giovedì 22 settembre 2011

Resettatemi, please!


Gente, sono esaurita. Non mi sopporto più: ci sono aspetti del mio modo di essere che mi mettono in un imbarazzo cosmico.
Pensavo a una sostituzione delle aree cerebrali coinvolte, ma mio marito lo garantisce: non esistono procedure simili, nemmeno a livello sperimentale.
Peccato.
Diversamente, ne sono certa, sarebbe lui il primo a donare il mio corpo alla scienza:  ne combino così tante da averlo condotto alla rassegnazione. Non si arrabbia nemmeno più.
Come il giorno in cui ho afferrato le chiavi del camper, senza accorgermi che, sotto di esse, si nascondeva il suo meraviglioso cronografo. Prezioso oggetto, regalo mio, tra parentesi, che ho spedito a schiantarsi sul selciato, appena fuori dalla porta: incisione indelebile sul fianco sinistro della cassa dell’orologio. Silenzioso dispiacere, altrettanto indelebile, inciso sul volto del marito. Un senso di colpa schiacciante, inciso in sempiterno nel cuore mio.
E’ un continuum, un danno dopo l’altro, una dimenticanza appresso alla precedente, disastri a ripetizione. E meno male che non soffro di sindrome premestruale: una come me sarebbe capace di dar fuoco alla casa, se andassi soggetta anche a quella.
Veniamo a noi: l’altro ieri, avevo programmato una visita di controllo, di quelle routinarie. Odiando i ritardatari, mi ero attrezzata per arrivare con largo anticipo rispetto all’orario stabilito: già un’ora prima ero in loco, tonica e stenica. Circostanza che, tra l’altro, mi ha condotto all’interno di una pasticceria, dove ho peccato. Non molto, ma ho peccato: il che, considerati gli ultimi verdetti senza appello della mia bilancia, sarebbe stata mossa da evitare.
Comunque sia, dopo un peccaminoso spuntino e un corroborante cappuccino, suono alla porta del medico: nessuna risposta. Lascio passare qualche minuto, e ci riprovo, poco convinta stavolta: se non c’è lui, non dovrei esserci nemmeno io. Questo è poco ma sicuro. Già attanagliata dall’angoscia, afferro il cellulare, per chiamare l’ambulatorio: il dubbio era se il mio fosse un anticipo cosmico o un ritardo bestiale. La voce del medico in persona, incisa su nastro, mi detta il suo numero di cellulare, per comunicazioni urgenti.
L’urgenza c’è, è indiscutibile: devo capire cos’ho combinato.
Chiamo il doc, scoprendo che questi mi aveva aspettata per un’ora e mezzo, il giorno precedente, prima di tornarsene a casa sua. Nel dubbio che mi potesse essere successo qualcosa, non mi ha chiamata: non voleva disturbarmi!
Datemi una pala, che mi seppellisco. Mannaggia a me e al mio rapporto conflittuale con la tecnologia: cercando di fare la moderna, mi son scritta l’appuntamento direttamente sul cellulare. Posticipandolo di un giorno..
Prostrata dalla vergogna, ho implorato il dottore di scusarmi: dottore che non solo mi ha scusata, ma è corso ad aprire l’ambulatorio, solo per me. Se poi considerate che, essendo moglie di un collega, manco accetta che le visite io le paghi, avrei voluto suicidarmi in diretta. Per fortuna, mi ero attrezzata in precedenza, portandogli un omaggio: tanto più necessario ora, dopo la bella prova sopra descrittavi.
L’unica buona notizia della giornata è che sto benissimo: fisicamente, almeno. Di testa, sono un caso limite, e soprattutto, senza speranza.
Se qualcuno ha qualche buona idea per mettermi in sicurezza, vi prego, parli ora. Altrimenti, mi sa che mi dovrete sopportare così, per sempre.