venerdì 16 febbraio 2018

Siamo una squadra fortissimi

Perché noi mamme in famiglia siamo l'AD, il tesoriere e pure il collegio dei probiviri. Anche se siamo una, e pure donna.
Perché noi esercitiamo potere legislativo, esecutivo e giudiziario.
Siamo il massimo rappresentante della diplomazia, dentro e fuori dal nucleo, e manteniamo i contatti con tutti, scongiurando conflitti, favorendo la distensione, spezzando le alleanze pericolose trasformandole in  una cooperazione virtuosa, a favore di tutti.
Ci sembra di essere l'Alfa e l'Omega, il fulcro, la testata d'angolo. E te lo dicono pure, giusto per farti stare tranquilla: se manchi tu, qui crolla tutto.
Poi il marito ti inoltra il messaggio che ha mandato al figlio "piccolo" la mattina del suo primo orale all'università.
E tu capisci che senza di lui, nulla funzionerebbe a dovere. Che se niente crolla, è perché c'è lui che puntella. Tutti, te inclusa.
Perché il motore può essere potente finché vuoi, ma senza benzina non cammina.
A un figlio puoi dare tutto, ma senza motivazione non andrà da nessuna parte.
E nessuno sa motivare il prossimo più di tuo marito.
Ok, è ora di dirlo. I figli si fanno in due, si crescono in due,  si tirano su bene - o si rovinano - sempre in due.
Dietro a una gran mamma c'è sempre un ottimo papà. 
Grazie, Jurassico. Siamo una bella squadra, per quello la nostra squadra di figli è così bella. 

domenica 4 febbraio 2018

Voglio il divorzio

Sto rientrando dal fine settimana più agghiacciante mai vissuto prima d'ora. Nel senso letterale del temine. 
Contrariamente a quanto in precedenza deciso, Jurassico decide di andare in montagna. Sabato all'una, così, senza preavviso. Supportato in questo dai due figli di confine (il maggiore e il minore), occasionalmente assieme e accomunati dalla voglia di mandarci fuori dai piedi.  Oppormi alla ferma volontà della triplice alleanza risulta impossibile. Inutili le mie flebili proteste - ci sono 5 gradi in quella casa! - alle quali il gaglioffo oppone una risata - vi riscalderà il vostro amore... - per cui, niente, partiamo.
Digiuni - tanto ieri sera abbiamo mangiato fino all'una passata...  - con quattro avanzi raccolti al volo per i pasti successivi, tre yogurt e un litro di latte. 
All'arrivo, siamo accolti da un lastrone di ghiaccio sulla soglia e i previsti cinque gradi. Una roba da restare stecchiti già in ingresso.
Il nostro scarica l'auto con entusiasmo, mentre la sottoscritta, con il parka addosso, riempie il frigo e svuota le borse. Infilando una sequela muta di imprecazioni da levare il pelo a un ippopotamo. Nel frattempo, il disgraziato che ho sposato accende la caldaia - che inizia a lavorare come una vaporiera - quindi si dedica canticchiando alle stufe.  Le accende tutte, compresa quella economica in cucina, indossando ostentatamente solo i jeans e un maglioncino. Se gli viene la polmonite meglio che i colleghi lo ricoverino, perché io non lo curo di sicuro. 
"Dai, senti, già si sta bene..." afferma, l'impunito, mentre io, con le stalattiti al naso, fisso con odio il termometro. Dieci gradi, c@@@o. Un frigo, praticamente.
Mi rifugio in bagno, dove c'è una stufetta elettrica, e mi siedo a leggere sul water.  Chiuso. Sempre col giaccone su, ça va sans dire. Quando l'ambiente si è normalizzato, mi cambio.
Due minuti dopo, sono a letto. Col lettore e-book acceso, due coperte tirate fin sopra la testa, indossando: una tuta di pile, una vestaglia con la pelliccia interna e un paio di calzettoni. Il che non mi impedisce di battere i denti, per la cronaca.
"Vale, dove sei?"
Ruggito, sottocoperta. Sempre letteralmente.
Sfinita dagli eventi, mi addormento. Poco dopo, piomba in camera, e mi sveglia. Maledetto.
"Ma dormi? Poi ti si sfasa il ritmo del sonno! Io mi preoccupo per te..." tuba, accarezzandomi le guance. Io non tento di strangolarlo solo perché non voglio tirare fuori le braccia.
Mezz'ora dopo, affronto la tundra e vado a preparare la cena. Come dire che scaldo due orecchiette stantie, friggo quattro uova, sbatto tutto in due piatti e divoro la mia porzione. Perché adesso ho anche fame, oltre che freddo.
"Non è romantico, amore?"
Io medito di ingaggiare un killer.
Ore nove. Di nuovo a letto, sempre conciata da palombaro, con lui a fianco. Senza canottiera, perché lui è un maschio alfa.
Io strofino freneticamente i piedi l'uno contro l'altro, sperando di scaldarli per attrito. Non funziona. Mi pungono, da quanto sono freddi. Forse mi cadranno le dita, penso, molto piccola fiammiferaia.
Lui tenta un piedino, commentando: "Esagerata! Li ho sentiti più freddi di così..."
Io, GELIDA: "Sì. Quella volta non portavo i calzini, però."
Sipario.

