mercoledì 30 novembre 2011

Chiarimenti sul post precedente

Il gaglioffo. Sono reduce dalla riunione plenaria con i suoi professori: una specie di girone dantesco, dove dozzine di professori ricevono, in contemporanea, i genitori di tutti gli alunni.
Non vi posso descrivere che incubo: con un caldo bestiale, in piedi dalle due e mezzo alle sei (ora nella quale sono fuggita, anche per via della zia, abbandonata con i soli ragazzi in casa, per ore e ore…), circondata da un’orda di madri, con qualche sporadica presenza maschile.
Le solite chiacchiere di corridoio, le consuete vanterie di svariate madri di altrettanti alunni perfetti, i discorsi di sempre, ripetuti fino alla nausea.
Due ore e mezzo di attesa per ogni professore: ho parlato con tre di loro soltanto, ma mi è bastato. E avanzato.
All’uscita dal colloquio con la coordinatrice di classe, ho dichiarato: “Scusate, per me basta. Ora vado a farmi un the di cicuta…”
A sbarrarmi il passo, tre madri impegnate in una fittissima conversazione, bisbigliata a mezza voce, guardandosi attorno guardinghe: “Lo sapete? Ci sono famiglie cui è arrivata una lettera di avviso: hanno i figli a rischio!”
“Ecco, appunto. Io sono una di loro.”
“…”
“No, non so cosa dice la lettera. Non l’ho ancora ricevuta. Ma la prof, qui, mi ha avvisata che me l’hanno spedita. Ergo, se permettete, vado a porre fine alle mie sofferenze…”
Incerte se ridere o farmi le condoglianze, le tre grazie si sono scostate, facendomi passare, infilzandomi con sguardi carichi di compatimento.
La madre del mentecatto.
Nella tragedia, confesso che mi scappava da ridere: ho riferito la scena al mentecatto in oggetto, non prima di averlo sommerso di querimonie.
Disattento, disorganizzato, superficiale nello studio e inefficace nelle prove. Sia scritte che orali. La riga dei suoi voti, in tutte le discipline, è un cimitero. E’ riuscito a peggiorare nettamente, pur partendo dal quattro e mezzo: ora viaggia sul tre franco.
Una meraviglia.
Mi hanno suggerito di svanire per sempre da quella scuola, e di scegliere qualcosa di più adatto al tipo; al mio commento “Uno stage in miniera?” mi è stato risposto “E’ lei a dirlo…”
Per tutti i diavoli, lo ammazzerei. E lui che è convinto di studiare, pure: e, in effetti, lo fa. Solo che non lo fa bene, o non abbastanza bene.
L’esperimento di lasciarlo fare da sé è miseramente fallito: solo che il tipo è tosto, e non vuole arrendersi.
“Mamma, lo confesso. Lo sai che sono un teorico del secondo quadrimestre: nel secondo quadrimestre si recupera…”
Omissis, omissis, omissis, omissis, OMISSSSSSISSSSSS!!!”
“Sì, hai ragione. Ci posso provare? Mi date altri due mesi, prima di arrenderci?”
Bel quesito. Abbiamo indetto una riunione al vertice, vagliando tutte le possibilità: ne sono uscite delle belle.
Ma quelle ve le racconto domani. Per ora, vi volevo solo chiarire perché sono così disperata. Come avete letto, ne ho ben donde. Ora vado: Jurassico mi attende!

Che mazzata

Un disastro, ragazzi. Un disastro completo, sotto tutti i profili.
Tutti i sistemi di sicurezza della Stamberga sono stati attivati, il gaglioffo è sotto monitoraggio intensivo, Mpc è alla canna del gas e il resto della famiglia in modalità di alta emergenza.
Seguiranno maggiori dettagli, alla prima occasione possibile.

