venerdì 3 giugno 2016

Rieccola, in diretta dal passato

Ciao a tutti. Qui qualcuno mi rimprovera di tacere da troppo tempo... E allora, provvediamo! 
Periodo intenso, ragazzi. Rogne miste, impegni vari ed eventuali, persino una vacanza... lavorativa. 
Quindici giorni spesi a sgombrare e riordinare la nostra casetta in montagna, quella di Ziapercaso. 
L'accumulo seriale sembra un crimine diffuso, tra i nostri parenti. Notevole la collezione di sacchetti di nylon, costituita da oltre un centinaio di esemplari, tanto vecchi da disintegrarsi al semplice tocco della mano. All'interno di uno di essi ho rinvenuto uno scontrino risalente ai primi anni ottanta.  Ho rimosso e smaltito cumuli e cumuli di robaccia ammonticchiata per decenni, in mezzo alla quale ho rinvenuto quelli che considero veri e propri tesori. Vecchie pentole ossidate mescolate a magnifici paioli in rame; le ultime notizie dell'89, stampate su fogli semidisintegrati dagli eventi, a celare agli occhi oggetti di un tempo che non è più: il tritacarne a manovella, un trapano manuale, un set completo di attrezzi appartenuto al mio prozio, puntine da disegno più vecchie di me, ancora nella confezione originale. Persino un ferro da stiro da viaggio, con più di cinquanta primavere sulla piastra. 
Un'autentica capsula del tempo, dissimulata tra montagne di immondizia. 
Gli animalisti che mi leggono saranno lieti di sapere che, grazie a tutto 'sto casino, una simpatica faina ha vissuto giorni di autentica ricchezza alimentare. Ho trovato tacce (organiche!) del suo passaggio in vari anfratti della casa; e non dimentichiamo che, in un recente passato, mi ero dovuta occupare anche di un sorcio insolente, responsabile della fine ingloriosa di quattro cuscini e un bellissimo copridivano. 
Con tutta la polvere che ho respirato, c'è da sperare di non essermi beccata qualche malattia polmonare. E' stata la vacanza più estenuante che ricordi, ma, sotto certi aspetti, anche una delle più entusiasmanti. Tra i vecchi documenti ho trovato tracce della storia della mia famiglia, per tacere delle foto, alcune delle quali ritraggono la sottoscritta, quando ancora non aveva superato il metro e quaranta di statura. 
Nonna, zie, il mio papà... Persone amate, scomparse da decenni, è come fossero tornate a dirmi ciao. 
Rivedere i loro volti e trovare le energie necessarie a terminare l'immane opera di bonifica è stato tutt'uno. 
In tutto questo, prezioso è stato l'apporto di Jurassico, il quale si è incaricato di rimettere in moto tutto quello che poteva ancora funzionare. Una pazienza infinita anche lui, con risultati straordinari. 
Ora abbiamo quasi finito, e purtroppo stanno per finire anche le nostre vacanze. Tra pochi giorni torneremo alla base, richiudendo le porte sui ricordi e sulle stanze che mi hanno vista bambina. 
Al netto della grande fatica, è bello sapere di avere salvato un pezzo della nostra storia. Ed è bello avere un posto caro dove tornare. Un luogo quasi magico, popolato tra l'altro di persone affettuose, pronte a darci una mano e a regalarci un sorriso, anche in nome dell'affetto provato per la nostra amatissima (anche se un po' rompiscatole...) Ziapercaso. 

mercoledì 6 aprile 2016

Quando si dice genitori...