mercoledì 24 gennaio 2018

Qui crolla tutto

Figlio studioso al lavoro. 

Abito: vestaglia da camera, maglia sbrindellata, calzoni tuta vecchia.
"Così non ho la tentazione di uscire"

Ausili tecnici per l'aumento della produttività: gatto in braccio. 
"Così schematizzo per iscritto e non mi posso muovere." 

Alimentazione: quello che gli propino io. In caso di mia assenza, cracker, forse qualche pastasciutta, caffè.  Caffè, caffè, caffè. 
"Mamma, sono dopato. Adesso studio il tasso marginale di sostituzione, ecc, ecc, ecc."
Alle 13.30, con il pranzo ancora a metà dell'esofago. 

Rapporti affettivi: in sospeso. Al risveglio, nessun contatto umano. In caso di incontro fortuito con lo zombi, è fatto obbligo ai residenti di ignorarlo. Prima del caffè, non è ammesso nemmeno un saluto. 
In seguito, è gradita la presenza come cavia, in caso il soggetto voglia testare le proprie capacità espositivo-affabulatorie. 
Si concede l'ingresso nell'antro solo per la raccolta differenziata: biancheria da lavare, bicchieri e tazzine sporche, incarti di generi di conforto (cioccolato).
Mezz'ora scarsa tra pranzo e cena, durante i quali si ascoltano le proiezioni Dementos sull'esito degli esami. 
Catastrofico. 

Il tutto, con il valido sostegno della ruspa alla porta accanto, impegnata nella demolizione della casa prospiciente alla nostra. 
Ho vissuto momenti migliori, lo confesso. 
  

martedì 23 gennaio 2018

Cos'hai fatto oggi?

La risposta è semplice: niente. 
Per una che ha lavorato come un mulo per un quarto di secolo, cercando di quadrare l'impossibile cerchio casa-lavoro, fare quello che faccio adesso è niente. 
Però. 
Però una cosa c'è da dire: non è niente, però conta molto. Quasi troppo, per i miei gusti. 
Se lo fai bene, 'sto niente, conta molto. E guardandoti dentro - e dietro - ti rendi conto che è la cosa che conta di più, di tutto quello che hai fatto finora.  
Organizzi, supporti, conforti, conversi, osservi, ti riservi, motivi e consoli. Ti prendi cura di loro con cuore, lavatrice, fornelli e cervello. Un sacco di cervello. Perché se sbagli a usare quello, sei fritta sul serio. E soprattutto sono fritti loro. 
Loro, che anche grazie a te possono soffrire, combattere e vincere, senza doversi preoccupare d'altro. Loro, che si possono costruire un futuro perché tu hai rinunciato a un pezzo del tuo. Loro, che capiscono quanto ti costa, questo semplice "niente" che ti colora la vita e le dà un senso. Loro, che rognano, rompono, tacciono e ti chiamano solo se hanno bisogno. Loro, che in fondo ti sono grati per esserci sempre, per dirgli di no più spesso che sì, per essere il Grillo Parlante e assieme la Fata Turchina della loro variegata esistenza. Loro, che ti vogliono un sacco di bene. Loro, che ami più della tua vita, e si vede, mannaggia. 
Poi, un pomeriggio, c'è chi ti dice: "Mamma, l'unica persona della quale non potrei fare mai a meno sei TU!"
Il pomeriggio dopo, qualcun altro sproloquia: "Vedi di stare bene. Perché se stai male tu, qui crolla tutto!" 
Ok, son soddisfazioni. Però lavoreremo anche su questo. Tutti siamo utili - qualcuno pure troppo - ma nessuno è indispensabile. La prossima mission sarà far capire a tutti che la mamma è solo la mamma. Non è Atlante, e anche senza di lei il mondo non crolla. 

