lunedì 1 agosto 2011

Finalmente soli


Era ora. Spero di riuscire a partire entro stasera. 
Gli ultimi tre giorni in Calabria sono stati una tortura, fisica e mentale: il gaglioffo, ormai costretto ad accartocciarsi per entrare nel suo letto, è stato trasferito d’ufficio in mansarda, accanto a me. E questo nonostante le mie vibrate proteste: avrei voluto rifugiarmi in cuccetta, lasciando il letto grande ai due maschi. Invece, il giovanotto si è rifiutato di dormire con papà: perché la mamma è meno ingombrante, più profumata e, soprattutto, perché non russa.
Per poco non ne esco con le ossa rotte.
La prima notte, mi sono beccata due ceffoni, una gomitata e ho dovuto condurre una strenua lotta con un ginocchio, irresistibilmente attratto dal mio fianco destro.
Avvisato delle sue violente abitudini notturne, mio figlio è stato colto da una crisi di coscienza: “Non voglio fare male alla mammina! Io dormo sotto gli alberi, stanotte. Dov’è il materassino di gommapiuma…?”
La seconda notte, ha lavorato di gambe: svariate pedate, alternate a qualche tentativo di abbraccio. Mi ha arpionato un paio di volte almeno, attirandomi a sé come una piovra. Il senso di colpa gli devastava il subconscio, ritengo.
Dopo due notti insonni, ormai mi calava la palpebra alle nove di sera: circostanza per la quale sono stata crudelmente dileggiata per giorni, dall’intera famiglia.
Una famiglia che si prende gioco di me anche per la mia divisa antiuomo: camiciona da notte in jersey di cotone, taglia 46, con il logo gatto miao ripetuto qui e là. Quando entro in quel sacco informe, si spegnerebbero gli istinti erotici anche del gorilla cantato da De Andrè. D’altronde, viste le condizioni di promiscuità in cui si vive in camper, mi abbandono almeno ai piaceri della comodità: di fare la sexy non se ne parla. Troppi figli nei dintorni, sempre pronti a darmi della pervertita, se indosso qualcosa di più conturbante di un saio.  
Siamo giunti così all’ultima notte insieme: questa volta non mi ha percosso. Mi ha ignorato. Si è allargato tanto da occupare quasi tutto il letto: costretta in uno spazio minuscolo, nel gesto di voltarmi su me stessa mi sono schiantata col ginocchio – l’unico sano rimastomi, dopo lo scontro con la scogliera – contro il telaio della finestra. A metà nottata, mi sono alzata per bere: manco a dirlo, quello ne ha approfittato per dilagare ancor di più. L’ho trovato messo di traverso sul letto, nella posa del Discobolo di Mirone. Afferrato di peso il manzo, l’ho spostato dalla sua parte: pur trattato come un sacco di patate, l’uomo non dava segni di vita. Continuava a dormire come un ciocco. Se respiro più forte, suo padre si sveglia: questo, non lo svegliano manco le cannonate.
Comunque sia, separata dal marito, con un compagno di letto diabolico, chiamata “Gattomiao” oppure “Mi cala la palpebra”, ho trascorso una vacanza sfibrante, almeno negli ultimi giorni.
Sulle corse per rimettere a posto la casa e aiutare il terribile duo a preparare le valigie, già vi ho relazionato.
Spediti i due infausti verso le rispettive destinazioni, ho raccolto le mie masserizie, per ricaricare il camper: in lavanderia, mi attendeva uno spettacolo raccapricciante. La mia amata camiciotta da notte penzolava, impiccata alla porta della lavanderia. Mio marito l’aveva aperta e poi richiusa: rinchiudendovi dentro gatto miao.
Nel dubbio si tratti di un monito, ho deciso di non portarla con me, stavolta.
Poi, sono andata in bagno: dove ho ben pensato mettere assieme due fondi di deodorante. Peccato che abbia confuso le due confezioni da viaggio – le etichette sono per il volgo: io la roba la riconosco a occhio… – mischiando il latte deodorante con quello detergente. Così li ho buttati entrambi. Ma il guaio vero non è questo: il guaio vero l’ho combinato quando ho cercato di struccarmi, usando appunto il latte deodorante. Un’autentica esperienza estrema: da evitare. Garantisco.