domenica 8 dicembre 2019

Venticinque anni dopo

Come ora, come questa sera, un quarto di secolo fa aveva inizio la travolgente avventura della nostra sconclusionata famiglia. 
Un'avventura sul cui successo nessuno avrebbe scommesso, nemmeno noi.
Non so chi fosse più spaventato: se io, improbabile mamma impreparata a tutto, Jurassico, papà spedito dai figli in un mondo grande e alieno, alla ricerca di una mamma da arruolare, oppure nonna Iside, riservista richiamata sul pezzo, segretamente convinta che dove c'è matrigna, ben presto ci sarà collegio.
Abbiamo navigato a vista, per 9.125 giorni, affidandoci all'intuito più che alla conoscenza, all'intelligenza almeno quanto alla pazienza, al buon senso molto più che alle regole, o peggio ancora alle formule precotte. 
Ho messo paletti dove ci volevano e li ho vagheggiati dove vietati (i vampiri emotivi, purtroppo, non si possono neutralizzare con il metodo classico); ho invocato San Crepet e ipotizzato esorcismi di gruppo; ho lavorato alacremente alla quadratura del cerchio (conciliare lavoro e una moltitudine di figli), assai poco aiutata dal cavernicolo che nel frattempo mi ero sposata, per poi lasciare il lavoro, proprio quando la nottata era passata. A dimostrare che: no. Non è necessario rinunciare al lavoro, per essere madri adeguate. Il lavoro deve essere adeguato a te, per non ammazzarti o renderti una persona peggiore. Se diventa così, trova una soluzione migliore. Consiglio ambosessi, no-kids inclusi. 
Tornando a noi, ho riprogrammato i due demoni, cresciuto una micro amazzone, partorito un pulcino mannaro e rieducato un archeo-marito,  persuaso che la genitorialità fosse una questione di ormoni. Altrui. 
Abbiamo imparato a fare le cose insieme: lavorando a staffetta, ci alternavamo in plancia di comando, passandoci l'uno con l'altro il timone dell'Olandese Volante, a seconda delle esigenze del momento. La complementarietà ci ha salvato dal naufragio: quello che non riusciva a me, veniva benissimo a lui. Quando lui non si raccapezzava, arrivavo io con la mia super-vista emotiva. Quando il gioco si faceva duro, e il testosterone intossicava l'ambiente, arrivava lui, e rimetteva la soldataglia in riga. 
Abbiamo superato ogni genere di ostacoli, rintuzzato attacchi esterni e sconfitto nemici interni e interiori. 
Non ci siamo fatti dominare dai sensi di colpa (indotti), fermare dalla paura, influenzare dai pregiudizi e abbattere dalle sconfitte. 
Abbiamo sempre affrontato i problemi insieme. Tutti insieme. Uniti dal collante più potente che c'è: l'Amore. Sì, con la A maiuscola. Perché l'Amore che si respira, a Casa per Caso, non è per niente minuscolo.  
Mano a mano che i bambini crescevano, diventando ragazzi, e poi giovani adulti, li abbiamo coinvolti sempre di più. Abbiamo creato una rete familiare elastica, robusta, sicura: una rete che si tende, accogliendoti quando cadi, permettendoti di rimbalzare in piedi. Per provare di nuovo, questa volta senza fallire. 
Una rete di sicurezza, che non si chiude mai per ingabbiarti, impedendoti di spiccare il volo. 
Abbiamo cercato di insegnare loro il senso di responsabilità, il valore del duro lavoro, il concetto che il successo si raggiunge con la tenacia, l'impegno e la capacità di imparare dai propri errori. 
Non li abbiamo mai giustificati, cercando tuttavia di non suscitare in loro velenosi sensi di colpa. 
Li abbiamo educati a prendersi le proprie responsabilità, e pagare per gli sbagli, senza dimenticare, però, di mostrare loro - con i fatti - il valore del concetto di solidarietà. Che a crocifiggere la gente non ci guadagna nessuno, nemmeno chi manovra martello e chiodi. 
Ci abbiamo provato, a fare di loro delle persone responsabili, autonome, oneste e corrette. E abbiamo cercato di farlo con l'esempio, non subissandoli di prediche o rimproveri. Che non sono di certo mancati - e non solo quelli... - ma non sono stati l'unica tattica di addestramento di massa. 
Sono stati per noi una sfida, un impegno, una missione e una - non tanto - sottile forma di schiavitù volontaria. 
Però, adesso raccogliamo i frutti di tanta fatica. 
Li guardiamo, osserviamo i loro successi, i traguardi raggiunti e quelli che arriveranno, e possiamo davvero dirlo: sono quattro persone meravigliose. 
Il nostro orgoglio, la nostra gioia, il senso più profondo della nostra esistenza. 
I nostri quattro, fantastici figli. 