venerdì 29 dicembre 2017

Si fa presto a dire Natale

Una settimana in tutto. Per sette giorni la Stamberga è tornata a ribollire, con un andirivieni continuo di gioventù, disordinata, chiassosa, piena di risate, battute e sfottò.
Le camere incasinata, il frigo stracolmo, il forno sempre in funzione e la lavatrice in overbooking.
Amore fa rima con rumore, a Casa per Caso, si misura in calorie (assunte e dispensate) ed è tanto più intenso quanto meno ti prendi sul serio.
Sono tornata a inciampare nelle loro scarpe, a riempire il carrello del super come prima di una carestia, e a non starci più dietro, con la raccolta rifiuti.
Giorni densi e intensi, giorni di gioia e condivisione, giorni di festa dentro e fuori di noi.
Fantastici, questi giorni, ma troppo pochi. Abbiamo lasciato il filosofo in aeroporto, e stiamo tornando.
Ora, riordinerò la sua stanza, trovando chissà quanto casino. Rifarò il letto, spegnerò il termo, abbasserò la persiana e cercherò di non pensare. Perché se ci penso, che prima di un anno non lo rivedrò di sicuro, mi guasto le feste rimaste.
Cercherò di godermi gli ultimi giorni con i figli avanzati, rinchiusi nelle loro camere a studiare come dei matti. Li vedrò poco, ma li rimpinzerò molto.
Quando consegni i tuoi figli al mondo, si vede subito di che pasta sei fatto. E la sottoscritta, italica mater in tutto e per tutto, è fatta di pasta frolla. In vari sensi.

mercoledì 8 novembre 2017

Oggi mi punge vaghezza...

... di tinteggiare. La camera del filosofo, per la precisione. Già antro dell'informatico, oggi deposito degli attrezzi ginnici del Jurassico, il cui unico scopo sembra quello quello di giacere immobili, a prendere polvere. 
Non è come nei film, dove sorridenti signore, adornate da vezzose bandane, passano il rullo sulle pareti col sorriso sulle labbra. O meglio, è così, ma solo alla fine.
Prima, devi passare al setaccio ogni centimetro quadro di superficie (anche i sopra, sotto e dietro. Le preposizioni dell'orrore), togliendo polvere, nidi di ragno, cadaveri di mosca e oggetti incastrati nei luoghi più impervi, per poi incerottare tutto. Alla fine, più che in una stanza da letto, ti sembra di stare nella Valle dei Re. Mummie dappertutto. 
Come sempre, comunque, i miei adorati figlioli riescono a sorprendermi. 
Accartocciata su me stessa a passare il battiscopa con la gomma magica, ho notato qualcosa spuntare da dietro il termo. Con uno strattone, ho estratto  l'oggetto misterioso: una rivista del 2003, ormai quasi saldata col muro. Oltre a una legione di "gatti", sono venuti giù anche un calzino e tre biglietti del treno. Regolarmente obliterati: cialtroni ma onesti, i miei figli. 

