sabato 30 aprile 2011

Fosche previsioni

“Scarica la lavastoviglie!”
“Gnmmmmm…”
“Muoviti! Non ammetto repliche!”
Ho intercettato il gaglioffo di passaggio e l’ho precettato. Non intendo permettere a questa famiglia di ridurmi in schiavitù: dovessi inseguirli uno per uno con la frusta.
Nel frattempo, la Miss continua a fare il su e giù per le scale: sta preparando una ricerca sull’Arena di Verona, utilizzando in contemporanea la stampante di papà (di sotto) e il fratello maggiore come consulente tecnico (di sopra). Sentire l'informatico costretto a interessarsi di Sofocle ed Euripide mi fa sorridere: finirà con l’inquinarsi con i classici, a furia di star dietro all’adorata sorellina.
Pare costei sia stata ingaggiata come guida turistica per gli alunni più giovani: la sua presentazione sarà il terreno sul quale gli insegnanti valuteranno il livello delle sue competenze. Un incarico che ha preso molto sul serio: sono ore che ci lavora. E che ci fa lavorare il fratello.
Ripasso davanti alla cucina, sorprendendo il manigoldo seduto al tavolo, intento a ingozzarsi di  fette biscottate e cioccolato. La Bosch è spalancata, ma le stoviglie sono ancora tutte lì. Intonse.
“Che ti avevo detto di fare…?!” lo investo, in fase di pre-furia.
“Ehi, calma, mammina! C’è mica un attacco nulceare in corso…”
“Non c’è nemmeno un secolo per finire ogni cosa che cominci. Possibile??? Hai finito di mangiare un’ora fa!”
“Mamma, ho aperto gli armadietti e ho trovato delle fette biscottate indifese: mi sono comportato di conseguenza!”
Sottolinea il concetto masticando rumorosamente: crunch, crunch, crunch…
“Appena ho finito qui, metto a posto anche la lavastoviglie. Garantito.”
Me ne vado, sennò lo ammazzo. Scendo al piano inferiore, dove il losco soggetto mi raggiunge, dopo circa un quarto d’ora.
“Missione compiuta. La cucina è a posto. Ah, guarda che ho fatto un acquisto con la carta di credito di papà. Questi sono venti euro, per quando vi arriva l’acconto.”
“Non si dice acconto. Si dice addebito. L’acconto è…”
“Zitta, mamma. Non voglio sentire spiegazioni. Compro il tuo silenzio!”
Mi allunga una banconota, per poi voltarsi e sparire, prima che io riesca ad accennare alla minima reazione. Vigliacco.
E' riuscito ad assommare due reati in uno: truffa e tentativo di corruzione di pubblico ufficiale.
Se non faccio attenzione, questo mi vien su delinquente. Garantito anche questo.