I quali figli, ovviamente, oggi non sanno nemmeno che giorno è. E con la poesia abbiamo chiuso, per questa sera: vi restituiamo la linea, e buona serata! 
Mamma per Caso, forever and ever. 


venerdì 19 luglio 2019

Old memories

A quindici anni di distanza, ancora camminano così. Ed è la cosa che mi rende più felice al mondo. 



mercoledì 3 luglio 2019

Sospendiamo il giudizio

I Social, questa dannazione. Facebook come luogo dove si può trovare il peggio del peggio, le onde della Rete come un oceano, dove è facile perdersi -  ancora più facile essere irretiti da anime perdute - il profilo Instagram come identità sociale del nuovo millennio, in un mondo rovescio dove un servitore dello Stato rischia la vita per quattro palanche, mentre un'influencer che si cambia, o una youtber di successo che si trucca, sono capaci di portare a casa un capitale ogni mese. 
Noi vecchi restiamo straniti, inutile negarlo. 
E' un mondo strano, alieno, nel quale non ci sappiamo muovere. Esposti a tutte le insidie tipiche di questi mezzi, senza possedere gli anticorpi sui quali possono contare i millennials, come pure i loro fratelli di poco maggiori, ne siamo spaventati, e restiamo basiti nel vedere i giovani con l'occhio incollato allo schermo, 24/24. Ci sembrano una turba di automi, incapaci di comunicare se non tramite byte, estraniati dalla realtà, persi in un mondo virtuale dal quale non li crediamo capaci di riemergere, per instaurare un rapporto umano e reale. 
Poiché sono una donna curiosa, sono andata a sondare il terreno con il mio millennial o quasi. Il gaglioffo. Il quale, come da manuale, passa al PC ore e ore al giorno. 
Che ci farà mai, 'sto ragazzo, al computer o al suo fratello minore, lo smarphone? 
Ci legge il quotidiano, e approfondisce su siti autorevoli e internazionali; ci scarica le slide del prof, sbobina le lezioni registrate all'uni(versità), ci guarda film e serie TV, gioca ai videogame con amici sparsi per l'intero globo terracqueo, di tanto in tanto chatta con il fratello che vive a 10.000 km da lui, e anche con quello che dista 300 km. Soprattutto quando viene a Milano e quindi si devono vedere, assieme alla sorella. In Rete trova informazioni sulle sue passioni: documenti, testimonianze, articoli, e ogni cosa gli serva per arricchiere il suo bagaglio culturale. C'è su Instagram, e lo usa molto più di FB, ormai diventato "un covo di vecchi", ma non mi pare che i suoi rapporti, con amici e ragazze, si limitino alla sfera immateriale. Su Spotify ascolta musica, ma segue anche lezioni di filosofia, sociologia, storia e letteratura, realizzate da autentici mostri sacri del settore. Oggi, andando a Treviso, mi ha fatto ascoltare una lezione di storia che mi ha lasciata senza parole. E ci credo: la teneva un docente di Harvard. 
E i suoi amici? Ecco, con quelli non chatta. Non parlano via whapp, on line giocano ma chiacchierano poco. Le chiacchiere le riservano a quando si incontrano davvero (e lo fanno ogni volta che possono), una sera un gruppo, una sera l'altro, finché i due gruppi (o tre, quattro, quanti sono...) si infiltrano l'uno con l'altro. E fanno del loro meglio per vedersi, di persona, anche con gli amici lontani, organizzando trasferte in altre regioni, o raccogliendosi tutti qui da noi (i vantaggi di avere avuto una famiglia grande sono gli spazi che restano a disposizione, quando il nido si svuota). 
Quando ci parli, con lui o con i suoi amici, ti trovi davanti dei giovani adulti sereni, informati, consapevoli e colti. Ragazzi che sanno parlare di politica con cognizione di causa, con una lodevole capacità di pensiero laterale e con conoscenze quasi mai limitate al campo di cui si interessano "di mestiere". Persone interessanti, mature, complete, con una rete sociale forte, tutto attorno, e rapporti umani veri e duraturi. 
Eppure, a vederli "da fuori", passano la vita attaccati al PC. 
Chi crede che non esista vita oltre Instagram, sospenda il giudizio, e si informi sul campo. Scoprirà che è ben coltivato, anche se con mezzi poco noti a noi trapassati. 