lunedì 6 novembre 2017

E due

Secondo compleanno senza Andrea. 
Il nostro filosofo, l'ingegnere un po' pazzo, quello che ha cacciato quattro cose in valigia ed è partito alla ventura, per il Paese di Molto Molto Lontano. Quello che va via come un treno, adesso, alla faccia di chi dice che "certi giovani meglio perderli che tenerceli, in Italia".  Quello che fa il triplo carpiato, pur di venire a passare il Natale con la sua famiglia. Perché il Natale è il Natale, anche se dove vive lui nemmeno sanno cosa sia, il Natale. 
Quello che ci manda le foto dalla Corea del Sud, giusto il giorno dopo il lancio del missile; quello che prende l'aereo e se ne va al mare il giorno dell'allerta tifone (con Mpc che si scioglie in lacrime perché non lo riesce a contattare, ma la Farnesina le ha mandato un sms sul cellulare, sollecitandola a chiamarlo e avvisarlo...); quello che ci manda le foto del pranzo (grigliata di locuste e insetti misti) o della cena (insalata di piovra, con tentacoli ancora in piena agitazione motoria), strappandoci urla di orrore; quello che si scrive con suo fratello minore quasi tutti i giorni, perché il gaglioffo non puoi perderlo di vista. Ci sono responsabilità serie, impegni morali che hai preso di fronte a una culla, e mica te le puoi scrollare di dosso, solo perché sei finito in capo al mondo. 
Quello che mi fa impazzire di preoccupazione, perché quando non hai nemmeno trent'anni sei così: la prendi come viene, e va bene così. 
Quello che, quando mi trattengo e non lo tarmo con chiamate e messaggi, chiede a suo  padre perché cavolo non mi faccio mai sentire. 
Quello che aveva scienza, coscienza e coraggio da vendere, e ne sta facendo un uso esemplare. 
Ecco, quello lì. Per la seconda volta, festeggiamo un compleanno solo nel cuore, senza cena luculliana, torta delle rose, risate e castagne arrostite nel caminetto.
Mi sono persa i suoi primi cinque compleanni, e nessuno mi dirà mai come sia stato, vederlo crescere da pulcino implume a gattino allegro e giocherellone. Però non mi pesa: so che c'era qualcun altro, accanto a lui, che gli voleva un bene grande come quello gli voglio io. Qualcuno che se lo teneva sotto l'ala, con tanta forza e determinazione da lasciarlo sperduto, quando una forza più grande del suo amore se l'è presa con la violenza, strappandola alla sua famiglia. Qualcuno che credo mi abbia proprio mandata, a raccogliere il suo testimone, per dare a lui e ai suoi fratelli tutto l'amore di cui avevano disperato bisogno. 
Qualcuno cui ho portato un fiore, il primo novembre, perché non è né dolce né uno scherzo, avere il nostro "bambino" così lontano dagli occhi, ma così fisso, inchiodato nel cuore. 
Qualcuno che mi aiuta a sorridere sempre e comunque, perché se loro sono felici, non posso che essere felice a mia volta. 
E così conto i compleanni senza di lui, di nuovo. E questi mi pesano, invece. Mi pesano un sacco, più di quanto riesca o voglia dire. 
Stavolta non me lo dimentico, Andrea, il 6 di novembre, come ho fatto una volta, quando avevo te sempre sotto gli occhi, ma al calendario non badavo per niente. 
Adesso me lo ricordo, ma ti posso solo fare gli auguri su whapp, gruppo "famiglia".
Auguri, figlio mio. Cento di questi giorni, e una montagna di felicità. Te la meriti. 