Qui i figli crescono, ma noi non riusciamo ad andare in pensione.
Uno crede che, crescendo i figli, i suoi impegni andranno scemando. Parlando da mamma, visto che mi sono fatta due p...olmoni così a crescerli decentemente, una volta maggiorenni speravo fosse una strada in discesa. 
Invece...
Invece non è mai finita. Devi fare da supporter, da motivatore, se capita da psicologo e di certo da diplomatico. Devi suggerire senza interferire, obiettare senza pressare, osservare senza spiare e, in generale, farti i fatti tuoi tendendo sempre i loro al primo posto. 
Senza contare le avvelenate che ti prendi quando non ti danno retta, e poi -magari - ti danno pure la colpa dei loro guai. Certe volte li prenderesti a pedatoni... Invece ti rimbocchi le maniche e li aiuti a porre rimedio ai loro svarioni. 
Che fatica, ragazzi... 
Ce la metti tutta, e tante volte non serve a niente. Oppure a poco, e comunque a molto meno di quanto vorresti. Uno ci pensa e ci ripensa, e gli verrebbe da chiedersi "chi me l'ha fatto fare"...
Poi li guardi, e lo capisci, perché l'hai fatto. 
Fai due conti, e scopri che, in fondo, le soddisfazioni sono più delle rotture di m@@@ni. Scambi quattro wapp con loro, e con un cuore rosso fuoco ti hanno già riconquistato. 
Siamo deboli, cari colleghi genitori. Deboli di cuore, per loro fortuna, ma forti negli altri distretti cruciali:  stomaco, spalle, schiena. 
Coraggio, colleghi, non molliamo. Cerchiamo di essere forti, credibili, coerenti. 
Seminiamo amore. Incentiviamo la concordia, la solidarietà familiare, disinneschiamo i conflitti e potenziamo i legami. Prima o dopo è una politica che paga, esattamente quanto il suo contrario. I seminatori di zizzania, i pusillanimi, i vittimisti egoriferiti la scontano sempre. Io, almeno, ci conto... E, intanto, corro. C0rro sempre, e mai per me. 


sabato 2 aprile 2016

Addio, Duchessa

Solo un gatto. Era solo un gatto, c'è di peggio nella vita. 
Nulla di più vero, e ne so qualcosa. Tuttavia... Tuttavia, fatemelo dire: non è vero per niente. 
Non era "solo un gatto". Era una compagnia affettuosa per qualcuno che dagli umani ottiene spesso incomprensione, malcelato fastidio, cattiverie o impietose prese in giro. Era una piccola quattrozampe, tutta pelo e poca sostanza, che se si fosse misurata col mio gattaccio ne sarebbe uscita a pezzetti. Tuttavia... Adorava mio fratello. Era talmente affezionata ai suoi umani da inventarsi ritorsioni di ogni genere, quando costoro "osavano" andarsene per qualche giorno di vacanza. Regalava a chi le voleva bene un amore dignitoso e tranquillo, con qualche punta di sussiego quando - appunto dopo un'improvvida vacanza - decideva di vendere a caro prezzo il suo perdono. 
Riempiva il cuore al mio Massimo, gli regalava quelle piccole gioie quotidiane che rendono sopportabile la vita; acciambellata in cucina, faceva compagnia a mamma, quando passava il pomeriggio a spadellare per la sua cena, o la mattinata a cucinare porzioni da minatore per i loro nipoti. 
Si è addormentata nel sonno, dimenticandosi di respirare. E se adesso sui volti di chi le ha voluto un gran bene scorrono le lacrime, per favore: non lo dite. Non dite "era solo un gatto". Era molto, molto di più. E il vuoto che lascia un peloso che ci lascia non è così semplice da colmare. 
Ciao, Duchessa. Grazie per tutto l'amore che hai regalato al mio fratellone. 

lunedì 21 marzo 2016

Provider accreditati

Corsi di formazione, aggiornamento, riqualificazione. Dove piazzano un obbligo di legge, ecco tutti lì a sgomitare per diventare provider. Peccato che, una volta ottenuta la targhetta da attaccare al loro sito, l'indolenza italica abbia spesso il sopravvento. 
Andando a caccia di aggiornamenti interessanti, ne scovo uno che promette molto bene. Faccio per iscrivermi, ma sembra accetti i click solo degli iscritti. Dove e quando abbiano ottenuto tale qualifica, non è dato saperlo. 
Ostinata, vado ai contatti e gli spedisco una mail. Passano un paio d'ore, e di loro niuna traccia. A questo punto, capirci qualcosa diventa un puntiglio: gli telefono. 
La telefonista mi risponde spaesata, prende tempo, si informa bisbigliando con la collega alle sue spalle e, alfine, mi risponde: "Il corso non è ancora attivo."
"Perché?"
"Troppo pochi iscritti."
"Ma se non date la possibilità di dimostrare la propria esistenza in vita agli interessati, come fate a mettere assieme gli iscritti necessari ad attivare il corso?"
"Eh?"
"Signorina, se non date la possibilità agli utenti di preiscriversi, non si iscriverà mai nessuno."
"..."
"Modificate il sito! Così non funziona!"
"Grazie per il consiglio, signora, e buona giornata!" 
Click.
E questi sarebbero provider per la riqualificazione professionale. Loro il problema della disoccupazione (personale) l'hanno risolto, ma di certo non aiuteranno altri disoccupati a fare lo stesso... Che depressione, ragazzi. L'incompetenza dilaga. 