Un mesto saluto a tutti i miei affezionati lettori

Mpc

martedì 29 novembre 2011

Avversità: climatiche e non solo


“Com’è andato il compito di geometria?”
“Boh! Io l’ho svolto tutto, senza difficoltà. Quando lo consegna ti so dire… Comunque, il preside ci è venuto a fare un c…o così.”
“Perché? O meglio, perché, stavolta…?”
“Perché c’è gente che butta roba nei radiatori e li manda in avaria!”
“Ma sono scemi???”
“Già. La settimana scorsa eravamo in classe con i giubbotti addosso. A me tremavano un po’ le mani. Così mi sono messo a fare così: (inizia a scuoterle tipo delirium tremens)”
“Scemo…”
“Ma che scemo e scemo. Se le scuoto si riscaldano: lo fai sempre anche tu, quando sei in montagna!”
“Mhm. Solo che lo faccio in ghiacciaio, a meno venti, io. Mi sa che esageri.”
“Ah, sì? Allora sappi che durante la verifica di matematica il termo accanto a me è esploso.”
“Esploso???”
“Appunto. Un botto così, poi un fumo nero che per poco non ci intossica. Arriva il tecnico, col fiatone, borbottando rischio incendio, rischio incendio!”
“Cose pazze…”
“Ecco, appunto. L’atmosfera giusta per rendere al meglio durante una verifica!”
“Chissà cosa mi dirà oggi la prof, al ricevimento…”
“Oddio, il ricevimento generale… Io vado a chiedere asilo politico in Cambogia!”
Detto ciò, sparisce dalla mia vista, lasciandomi sola e preoccupata. Secondo la sua tesi, i quattro e mezzo che mi sta portando sono nella media alta della classe: pare che arrivino uno e due come se piovesse.
Io quasi quasi mi faccio un cicchetto, prima di partire…
Incrociate le dita per me!

lunedì 28 novembre 2011

Una per tutti, tutti per una


Per fortuna.
Gestire un anziano non è cosa facile; gestire un anziano incapace di spostamenti autonomi ancor peggio; aver a che fare con una zia d’antan, convinta di essere ancora in grado di far tutto da sé, una guerra.
Vi risparmio i dettagli: le mie lavatrici hanno fatto le straordinarie, nel fine settimana.
Travolta dagli eventi, esibisco un’aria sempre più sconvolta: ma quando il gioco si fa duro, i duri incominciano a giocare.
Matteo è sempre disponibile ad accorrere ai richiami della zia, i ragazzi si occupano dei suoi pasti quando non ci sono, Jurassico la tampina come un segugio, cercando di capire come renderle un po’ di gamba e occupandosi di preservarle il cervello.
La mia mamma, invocata telefonicamente un paio di volte per fare dello zia-sitting, ha dichiarato: “Tu chiamami SEMPRE. Se hai da fare, o devi uscire con tuo marito, telefonami: non c’è impegno più importante di questo, per me! La vostra libertà è prioritaria.”
La mamma ha aperto l’ufficio per la conservazione dei matrimoni felici. Siamo salvi!
Ieri c’è stata l’invasione dei parenti, giunti nel pomeriggio per salutarla e farle gli auguri di buon compleanno: e mia cugina si è offerta volontaria per portarla a casa sua nel fine settimana dell’8 dicembre. Permettendo a me di venire a Milano senza lasciare la testa a Castelfranco, tra parentesi… E offrendo l’occasione alla zia di passare qualche giorno con l’adorata sorella, a sua volta bloccata a casa da una micidiale combinazione: gambe quasi fuori uso e ascensore fuori uso del tutto. Anche la tecnologia si rivolta contro le nostre ottuagenarie, accidenti.
Discutendo con me della situazione, Davide si è reso conto che non ho più un minuto libero, manco per leggere un giornale: così, si è offerto di occuparsi della spesa e della cena, oltre che del pranzo (mansione che già svolge con onore). Registro la disponibilità, riservandomi di approfittarne se necessario.
Poi, il nostro ha escogitato un sistema geniale per ottenere la collaborazione fattiva del gaglioffo: gli ha proposto un contratto da firmare. Col sangue.
Di seguito, ve ne trasmetto il testo:

Io, Matteo Per Caso, acconsento a fare un patto con mio fratello Davide (da me identificato in questo frangente come “il demonio”) che prevede che:
1)    Il demonio spenda € 20,00 (venti) per regalarmi il videogiuoco “Vattelapesca”
2)    Io mi impegni, per la durata di 180 giorni, a scaricare le lavastoviglie di casa ogni volta che ne avrò la possibilità (sono esonerato nei giorni in cui esco da scuola alle ore 13,00), nonché che io contribuisca attivamente allo sparecchiare e sgomberare la tavola e ricaricare le lavastoviglie dopo i pasti.