domenica 5 novembre 2017

Toc toc

Ciao, Pulcina. Scrivo dall'auto, quindi scusate se non sarò precisa, o ben impaginata.
Era un sacco che non scrivevo, davvero.
Ma visto che trovo i tuoi messaggi - carina, grazie! - eccomi a tracciare l'aggiornamento richiesto.
Agli amici che, come te, si tengono informati su di noi attraverso i miei post, chiedo scusa. Ci sono cose che non è sensato scrivere, altre che se le scrivi ti querelano. E sarebbero le più interessanti e istruttive, credetemi.
Poi, ci sono i fatti di Casa per Caso. E mi trovo impicciata a raccontare pure di quelli, mannaggia.
Archiviata la parentesi infantile, durante la quale ci siamo conosciuti, siamo passati attraverso adolescenza e prima giovinezza, facendoci assieme qualche sana risata.
Ora, i ragazzi sono giovani adulti, e non fanno più ridere come una volta.
Ora, la cosa si è fatta seria, e parlarne mi sembra inopportuno, o autoreferenziale.
Già, perché i Fantastici Quattro se la cavano alla grande, ma alla grande sul serio, e a Mpc e Jurassico non resta che osservarli sorridendo.
In un mondo che sembra aver perso la bussola del buonsenso, dove l'onestà - soprattutto quella mentale - scarseggia, soppiantata dalla voglia di apparire e dagli eccessi in ogni campo, i nostri figli tengono salda la barra del timone.
Ognuno a modo suo, in campi, situazioni, città e persino continenti diversi, si stanno facendo onore. E ci rendono scandalosamente orgogliosi di loro.
Però se lo dico, pare brutto. Sembra che mi vanti, no? Senza contare che quelli, se gli casca l'occhio sul corsivo agiografico, mi spellano viva.
E così, freno l'impennata della tastiera, e mi sto zitta.
Anche perché, se sono bravi e apprezzati, è solo merito loro. Noi due vegliardi abbiamo smesso di contare qualcosa da mo'. Cosa della quale siamo pienamente e serenamente consapevoli. Ormai siamo relegati sugli spalti della partita della loro vita, e non occupiamo manco più la tribuna d'onore. Cara grazia se ogni tanto ci allungano un biglietto omaggio. Curva Sud, quella del tifo più becero e sfegatato, ovviamente.
Invece, è pieno di genitori che sono convinti di restare il perno della vita dei figli dalla tetta alla - propria - cassa da morto. E oltre. Sognando di continuare a indirizzare i discendenti anche dall'aldilà, come ibvadenti Penati con la sindrome ossessivo-compulsiva da controllo.
Ecco, io no. E Jurassico meno di me: lui mi usa come medium anche adesso, da vivo. Mantiene il contatto per mio tramite, lasciandomi la solita manovalanza della chiamata di servizio, del wapp di protesta, della richiesta di denaro via sms. Tanto gli imfami tengono in ostaggio il mio cuore, e sanno che gli consegno anche le scarpe, se me le chiedono.
Il pater familias, Invece, si riserva interventi mirati e di mirabolante impatto emotivo.
Dannato. Mi usa per lucidare la sua allure di padre modello, e da prendere a modello.
Io resto quella di sempre: caotica, iperattiva, presa da mille cose e diabolicamente distratta.
Una che arriva a pensare "avercelo, un figlio così!", per poi realizzare che ce l'ha sul serio, un figlio così. Ecco, sono attimi. Di puro paradiso, ma attimi.
Perché di solito non ci sto a pensare sopra. Quando le cose vanno come devono andare, mi sembra una roba normale. Sono assorbita dalle rogne, talvolta dai problemi, a volte belli grossi, me la devo vedere con le istituzioni, con lo Stato che non c'è, e quando si fa vivo fa danni, con amici incasinati, un marito ingombrante e alcuni parenti serpenti.
Però, quando sento i miei ragazzi - terribili, i messaggi vocali: tu li ascolti in differita, e ti pare di averceli lì. E invece, se ti va bene, sono a 200 km. Quando va male, a 9000 - quando li sento, dicevo, mi si riempie il cuore. Parto per la tangente, mi crogiolo dell'orgoglio, mi scende la lacrima, trattengo a fatica lo sdilinquimento, faccio tre prove a vuoto prima di riuscire a parlare con voce ferma e tono normale... Poi registro una risposta sensata, logica e utile (si spera).
È dura, la vita della mamma a distanza. È emozionante, preoccupante, straniante ed esaltante. Troppe emozioni per una mamma rimasta sola. Sola in una grande casa, vuota, silenziosa e piena di ricordi.

Capito, perché scrivo poco?
Perché se comincio, chi mi ferma più!
Un abbraccio a Pulcina e a tutti gli amici che ci vogliono bene. Stiamo tutti bene, tranquilli.