venerdì 29 aprile 2011

Sorprese pasquali


Non era finita. Mancava la cucina di sopra: ci trovo un caos ubiquitario.
Briciole per ogni dove, lavastoviglie da scaricare, secchiaio ingombro di macerie, plastica da smaltire sopra ogni ripiano disponibile e meno di un bicchiere d’acqua fresca in frigo. Di più: una delle due bottiglie di vetro è missing in action. Chi l’avrà sequestrata? E a quale scopo, soprattutto? Estorsione?
Ogni volta che sto via per un po’, gli infingardi ne approfittano, per ragioni a me sconosciute, per impadronirsi di qualche oggetto destinato all’utilizzo comunitario. Come il solito, sarò costretta a eseguire indagini approfondite, per tornare in possesso dei miei averi. E a controllarmi, onde evitare, una volta ritrovato, si usarlo come corpo contundente ai danni del responsabile della sua scomparsa.
Dove il riciclo è stato tentato, i limiti di capienza degli appositi contenitori sono stati abbondantemente superati, senza contare che non hanno sciacquato la metà del materiale smaltito. Per risistemare tutto ci vuole più di un’ora, durante la quale corro su e giù per le scale come un furetto.
“Ma che succede, stamattina, tesoro?” mi chiede il marito, sorpreso.
Ho fatto colazione a rate: una cosa che non capita mai. In condizioni normali, è un momento sacro, per me.
“Ehhhhh, amore! Qui mancava una testa pensante a coordinarli: sono tanti, casinisti e abilissimi nello scaricarsi le responsabilità l’un l’altro. Se non ci sono io a dare gli ordini, la casa si trasforma in una discarica: e quelli non se ne rendono nemmeno conto. Credono di essere stati impeccabili!”
“Ma cosa faranno quando avranno una casa loro?!”
“Boh. O imparano, o vivono allo stato brado. Liberi di scegliere: a me basta che lo facciano fuori di qui!”
“Mah…”
Entra l’ultimo, brandendo la bottiglia per il the: “La bottiglia è sana, il tappo un po’ meno…”
Muffa, as usual. Saremmo in grado di produrre penicillina a tonnellate, a Casa per Caso.
“Non importa. Ne ho uno di riserva io: eccolo qui. Certo che quando vedo queste cose mi viene in mente il dantesco fatti non foste a vivere come bruti…”
“Non citare la mia prof!!!”
“Non cito la tua prof. Cito Dante!”
“Beh, lei ce lo dice sempre…”
“Si vede che siete fonte della medesima ispirazione, qui come lì” gli rispondo, seria.
Sorrisetto, sparizione e imprevista ricomparsa, a pochi attimi di distanza: “Mamma, guarda!”
Mi volto e lo vedo che manovra con qualcosa.
“Guarda cos’ho trovato nell’uovo di Pasqua. E’ per te!” dichiara con un sorriso, porgendomi un pupazzetto di peluches. Del quale m’innamoro all’istante, come da manuale.
“Grazie, tesoro!” mi sdilinquisco io, già dimentica dell’irritazione che mi ha attanagliata sino a tre secondi fa.
“Non c’è di che. Ero sicuro che ti sarebbe piaciuto!” risponde lui, con tono affettuoso. “Ciao, mamma. Io devo andare: il dovere mi chiama!” mi saluta compunto, mentre io esamino il regalo appena ricevuto. Gettandomi un’ultima occhiata paterna (!!!), l’uomo si dilegua, per andare a scuola.
Ci siamo: ormai, anche il più piccolo mi tratta come una bambina.
Sto proprio invecchiando.  