martedì 2 luglio 2019

Noi, ragazzi di ieri

Ne ho francamente le tasche piene di post nostalgici del bel tempo andato. 
Sogni ad occhi aperti di un periodo felice nel quale l'educazione era fondata sulla paura e l'intimidazione, le botte erano la regola e non l'eccezione, le sostanze inquinanti ubiquitarie e serenamente disseminate ovunque. 
Pupazzetti agli ftalati, culle con vernici a piombo, camerette all'aroma di formaldeide, sotto un tetto infiltrato di amianto. 
L'epoca d'oro nella quale quando papà urlava, si ubbidiva, e quando menava, con le mani, i pugni o la cinghia, si taceva. Tutti, mamma inclusa. 
Anni nei quali la famiglia era una prigione, dove i rapporti erano fondati sulla menzogna, la manipolazione e la legge del più forte. Una legge valida ovunque, dal tinello con i mobili di teak al cortile della scuola.  Per non parlare delle aule, dove le maestre più ti terrorizzavano, più erano brave, i professori erano campioni  di azzeramento della tua autostima, e i presidi tenevano il santino di Goebbles nel taschino, accanto al cuore. 
Eppure, teorizzano i soloni de noantri, guardate come siamo venuti su belli forti. Altro, che quei mollaccioni dei figli (degli altri) di oggi. 
Siamo bravi? Ma ne siete davvero convinti? 
Siamo insoddisfatti, alienati al lavoro, schiavi degli status symbol e incapaci di divertirci senza stress persino in vacanza. 
I nostri matrimoni falliscono nel 50% dei casi, e l'altra metà troppo spesso sta assieme col cerotto. 
Ometto commenti su economia e politica, ma sui giovani non posso tacere. 
I nostri figli non ci parlano, perché non si sentono ascoltati. Ascoltano quelli che parlano la loro lingua, e pazienza se dicono una marea di str@@@te. Almeno non concionano, dall'alto della loro ottusa l'autoreferenzialità, come invece insistiamo a fare noi. Gli educatori con la testa nel passato,  e gli occhi fissi al proprio ombelico. Abbiamo il cervello pieno di ragnatele, per quello non vediamo chi siamo: adulti responsabili di aver creato un ambiente talmente inquinato da ammazzarci lentamente, andandone pure fieri. 
Non facciamo che lamentarci di un tempo impazzito che rovescia sulle nostre inutili teste milioni di litri di acqua in pochi minuti, salvo poi cucinarci a fuoco lento per settimane, senza posa. Protestiamo, ma non ci chiediamo come mai. La risposta non ci farebbe comodo. 
Il clima offre inediti ogni mese: il maggio più freddo, il giugno più caldo, la grandinata più fitta di sempre. 
Una Terra dove gli oceani si riscaldano, i ghiacciai si fondono, il sole uccide gli umani, forse per evitare che questi facciano estinguere le specie animali rimaste. Pure le api, siamo riusciti ad ammazzare. 
Ma Greta è una cretina, gli ambientalisti dei comunisti mascherati, e chiunque suggerisca un dialogo fondato sull'ascolto dell'altro - figlio, alunno, collega, amico o migrante che sia - un buonista del c@@@o.
O uno pissicologo dei miei stivali. 
Noi siamo i bucolici, quelli del DDT spruzzato per la strada (belli i tempi in cui le zanzare le ammazzava il Comune, e pazienza se poi moriva anche qualche umano), delle ferite cauterizzate con gli ossidanti (la distruzione del tessuto come garanzia della morte del microrganismo), dei petardi che ti portavano via tre dita e delle prese di corrente senza manco il salvavita.  
Noi che giravamo in bici senza controllo, attraversando distratti la statale, ci nascondevano nei cantieri per gioco, facevamo il gioco dell'eco affacciati ai pozzi scoperti. Noi che almeno un amico morto per una "disgrazia" ce lo ricordiamo tutti, ma vabbè. È la selezione naturale, ragazza.
Sapete che vi dico? Mi vergogno.
Mi vergogno di avere raggiunto l'eta dei saggi consigli, e di non sapere cosa rispondere, a un ragazzo che mi dice "vedo nero per il mio domani, ma per i nostri figli, onestamente, non so nemmeno se ci sarà,  un domani."
Mi vergogno di far parte di una generazione che ha saccheggiato l'ambiente e rubato il futuro ai propri figli, e si sente migliore di loro.
Altro, che amarcord. Alziamo la testa, guardiamo avanti con scienza e coscienza, e aiutiamoli a venirne fuori, da questo tunnel, i nostri giovani. Possono essere forti, sicuri e consapevoli, ma hanno bisogno di adulti responsabili, accanto a loro. E non di vecchi sussiegosi, a carico. 