venerdì 18 marzo 2016

Quote rosa? No, grazie

Scusatemi tanto, ma 'sta storia delle quote rosa mi fa sentire come fossi un panda, o un ornitorinco: una bestia strana o una specie a rischio. Perché mai una percentuale fissa di donne deve essere inserita nei CDA o nelle liste elettorali, solo in quanto femmine? 
Mi domando se mai vedrò l'alba del giorno nel quale gli umani smetteranno di interessarsi a quel che si nasconde sotto gli abiti dei loro simili (e all'uso che ne fanno) e inizieranno a valutarli per come pensano, ciò che fanno e le competenze che possiedono. 
Non è certamente con le discriminazioni al contrario che risolveremo il problema dell'occupazione femminile, in Italia. 
Piuttosto, la sottoscritta auspicherebbe una riscrittura completa della legislazione sulla cosiddetta maternità tutelata e vorrebbe vedere la politica davvero impegnata a potenziare e facilitare l'offerta di servizi di custodia bebè. 
C'è poco da sorprendersi se quando una professionista annuncia a colleghi e capoufficio la lieta novella rispondono tutti con fioche congratulazioni, formulate con sguardo vitreo. 
Una gravidanza è una jattura, per l'organizzazione di una struttura produttiva. Quale che essa sia. L'aggravio di spesa si scarica sull'azienda (il 30% della maternità rimane a carico del datore di lavoro) e quello di lavoro si spalma sulle colleghe nullipare, quelle anziane e, ovviamente, sui maschi. Già, perché molto spesso le gravidanze non vengono sostituite (anzi, nelle pubbliche strutture questa è una tattica per risparmiare sulla voce "stipendi"), e chi rimane sul campo impazzisce. 
Una mia ideuzza ce l'avrei, per cambiare un po' le cose: lo Stato si assume il 100% del costo della gravidanza. A una condizione, però: che la signora incinta sia sostituita. Diversamente, copre solo il 30%. Mi sembra equo, no? Così il datore di lavoro (specialmente lo Stato) sarebbe spinto a cercare un rimpiazzo. E in gran fretta. 
Contribuzione dimezzata per i contratti di sostituzione; parziale risarcimento per l'impiccio di dover addestrare una new entry e aumento esponenziale di disponibilità di posti di lavoro per gente a spasso. 
Posto garantito per un anno alla puerpera: ci mancherebbe. Sacrosanto. Unico dettaglio: una settimana dopo il lieto evento, la mammina dovrebbe essere tenuta a rilasciare dichiarazione firmata circa le proprie intenzioni. Rientro, non rientro, quando rientro. Così il titolare sa come regolarsi e il poveraccio che la sostituisce conosce la data ove collocare la propria esecuzione, e casomai inizia a inviare curricola. Mi sembra anche una misura umanitaria. Se poi la signora disattende gli impegni precedentemente firmati, ci rimette tre mesi di preavviso. 
Ora come ora, accade l'opposto: una signora con bebè ti molla dalla sera alla mattina? Le devi anche corrispondere il mancato preavviso. 
E dopo ci indigniamo per le lettere di dimissioni preventive fatte firmare alle donne in età fertile... Le quali lettere sono in effetti un abominio, ma in tutta franchezza mi sento di concedere al maramaldo che le stila il beneficio delle circostanze attenuanti. 
Insomma: come sempre, in Italia chi è tutelato lo è oltre il buon senso, chi non ha tutele rischia lo sfruttamento da giovane e l'indigenza da anziano. 
Bilanciare un po' le cose, no?
Prevedere imponenti sgravi contributivi per chi prevede un nido all'interno della sua azienda, o si accorda con una struttura autorizzata nelle immediate vicinanze, per esempio? Se sapessero dove sbattere i bebè, sono tante le mamme che tornerebbero al lavoro dopo tre mesi. Ma se i costi per l'azienda sono improponibili, nessuno si avventura in questa direzione. Eppure, una maggiore continuità nella collaborazione al femminile sarebbe salutata con entusiasmo da chiunque diriga un'azienda. 
Che lungimiranza, i nostri politici. Meglio un uovo oggi che una gallina domani; tanto, domani io starò digerendo l'uovo, e chi mi sostituirà si arrangi. Mirabile senso dello Stato, davvero. 
Poi, c'è la faccenda dei bambini che si ammalano. Fino ai tre anni, i bambini passano più tempo da malati che da sani. E le neo mamme possono rimanere a casa a dargli lo sciroppetto con il cucchiaino. Mi può pure stare bene. Ma se sono una mamma lavoratrice ce l'avrò chi me lo guarda, il pupo, no? E lo sciroppino glielo può dare pure lui...
No, non mi trattate da bieco padrone schiavista. Io ho fatto così con i miei pupi, e vi assicuro che sono venuti su bene che è una meraviglia. 
Allora, non dico di obbligare la mamma a rinunciare a tale diritto, però... Se si presenta al lavoro nonostante il certificato medico comprovante la malattia del bebè, le diamo un premio in denaro. Esentasse e completamente detraibile dal  datore di lavoro. Così ci si paga l'assistenza al giovane malato e i colleghi non devono impazzire per sostituirla all'ultimo secondo, magari facendo saltare riunioni importanti, creando casini con i turni, e così via. Lascio libero spazio alla vostra fantasia: immaginatevi quanti casini si possono creare, quando una chiama alle nove meno cinque che il piccolo vomita e lei non si farà vedere sul lavoro. 
Nel mio mondo ideale, le mamme dovrebbero poter scegliere anche di tornare al lavoro al più presto, supportate in ogni possibile maniera nell'accudimento dei loro bambini. 
In questo mondo ideale, le mamme lavoratrici sarebbero rispettate e aiutate, non giudicate e condannate, sia per aver creato problemi riproducendosi, sia quando, invece di chiudersi in casa per mesi e mesi tra pannolini e pappe lattee, tornassero al lavoro affidando ad altri il loro bimbo. 
Allo stato, comunque tu ti regoli, sbagli sempre. E non mi piace per niente. 

