venerdì 20 maggio 2011

Possession


Esco in giardino e mi casca l’occhio sulla bici dal manigoldo: ha la ruota spataflasciata e il copertone quasi scalzato. La pressione mi schizza a 220: non più tardi di due giorni fa avevo raccomandato al meccanico di montare delle gomme robuste.
Gli sto lasciando una ventina di euro a dì alterni, con questi miseri risultati: mi pare un po’ eccessivo. Tentando di contenere la furia, telefono al proprietario del mezzo, per capire se abbia incontrato un tappeto di vetri, lungo il suo cammino. Costui, dislocato in un luogo imprecisato del globo, assieme a un numero imprecisato di compagni di merende, mi dà la seguente risposta: “L’’ho usata tutta oggi pomeriggio! Quando l’ho parcheggiata era a posto… Quella bicicletta è indemoniata!”
L’ipotesi non è peregrina. Tuttavia, la certezza è un’altra: ora quella che dà segni di possessione demoniaca sono io. Prima di afferrare un coltello e macchiarmi di una strage, provo a pompare la gomma di nuovo: per accorgermi che la valvola non tiene. Benissimo. Adesso ci vorrebbe qualcuno a tenere me, oppure una valvola per farmi sfiatare. Sono furiosa: la questione va risolta a caldo, decido, e in modo definitivo.
Abbranco l’inutile oggetto e mi avvio sotto un sole impietoso, trascinando il peso morto fino all’officina responsabile di cotanta riparazione. Da notare che esco or ora dalla piscina e non è stato un allenamento di tutto riposo: devo fare due commissioni per il marito, cucinare la cena e finire un lavoro piuttosto urgente. E sono qui che arranco, con una bici in stato di coma…
Per farla completa, m’impicco con la collana al manubrio e la disintegro. E’ una collana da quattro soldi, ma mi piace un sacco lo stesso: metto in salvo  i metameri nella bustina che porto a tracolla, mentre le maledizioni che pronuncio, ai danni dei responsabili delle mie peripezie, ne mettono a rischio la sopravvivenza stessa.
Giungo a destinazione, sudata come una grondaia e con un diavolo per capello. Forse me li ha passati il ciclo posseduto.
Mi rivolgo al titolare, squadernando il mio problema; dopo tre parole, l’individuo ridacchia, commentando: “Succede. E’ successo…”
“Già.” Obietto: “ma ci stiamo vedendo un po’ troppo di frequente: è una relazione un po’ costosa, per me…”
“Eheheh, ci stai mantenendo bene…”
“D’accordissimo. Tuttavia, le rendo noto che non è nelle mie corde, mantenere uno stuolo di uomini.”
Se conoscesse lo stato di famiglia mio e del marito, saprebbe che mento. Per fortuna non lo conosce, ergo, procediamo. Lui e i due figli si offrono di aggiustarla su due piedi: accetto, anche perché a piedi di qui non me ne vado. Ho troppo da fare, troppo poco tempo e rivoglio la bici!
Osservo ciò che fanno e tendo l’orecchio, per cogliere quel che si dicono: “Mettile una gomma da mountain bike, sistemale la valvola che non tiene bene, controlla che tutto vada bene…” mastica il padre dell'incaricato di rimettere in pista la paziente.
Il figlio esegue, mentre il genitore mi confida: “Me piase tanto quando ‘e spose vien qua a protestare…”
Rimango senza parole, però lo guardo come un demente.
Apparentemente senza accorgersi della mia reazione attonita, il tipo continua: “Specialmente quando lo fanno come te, che la butti sul ridere…”
“Mica sono Schwarzy: non vengo qui a spaccar tutto. Però sberego: quello sì. Sberego molto…”
(Nota per i non residenti in Veneto.  Sberegare: verbo onomatopeico tipico dell’idioma locale, che sta per protestare vivacemente, talora gridando)
Mentre si svolge questa surreale conversazione, la bicicletta viene rigommata, testata, con l’occasione le danno una tiratina ai freni, e me la riconsegnano come nuova. Si spera.
Per gentilezza chiedo se debbo qualcosa, anche se mi sono portata due euro e mezzo in tutto: se mi fanno pagare, giuro che lo faccio con assegno.
Un minimo di decenza la possiedono ancora: riparazione in garanzia. Ringrazio e faccio per andarmene, salutando: “Arrivederci. Spero non a presto…”
“Sì, lo spero anch’io!” mi risponde il giovanotto, mentre il padre ghigna nelle retrovie.
“Auguratevelo. Perché la prossima volta verrò qui con gli uomini di famiglia: tanti, grossi e cattivi!”
Con questa minaccia, arraffo la bici, monto alla maschio, lanciando la zampa all’indietro – anche perché la presenza della canna mi impedisce qualsiasi altro stile di guida –  e mi slancio per le vie del paese, alla velocità del fulmine, bruciando tutte le tappe che mi separano dai fornelli.
Incrocio un paio di signore mie clienti, le quali faticano a riconoscere la loro dottoressa, in quella furia dai capelli dritti in testa e gli occhiali scuri, che sfreccia loro accanto veloce come un tornado.
La serata si concluderà con una grigliata mista e una delle solite passeggiate chilometriche in compagnia di Jurassico.
E poi la gente mi chiede come faccio a mantenermi in forma: il centro benessere non c’entra, questo è sicuro.