giovedì 5 gennaio 2012

Sempre più ROAR!


O quasi. Fuori a cena, dunque: il Jurassico m’informa che teatro della serata sarà la barchessa di una villa veneta, in compagnia della coppia più elegante tra i nostri amici.
“E’ un locale che hanno aperto da poco. Stavolta ho chiesto come vestirmi: non ho intenzione di arrivare lì col mio misero maglioncino e sentirmi di nuovo il poveraccio della situazione!”
Jurassico è rimasto traumatizzato dalla cena informale nel palazzo cinquecentesco: da quella sera, chiede sempre a tutti se è gradito l’abito scuro. Il giorno che mi farà controllare se i calzini sono in tinta, lo porterò in osteria per disintossicarlo. Non lo riconosco più.
“Tu vestiti come a Capodanno. Mi piacevi, eri bellissima!”
Eseguo, omettendo però l’autoreggente a rete. Fuori dalle rassicuranti mura della Stamberga, mi pare una scelta vagamente postribolare: opto per un nero velatissimo mooolto più di classe, inerpicandomi poi sui trampoli.
Dopo la misera fine inflitta alle precedenti decolletée, con le quali, se ricordate, ho giocato a calcio con una ciotola piena di cera, ho dovuto provvedere alla loro sostituzione.
La Miss mi ha accompagnato in qualità di personal shopper: secondo mia figlia, non oso mai abbastanza. Eccomi dunque fornita di plateau nero, tacco undici. Siamo a un solo centimetro dalla fatidica soglia “tacco dodici”: questione di suola. Se il plateau non si nota, come in questo caso, riesco a tollerarlo: se si vede troppo, mi sento immediatamente il clone di Bocca di Rosa. Un’autentica idiosincrasia, la mia.
Comunque sia, complice la suola di gomma antiscivolo, nonostante l’altitudine raggiunta in sella al tacco con queste scarpe non rischio il collo: in più, per evitare l’iperlordosi imposta dalla camminata in punta di piedi, sono costretta a contenere la panzetta a suon di addominali.
Nel complesso, l’effetto scenico ottenuto è positivo.
Devo solo evitare di scendere le scale: appena mollo la cintura addominale, parte un imbarazzante tremolio ombelicale da eccessi alimentari mai smaltiti. Una tristezza che non vi dico: visitando le sale della villa ristrutturata, che presto diventerà un albergo pluristellato,  in ascesa verso i piani alti mi sentivo una principessa, in discesa una fantesca. Dalle stelle alle stalle.
Di tutto questo, essendo un uomo, il marito non ha tuttavia sentore alcuno: giustamente, mi osserva poco. Cosa sulla quale faccio conto.
Quello cui non avevo pensato è l’effetto gonna semicorta: appena partiti, il marito manca una Porsche di un millimetro. E’ uscito dallo stop di casa senza vederla. Dopo un grido di terrore e una disperata esortazione a muoversi con maggiore cautela, mi sono rilassata.
Pausa di una ventina di minuti.
“Insomma! Copri quelle gambe che mi distrai e poi faccio gli incidenti! E, scusa, non è che quella gonna sia troppo corta…?”
Incredibile. Dopo diciassette anni, ancora riesco a disturbare il conducente: e a risvegliare il compare Turiddu celato in lui.
Non c’è nulla da fare. L’amore è proprio cieco!