mercoledì 16 marzo 2016

Donne o mamme? Voglio entrambe

Se me lo avessero detto due settimane fa, li avrei mandati a farsi vedere da uno bravo. Invece... sono qui a scrivere in difesa di Giorgia Meloni. Ho taciuto su tante cose, compresa la trivella e la sorella (grazie, Gramellini!), ma stavolta non sto zitta più. Stavolta la misura è colma. 
Gradirei molto che i soloni dell'arrendetevi alla biologia prendessero in considerazione l'elemento evoluzione. E' da prima del Neanderthal che l'uomo evolve, e con uomo intendo anche la donna. Facciamo tutti uno sforzo, e facilitiamo la vita alle neo mamme, invece di prendercela con loro. Discutiamo di un sistema che disincentiva la maternità, fingendo di tutelarla, e proviamo a migliorare le cose. E piantiamola con gli stereotipi sessisti, che non se ne può più. 
Donne, non solo femmine. Oltre all'utero c'è di più. 
E poi, diciamolo una buona volta, gli ormoni ce li avete pure voi, cari i miei detrattori a oltranza dell'estrogeno. 
Non è che il testosterone vi renda tanto lucidi, sapete? 
Non avrete la sindrome premestruale, ve lo riconosco, ma di quel che vi succede quando passa una bella donna ne vogliamo parlare? Mi duole farvelo presente, ma sono millenni che vi fate manipolare come pongo, a causa del vostro assetto ormonale. Da quando le donne sono uscite dal vostro letto e hanno iniziato ad usare il cervello per far accadere le cose, invece di altre parti del corpo, siete rimasti spiazzati. 
Qualcuna ci ha provato anche nel passato, ma è finita scorticata, bruciata, ammazzata come strega o socialmente isolata. Che non è condanna da poco manco quella. 
Peccato, eh? Peccato che oggi non si possa fare lo stesso. Peccato che quelli come voi siano trattati da capre ignoranti. Vi credete maggioranza silenziosa, voi capponi. Voi che non avete il coraggio di trattare con una donna da pari a pari, e vi rifugiate nella bubbola dell'irrazionalità da mestruo. Voi che vi sentite superiori solo perché possedete una sacca scrotale, e vi scoccia di non poterlo dire. A caratteri cubitali. Voi che - per fortuna - siete solo minoranza becera, vigliacca e senza sugo. Grazie a Dio, sono molti gli uomini dotati di cervello e di buon senso, e quelli non ragionano così. 
Ragionando ancora di ormoni, vorrei farvi rilevare come ci rompiate persino quando non li potete più chiamare in causa. La donna in menopausa ha per voi la stessa credibilità di un serial killer, anche se lo squilibrio ormonale che si porta dietro si manifesta al massimo con quattro vampate. Non ci sale la schizofrenia, tranquilli. E nel post menopausa l'involuzione cerebrale è uguale spiccicata alla vostra. Ergo, una donna rugosa non è necessariamente rimbambita. Potrebbe essere più lucida di voi, persino. Già, perché le donne leggono mediamente più degli uomini, e quindi esercitano il cervello più di loro. Quindi, se il capello canuto mi deve far sospettare un calo cognitivo, sono propensa a temerlo assai di più in chi vive di solo pallone, PC o televisione. 
E sempre a proposito di declino ormonale, osserviamo quello maschile: più perdono potenza, più diventano patetici. Si comprano auto di cilindrata inversamente proporzionale alla loro (personale), s'invaghiscono delle compagne di classe delle figlie, per farsi infine spennare dalle coetanee delle nipoti. Sono al verde, e fanno il pieno di pilloline azzurre. 