Firmo tale accordo e confermo con una goccia di sangue

     Il Demonio                                                                                                        Matteo

 Davide Per Caso                                                                                               Matteo Per Caso

Il ragazzo ha firmato: e da quel momento la mia vita è cambiata. Attivo come un’ape operaia, mi aiuta a tenere in ordine le cucine: essendo lui il principale responsabile della confusione che le devastava, davvero la casa sta cambiando aspetto.
Un sistema efficacissimo per ottenere collaborazione e per attuare un condizionamento: il demonio sa che, una volta abituato a vedere le cose da fare, e a farle, poi non riesci più a fare finta di niente. Un genio, mio figlio.
E’ arrivato al momento giusto: stamattina, preparando da borsa per la piscina, mi sono accorta di averci infilato l’anti-infeltrente per la lana al posto dello shampoo doccia.  Jurassico, invece, ieri sera mi ha chiamato a letto, allargando le braccia e declamando: “Vieni qui, amore mio… Come fratella e sorello!”
Al solito. Per dirla con Flaiano, la situazione a Casa per Caso è grave, ma non è seria.

sabato 26 novembre 2011

Noi, (fra) gente di un certo livello


Capita. Qualche rara volta ci coinvolgono in occasioni un po’ formali: di quelle da giacca e cravatta, per capirci. E da moglie decorativa al fianco (nei limiti del possibile, ovvio): roba da far tremar le vene e i polsi, a Casa per Caso.
La sottoscritta possiede un unico abito nero, sufficientemente elegante, che ricicla sempre: coordinandolo con accessori di volta in volta diversi, lo adatto a tutte le occasioni. E a tutte le stagioni, anche.
Il guaio sono le mie misure: mutevoli, con tendenza all’aumento. Così, quando me lo sono provato, ho scoperto che la panzetta sbocciava, tremula, fra le pieghe del drappeggio. Un orrore.
A furia di ingressi in piscina, ho creato un inedito: il muscolo di acciaio lardellato. Ho la tartaruga sulla parte superiore del ventre, mentre quella inferiore è devastata da fasce sovrapposte di grasso. Agghiacciante.
In tre ore non si possono perdere cinque chili: però si può comprare una pancera. Cosa che ho fatto. E pure di corsa.
Inguainata in una cotta d’acciaio, ho riacquistato un profilo solo leggermente ondulato: poi, mi sono vestita, truccata e pettinata. Conoscendo la tendenza della chioma a incespugliarsi, tipo rovo, ho nebulizzato lacca fino a mummificarmi i capelli.
Così trasformata, mi sono presentata a Jurassico: il quale ha inghiottito, chiedendomi poi se dovessimo proprio uscire...
“Meglio di sì. Così non scopri cosa c’è sotto l’ambaradan, mio caro!” l’ho scoraggiato, avvolgendomi in una impalpabile sciarpa nera, ravvivata da una spolverizzata di strass.
Quando la zia mi ha vista sulla soglia della sua stanza, ha esclamato: “Che apparizione!”, lanciandosi poi in complimenti sperticati anche all’indirizzo del mio cavaliere. Che era carino forte, per la cronaca.
