venerdì 16 dicembre 2011

Noi, donne welfare

Parliamone.
Prendiamo un caso tipico: Casa per Caso.
Da bravi genitori turnisti, mancavamo spesso nei momenti topici: pur avendo speso l’equivalente di un paio di SUV fra asili nido e scuole a tempo pieno, eravamo perennemente in alta emergenza. Natale, Pasqua e Carnevale erano periodi di lutto, per me. Ogni turno, un delirio. Le vacanze estive erano un supplizio, oltreché un salasso: i centri estivi costano più delle spa. Inoltre, non fanno gli sconti comitiva: chi dice che un figlio è un lusso, dovrebbe provare a crescerne quattro. Roba da tentare il suicidio in diretta a ogni linea di febbre.  
Senza baby-sitter ultraelastiche e nonni di emergenza non sarei sopravvissuta.
Già, perché anche volendosi dividere i compiti, far tutto da soli è impossibile.
Inoltre, quando si tratta di emergenze, è inevitabile scatti la formula: “Amore, io lavoro. Vedi tu di organizzare per i bimbi…”
Loro (gli uomini) se la cavano così, per noi donne è il panico.
Chissà perché, quando ci sono problemi in vista, sono sempre le mamme a doverli risolvere.
Nel mio caso, ci vedevo anche una ratio: se mio marito sta rianimando un paziente, lo capisco che non può passare all’asilo a prendere il pupo. Nemmeno se la sua faccia ha appena fatto stretta conoscenza con un gradino di cemento.
Ergo, il triplo carpiato l’ho sempre fatto io.
Ora, però, mi trovo di fronte a un dilemma: come mai a mio marito è capitato di sostituire la collega, che doveva correre a scuola a raccattare il pupo incidentato?
La collega non fa il medico ospedaliero, che quando è in reparto è come se fosse in trincea? ER va forse in onda solo a Casa per Caso?
A quanto pare, il sistema è unidirezionale: la moglie medico non può contare sulla collaborazione del marito non medico.  
A dimostrare che non è il mestiere che fai, a fare la differenza, ma il genere al quale appartieni. Se sei donna, sei fregata. Come lavoratrice e come genitore: perdi su tutta la linea.  
Lavori il doppio, spesso ti pagano meno, e ti odiano se parli di figli.
La parola d’ordine è far finta di non averli, sul lavoro: altrimenti, ti classificano subito come palla al piede.
Peccato che non ci sia l’ombra di una struttura a darci una mano, nel reggere tutto il carico che ci pesa sulle spalle. Ho visto nascere il ministero per la famiglia, pagato tasse per mantenere quello per le politiche sociali, le pari opportunità, il welfare e sa Iddio che altri. Mentre io morivo di fatica, detto per inciso: di politiche efficaci per la famiglia ne ho viste assai poche.
Viceversa, sto sperimentando a rotazione i drammi legati a ogni età della vita.
Mi sono gestita il funzionamento a singhiozzo della scuola, colmando di volta in volta le lacune di maestri e professori inetti, o di figli lavativi che però a scuola non la scontavano mai. Adelante, Pedro! Che ce li leviamo dai piedi.
Più che una vita, un susseguirsi di giochi di ruolo, la mia: domatore, carceriere, maestro Yoda e, ora, assistente sociale. Passando per insegnante arcigna e terapista di emergenza. I figli si ammalano sempre di festa, preferibilmente quando babbo è di guardia.
Per mia (e loro) fortuna, avevo le competenze necessarie a curarli. Ma so che tutte le mamme, in breve tempo, acquisiscono la capacità di curare i loro pargoli.
Noi donne ci dobbiamo davvero ingegnare a far tutto.
Con ciò non voglio dire che tutti i padri siano latitanti: ma quelli che collaborano molto sono una rarità.
La farmacia è un buon punto di osservazione del fenomeno: come lo sono i corridoi delle scuole, l’anticamera degli ambulatori, le corsie dei supermercati.
La presenza femminile, in tali contesti, è decisamente preponderante.
Per non parlare di anziani, poi: potrei scrivere un libro pure su questo.
Anche in questo campo, i soloni si sprecano: quando c’è una persona per la quale organizzare l’assistenza, tutti hanno soluzioni migliori di quella prospettata da te.
Soluzioni posticce, che non discutono con te, impegnata nel frattempo a fare la badante: no. Le prospettano all’interessata: illudendola che potrà tornare a vivere in casa sua, o assieme alla sorella, acciaccata quanto lei, in un appartamento al terzo piano. Sai che vista, da lassù…
Poi tu fai la domandina facile facile: “Te ne occupi tu, allora, quando si inabilita completamente? Perché io non lo posso PIU’ fare…”
A quel punto, rinculano come obici. Disilludendo la poverina, che poi se la prende inevitabilmente con me.
Applausi a scena aperta.
Sembra di vedere quelli che quasi mi mandavano il bambino al Creatore, perché gli davano i dolci che mamma cattiva gli negava. Peccato fosse allergico, e quella roba fosse per lui più pericolosa dei fili dell’alta tensione. Se questi sono i buoni, mandatemi quelli cattivi, per favore: almeno quelli li so combattere.

Tutto ciò per dire che non è giusto. Non è giusto che tutto ricada sulle spalle delle donne. Non è giusto che si debbano aspettare mesi per avere un posto in una struttura organizzata, sia essa per neonati o per anziani, non è giusto che la famiglia faccia le veci di uno Stato che ci massacra di tasse e balzelli, per poi lasciarci abbandonati a noi stessi, quando abbiamo bisogno di aiuto.
Se avessi tempo, giuro che mi metterei a far politica!