giovedì 28 aprile 2011

Meglio rassegnarsi


Vabbe’. In fondo ero preparata: una lo sa che quando torna dalle ferie deve lavorare per tre. Però questa famiglia riesce sempre a superare le mie più fosche aspettative.
Stavolta, i colpevoli sono i gatti: il marito, corso a salutarli mentre io preparavo la nostra cena, torna giù con la faccia di circostanza.
“Credo tu debba andare di sopra con qualcosa.”
“Qualcosa, cosa?”
“Qualcosa per pulire. C’è cacca sparsa un po’ dovunque.”
“AAARRRGGGGHHHH! Che schifo! Ma che sarà successo?!”
“Hai voluto i gatti? Eccoti servita…”
“Saranno stati male: è la prima volta che succede!”
“Niente affatto. Si comportano come i bambini: tu li abbandoni e loro protestano come possono. Vergognati! ”
“Finiamola, per favore. Che tu ti metta a fare lo strizzacervelli ai mici mi pare pure troppo. Dammi la scottex, Freud, che vado a dare una pulita!”
Con un’occhiata di sdegnoso rimprovero, mi porge quanto richiesto. Mi mancava un paladino della Carta dei Diritti del Felino, stasera.
Che rientro in grande stile.
Ci sono zampate in tutto il bagno e l’antibagno: è dai tempi dei pannolini che non vedevo tanto materiale tutto assieme. Rimedio in qualche modo, per dedicarmi quindi alla prima delle numerose lavatrici che mi attendono.
Il marito, che fa l’avanti e indietro scaricando il camper, mi coglie sulle scale, impegnata a smistare biancheria sporca. Occupo l’intera rampa.
“Che casino, amore, eh? Quanto si lavora, dopo le vacanze! Però ne è valsa la pena, vero…?” mi dice, strizzandomi l’occhio. Risultato: continuo a sollazzarmi tra mutande e calzini sporchi, però esibisco l’aria sognante di Cenerentola al ballo del Principe. Vedi tu che scema.
Meno male che incappo nei suoi jeans, che mi riconducono all’istante alla realtà.
“Posso eliminare ‘sti stracci?”
“Mhm…Non è che si possano riparare…?”
“Non mi chiedere di rattopparteli: mi rifiuto. Sono consunti!”
“Ma mi dispiace buttarli… Ci sono affezionato!”
“Sì, siamo arrivati al legame affettivo con i calzoni sdruciti, adesso. Spero che conserverai questo atteggiamento, anche quando ad essere sdrucita sarò io. T’informo ufficialmente che questi finiscono in pattumiera!”
Sospiro rassegnato.
“Va bene. Ma ne dobbiamo comprare degli altri, allora.”
“Certo che sì. Dici che non troviamo un paio di jeans in vendita, da qualche parte? Temi che ti manderò al lavoro in calzoncini da tennis?”
“…”
“Ecco, bravo. Taci, che è meglio. Sennò ti elenco tutte le volte che ti ho implorato inutilmente di venire con me, per sostituirli. Ora che sei nudo, forse non dovrò usarti violenza per trascinarti al sacrificio.”
L’uomo batte in ritirata, sconfitto. Sopraggiunge la Miss, che mi chiede: “Mamma… fai la lavatrice?”
La voce è flautata, l’occhione melenso.
“Sì. Perché, hai roba da lavare?”
Cenno di assenso.
“Ma ieri non mi avevi telefonato per avere le istruzioni su come farla partire?”
“Sì, ma ci ho rinunciato. Troppo complicato”
“Ok, vieni con me che ti insegno”
“Ma a che serve? Ora starai qui con noi per sempreee…”
Mi abbranca, soffocandomi di coccole, per poi sgusciare via rapidamente, al seguito del fratellone. Opportunista.
Per stasera, però, va bene così. Non ce la faccio, a improvvisare anche uno stage di economia domestica a una signorina riottosa. Rimando la soluzione del problema ad altra data.
Il gaglioffo, invece, appena mi vede incrociare nei pressi della sua camera, mi vieta l’ingresso: “Pericolo di morte, mamma!!!”
“Va bene, non entro. Però tu adesso la riordini!”
“Sì. Dopo.”
Questa è la frase che odio di più, a pari merito con “Un attimo!”
Quantità di tempo indefinite – con tendenza all’infinito –  che possono andare dai sei minuti ai sei anni.
Difatti, lo vedo arrivare alle dieci per una doccia, portandomi il rotolo gigante di carta, scordato nel bagno: “Ogni più piccolo errore si tradurrà in una catastrofe!”
In effetti, se l’oggetto cade in zampa ai gatti, lo riducono a brandelli.
“C’è uno shampoo doccia?”
“Ti ho preso questo, al riso…”
“Al riso?! Mi hai preso per un cinese???”
“Amido di riso!!! L’altro non ti faceva allergia…?”
“Ah, vero. Grazie.”
Dopo un tempo esagerato, me lo vedo entrare, indossando un accappatoio rosa. Pur di non fare la fatica di andare a prenderne un altro, quello gira combinato come una signorina. Non commento, limitandomi a imporre: “Matteo, riordina la tua stanza!”
“Sono le dieci e mezzo!”
“Sono le dieci e venti. Saranno le dieci e mezzo quando avrai finito. Fila!”
Borbottio indistinto.
Passo alla fase ricattatoria: “Vuoi che ti rifaccia le focaccine, domani? Allora riordina!”
Sparisce.
In capo a cinque minuti, la cesta della biancheria da lavare è di nuovo straboccante: in mia assenza, l’individuo è stato in piedi fino alle tre di notte, a letto fino a mezzogiorno e  ha tesaurizzato indumenti sporchi. Una condizione di abbrutimento totale.
“Ehhhh, queste sì che son state vacanze! Purtroppo, adesso è tornata la strega. Meglio rassegnarsi!”
Appunto: meglio rassegnarsi. Vale anche per me.