domenica 12 maggio 2019

È una festa commerciale, ma...

Auguri a noi, mamme che cercano di esserci, senza farsi notare troppo.
A noi che cerchiamo di pesare, nella vita dei nostri figli, senza essere pesanti.
A noi che siamo presenti, anche quando sembriamo assenti.
A noi che non sappiamo spesso cosa fare, agiamo d'istinto, ma quando  sbagliamo, lo facciamo con il cuore.
A noi che chiediamo per favore, diciamo grazie, e pure scusa: anche e soprattutto con i nostri figli. Che hanno imparato da noi a fare lo stesso.
Auguri a noi, che siamo contente solo quando loro stanno bene.
Auguri a noi, mamme imperfette di figli felici.

martedì 7 maggio 2019

Grembiulino mon amour



Grembiule, ultima spiaggia.
Dunque, io ricordo che i miei fanciulli (anni di nascita distribuiti tra l'87 e il 97) usavano il grembiule.
Anzi, i maschi la casacca blu e le femmine il grembiule bianco.
Durante la ricreazione, le suddette uniformi finivano appallottolate nello zaino, per cui i vestiti i ragazzini se li vedevano lo stesso.
Cmq sia, sono le mamme che confrontano gli abiti dei propri figli: a sette anni, avere uno scamiciato Chanel baby o una microgonna sbrilluccicante dei cinesi fa lo stesso preciso. Anzi, forse lo sbrilluccico piace di più. 
La differenza vera, all'epoca, la facevano le scarpe: e quelle, cari i miei soloni dell'uniforme che conforma, cela e tiene a bada le lotte di classe, quelle si vedono. Si vedono benissimo, anche se sei vestito con il burka.
Io compravo roba a basso costo e qualità decente (allora era un'opzione possibile), ma c'era chi esagerava. E ne andava fiero, perché il figlio si sentiva un vincente, con le estremità fasciate come pubblicità docevat.
Ricordo le mie battaglie contro certe sneakers assurde, in plasticaccia orrida, con puzzo di piede marcio già incorporato all'origine, che costavano quanto un paio di polacchine Fratelli Rossetti. 
E perché? Perché, oltre alle luci di coda, sulla linguetta anteriore ci avevano messo una tigre con una luce intermittente a illuminare lo sguardo assassino, intercambiabile con analoga mascherina da orso grizzly infuriato, e non so quale altro bestione dagli occhi di bragia. 
Un must, per mio figlio Andrea. Un must non comprarle, per me. 
Che guerra ragazzi... 
Anzi, una battaglia. Persa in partenza, perché il solito nonno, in eterna competizione con me per l'amore della suuuuuuua famiglia, le scarpacce gliele ha regalate lui. 
Il nostro arriva a scuola trionfante, getta la casacca regolamentare sulla siepe, e si butta nella mischia della partita. Tira un calcio verso la porta, ma la mascherina animalier gli devia il tiro. Goal mancato.
L'Andrea furioso a questo punto si leva le scarpe, strappa il prezioso frontalino, ricomincia a giocare e segna. 
Da quel giorno, mio figlio è andato in giro con le scarpe strappate, fino a quando non gli sono più entrate per raggiunti limiti di misura. Perché io di scarpe nuove non gliene ho comprate più, e nemmeno il nonno, offeso per la fine ingloriosa del suo fantastico regalo.
In conclusione, la guerra contro l'acquisto coatto da pubblicità ingannevole l'ho vinta io, mio figlio ha imparato una bella lezione, e io ho capito come ai figli le categorie giuste gliele insegni con l'esperienza, l'esempio e un'inossidabile coerenza. 
Non con le chiacchiere e le soluzioni a un tanto al chilo. 
Meditate, o voi che credete di cambiare il mondo tornando al grembiulino, meditate...