Però agli uomini l'ormone gli fa un baffo, eh. Loro sono razionali, sempre. 
E' vero: le donne s'ingravidano, figliano, allattano. La faccenda ha lati spiacevoli (molti, almeno a mio avviso) e alcuni lati positivi. Il principale dei quali, cari signori che ci vorreste tutte sterili e al lavoro, salvo relegarci tra fornelli e pappine se osiamo riprodurci, è che senza tali passaggi la vostra pensione non la pagherà nessuno. Per non parlare dell'accudimento quando sarete tanto vecchi da non ricordare nemmeno il vostro nome. 
Smettiamo con questa stupida funzione biologica, noi femmine, dedichiamoci solo alla carriera, diventiamo estremamente produttive, smettendo di esser così ostinatamente riproduttive. Obsolete che non siamo altro. 
Anzi, già che ci siamo, snobbiamo anche la cultura: tanto non è una roba che si mangia. Usiamo la testa solo per fare soldi, e dopo per contarli.
Obbligate alla scelta tra lavoro e famiglia, scegliamo tutte il lavoro, ed estinguiamoci serenamente. Mi sa che una società come la nostra non merita di meglio. 

martedì 15 marzo 2016

Posseduto

Giornatina con i fiocchi, ieri. Il filosofo, al secolo quasi ingegnere per la seconda volta, doveva affrontare l'ultimo esame prima della laurea. Poiché, com'è noto, la sottoscritta è una madre pragmatica, lucida e sensata, sono vissuta in apnea per più di mezza giornata. Mi muovevo come un palombaro, immersa in una dimensione extracorporea, almeno fino all'inoltro della magnifica notizia.  Passato, anche bene: a luglio sarà alloro. E, soprattutto, fino a luglio non lo vedrò più lavorare come un mulo durante la settimana e ammazzarsi sui circuiti nei week end.  
Immediatamente dopo la lieta novella, è scattata l'operazione stasera si festeggia. Per scaramazia, non avevo comprato nemmeno uno spiedino; appena saputo, la mia pescheria è stata presa d'assalto da una Mpc quasi indemoniata. 
Nonostante le mie intenzioni culinariamente bellicose, non ho rinunciato alla lezione di ginnastica di mezza sera. Mettici la cena con champagne e il riordino cucina, alle dieci e mezzo non mi sono coricata. Sono stramazzata sul letto. 
Unico neo in una giornata altrimenti perfetta, la prolungata sparizione del nostro felino, il quale, dopo un pomeriggio di assenza, aveva mancato l'irrinunciabile appuntamento della bustina serale. Tutti vagamente preoccupati, siamo andati a dormire sperando di rivederlo la mattina successiva. 
Scivolata in un sano sonno ristoratore, dopo meno di un quarto d'ora vengo risvegliata da un grido proveniente dalla camera del gaglioffo. Una discreta bussata alla porta, ed ecco emergere il giovane, con un peloso tra le braccia. 
"Ueh! L'animale... Da dove sbuca, il vigliacco?"
"Lascia perdere, va'. Ero a letto, e per qualche secondo ho creduto di essere posseduto. D'improvviso, nel mio armadio ho iniziato a sentire un tramestio sempre più violento, e poi una voce che diceva Ohiohiohi... Ohiohiohiohi... Una presenza demoniaca, forse...? Infatti, era lui. Stava cercando di uscire, a ha attivato l'orso parlante! Roba che mi fa morire!" 
Il gatto è stato cibato e fatto uscire all'aperto. 
Una giornata normale noi, mai, eh? 
Che vita, che vita ragazzi...