mercoledì 27 aprile 2011

E' una vita difficile

Trekking, dunque: su sentieri ancora circondati dalla neve, arranco quasi spolmonata dietro a un marito insensibile e troppo allenato. La mia sofferenza non lo tocca: anzi, lo diverte. Vigliacco.
A quattrocento metri di dislivello accumulati, l’infame si ferma, mi guarda e mi dileggia: “Qui si resta indietro, eh? Ti sto distaccando…”
Non raccolgo la provocazione: già essere arrivata fin qui senza invocare la tenda a ossigeno a me sembra un successone. Gli rispondo quindi con dignità: “Io le gare le faccio solo con me stessa. E le perdo, per giunta. Tu va’ pure avanti, che io qui tento di sopravvivere…”
Ridacchiando, lo scalatore riprende la sua lenta – e inesorabile – ascesa.
I rarissimi viandanti che incrociamo ci salutano tutti con un deciso grussgott: persino i romani veraci. Ce ne fosse uno che non mi scambia per una tedesca.
Giungiamo a un punto del percorso dove un cumulo di neve si mette di traverso alla nostra impresa, imponendo un dietrofront, o una breve arrampicata lungo il versante, per riprendere il sentiero.
Va da sé che il gatto delle nevi opta per l’ipotesi numero due, aspettandosi da me lo stesso comportamento. E senza usare un argano per issarmi, per di più: free climbing fra le rocce e la vegetazione aghiforme e puntuta che infestano la zona. Chissà che non ci siano vipere, almeno… rifletto, fra me e me.
Getto il cuore oltre l’ostacolo, raccolgo forze e abilità, raggiungendo cuore - e marito - a monte del mucchio.  Orgogliosa di me, riprendo vigorosamente a camminare, sotto un sole che riscalda le ossa e risolleva l’umore: coraggio, mi dico, forse te la cavi anche stavolta.
Sotto di noi, una coppia ricalca i nostri passi: ma la graziosa signora, obbligata a inerpicarsi a sua volta, mostra chiari segni di cedimento. Ci mette una vita, per superare quei trenta metri. Jurassico, al mio fianco, borbotta tra i denti: “Ah, però… A mia xe meio…”
Quando parla in veneto, con quella faccia da feroce saladino che si ritrova, è credibile quanto me, se tentassi di parlare siciliano.
Soffocando un ghigno, lo stuzzico: “E chi sarebbe, ‘sta tua?
“Tu!!! Guarda tempo che ci mette quella a salire! Non c’è confronto, con te!”
Ahhhhh, finalmente! Lassù qualcuno mi ama: questa ne è la prova.
“Meno male. Razza di perfido: ogni tanto te ne accorgi, di aver sposato una femmina indomita!” gli ribatto, con aria offesa.
Mi aggiusta una sculacciatina, sorridendo, per riprendere la nostra camminata.
Il nostro passaggio è sottolineato dai fischi laceranti delle marmotte. Quelle devono avere notato i jeans grugn indossati da Jurassico: e mi sa che apprezzano. Apprezzano tanto che, dopo il rientro alla base, l'uomo ne becca una acquattata nel parcheggio,  vicino al nostro camper. Velocissimo, estrae la macchina per scattarle una foto: vistasi scoperta, la sua spasimante fugge al galoppo, rovinando il reportage del paparazzo. Costui si dovrà accontentare della giovane marmotta, immortalata in quota, nell’atto di fissarlo insistentemente da sotto a una roccia.
Devo stare in campana, è deciso: quell’individuo è troppo corteggiato.