lunedì 4 marzo 2019

Ictus, stroke ed emorragia cerebrale: salviamoci la vita

Carissimi, vengo a voi con questo post per contribuire alla divulgazione di informazioni che possono aiutarci a portare a casa la pelle e a conservarci la salute. 
Sapere di cosa stiamo parlando, capire come riconoscere un accidente che può costarci la vita o l'autonomia, riuscendo a limitarne i danni, è fondamentale. Ormai quasi tutti sappiamo cosa fare in caso di infarto, ma l'ictus, secondo me, non è ancora altrettanto conosciuto. 
A seguire, l'articolo comparso sul numero invernale di Medicina Moderna, scritto dal nostro amato Jurassico ( a tale proposito, fatemelo ammettere: sono troppo orgogliosa di lui!).
Suggerisco una lettura molto attenta. Merita! 









Per chi eccepisse sulla pessima qualità della riproduzione (non dimentichiamo che Mpc rimane sempre un'utonta informatica), si può scaricare il pdf della rivista dal link sottostante. Link che rimanda alle qualifiche dell'autore. I tempi di fake news e bufale in rete, segnaliamo che di purosangue si tratti. Così, tanto per chiarire. 




mercoledì 30 gennaio 2019

Notifica dal tribunale

È una mattinata strana, molto lenta... Jurassico non è in forma, così siamo rimasti a letto tutta la mattina.
Suona il campanello.
Vado a rispondere, con i capelli un po' così e ancora in vestaglia.
È la postina, con due buste verdoline.
Sono indirizzate a Valentina e Andrea.
"Signora, firmi qui. Cosa metto... madre?"
"Sì . Madre. Con questa carta qui, lo sono anche sulla carta!" rispondo.
La postina mi guarda, un po' interdetta.
"Li ho adottati", spiego senza riuscire a trattenere un sorriso grande cosi.
Lei spalanca gli occhi, dicendo: "Ma che bella cosa...".
Sì. Proprio una bella cosa.
E ora... via, la piscina mi aspetta!
Il gaglioffo si arrangerà.
Madre sì, ma abbandonica. Forever and ever!