lunedì 14 marzo 2016

Qualcuno mi spieghi l'arcano

Posto che siamo tutti troppo presi da una vita di corsa, c'è qualcosa che mi sfugge nei rapporti umani. E più invecchio, meno lo capisco. 
Mettiamo che non ci si veda con qualcuno da mesi e mesi, forse anni. Qualcuno con cui c'è una relazione di piacevole conoscenza, con grande simpatia reciproca: ci sta di scambiarsi il solito "ci dobbiamo vedere!", come ci sta che poi, presi da mille impicci e impegni, ci si scordi di chiamare. Da ambo le parti. 
Diverso è se l'individuo in oggetto è (o credi che sia, forse?) un amico. Non lo senti da secoli, nonostante tu, ogni due mesi o giù di lì, ci provi a contattarlo. Sempre molto felice di sentirti, non ha mai tempo di uscire con te. Ti garantisce che entro una settimana si fa vivo, e sparisce per altri tre mesi. Dopo svariati tentativi caduti nel vuoto (e i tentativi reiterati dimostrano quanto la sottoscritta sia paziente e comprensiva), e qualche anno speso nell'inutile attesa di questa fatidica serata in cui l'impegnatissimo di turno avrà un paio d'ore da dedicare anche a te, confesso di degradare l'amico tra le conoscenze superficiali, prendendomi altresì il lusso di smettere di pensare a lui e a qualsiasi cosa lo riguardi. E' palese che non conto per lui quanto lui conta(va) per me. Parlo al maschile, ma in realtà questa cosa mi capita più spesso con le amiche, o presunte tali. 
Chi non capisco proprio sono quelli/e che riemergono dal nulla, dopo anni di silenzio, dichiarandoti amore sperticato e un desiderio incontrollabile di passare con te del tempo. Hanno un sacco di aggiornamenti da trasmetterti (e ci credo: non ci vediamo dal 2008...) e non vedono l'ora di sapere tutto quello che ti è capitato negli ultimi tempi. Che ti mettono pure in difficoltà, perché l'ultima volta che li hai visti tuo figlio maggiore era matricola, il piccolo alle elementari, e tua figlia era mora, riccia, e scriveva TVB da tutte le parti. 
Fai il punto, riassumi mentalmente vita, morti e miracoli (l'uscita di casa di un figlio si classifica come tale, di 'sti tempi), e ti senti pronta all'evento. 
Evento che, nelle dichiarazioni del nostro, si dovrebbe verificare entro pochi giorni.
Tre mesi dopo, intuisci, sia pur vagamente, che tutta questa fretta forse non c'era... E dopo sei, archivi anche questo nel faldone persone scomparse.  
Ecco, questa è la categoria degli scomparsi più difficile da decrittare, per me. Cosa li spinge a comportarsi così, secondo voi? Perché a volte ritornano? Mistero...


venerdì 11 marzo 2016

Beato fra le donne

"Devo presentare la nostra scuola ai bambini delle medie. Ho il dovere di aprire loro gli occhi. Quelli non sanno quello che fanno..."
"Perché?" 
"Perché sono nell'età in cui ti sembra orribile vivere circondato da compagne femmine..."
"Vedo. E ora che sei nell'età in cui tale condizione rappresenta il tuo karma, che gli diresti?"
"Di iscriversi subito. Senza la minima esitazione. Le tue compagne diventano le tue sorelline, ti aiutano a vestirti, pettinarti e calzarti. Poi, ti presentano le loro amiche e tu espandi il tuo raggio d'azione dove mai arriveresti da solo!"
"Mhm. Altro?"
"Come no. Le mie amiche sono la mia squadra scout"
"Ovvero?"
"Ovvero, io punto una ragazza, e loro vanno in avanscoperta per capire se valga la pena provarci oppure no. Sai quanto serve una cosa del genere?"
"..."
"E poi c'è la migliore amica. Quella che ti tiene gli occhiali quando si profila una rissa, quella che sa tutto di te, quella che ti conosce più di te stesso, qualche volta. Come la trovavo una come lei, in una classe di soli maschi?"
"In effetti..."
"No, no. Devo fare proselitismo. Devo spiegarglielo, che la mia scuola è il paradiso!" 