martedì 26 aprile 2011

Thriller & destroy

La stagione sciistica di Jurassico & Mpc è da considerarsi ufficialmente chiusa.
Le nostre piste preferite ormai stanno marcendo, sotto il sole cocente: ma questo è il minore dei problemi. In quota si scierebbe ancora bene, volendo.
Il vero guaio è un altro.
Pare che tutti gli scavezzacollo dell’arco alpino si siano dati appuntamento qui: dettaglio che ci ha regalato un autentico momento thriller, degno dei migliori maestri del brivido.
Uno snowboard fuori controllo ha mancato l’amato bene di un capello: cinque centimetri più in là e me falcia via come gramigna. Viaggiava come una bomba: dubito ci sarebbe stato un dopo, in caso di impatto. Per fortuna, non ho assistito alla scena: non so se mi sarebbe riuscito di contenere la mia reazione, nel caso.
Sopraggiungendo tranquilla, con le mie cuffiette all’orecchio, mi sono imbattuta in un giovanotto che si sprofondava in scuse, rivolto a un Jurassico stravolto,  più bianco della neve sulla quale stava per defungere. Licenziato il potenziale assassino con un gesto della mano, il marito mi ha informata dei fatti: la vampata che mi ha preso ha potenziato alquanto il primaverile scioglimento delle nevi.
Il giorno successivo al fattaccio, abbiamo deciso di limitarci al trekking: meno pericoloso ma non meno dilettevole.
Jurassico, al solito, chiede al qui presente navigatore satellitare lumi per arrivare ai suoi jeans e alla cintura: nemmeno in camper riesce a trovare la sua roba da vestire. E dire che di spazio non ce n'è molto, in una casa su ruote. Rovistando nell’unico armadio esistente,  estraggo quanto richiesto e lo passo all’interessato. Questi dispiega i calzoni e me li mostra: tre magnifici buchi, in corrispondenza del cavallo. 
Mi indigno immediatamente: “Ma perché non li butti, stracci del genere??? Mi vai in giro con i jeans traforati sul sedere?!”
“Primo, non si vede. Secondo, sono comodissimi. Terzo, è di moda!”
“Di moda? Ma dove, di moda?”
“Le vetrine sono piene di jeans stracciati. E ogni buco ne aumenta il valore di 50 €, a occhio!”
“Sì, anche i jeans destroy abbiamo, adesso: guarda che non li vuole nemmeno la Caritas, i buchi tuoi. Quello che dici tu è lo stile grounge!”
“Ecco, appunto: dammi quei pantaloni, che me li metto. Lo stile grugn è perfetto, per me!”
Considerata la faccia che aveva, alla partenza, forse ha ragione. 
Inoltre, confido che le quattro marmotte che incontreremo, lungo il sentiero, non siano tipi troppo formali: al massimo, fischieranno un po’, al suo passaggio.