domenica 27 gennaio 2019

L'altra suocera


Ok. Sono sempre stata una madre fuori dal coro, non potevo che essere una futura suocera improbabile.
Intanto, se proprio dovessi scrivere ai futuri coniugi dei miei figli, non farei distinzioni tra nuore e genero. Tutti quanti dovranno vedersela con la mia ingombrante presenza, e non credo sarà una passeggiata, per nessuno di loro.
La Mamma è sempre la mamma, specialmente nel nostro caso, dove non ce n’è una sola, e l’unico che ne aveva una soltanto si è sempre sentito uno sfigato.
Anche perché come mamma ho sempre lasciato molto a desiderare: dopo averlo ripetutamente abbandonato all’asilo, a diciott’anni l’ho traumatizzato, dimenticandolo nel parcheggio. Azionando l’allarme e costringendolo ai venti minuti di immobilità più lunghi della sua vita.
Durante la mia non breve carriera materna, sono stata variamente definita, da Crudelia Demon a madre abbandonica, passando da carrierista sfegatata a fancazzista disperata.
Abituata alle critiche a prescindere – onestamente, chi lo prende sul serio l’amore di una madre posticcia? – ad oggi considero la dichiarazione “Tu sarai la mia matrigna per sempre” la più bella frase d’amore ricevuta negli ultimi dieci anni. Trovo del tutto normale essere chiamata Karly, quanto a Mamma Orsa, secondo me mi cade addosso meglio di un completo Givenchy.
Lo sguardo d’amore assoluto con il quale mi gratificavano sotto i dieci anni, abbracciandomi con un trasporto che non di rado mi tirava per terra – il numero fa la differenza, nelle dimostrazioni fisiche d’affetto – è stato sostituito da una bonaria forma di sopportazione generale. Mi tollerano, insomma. Non drammatizzano quando mando a fuoco qualcosa – ultima vittima, una presina. Ieri a pranzo – mentre mi zittiscono tutti in coro, sul gruppo famiglia, quando accenno alle mie solite raccomandazioni da Drama Queen.
Mi amano, ma da prudente distanza. Non mantengono le distanze, ma studiano e lavorano distante. Che dite, lo considero un segnale?
Del resto, io sono uguale. Ritengo il mio migliore successo l’aver svuotato la nostra grande casa, senza cadere vittima dell’insidiosa sindrome del nido vuoto.
Dirò di più: quando la Stamberga si riempie di nuovo, il mio entusiasmo si spegne dopo nemmeno dieci giorni. Lo tsunami di faccende che mi precipita addosso è in grado di spazzare via qualsiasi forma di poesia. Non m’illumino d’immenso. M’incasino di brutto. Che suona molto peggio, diciamolo…
E ora, parliamo di glitter, tulle e dintorni, feticci di una femminilità di maniera da me sempre detestati, orpelli che avevo giurato a me stessa di tenere a mille miglia dalle mie figlie femmine. Fiera avversaria delle Bratz, le quali mai hanno varcato le soglie di casa mia, ho dovuto fare i conti con una bambina che indossava solo scarpe sbrilluccicanti Lelly Kelly, si cambiava tre volte al giorno sin dai tempi dell’asilo, e qualche anno più tardi teneva alla sua collezione di Barbie almeno quanto io, alla sua età, ero morbosamente attaccata ai miei libri. Una fanciulla che di smalto, ombretti e cosmetici vari ha fatto prima una religione, poi una scienza. Figlia di una mamma che della scienza faceva un gioco, da bambina, giocando al piccolo chimico con l’Idrolitina, la carta da filtro e i contagocce.
Indomita, ho combattuto le differenze di genere a suon di Dolce Forno regalato a tutti i figli, non prima di essermi dovuta piegare alla versione orrorifica dello stesso, detta “La fabbrica dei Mostri”.
Risultato?
Una figlia che ha preparato con orgoglio il suo primo dolce alle mele a quattro anni, salvo dichiarare guerra a calorie e padelle dai quindici in poi. Con tanti saluti alla piccola cuoca. Quanto ai fratelli, c’è chi cucina meglio di me, chi reinterpreta i miei manicaretti producendo sbobbe che nulla hanno d’umano, e chi ha fatto di pasta e carboidrati una ragione di vita, aggiungendovi carne e verdure solo al fine di rimanerci, in vita.
Persuasa che l’autonomia sia madre dell’indipendenza – soprattutto la mia, da loro – ho trasmesso loro tutti i reconditi segreti della mia mitica torta delle rose. Hanno imparato a realizzarla a regola d’arte, ma continuano a trovare molto più comodo farsela cucinare da me.
