mercoledì 15 giugno 2011

Work in progress & episodi sconfortanti

Esami in corso, dunque.
La sottoscritta ha tutto sotto controllo: sono lucida, calma, assertiva. Dopotutto, è il quarto che passa attraverso questi passi: ne ho visti di esami, in veste di mamma.
E’ per questo che, non vista, mi aggiro per casa con l’aria della mater dolorosa, vittima di un ingiustificato stato d’ansia, in grado di scatenarmi reazioni vaso-vagali ottime e abbondanti.
Accidenti a me e alla mia incorercibile irrazionalità. Fuori di qui, dissimulo abilmente la cosa, evitando di coprirmi di ridicolo col prossimo mio, però non posso mentire a me stessa. Sono ridicola, e me ne rendo conto; ma soffro come un cane lo stesso.
Comunque sia, il compito d’Italiano pare abbia ispirato il gaglioffo. E’ tornato pimpante e allegro, in vena di racconti particolareggiati, e fiducioso di aver combinato qualcosa di buono. Va da sè che non prendo per oro colato i suoi resoconti, ammaestrata dalle innumerevoli occasioni in cui, nel passato, si è dimostrato profondamente soddisfatto del suo scarso rendimento. Né più né meno di un soggetto in stato di ebbrezza.
Tuttavia… la speranza è l’ultima a morire, dicono. Pertanto, speriamo. In bene.
Oggi prova di comprensione seconda lingua, e lui speriamo che se la cavi.
Nel frattempo la sottoscritta approfitta della – momentanea? – interruzione della stagione monsonica per andare a decadaverizzarsi in piscina. Tanto per dare un’idea dell’aria sana evocata dal mio colorito, sappiate che l’esaminando mi definisce “la larva”. E lui sarebbe quello, tra i miei figli, che esibisce l’aria meno magrebina, essendo l’unico tendente al biondo, occhio ceruleo e carnagione dorata. Gli altri quattro, comprendendo anche il loro padre, se si affacciano alla finestra per vedere che tempo fa, rientrano già neri come carbonchi. Ebbene, persino il giovane dal biondo crine mi considera una specie di proteo: meglio che offra il mio corpo al sole, va’. Sperando che tale mia iniziativa non metta definitivamente l’astro in fuga.
La piscina è per me il luogo ideale per smaltire le tensioni, giustificate e non: armata di carta stampata di vario genere e natura, per ubriacarmi di lettura come piace a me, e di cuffia e occhialetti, per lanciarmi in estenuanti teorie di vasche a stile libero, trascorro lì i giorni che mi separano dalla conclusione di un periodo da dimenticare, per varie ragioni. Però, però… appena esco dalla Stamberga, ho modo di riconsiderare le mie ambasce: al peggio non c’è mai fine.
L’episodio che mi ha colpita è il seguente: nel primo pomeriggio giungono a bordo vasca tre giovanotti sui diciotto anni. Racchette da tennis sottobraccio, cellulari di ultima generazione in pugno, aria annoiata d’ordinanza. Prendono posto accanto a me, dandomi così modo di assistere a una conversazione assai istruttiva. Uno di loro annuncia di essere arrivato in loco senza le scarpe da tennis: un capolavoro di organizzazione, vedo. Mentre copre d’insulti l’amico, un altro inizia a inveire anche contro la propria madre, al momento assente, rea di custodire in macchina la sua racchetta, assieme alle scarpe da tennis, e di non essersi ancora presentata a rapporto. Dopo poco, la sventurata arriva, accompagnata da tre ragazzine. Una di esse, casualmente, è mia nipote: dettaglio a tutti sconosciuto.
Il giovane Werther si rivolge alla madre con modi urbani, chiedendole notizie della sua attrezzatura sportiva: “Mamma, dove c…o è la mia roba???”
La signora, spiazzata, risponde di aver lasciato tutto in macchina.
Il giovanotto, lievissimamente alterato dalla cosa, espone con calma le sue ragioni alla genitrice: “Ma se ho anche telefonato a quella cretina di mia sorella… Vammela subito a prendere! Ne ho bisogno adesso!”
La madre, apparentemente prova di ghiandole surrenali, rimane tranquilla, e risponde, quasi scusandosi: “Ma io non ne sapevo nulla…Devi giocare adesso?”
Il giovanotto la rassicura, chiarendole che si tratta di un semplice malinteso: “Senti, non è colpa mia se voi due non capite una s…a: io la partita ce l’ho fra poco!”
La madre, a questo punto, trova l’energia per reagire con decisione: “Ma tu guarda se una deve stare a casa da lavorare per fare da badante a loro…” e con un sorriso prende i piedi, per tornare al parcheggio e recuperare quanto richiesto dal giovin signore.
Uno degli amici, durante la sopradescritta conversazione, interviene con qualche battuta, del tipo: “Povera signora, che figlio…”, e: “Certo che ce ne vuole di pazienza, con un ragazzo così…”
Battute alle quali la nostra risponde con uno sguardo luminoso d’orgoglio e il seguente commento, assolutamente pertinente: “Caro…Certo che tu hai gli occhi di tua madre!”
Chi scrive è aggrappata al lettino, per evitare di utilizzare il barattolo della crema solare come proiettile e l’ombrellone come corpo contundente.
Mentre la madre è impegnata nella missione di recupero, il giovanotto chiarisce, con la solita terminologia forbita, la sua non intenzione di lasciare l’auto a disposizione della madre, ancorché questa si sia presa l’impegno di ricondurre a casa le sue ospiti. Tra le quali, ricordo, si annovera la mia nipotina più piccina.
“Non me ne frega un c…o. La macchina serve a me, si fo….no!!!”
Vabbè, penso io, casomai la porto a casa io…
Confesso di essere molto divertita della figuraccia che questo bellimbusto sta facendo, del tutto inconsapevolmente.
La signora ritorna, consegna la racchetta, sopraggiunge anche l’ex-scalzo, e il trio si avvia verso la terra rossa. Mia nipote si accorge della mia presenza e mi salta al collo: la gentildonna capisce chi sono e mi saluta con un nobile gesto del capo.
Per fortuna, non ha sentito nulla delle castronerie pronunciate dal figlio, poco prima. Almeno, questa sofferenza le è stata risparmiata.
A casa, durante la cena, racconto l’episodio alla mia famiglia. Uno di loro commenta: “A noi non passerebbe nemmeno per l’anticamera del cervello…”
“No. Anche perché vi farei una faccia così davanti a tutti. Se ci provate a casa, invece, vi metto direttamente ai ferri!”
“Mamma, c’è poco da dire: dipende da come li abitui, i figli. Se li abitui così, vengono su così!”
In effetti. Mi lamento dei miei, ma forse non sono proprio tutti da buttare, i ribaldi. E’ deciso: almeno per oggi, la lettera di dimissioni non sarà riesumata. Non frattempo, medito, aggiornandomi a domani.