Bene. Io sono soddisfatta per la didattica e i principi che stanno trasmettendo a mio figlio. E questo è felice perché ha una squadra di scout in gonnella. Ognuno ha i suoi motivi per gioire... 
(Nota: in gergo militare, gli scout sono gli esploratori, quelli che controllano il territorio per primi. Nulla a che fare con i boy scout. Giusto per chiarire; la prima volta che mi ha parlato di scout, la sottoscritta ha gravemente frainteso...).

mercoledì 9 marzo 2016

L'ultima tentazione dello scribacchino (attenzione: NON sarò breve)

Autopromuoversi a scrittore in pectore. 
Ammettiamolo, via: noi scribacchini siamo tutti aspiranti pennivendoli, con tutti i rischi del caso.
Il lungo lavoro di autorevisione, assieme ai contatti con chi, come me, avverte incoercibile la necessità di metter su carta i suoi pensieri, mi sta facendo superare confini inaspettati, svelandomi scenari insospettabili. 
Volendo evitare di concentrarmi sulla pagliuzza nell'altrui apparato visivo, dove il mio è ingombro da un'intera trabeazione, parlo per me. Se poi qualcuno dovesse riconoscersi in quel che scrivo, mediti. Mediti con attenzione. 

Autoreferenzialità: questo è il peccato originale, quello con cui ci mettono al mondo. Quello letterario, almeno. Nella storia di ognuno di noi c'è una maestra, un professore, un docente in pensione, una zia di buon cuore o un'amica fidata, convinti di avere di fronte il futuro Manzoni. I più sfigati li hanno avuti tutti, così che la loro convinzione di essere potenziali best seller è diventata granitica. 
Comunque sia, avendoci preconizzato che, da grandi, saremmo diventati scrittori, ora passiamo all'incasso. 
Peccato che, tra il saper metter giù quattro righe ben fatte e costruire un romanzo che tenga, ci sia di mezzo non il mare, ma un'oceano proprio. Ci sono così tante trappole nelle quali rischiamo di restare impigliati da garantire la sconfitta alla maggior parte di noi. E anche se ci vien bene un romanzo, non è detto che il miracolo si ripeterà. 
Meglio farsi valutare dagli altri, e accettare l'eventuale giudizio negativo: se ci sono margini per un miglioramento, lavoriamoci su. Diversamente, dedichiamoci alla lettura. Passatempo sano, soddisfacente e utile a incentivare chi, diversamente da noi, sa scrivere e merita di essere letto. 

Autocompiacimento: figlio della precedente, e direttamente ad essa correlato. Come ci sono quelli che adorano il suono della propria voce, e ti stordiscono con i loro noiosissimi soliloqui, così esiste una categoria di imbrattacarte capace di scrivere quattro pagine sul nulla. Scrittura fine a se stessa, sotto la quale non riesci a individuare alcun contenuto, ma vedi benissimo, invece, il sorrisetto compiaciuto con il quale l'autore del pezzo incriminato si è letto e riletto. Ripetendosi, estatico: "Ma senti come scrivo, mannaggia! I miei scritti Echeggiano..." 
Invece, no. Proprio no. Quello che scrivi sobbolle, al massimo. E spesso si attacca al fondo, perché non ci sei stato abbastanza attento. 
Ci sono mail da stampare e conservare religiosamente sul comodino, accanto al bicchier d'acqua, al posto del Roipnol. Ugualmente efficaci contro l'insonnia e prive di effetti collaterali. Forse un po' di mal di stomaco: quello che ti viene quando devi rispondere a Emily Sbrodolonte, cercando tra le pieghe delle sue circonvoluzioni verbali l'appiglio per una risposta di senso compiuto. 
Smettiamo di scriverci addosso, quindi, e iniziamo a scrivere solo per gli altri. 