Infami.
Ergo, caro genero, amate nuore, se vorrete la ricetta, sarò lieta di rivelarvela: sarei felicissima di passare a chiunque di voi il testimone di chef preferito di Casa per Caso. Non so se qualcuno sarà disposto a raccoglierlo, tuttavia: è un lavoro a tempo pieno, quando ci si mettono. Il che mi fa pensare che nessuno, tra generi e nuore, si metterà mai a gareggiare con me a suon di spadellate.
Che mi rimane da dire, dunque? Temo di avervi disorientato, forse anche preoccupato.
Così, proverò a spiegarvi come Jurassico e io abbiamo provato a crescerlo, il vostro The One.
Erano troppi, per soffermarci sull’apparenza. Sarà per quello che, oggi, la Miss ne sa di fashion almeno quanto di codici e articoli di legge, mentre i suoi fratelli girano tutt’ora con le maglie sbrindellate, e guai a chi gliele tocca. Il nostro cervello in fuga è celato sotto una chioma sempre scolpita dal barbiere con gli occhi a mandorla, mentre qualche volta il barbiere sotto casa deve usare la falciatrice, con i suoi fratelli. Quanto alla Miss, cambia il colore e la forma dei suoi capelli, ma non le cure maniacali cui li sottopone.
Non so chi ti sia toccato in sorte dei quattro, ma sappilo: noi non c’entriamo nulla, con quel che è diventato. Ognuno ha deciso da sé quello che voleva diventare, e come desiderava apparire.
Noi due decrepiti abbiamo puntato tutto sulla sostanza. E su quella, sì, puoi venire a presentare reclamo, se credi.
Abbiamo insegnato loro che l’intelligenza emotiva vale da sola più di tutte le altre messe assieme. Per questo siamo molto più fieri dell’educazione sentimentale che gli abbiamo inculcato, di quella formale che siamo riusciti, a fatica, a lasciare filtrare.
Abbiamo spiegato loro che l’amore non si pretende, ma si regala: è l’unico bene che più ne distribuisci in giro, più ti ritorna, e pure con gli interessi. L’unico nostro investimento ad avere funzionato, sia detto per inciso.
Abbiamo insegnato loro il rispetto per i sentimenti, i diritti e le opinioni degli altri, ma anche il rispetto per sé stessi. Motivo per il quale, ti avviso, non ti aspettare che si annullino per amore. Sarebbe sbagliato, e sono fiera di dirti che ne sono tutti e quattro consapevoli.
Abbiamo mostrato loro quanto contino correttezza e coerenza: gli alibi morali non funzionano a Casa per Caso. Nemmeno per noi vecchi. Considerala una garanzia, ma anche un monito. Così, giusto per fare la suocera, il che – considerato l’oggetto di questa lettera – ci sta.
Io, moglie di un Jurassico, ho insegnato loro il valore dell’indipendenza, che passa anche attraverso una padella piena, una casa pulita e una lavatrice svuotata prima che il bucato ammuffisca. Motivo per il quale, tranquilla, nuora: farete le cose assieme. Il mio rampollo non si limiterà ad aiutarti, di tanto in tanto, credendo di farti una concessione. Mentre tu, genero, sappi che ho spiegato a mia figlia il concetto di pari valore, e quella l’ha capito alla perfezione. Sappiti regolare.
Gli ho insegnato a governare una casa e una cucina, spiegando loro che delegare non è peccato, ma funziona solo se le cose le sai fare. Altrimenti rischi di rimanere fregato.
Gli ho insegnato il valore del duro lavoro, delle lodi meritate e dei premi guadagnati. E questo lo posso già vedere: ha davvero funzionato.
Detto tutto ciò, concludo, promettendoti una cosa: non li tempesterò di telefonate, non vorrò essere al vertice della piramide dei loro affetti, non li tormenterò chiedendo attenzione e proponendo manicaretti in cambio di deferenza. Non mi impiccerò, non ti giudicherò, non ti torturerò valutando ogni parola che dirai e ogni gesto che farai.
Se potrò esservi utile, mi renderò disponibile: nei limiti, come ho fatto quando ero la mamma, e pesava quasi tutto sulle mie spalle.
Sarò disponibile, comprensiva, cercherò di darvi una mano e ti tratterò con tutto l’affetto di cui sarò capace. Esprimendolo soprattutto nel modo che mi viene meglio: rimanendo FUORI DALLE BALLE!
Con affetto, la vostra futura 
             Suocera per Caso