lunedì 25 aprile 2011

Partire è un po' morire

Se non per me – che in realtà non vedo l’ora – lo è per papà Jurassico.
Fino a un paio d’ore prima della messa in moto, la parola d’ordine è traccheggio: non è dato sapere se, per dove né quando partiremo.
Ci sono attimi in cui scorgo una luce omicida, negli occhi dei nostri figli: impossibile azzardare uno straccio di progetto, anche per loro. Quanto a me, non ne parliamo: sono diventata un’artista dell’improvvisazione. Quando, all’ultimo secondo, vengo informata sulla nostra destinazione, provvedo di conseguenza.
Comprendo il dramma della prole, ma non so che farci: l’unica soluzione sarebbe resettare il cervello del consorte. Costui per settimane va scandagliando riviste per camperisti, invaghendosi di proposte vacanziere che vanno dalla sagra dell’asparago altoatesino al brivido del campeggio plein air, in Aspromonte. Proposte che sottopone, garrulo, all’intera famiglia, sperando di sedurre qualche figlio.
Figuriamoci.
Come vuole la norma, colleziona pernacchie. Virtuali, espresse in forma di cortese dissenso, o di scusa scolasticamente corretta, ma sempre pernacchie: “Papaaaaà…”
L’innocente ancora non ha capito che la vera vacanza sono i genitori fuori dai piedi.
Alfine, si decolla: nel suo caso, con la morte nel cuore.
Il meschino soffre: soffre a lasciare i figli abbandonati (!!!), soffre al pensiero dei mille congegni che si potrebbero inceppare in sua assenza – dall’irrigatore del giardino all’impianto fotovoltaico, per tacere di quello termosolare – e, soprattutto, soffre per lei.
Lei, la mia grande rivale: saperla dimenticata, in città, sola, mentre lui folleggia con me in qualche punto imprecisato del globo lo fa macerare nel senso di colpa. Senza contare che, anche per lui, non vederla per giorni e giorni è una sofferenza.
Per rendergli sopportabile tale supremo sacrificio lo devo fiaccare: anche in quest’occasione, lo sci in quota si è alternato a trekking, piscina, palestra.
Ferie iperattive: unico modo di fargli scordare per un po’ la sua Wilson, l’adorata racchetta da tennis. Unico modo altresì per non tornare zavorrati da tre chili di troppo: la cucina trentina è un attentato al nostro indice di massa corporea.
Una volta tranciato il cordone ombelicale, tuttavia, l’uomo si trasforma: pieno di attenzioni, si prende cura di me come fossi una bambina. Ed io, una volta tanto, mi faccio coccolare: raggiungendo abissi di zuccherosità che nauseano anche me.
Come l’altro ieri, quando sono tornata dai campi da sci, dove mi ero attardata un’oretta in più, rispetto a lui. Sollecito, appena mi ha vista comparire all’orizzonte, mi si è fatto incontro, mi ha tolto di mano sci e racchette, per poi inginocchiarsi ai miei piedi, per aiutarmi a sfilare gli scarponi. Non sia mai che mi affatichi troppo…
Considerato che, a casa, sono sempre io quella che si spende per tutti – e sono tanti, i miei tutti – questi comportamenti mi deliziano. Al punto che, mentre lui si prodigava a farmi da cavalier servente e gli U2 gorgheggiavano, nel mio iPod, “I have climbed highest mountain… Only to be with youuu…” un altro poco e mi commuovo. Un autentico magic moment, con tanto di colonna sonora ad hoc.
Cretina: centocinque anni in due e sono più melensa di una diciottenne innamorata.
Meno male che ha poco tempo libero, il marito: a farne troppe, di vacanze così, il rischio d'insorgenza di diabete sarebbe elevatissimo. 


sabato 23 aprile 2011

Tempo di vacanze

Fuggiti. Riempito il camper, più di speranze che di derrate alimentari, abbiamo puntato la prora verso le nevi eterne.  Noi gli sci li abbiamo caricati, assieme agli scarponi e a tanta buona volontà.
Come ovvio, sono previste temperature da scioglimento della calotta polare: mai così caldo da svariati secoli. Vorrà dire che ci dedicheremo al trekking. O al nuoto, la lettura e la meditazione. Basta che, per i prossimi quattro giorni, io non veda lavatrici!
L'orso, dal ruggito facile all’atto della partenza, man a mano che frapponeva chilometri fra sè e il lavoro, si rabboniva progressivamente.
I figli sono a casa, affranti dalla nostra assenza: l'ululato di gioia del manigoldo ha scosso la Stamberga dalle fondamenta, quando abbiamo – finalmente – messo in moto Picchio (il nostro camper ultra-large).
Prima di salutarmi, il gaglioffo mi si è avvicinato con aria da cospiratore, suggerendomi a mezza bocca: “Mamma, fai passare il malumore a papà, mi raccomando!”
“Eh, sì, speriamo di riuscirci…”
“Coraggio, mami. Metti in atto le tue arti femminili! Sono sicuro che sai come fare…” ha concluso con un sorriso complice. Ma tu senti questo, che razza di viatico fornisce, ai suoi anziani genitori. Impudente.
Nel frattempo, sono stata costretta a sventare ripetuti tentativi di infiltrarsi a bordo, messi in atto dal gattone nero: quello è un felino camperista, è palese. Prima o dopo, ce lo troveremo nascosto in qualche anfratto, a centinaia di chilometri da casa.
Salutati da una combriccola sorridente e indaffarata – stavano cucinandosi la cena sulla griglia – e da due gatti bigi che facevano la ronda sulla balaustra del terrazzo, abbiamo mollato gli ormeggi, nella speranza che il quartetto se la cavi a dovere, in nostra assenza. Quando noi due siamo in vacanza, di solito sono irreprensibili: la paura che, per ritorsione, non ci allontaniamo più da casa è un formidabile deterrente per qualsiasi iniziativa illegale.  

