Però devi ammetterlo. Se io non fossi così la famiglia non sarebbe andata avanti, tutti questi anni!”
“Vero anche questo. Però adesso basta, eh… Non deve succedere più!”
“Sì, sì. Hai ragione. Scusa, prometto che è l’ultima volta, non lo faccio più…” belo io, appendendomi al suo braccio, stile mogliettina fragile e incerta. Con la falcata di un ghepardo, però.
Siamo arrivati in tempo, apparentemente in ottimo stato. Lui non era nemmeno arrabbiato (e ne avrebbe avuto tutti i motivi), io mi ero addirittura divertita e… qui lo dico e qui lo nego. Lo rifarò. Anche non volendo, so che ci ricascherò. Lo sa pure lui, eppure non mi ha ancora defenestrata: l’ho detto. Quell’individuo è un santo, a sopportarmi!
Ah, a proposito: la gita era per una doppia festa di compleanno. Auguri, ragazzi: e grazie della splendida giornata che ci avete regalato, a dispetto della mia insipienza!