venerdì 25 gennaio 2019

E siamo finiti anche noi in tribunale


Una delle tante famiglie che approda al Palazzo di Giustizia, a ratificare a suon di carte bollate uno stato di cose vissuto da anni, noto a tutti anche senza mai esserselo detto in faccia, sempre uguale a sé stesso eppure sempre diverso, nella quotidianità del giorno per giorno. 
Un modo di essere e di sentire diventato abitudine, e per questo dato quasi per scontato, senza attribuirgli l'enorme importanza che ha, nei fatti. 
Tuttavia... Data la mia convinzione che, in certi casi, la forma sia sostanza, ho insistito perché la faccenda fosse ratificata per legge. 
E così, siamo finiti tutti davanti a un Giudice; dopo un'attesa durata due anni - tanto ci è voluto per catturare il nostro cervello in fuga - l'intera famiglia Per Caso è comparsa in tribunale, perché la qui presente Mamma per Caso ha inoltrato formale richiesta di diventare Mamma per Davvero. 
Il giudice ha domandato il consenso di Jurassico e del Gaglioffo, i quali hanno detto un SÌ così deciso che mi pareva di essere a un matrimonio. Gli adottandi hanno prestato il consenso, e siamo passati all'interrogatorio. 
Con aria seria seria, quasi ostile, il giudice mi apostrofa: "Signora Valentina, perché vuole adottare i signori Per Caso?"
Avete presente sotto interrogazione, quando ti chiedono come ti chiami e tu rispondi "non ho capito la domanda..."? Ecco, uguale. 
Mi ha presa di sorpresa, chissà perché poi, e sono andata nel pallone. Così, ho farfugliato un po' di pensieri alla rinfusa: "Mah... perché me li sono cresciuti come miei sin da piccolissimi, Valentina addirittura dalla culla. Perché Matteo è un prodotto on demand, me lo hanno chiesto loro, e sono cresciuti tutti come fratelli. Voglio che siano fratelli al cento per cento, non solo al cinquanta. Perché siamo una famiglia, molto unita tra l'altro, e credo sia giusto esserlo anche sulla carta." 
L'arcigno giudice ha sorriso, sul bimbo on demand, ha scambiato due battute con il mio avvocato, poi si è messo a scrivere. Infine, mi ha detto qualcosa, che non ricordo più, perché a colpirmi è stata la frase "Quando le arriverà la sentenza. Buon giorno, signori". Il che ha messo il mio cuore in stand by, fino a che non mi è arrivata - ieri - la copia della suddetta sentenza. 
(A proposito: è fatta, finalmente!!!)
Me ne sono uscita dal tribunale con la testa piena di ovatta, mentre il quartetto mi sbertucciava "Ma finiscila! Sono solo due firme su un pezzo di carta...".
Sapessero. Sapessero la differenza che può fare, una firma messa sul pezzo di carta sbagliato... Ti può rovinare la vita, mangiarti il futuro, ipotecare l'esistenza tua e di quelli che ami. 
Ma, per fortuna, questo loro non lo sapranno mai.  L'unica cosa che sapranno è che questa firma li ha resi miei figli, di fatto e di diritto, e che è finita la storia del "qual è il suo?". Sono tutti miei, punto. 
E mentre l'informatico fuggiva, tornando di corsa alle sue impalcature virtuali, io fissavo i miei figli, ripensando a quello che avevo detto. C'era qualcosa che non mi tornava. Era come se mi fossi dimenticata qualcosa... Poi, l'illuminazione: "Voglio che siano miei figli". 
Ecco, nella confusione in cui ero precipitata, quello non mi era uscito. 
Mi era uscito "Voglio che siano fratelli". 
Come sei io non c'entrassi quasi per niente, nella faccenda. Come se la famiglia fossero loro, i quattro dell'apocalisse, e io fossi solo uno sfondo, utile, ma tutto sommato sorvolabile.  
E in effetti, è proprio così. 
Perché in realtà è quello, il regalo più grande che abbiamo fatto, Jurassico e io, a quei quattro ragazzi. Una fratellanza forte, sicura, inossidabile e inattaccabile dagli eventi. 
Regalare a Matteo i suoi tre fratelli e ai tre piccoli un fratellino ha cambiato la nostra vita in meglio, ci ha completati, ci ha reso il nucleo forte e il melting pot dove ognuno di loro ha potuto crescere, cadere, rialzarsi, dare il meglio e anche il peggio di sé, sapendo di non essere mai solo. Di poter contare su una famiglia che sa supportarti, amarti e anche rimproverarti, se serve. Ma che c'è e ci sarà sempre. Anche quando noi jurassici non ci saremo più. 
E guardarli camminare assieme, scherzando spensierati, mi ha resa la mamma (vera) più felice del creato.