Anche se…
Jurassico è allergico agli scorsoi attorno al collo e idiosincrasico nei confronti degli abiti eleganti. Sportivo dentro e, soprattutto, fuori.
Così, già infilarlo in un vestito decente è stato un miracolo. Imbrigliato dalla giacca, scocciato dalla panza, che tendeva i bottoni della camicia, infastidito dalla cravatta, a un certo punto è sbottato, indignato: “Ma come le fanno, ‘ste camicie? I polsini escono dalle maniche della giacca!”
Per poco io e la Miss non siamo svenute. Come certo saprete, quella è la norma, non un difetto: ma lui non se lo ricordava nemmeno più.
Polsi rubati all’agricoltura… ho pensato, evitando però di fiatare.
Dopo aver accolto un’ovazione corale da parte dei figli, siamo partiti con lo squalo, alla volta del ristorante.
Dove ci siamo subito distinti per eleganza e savoir-faire.
Jurassico dà inizio alle danze, evitando di aprirmi la portiera, per aiutarmi a scendere: con i tacchi alti, l’abito stretto e la pochette in mano, ero più impacciata di Fantozzi. E quello non si accorgeva di nulla: anzi. E’ partito per gli affari suoi, abbandonandomi nel parcheggio: sola fra i sassi. Che senza un braccio al quale appoggiarmi mi parevano scogli, non ghiaia.
Inviperita come un rettile, ho richiamato il talebano, rimbrottandolo per la sua scarsa galanteria: ottenendo solo di essere dileggiata da lui.
“Ma non eri una single rampante, autonoma e in grado di arrangiarsi?” mi ha derisa.
“Senti, bel tomo. Che io fossi una single non significa che non trovassi SEMPRE un braccio pronto a sorreggermi, in circostanze come questa… Anzi, non mi fare arrabbiare. Sennò, ti faccio vedere quanto ci metto a sostituirti!”
Il magrebino mi afferra, conducendomi con passo deciso verso l’ingresso del locale: peccato che decida di fare una scorciatoia. Mentre la qui presente stordita, appoggiata al suo braccio, si guarda attorno ammirando il giardino, quello attraversa di sghembo la fila di candele, posta a segnare il percorso.
Me tapina.
Per non smentirmi mai, non me ne sono resa conto, persa com’ero col naso all’insù: con il risultato che ho dato un calcio a un coccio, inondandomi piede e caviglia di cera fusa. Non mi sono scottata, ma ho devastato calza e scarpa.
Così, appena entrata, sono stata costretta a rifugiarmi in gabinetto: dove ho rivoltato i collant, nascondendo la devastazione sotto il piede, e constatato con sofferenza estrema che le mie elegantissime scarpe erano rovinate per sempre. Mentre il mio look lo sarebbe stato per tutta la sera.
Una serata per il resto piacevole, in compagnia di persone gradevoli: funestata peraltro dai continui richiami all’ordine di mio marito. Il quale, ogniqualvolta la stola mi scivolava in basso,  mi sibilava all’orecchio: “Ehi, moglie! Copri quelle spalle!!!”
Compare Turiddu. Esce con la lupara in bagagliaio, quello.
No, non ci siamo. Decisamente, noi NON siamo gente di un certo livello.