mercoledì 13 settembre 2017

Primo giorno di scuola

Silenzio. La Stamberga è silente. Le stanze da letto sono chiuse, per tener fuori la polvere e, soprattutto, per non vedere quanto sono vuote. 
Unica abitata, la camera del gaglioffo, alle otto ancora immerso in un sonno profondo. 
Per la prima volta, dopo ventidue anni di vita da mamma, il primo giorno di scuola non significa nulla, per me. 
Nulla in termini pratici, s'intende. Impossibile non tornare col pensiero a tutto ciò che è stato, questo giorno fatidico, per oltre due decenni della mia vita. 
Il giorno in cui alle sette e mezzo la confusione si spegneva, di colpo, lasciando spazio a un'irreale calma piatta, per oltre sei ore al giorno, dopo estati chiassose, sudate, pervasive e affollate. 
Il giorno zero, quello in cui tutto ripartiva, il primo gradino di una scalata che ogni anno ha segnato una svolta. Sempre in meglio, per fortuna. 
Il giorno in cui, finalmente, ritrovavo una dimensione personale, non più minata da una presenza invasiva e costante di un numero imprecisato di giovani leve. 
Quando lavoravo, saperli a scuola era un sollievo. Quando ho smesso, ancora di più. 
Uno a uno, i nidiacei si sono rivestiti di piume, le hanno sostituite con penne robuste, hanno dispiegato le ali per tentare qualche piccolo giro di prova, fino a spiccare il volo definitivo, lasciando il nido per sempre. 
Però, me ne rimaneva sempre qualcuno da imbeccare, curare e proteggere. Uno, almeno. 
Oggi, nessuno. 
Dopodomani il "piccolo" andrà a ritirare il suo badge e la sua grande avventura avrà inizio. 
Lontano, al di fuori, oltre me. Non potrò che fissarlo, da distante, come faccio con i suoi fratelli. 
Per carità: non si finisce mai di essere mamme (o papà. Ma io parlo per me...). 
Negli ultimi tre giorni, ho avuto frequenti contatti con l'informatico, mentre per lavoro si attraversava mezza Penisola; ho sentito il filosofo, messo a dura prova nel Paese di Molto Molto Lontano, e bisognoso anche lui di un po' di supporto dal gruppo "Famiglia".  
La Miss mi ha tenuta inchiodata alla consueta chat pre-esame, nella quale il mio ruolo è di pungolo e conforto nel contempo, con margini molto, molto stretti tra i quali muoversi. Basta un attimo per farla precipitare nello sconforto, o in alternativa offrirle un comodo alibi per arrendersi. 
Con il gaglioffo siamo alle battute finali, e suo padre ed io ci stiamo giocando le ultime carte per diventare il suo punto di riferimento principale per i prossimi, fondamentali cinque anni. 
Insomma, la mia grande sfida è tutt'altro che conclusa. 
Ma, con oggi, si chiude un enorme capitolo, quello fondamentale. Quello nel quale hai ancora concrete possibilità d'intervento, quello in cui puoi esercitare un certo controllo, quello in cui puoi ancora fare qualcosa d'importante per loro. 
Da oggi, divento spettatore della loro vita. Posso applaudirli per i loro successi, supportarli nelle difficoltà, aiutarli a rialzarsi dopo un fallimento. Ma non sarò mai più parte integrante del loro percorso. Da oggi in poi, dipende solo da loro. Gaglioffo incluso. 
E per una mamma marsupiale come me - definizione della Miss - è un passaggio assai duro da digerire. 



giovedì 13 luglio 2017

Legatemi

Quando....

Il tuo peso diventa stabilmente "ben distribuito". Per quanta dieta tu possa fare. 

I tuoi anni "ben portati". Per quanto astutamente tu ti possa vestire, pettinare, tingere e truccare. 

La tua fortuna "essere miope. Così diventi presbite più tardi".

La tua forma fisica "eccezionale. Per una donna della tua età."

Il tuo sorriso "...". Non pervenuto. Lavori in corso dal dentista. 

Il tuo obiettivo per il futuro: resistere dodici mesi senza finire in galera per uxoricidio. 
Poi finalmente lui andrà in pensione. 

Le pubblicità mirate al tuo target : 
"Prova gratuita dell'udito. Esci dall'isolamento acustico!" 
"Pena lady discrete. Per essere nonna senza limiti."   
"Prostadol forever. Per dormire sonni tranquilli con l'amore della tua vita."  
"Pensaci prima: per un ultimo saluto senza sorprese. Requiem aeternam funeral home: un   nome, una certezza."

E tu, nonostante tutto, continui a correre dietro al pazzo che hai sposato, osando cose che voi umani... 






Ecco, quello è il momento. Il momento nel quale realizzi di essere diventata vecchia da legare