lunedì 23 gennaio 2012

Resoconto dal fronte

Tra la pagella cimiteriale, i suggerimenti per il recupero più adatti a un generale d’armata che a una mamma disarmata e le fosche prospettive per il futuro, mi sento proprio in guerra.
Inevitabile chiedersi: ce la farò a uscire dal guano? Saprò trovare il modo per strappare la prole dalle sabbie mobili? E, soprattutto, che devo fare per riuscirci?
La stoffa del combattente si vede in momenti come questo: quando le preoccupazioni incalzano, il compito da svolgere è immane e la pressione su di te aumenta in modo esponenziale.
Vedo che siete in parecchie a condividere le mie ambasce: sperando di esservi utile, vi informo sulle mie modalità operative in questo drammatico frangente.
Date le circostanze, c’era un’unica cosa saggia da fare: le valigie.
Ritirata strategica, fuga controllata, pausa di riflessione: chiamatela come volete. Io sono scappata: dalle mie responsabilità e pure da casa.
Mi sono data alla fuga per qualche giorno: altrimenti, rischiavo di costringere altri a organizzare le mie esequie. Oppure il mio ricovero coatto, che comunque non sarebbe stato una passeggiata.
C’è un limite a tutto, persino a quello che una mamma è in grado di tollerare: raggiunto quello, bisogna mandare il cervello in stand-by. Dopo qualche giorno di salutare black-out, alla riaccensione funziona tutto meglio. Consiglio anche voi di seguire le mie orme.
Le energie, sfilacciate dalle disillusioni e distrutte dalle preoccupazioni, si ricompattano, fungendo da volano per riprendere l’abbrivio: poi, un passo alla volta, vedremo di scalare la nostra personale montagna. Anche se ad attenderci, alla fine del cammino, non sarà esattamente la meta che ci eravamo prefissate. L’importante è non perdere il sentiero e arrivare da qualche parte.
Venerdì sera, dunque, dopo un pomeriggio speso tra unità di misura, equivalenze e diagrammi cartesiani, mi sono vestita pesante (c’era un freddo glaciale) e me ne sono andata a teatro con Jurassico e un’altra coppia. Davano “Di mamme ce n’è due sole”: un titolo quanto mai adatto alla sottoscritta, tra parentesi.
Dopo lo spettacolo, abbiamo tirato tardi a casa di Davide e Renata, mentre l’indomani siamo partiti per un fine settimana fuori stanza.
La figlia di due nostri cari amici ha appena avuto un bimbo: e noi siamo andati a trovarli, rimanendo fuori  per una notte.
Decisa a non farmi mancare nulla, sono persino andata dal parrucchiere: non volevo traumatizzare la creatura, poveretto. La mia salvatrice ha fatto di me un essere presentabile, operando un vero miracolo: ultimamente, la tensione si ripercuote anche sulla docilità della cesta di serpi che ho in testa. Poi, mi sono precipitata a comprare il regalo per il pupo e per la neo-mamma: superando una serie infinita di ostacoli. Non ultima, la sfiga immane che pare perseguitarmi, da un po’ di tempo a questa parte.
Da donna pratica qual sono, avevo deciso per uno starting-pack neonatale: dal sapone alla crema restauratrice per la mamma, non ho dimenticato nulla. Resto sempre farmacista dentro, dopotutto.
Fatto il più, mi sono persa nel meno: il pacco regalo. Dove di solito trionfa una dovizia assoluta di pacchi, sacchetti ed eleganti scatole da regalo, erano rimasti quattro contenitori acciaccati e una serie infinita di sacchetti di Hello Kitty. Del tutto inadatti al maschietto che avevo deciso di omaggiare. Mi pareva di essere Melchiorre, rimasto senza cammello: e mentre imprecavo contro il mio destino gramo, mi è giunta la telefonata di allerta del Jurassico. Secondo lui, eravamo in ritardo.
Ho arraffato un sacchettino con una veduta newyorkese, riservandomi di scusarmi per la mia inadeguatezza, e mi sono precipitata  a casa. Mi sono preparata a tempo di record, senza per questo placare l’agitazione di mio marito, il quale pareva morso dalla tarantola: colta da una crisi d’impazienza, l’ho mandato dove immaginate, con modi e termini non esattamente da signora. Scagliato un trolley in bagagliaio, ho dato il via libera al nevrastenico: il quale è partito protestando a gran voce contro questa moglie perditempo. Mentre la suddetta sobbolliva in silenzio, sul sedile accanto al suo, in piena crisi di vittimismo.
E come inizio di week end romantico non c’è male…
Dopo due minuti, una flebile voce si leva alla mia sinistra: “Ma… tu che ora fai?”
“Le tre, accidenti a te. Siamo in ferie, non abbiamo appuntamenti urgenti e ho pure saltato il pranzo, per potermela prendere con calma. Vorrei sapere perché mi stai levando la vita così!!!”
“Ahem… Il mio orologio. Hai cambiato la pila?”
“Certo che sì. Perché?”
“Perché va avanti… Secondo lui, ora sono le tre e cinquantasette…”
“E’ per quello che rompevi a dismisura???”
“Io… In effetti… Sai, la nebbia: non era il caso di partire troppo tardi!”
Ma pure l’orologio indemoniato, mi doveva capitare. Non è possibile. Anche la tecnologia mi si rivolta contro. Come posso sopravvivere a tutto questo, mi chiedo io?
Comunque sia, la sfuriata è finita a tarallucci e vino. Il nostro fine settimana è stato davvero meraviglioso: l’abbiamo trascorso in compagnia di persone magnifiche, amici carissimi, capaci di farci sentire come in famiglia. Ho rivisto un’amica a me molto, molto cara e abbiamo festeggiato la nascita di uno dei più bei bambini del creato (una meraviglia, lo dico sul serio). Ci siamo commossi, divertiti e distratti.
E siamo tornati a casa ricaricati.
Da oggi in poi, si ricomincia: e chissà che le cose si aggiustino, in un modo o nell’altro. Finché c’è vita c’è speranza.