venerdì 25 novembre 2011

Ho paura di non farcela

Ebbene sì, lo ammetto. Ho perso il controllo della mia vita e temo di non riuscire a recuperarlo. Non a breve, almeno.
Ragazzi, mi rendo conto che forse vi crollerà un mito, ma stavolta Mpc è nei guai sul serio: non riesco più a programmarmi l’esistenza. Il che mette in forse la rotta della Stamberga, il benessere dei suoi abitanti e la mia sopravvivenza stessa.  
Prendiamo una mattina a caso, a Casa per Caso. Stamattina, per esempio.
Ore sei e mezzo: la Miss è già in piedi, perfettamente truccata e vestita. Jurassico fila rapido a sbarbarsi, perché è di congresso a Trento, mentre Mpc esce dalla sua camera, in modalità fantasma formaggino. Pallida e spettrale, insomma.
Incrocio il filosofo, che mi saluta appena, con aria imbronciata: e ci credo. Gli hanno appena fregato l’ennesima bici, in stazione: un concetto per volta, sta imparando tutte le cose che NON deve fare. Lasciarla aperta, perché tanto è vecchia, non la vuole nessuno; oppure parcheggiarla in un luogo nascosto, così i ladri non la notano. Con il risultato di facilitare loro il compito, permettendogli di lavorare lontano da occhi indiscreti. Bloccare con la catena la ruota anteriore, invece del telaio di quella posteriore; oppure chiudere la ruota dietro, dimenticando però di assicurarla a un albero, un palo, una ringhiera metallica. Ogni errore tattico, una bici scomparsa: siamo a quota sei, mi pare. Forse anche qualcuna in più: ho perso il conto. Andrea è un recordman. Gettonatissimo da tutti i ladri di biciclette del circondario, si è fatto portare via di tutto: da catorci di recupero, assolutamente inguardabili, a bici nuove, comprate apposta per lui. Un uomo, un mito.
Peccato che stavolta la vittima sia il mio glorioso velocipede: regalo di Jurassico, era corredata di una catena grossa così, con un lucchetto imponente e una lunghezza fuori catalogo. Una catena acquistata in Austria: si poteva legare il mezzo anche a una quercia secolare, se necessario. Mio figlio, eternamente di corsa, non trovando un palo a portata di mano, l’ha arrotolata alla ruota. Punto.
Roba da ammazzarlo: solo che poi mi commuovo, quando leggo il suo sms di outing, nel quale mi promette di comprarmi di tasca sua una due ruote nuova. Così, decido di non fargli pagare il danno: alla fine, tutto ciò accade perché vive anche lui col fiato mozzo. Si alza alle sei, per arrivare presto a lezione, e corre sempre come un matto, per avere più tempo per studiare. Non paga, lo accompagno anche in stazione: scapicollandomi come una folle, per tornare abbastanza presto da non far arrivare tardi il marito.
Rimarchevole il mio look: non ancora truccata, occhiali sul naso, ciocca laterale sinistra stile pagoda; maglione in pile del ’97, jeans zampati e con l’orlo consumato, databili 2001 al massimo, mocassini in tinta simpaticamente contrastante, indossati sul piede scalzo. Il tutto accompagnato da una pochette nera da sera, però: il tocco di eleganza che fa la differenza.  
Al mio rientro, Jurassico mi prepara due macchiatoni per tirarmi su: mi scaldo mezza focaccina antidepressiva, quando un richiamo disperato mi trascina di volata in camera della zia. Stamattina la poverina si è svegliata con tre ore di anticipo, con i giramenti di testa.
Mi ci vuole un quarto d’ora per sistemarla (almeno un po’): poi, chiede di tornare a letto. Non prima di avermi implorato di trovarle un prete, perché sente avvicinarsi la fine. Una fine che invoca, tra parentesi: mannaggia. Le ci vorrà un po’ per adattarsi alla sua nuova condizione: non è in pericolo di vita, in realtà, ma questa mancanza di autonomia insorta d’improvviso è dura da digerire. E non solo per lei.
Cerco di rassicurarla un po’, poi mi dileguo.
Trovo la focaccina pietrificata e il caffè freddo. Una pena, non una colazione, la mia.
Mi vado a lavare e truccare, salvo accorgermi che devo ancora tirar fuori i maglioni a Jurassico: dato che indossa sempre i soliti due, non mi sono resa conto che il suo cassetto è ancora infestato da T-shirt. Cercando una scaletta, per eseguire un immediato cambio di stagione, mi rendo conto che la mia casa è disseminata di oggetti fuori posto: la camera dove ho installato la zia sarebbe il nostro guardaroba. Ecco perché ora conserviamo l’asse da stiro in ingresso giù e lo stender per gli abiti stirati in corridoio di sopra. La mancanza di tempo cronica cui mi condanna l’accudimento della zia ha reso la mia casa una topaia incasinata in ogni angolo, mentre io mi ritrovo sempre con sei o sette attività in corso. Nessuna delle quali destinata a essere conclusa. 
Se poi, come stamattina, ci si mettono anche i problemi di viabilità provocati dal traffico di camion nella nostra minuscola stradina, si arriva addirittura al delirio. Con la zia addormentata, il campanello è suonato due o tre volte, e siamo stati costretti a una girandola assurda per trovar posto all'auto della nostra colf. 
In tutto questo, Jurassico ed io ci cacciamo dentro anche gli impegni mondani: come quello, memorabile, di ieri sera.
Che vi racconterò domani, però: ora devo scappare. Il tempo per me è esaurito, per oggi!

mercoledì 23 novembre 2011

Ebbbbasta!!!! Ma io vado a farmi benedire...