Confusione mentale: quella è una tragedia, e ne soffriamo tutti. Me per prima, che come ho già scritto altrove, a volte mi rileggo e mi chiedo se mi drogo. 
Purtroppo, nella testa dell'autore si affollano mille personaggi, situazioni e avvenimenti. I dialoghi gli si palesano d'improvviso, magari mentre sta facendosi la doccia o rispondendo al suo capo. E se i peggiori di noi non possono vivere senza un taccuino appresso, dove fissano la maggior parte dei loro pensieri in libertà, tutti abbiamo sperimentato come sia impossibile ricordarsi tutto quello che le nostre fertili menti partoriscono. Quello che dovremmo tener presente è che ben poco di quanto ci frulla in testa ha dignità sufficiente per esser reso pubblico. E quando ciò avvenga, sarebbe utile stabilire se si colleghi o meno con quanto abbiamo già scritto e ciò che scriveremo.  
Stampiamocelo bene in testa: noi sappiamo tutta la storia, il nostro lettore no. Gliela dobbiamo raccontare noi, ergo evitiamo di comportarci come se dovesse arrivarci da solo, a capire chi, come, cosa e dove. 
Vicende lasciate in sospeso e dimenticate. Personaggi minori che fanno i prepotenti, prendendosi il centro della scena, per poi svanire nel nulla. Per non parlare dell'utilizzo criminoso dei tempi verbali, con perfide alternanze di presente e passato (e allora, 'sta storia avviene oggi o ieri? no, perché cambia, eh...), per tacere del trapassato. I flashback sono efficaci, necessari e talvolta accattivanti. Ma se li raccontiamo tutti al passato remoto, come il resto della vicenda, il nostro lettore ritrova proiettato in un universo virtuale, dove personaggi vivi e morti si avvicendano su un unico palcoscenico, in uno spazio temporale indefinito ma definitivamente sfilacciato. 

Autobiografia: mayday, mayday. Lo ammetto: scritto da me fa un po' ridere. L'unico romanzo mai pubblicato dalla sottoscritta è un'autobiografia, e questo è un blog personale, dove racconto le vicende della mia famiglia. A mia discolpa affermo di essere stata strattonata per la giacca sia per fondare il blog, sia per scrivere i Marmocchi. Se quel che ti succede nella vita spinge gli altri a chiederti di raccontarlo, e tu pensi di essere in grado di riuscirci senza addormentarli a morte, ci puoi pure provare. 
Ma in linea di massima agli altri frega poco di quello che ci ha fatto quello s@@@o del prof di lettere del ginnasio, delle corna che ci ha messo il fidanzato in quinta superiore, o il dramma esistenziale che abbiamo vissuto quando è morto il nostro gatto. 
Pretendere di fare di una vita qualunque un romanzo immortale è un po' velleitario. E chi si sente scrittore ironico sappia di camminare sulle uova: l'ironia va padroneggiata, altrimenti si scade nella barzelletta. E solo Totti può scrivere un libro di barzellette. 

Monetizzare: c'è qualche illuso che pensa di fare i soldi scrivendo. Già si vede seduto da Vespa, col plastico di casa sua in centro allo studio. In realtà, la faccenda dei soldi gioca a nostro sfavore: ammettiamo pure che i nostri amici leggano con piacere le mail che gli spediamo, o che il nostro blog sia cliccato da più di qualcuno. Sono attività gratuite e molto democratiche: se diventiamo noiosi, il nostro lettore se la darà a gambe, tacendo per cortesia. 
Scrivere un libro, e pubblicarlo, prevede poi di venderlo, altrimenti non vale. E chi ha speso soldi per comperarsi il nostro romanzo, si vuole divertire a leggerlo. Vuole emozionarsi, ridere, piangere, vivere attimi di tensione o fuggire dentro a un sogno. Qualche che sia il genere scelto, dobbiamo dare a chi ci legge qualcosa. Altrimenti, avrà sprecato il suo denaro e sarà arrabbiato con noi. 
Non aspettiamoci quindi la stessa bonomia dei lettori ai quali siamo abituati, qualora ci reinventiamo pennivendoli. Saranno esigenti, severi, a volte cattivi. 
E' d'obbligo impegnarsi a fondo per non deluderli. Anche arrendendosi, se è per il bene della letteratura mondiale.