sabato 1 ottobre 2011

Non ci sono tagliata

Ragazzi, qui bisogna diventare donne di mondo. Fra uscite serali, al braccio di Jurassico, e presentazioni pubbliche da organizzare, qui la vostra Mpc è costretta a uscire dal guscio.
Bella roba: come chiedere a Maga Magò di trasformarsi in Jessica Rabbit. Rivolgersi all’ufficio miracoli, please.
Finché si tratta di ticchettare su una tastiera, lanciando messaggi in bottiglia tra le onde del web, ancora me la cavo. Comunque sia conciata, va bene lo stesso: il post ve lo leggete anche se chi l’ha battuto ha una ricrescita da procione, l’occhio da triglia ed è vestita come uno spaventapasseri.
Ma qui non basta più. Gli impegni si stanno facendo numerosi, ricorrenti e persino di un certo livello. Non ci stiamo facendo mancare nulla: e in determinate situazioni, jeans e maglietta non sono la mise più adeguata.
Ieri sera, per esempio.
Il filosofo, notandomi vestita e pettinata come un essere umano normale alle otto di sera  (ora nella quale di norma inizia la mia trasformazione in uno zombi) mi ha chiesto, stupito: “Dove vai, che sei così bella?”
“A cena con papà e alcuni suoi amici e colleghi…” ho bofonchiato, con la testa dentro l’armadio. Stavo cercando una borsetta potabile per la serata: e quella adeguata era rimasta travolta da una colata di lenzuola pulite. Per metterla in salvo, ho dovuto inerpicarmi, già assisa sui tacchi, su di una scaletta. Diversamente, la colata sarebbe finita in testa a me.
“Di nuovo? Come siete girovaghi, ultimamente, tu e papà!” mi ha stuzzicata, con un sorrisetto malizioso.
Riesumato l’agognato articolo di pelletteria, sono tornata da lui, domandandogli il placet; osservandomi con occhio critico, ha commentato: “Mhm, carina. Sei anche coordinata!”
La sorpresa che venava la sua voce mi ha suscitato un lieve senso di colpa. Forse dovrei riassestare un po’ il mio look quotidiano.
Il mio aspetto, abito a parte, era il risultato di una mattina devoluta a farmi restaurare le ciocche dalla parrucchiera. Con l’occasione, mi ero cacciata due auricolari nei padiglioni, stile teenager isolazionista: tra le mille cose cui devo pensare, in questo periodo, si è aggiunto anche l’audiolibro, da ascoltare e approvare a stretto giro di posta. Elettronica.
Ho fatto così di necessità (interminabili tempi di posa colore) virtù (espletamento delle mie funzioni di autore in corso di pubblicazione).
E sempre in funzione di autore, appena sveglia (e ancora in versione maga Magò) ero stata convocata per l’assemblaggio delle locandine per la mia presentazione.
Meno male che mi hanno offerto un caffè, prima di farmi bere l’amaro calice.
Con l’ausilio di un’esperta operatrice, nonché amica e omonima, ho deciso (assieme al libraio che organizza l’happening) il layout, lo stile e, soprattutto, la fotografia da inserirci.
Già: la foto.
Alla sola idea di doverne selezionare una a tale scopo, mi sono sentita mancare. Per fortuna, avevo le immagini scattate dall’amico Franco: abbiamo scelto quella dove sfiguravo meno, cercando una collocazione sul foglio utile ad evitare l’effetto epigrafe.
Se è vero che il ritratto serve (ventidue anni dietro un banco fanno della mia una faccia conosciuta), fondamentale sarebbe non spalmare il paese con manifesti commemorativi della cara estinta. Non vorrei vedermi recapitare qualche corona di fiori in memoria, il gran giorno.
Una volta stabilitane la posizione, la nostra grafica ha provato un lieve effetto sfumato, ai bordi dell’immagine: con un salto sulla sedia, abbiamo richiesto di tornare ai confini netti e precisi. L’effetto lapide creato dal flou era francamente impressionante.
Dopo mezz’ora di summit, abbiamo partorito: e vi garantisco che è stato un parto più lungo e doloroso di quello che ha visto la comparsa in scena del gaglioffo.
Certe cose non fanno per me. Ripensandoci, forse avrei dovuto scegliere la carriera del ghost writer: così, avrei potuto rimanere invisibile.