Avete presente quando suona il campanello, ed è il postino? Quel truce individuo che pretende la vostra firma, nel deporvi in mano il classico plico che scotta?
E’ successo. Multa.
Una multa, mannaggia! Con tanto di decurtazione di punti della patente. Ero verde, mentre aprivo la busta: intestata a me, ovvio. Sono una rabdomante di guai, negli ultimi tempi.
L’autovelox ha beccato la mia auto a 110, dove è previsto si vada al massimo a novanta. Jurassico parte in quarta (tanto a Casa per Caso gli autovelox non ci sono…), sfottendomi a sangue. I figli ridacchiano, sotto gli occhi spalancati della zia, la quale ci osserva, interdetta, finché…
“Questa multa non è mia!”
Cade il gelo.
“Io non sono mai passata di qui, negli ultimi tempi!” dichiaro, lapidaria.
“Ahem… che macchina è…?” formula una voce non meglio identificata. Sono così furiosa all’idea di perder punti per conto terzi da non riconoscere nemmeno l’autore del quesito.
Dalla targa, risulta essere l’auto che usano loro: i ragazzi, intendo. Partono le verifiche del caso: innanzi tutto, ci precipitiamo tutti allo schermo a guardare la foto, per individuare l’autore dell’infrazione.
Preso da dietro, il pièveloce non è così facilmente identificabile: ma una cosa è certa. Non sono io.
Dalla forma della zucca e dal taglio dei capelli evinco subito che la sottoscritta (bionda a ciocche, o accioccata, che mi pare il termine più indicato per mio look…) e il filosofo (chioma semilunga e liscia) sono esclusi dalla rosa dei sospetti.
Qui l’informatico inizia a sudare freddo: la partita ormai si gioca fra lui e Jurassico. Il ragazzo inizia subito a protestare la sua innocenza, negando la sua presenza in quei paraggi, negli ultimi dieci anni almeno. Tipico dell’uomo: lui non c’entra mai, quando qualcosa non va. Come Corradino, che fa l’occhio rotondo anche con le piume della tortora che gli spuntano dalle fauci: negare, negare, negare sempre. E qualcosa si scanserà.
Segue consultazione del calendario di lavoro del papà: si scopre così che costui stava salvando cervelli in ospedale, mentre qualche cervellone suo stretto parente si distraeva al cospetto di un autovelox (ampiamente segnalato). Esercitando un’indebita pressione sul pedale dell’acceleratore.
Esilaranti i tentativi sino all’ultimo esperiti dal colpevole per evitare di bere l’amaro calice: è ricorso persino alla ricerca delle tracce lasciate su internet, per dimostrare di essere stato qui, e non altrove, il giorno del fattaccio.
Ovviamente, non ha trovato niente.
E così, si dovrà acconciare a conciliare: rimangiandosi tra l’altro le risatine con le quali mi ha derisa, al momento della ricezione della multa. Quanto a Jurassico, se non la smette di infierire su di me ogni volta che  gliene si presenta l’occasione, giuro che gli nascondo le chiavi dello squalo. Così la finisce, di divertirsi: alla guida, e alle mie spalle.
Ora basta. Gli uomini di casa  mi stanno stancando.