Approfitto della connessione rubata al marito per fare mille auguri a tutti voi: con un abbraccio  molto speciale a quelli che stanno passando un momento così così. Coraggio, ragazzi!
Buona Pasqua e un grande sorriso a tutti!

venerdì 22 aprile 2011

Multitasking mother


Il problema è che faccio sempre tre cose assieme: ottenendo così l’invidiabile risultato di sbagliarne quattro. Roba da specialisti. Del Genio Guastatori.
Ieri, per esempio, ho creato il primo ossimoro gastronomico della storia. Parliamone.
Impegnata ad allestire un sugo per i ragazzi e uno per noi – tali condimenti sono cibo per capre, a sentire i rampolli: troppe verdure – mi sono anche presa cura di un chilo e mezzo di focaccine. Quelle disgraziate hanno una tempistica coattiva: se le lasci lì troppo, a fine lavorazione, il lievito passa a miglior vita. Così le meschine si afflosciano come tanti paracadute al suolo. Ecco dunque che, se calcolo male il tempo a mia disposizione – come appunto ho fatto ieri – devo trovare comunque il modo di cacciarle in forno. Con il timer della pasta che strillava “Time out!” ho fatto i gradini quattro a quattro, raggiunto, regolato e riempito il forno di sopra, per precipitarmi poi a scolare la pasta. Per fortuna era intervenuto un assaggiatore, che aveva verificato che il grano duro ci concedeva un altro paio di minuti. Per evitare i soliti incidenti, mi sono piazzata un contaminuti anche giù: controllo di mezza cottura. Non si sa mai.
Dopo circa un quarto d’ora, un inconfondibile odore di bruciato ha raggiunto le mie narici: inconfondibile sì, ma incompatibile con la tempistica. Impossibile fossero cotte, figuriamoci bruciate. Attanagliata dal dubbio che l’elettrodomestico si fosse messo a dare i numeri, sono volata ai posti di combattimento: per scoprire di aver prodotto una dozzina di Ringo. Mezza tortina carbonizzata, mezza cruda patocca: l’ossimoro che si diceva all’inizio. Anche le focaccine bianconere riesco a creare, accidenti a me!
Invece del forno ventilato, avevo attivato il grill: purtroppo, non sono gli elettrodomestici a dare i numeri, a Casa per Caso. A quello ci pensa Mpc.
Implacabile come un rapace sulla sua preda, è piombato su di me il gaglioffo: “Noooooo!!! Guarda come ha ridotto quelle povere tortine…Mamma, sei un disastro!!!”
Maramaldo, tu uccidi un uomo morto! è stato il mio primo pensiero.
Però mi sono subito ripresa: “Taci tu, tordo. Che ti sei perso venti euro tirando fuori il cellulare dalla tasca, ieri sera!”
Batosta finale: “Quello è stato un incidente, mamma. Per te produrre carbone invece di cibo è diventata un’abitudine. E adesso, come si fa?”
“Si fa che finisco di cuocerle e poi vediamo.”
La speranza è l’ultima a morire, dicono.
In effetti, a cottura ventilata ultimata, anche le tortine bi-color sono state regolarmente divorate: con manualità da chirurgo, il maggiore ne ha sezionato la calotta, eliminando la parte combusta.
“Mamma, non ti preoccupare: la parte sotto era buonissima! Ne ho mangiate tre…”
Bene. Nessuno morirà di fame, neppure oggi.
Con una madre come me, è un corso di sopravvivenza non-stop: i miei figli sono più addestrati di un manipolo di Marines. Povere creature.