lunedì 4 luglio 2011

Lezioni di guida

“Oggi, scuola guida!”
“…”
“Avanti, andiamo sui colli. Così guidi l’auto e la provi in salita.”
La prospettiva mi preoccupa non poco: in veste d’istruttore di guida, quell’individuo scatena i miei più efferati istinti omicidi. Non lo sopporto proprio.
Però… L’idea di guidare lo squalo è troppo allettante. Così, sia pure a malincuore, accetto.
“Adesso sistema il sedile e gli specchietti: poi li memorizzi alla posizione 2. DUE, hai capito? Perché la macchina è MIA!”
Di nuovo il senso del possesso. ‘Sta storia è una croce.
Mi detta una serie di operazioni da eseguire, al termine delle quali mi ritrovo orizzontale: completamente sdraiata, stile giaciglio per amori clandestini. A questo punto, mi aspetterei un’aggressione sessuale, se l’espressione dell’uomo non fosse fra l’attonito e lo spazientito. “Ma che hai fatto???”
Io, sempre sdraiata sulla schiena: “Ho eseguito pedissequamente i tuoi ordini. Cosa della quale non manco mai di pentirmi amaramente…”
“Tirati su, coraggio. Riproviamo: pigia M, poi 2, poi sistema il sedile…”
Stessa sequenza di prima, stessa conclusione della scena. Con l’aggravante che il nostro vicino ci ha notati e si è appropinquato, allo scopo di congratularsi per l’auto.
Dimentico che sua moglie è in una posizione assai poco dignitosa, Jurassico entra subito in modalità orgoglio paterno, spalancando la coda del pavone e godendosi i complimenti. Manco quando gli lodano la bellezza della figlia fa quella faccia lì.
Nel frattempo, io ritrovo la postura eretta, e attendo con pazienza che l’atto di adorazione abbia termine.
“Scusa, marito, potresti consultare le istruzioni, stavolta? Vorrei mettermi in moto prima di stasera…”
Esegue, dettandomi stavolta la sequenza corretta: salvo arrabbiarsi con me perché la eseguo.  “No, no, devi tenere premuto fino a che senti un suono!” mi rimprovera, mentre un fischio, stile marmotta, parte dalle profondità del sistema elettronico.
Mi limito a guardarlo.
“Ok. Andiamo!” ordina.
Faccio manovra senza grosse difficoltà e mi immetto nel traffico. Questa macchina è concepita per rendere la guida un piacere: una dovrebbe essere scema, per non riuscire a portarla. Specie se ha la patente da quasi trent’anni.
Tuttavia, il pater familias non sembra pensarla così. Appiattito sullo schienale, rotea lo sguardo in tutte le direzioni: sulla pedaliera, gli specchietti, il sedere delle auto davanti e il muso di quella dietro. Un incubo.
Proseguendo verso le alture, il traffico si dirada, sino a sparire del tutto: raggiungiamo una rotonda larghissima, completamente deserta. La impegno tranquilla, godendomi la tenuta di strada in curva della bestia, quando un urlo disumano mi terrorizza: “ATTENTA!!!”
Inchiodo, guardandomi attorno disperata. Non c’è l’ombra di un ostacolo nel raggio di due chilometri: per fortuna, nemmeno dietro a noi. Cosa della quale ero consapevole, all’atto della frenata.
“Che c’è? Che ti prende?!” protesto vivacemente.
“C’era il dare precedenza!”
E’ matto. Questo è matto, penso. Ma non lo dico.
Dico invece: “Ma certo che c’è il dare precedenza: se la rotonda è impegnata, non puoi entrarci come un ariete!”
“Ti dovevi fermare!”
“Perché? Mica è uno stop! Se è deserta, NON mi devo fermare. Altrimenti mi tamponano…”
La sicurezza dell’istruttore inizia a vacillare. Si sta comportando come in aereo: è colto da una crisi di panico e sragiona. E tutto questo perché sto guidando io: confesso che lo trovo deprimente. Nonostante le mie recenti defalliances, non sono un’autista così ignobile…
Per calmarlo, gli faccio un breve ripassino sulla differenza fra i vari segnali di stop, facendogli presente che, a quanto mi consta, non c’è rotonda che non funzioni come quella appena superata. Non era una rotonda speciale: semplicemente, stando alla guida, non si è mai accorto del segnale, presente prima di TUTTE le rotonde. Solo che stavolta alla guida ci sono io e tanta è la fifa che gli graffi la bambina, da fargli vedere anche segnali di stop inesistenti.
In qualche modo, raggiungiamo la nostra meta. Una breve passeggiata, un caffettino con un dolcetto, e rientro alla base. Senza danni né patemi, stavolta. Almeno da parte sua: io sono un po’ preoccupata. Quest’uomo sta sviluppando un rapporto malsano, con la sua quattroruote: e ora vi dico da cos’altro l’ho capito.  
Quando gli ho detto di essermi comprata un paio di jeans di Armani, pagandoli abbastanza, mi ha ingiunto di indossarli, per vedere come mi stessero.
“Voltati!”
Mi sono messa di spalle.
“Soldi ben spesi. Hai il sedere bello come quello della mia Feline!”
Ogni commento è superfluo.