martedì 22 novembre 2011

Inadeguata, sempre

Vorrei capire per quale ragione il destino si accanisce tanto contro di me, quando è lampante la mia inadeguatezza di sistema.
Sin dalle prime battute della mia ultima avventura, quella di nipote-badante, mi sono segnalata per incapacità: di ritorno dall’ospedale, abbiamo allungato di una cinquantina di chilometri il tragitto, con l’ottuagenaria incatenata al sedile, per raccogliere gli effetti personali della ragazza. Fra gli effetti personali, i più importanti sono i farmaci e… il materiale per il make up. Diroccata, magari: ma attenta al look, sempre.
Conoscendo la mia pollastra, ho raccolto tutto in una pila ordinata (erano comunque più numerosi i cosmetici dei farmaci, per la cronaca) cercando poi un sacchetto dove riunirli. Peccato che per procacciarmelo mi sia allontanata dalla camera da letto: giunta in cucina, già avevo dimenticato cos’ero andata lì a fare. Ho bevuto un bicchier d’acqua, per poi accorrere trafelata al richiamo di Jurassico, ansioso di partire al più presto. Afferrate le chiavi al volo, ho chiuso casa e sono partita.
Salvo rendermi conto, dodici ore dopo, che metà della roba della zia era rimasta sul cassettone, in attesa di eventi.
Mio marito era di guardia, e io ero sola e sconsolata, seduta sul letto della paziente, in paziente attesa della sua pasticca di sonnifero.
“Pronto? Dottore? Qui abbiamo un caso da manuale. Soggetto confuso e disorientato, necessita di ricovero urgente: si chiama Valentina Carli. Può provvedere, per cortesia…?”
“Cos’hai dimenticato, stavolta?”
“I farmaci di scorta… ha solo quelli che le avevano portato in ospedale. Come la faccio dormire, adesso???”
“Vai nel mio beauty. Trova una pasticca di melatonina e dalle quella: vediamo se dorme anche senza imbottirsi di sostanze aliene.”
Dodici ore di dormita. Filate. E da allora, questi sono i suoi tempi: la metti giù e piomba in un sonno continuo, sino alla mattina successiva. Mattina inoltrata, per la precisione.
Come dicevo recentemente a un’amica, Dio esiste. E lavora per me, a quanto pare: il sonnifero era responsabile della confusione e del delirio della zia. La quale vedeva il suo bastone appeso alle pareti dell’ospedale, s’infuriava col medico, reo di averle comminato un EEG senza il suo permesso, e insolentiva gli infermieri, intimando loro di non prendere iniziative.
Vi garantisco che le prime ore della sua assistenza, in ospedale, sono state un incubo. Devo aver avuto una faccia così dolente (lo confesso: mi è pure sfuggita una lacrimuccia, mentre le facevano l’esame…) da commuovere tutti. Si sono messi a confortarmi, rivolgendosi poi a Jurassico come “il genero”: mi hanno presa per la figlia. Invece, ero solo una nipote oltremodo abbacchiata.
Comunque sia, ora la zia è di nuovo lucida e orientata: contrariamente a sua nipote, che insiste a combinare guai a ripetizione.
Oggi, appena sveglia, mi sono imposta e l’ho costretta a una doccia.
Mio figlio maggiore, quando ha sentito che l’ho lavata io, ha sospirato: “Prima o poi ti fanno santa, a te…”
Ne dubito. Piuttosto, rischio la galera per lesioni personali: dopo la doccia, mi sono improvvisata parrucchiera, eseguendo un taglio e una piega quasi accettabili. Se si sorvola sul fatto che il pettine mi si è impigliato nei capelli della zia, (finendole quasi negli occhi), mi sono intrigata tre volte col filo del phon (minacciando di strangolarla) e che ogni volta che lo dovevo spegnere lo mandavo al massimo, me la sono cavata alla grande.
Ora la zia è bellissima: vestita, truccata (con la roba mia), pettinata e profumata, è tornata quasi al suo antico splendore. La sottoscritta, viceversa, vestita in modo approssimativo, scompigliata e truccata di sghembo, pare la controfigura della strega Baghega.
Riuscirà la nostra eroina a sopravvivere a tutto questo? Il seguito alle prossime puntate.