venerdì 12 febbraio 2016

Schizofrenia letteraria

Ok, ho fatto outing e ho ammesso di essermi messa a scrivere di nuovo. Il che fa di me una scribacchina impenitente, ma nulla sottrae alla mia natura di lettrice incoercibile. 
Da quando ho scoperto l'uso dell'e-reader, poi, la mia mania è diventata incontenibile: nemmeno le tenebre sono in grado di fermarmi. Novella Lady Nosferatu, nel cuore della notte sono vispa come un canarino e macino pagine e pagine virtuali con la testa nascosta sotto le coperte, mentre Jurassico, accanto a me, ronfa beato. 
E se come autrice mi rendo conto di non essere Manzoni, come lettrice Manzoni me lo sono letto a tredici anni. Due volte. Il che fa di me una lettrice non solo accanita, ma soprattutto attenta, espertissima e piena di pretese. L'ultimo e-book che sto leggendo ha scatenato la furia che c'è in me: la prima volta che l'ho letto, ci ho trovato centoventi cose da cambiare. Centoventi! 
Da notare che, in precedenza, tale e-book è stato un file word, al quale avevo apportato tagli (e modifiche) per un totale di centomila battute. Avete letto bene: centomila. 
Ebbene sì, mi sono sdoppiata: da scrittrice, trasformo il mio romanzo in un e-book e lo carico sul mio lettore. E lì, mi trasformo in lettrice di me stessa, e mi sorprendo a pensare: ma è scema questa? Mette un'avversativa e non c'è nulla da avversare? Ma che è 'sta roba? Non si dice cosà, si dice così... 
Un delirio di ritocchi che nemmeno Michael Jackson con la sua faccia. 
Eppure, questo sdoppiamento della personalità sta facendo benissimo a quello che scrivo. L'ultima versione, andata a sostituire la precedente, rimossa in toto dal mio profilo autore, sta incontrando il favore della mia più severa lettrice. Sono a pagina ottanta, e ho inserito solo tre note. Sto migliorando... 
Vi racconterò il seguito. Se mio marito non dispone un ricovero coatto, ovviamente. Non lo so, se sono ancora sana di mente...

giovedì 11 febbraio 2016

Romanticismo coatto

Il miele si spreca, a San Valentino. Iniziative (commerciali) di ogni tipo si susseguono per più di un mese, nella speranza di incentivare gli acquisti dei clienti innamorati.
Ieri, in palestra, transito davanti a un vetro, sul quale noto una costellazione di bigliettini. Mi fermo a leggerne alcuni...
Citazioni di stampo amoroso, a firma di Platone, Herman Hesse e... Max Pezzali.
Vorrei psicanalizzare il soggetto che ha creato questo accostamento. Deve aver avuto un'infanzia difficile. 

venerdì 5 febbraio 2016

All'amica che ha scritto un romanzo e lo vorrebbe pubblicare

Questo è un post per aspiranti scrittori. Da brava scribacchina fallita, posso dire la mia sull’argomento.
Problema numero uno: viviamo in un Paese dove tutti scrivono, ma pochissimi leggono. E’ un po’ come aprire un negozio di cappelli un paese di gente senza testa.
Problema numero due: come dice un libraio amico mio, scrivere un buon libro è solo in 5 % del lavoro. Quello che segue, trovare qualcuno che te lo pubblichi e te lo distribuisca, è un’avventura. Anche perché il 99% di quello che viene prodotto è impubblicabile (questo me lo scrisse una volta Severgnini).
A chi soffre, come me, di questa incoercibile necessità di scrivere, suggerisco innanzi tutto di leggere.
Divorate libri come se non ci fosse un domani, ragazzi, e fatelo con i sensi ben all’erta: perché vi piace quel romanzo? Qual è il suo punto di forza? La storia regge, riesce a catturare il vostro interesse e a trattenerlo fino all’ultima pagina? C’è qualcosa nello stile a rendere unico quell’autore?
E non parlo dei libri di successo: non sempre i best seller sono i migliori. Però fra di essi non sono pochi gli autori davvero in gamba. Ci sono, ed è con loro che ci dobbiamo confrontare: sperare di pubblicare un romanzo sul quale si è addormentata anche la nostra migliore amica è una chimera.
Poi, dobbiamo fare appello a tutta la nostra umiltà: la creaturina che stiamo covando da mesi, quelle pagine grondanti sudore, quella storia che a noi piace tanto, agli altri potrebbe fare schifo. E’ una possibilità da tenere ben presente.
Non date da leggere la bozza iniziale alla vostra zia preferita, alla mamma, al vostro fidanzato superinnamorato.
Piuttosto, datela in mano alla vostra amica più cinica, quella incapace di mentire per amor di pace. Quella sincera fino alla brutalità, capace di dirvi che quel vestito vi stringe sui fianchi o che il vostro ragazzo vi sta usando. Un’amica così è una risorsa, per un aspirante pennivendolo. Più vi massacrerà, più vi farà bene. Gli applausi a scena aperta non aiutano a tirare fuori il meglio di noi, credetemi.
Parlo per esperienza: una mia cara amica, affettuosamente detta il crotalo, ha fatto scempio della prima stesura del romanzo al quale sto lavorando. Pezzo per pezzo, me l’ha demolito, indiandomi con spietata sincerità tutto quello che non funzionava. Poi, di fronte a Ground Zero, ha affermato che, lavorandoci, aveva delle ottime potenzialità.
Il che mi ha motivato a riprenderlo in mano, ben decisa a migliorarlo.
Il che, nel mio caso, non significa scrivere. Significa tagliare.
Potare, sfalciare, snellire ed eliminare. Senza pietà.
Noi sedicenti scrittori amiamo le parole che partoriamo: ogni scarrafone è bello a mamma sua. Se ci dicono di tagliare, soffriamo, come ci chiedessero di rinunciare a un arto.
E invece, via di machete. La sintesi favorisce l’incisività, e parlarsi addosso non è la via migliore per farsi leggere. Se possiamo dire la stessa cosa con meno parole, facciamolo.
Rileggersi e tagliare, più e più volte, fino a distillare il meglio, quello che serve davvero alla storia.
Così, forse, ci sarà qualcuno che ci leggerà con autentico piacere.
Se, viceversa, tendete ad essere troppo sintetici, ricordatevi che Ungaretti ce n’è uno. Dalla prosa asciutta al testo arido non c’è che un passo. E a sottintendere troppo c’è il rischio di non essere capiti.
Infine, non abbiate fretta. Lasciate decantare il vostro lavoro, dedicatevi ad altro, riprendetelo dopo qualche tempo e rileggetelo cercando di separarvi da lui.
Come con i figli: volendo valutare ciò che fanno, dobbiamo prendere le distanze. Sennò l’amore prende il sopravvento e la capacità di giudizio va a farsi benedire.
Fatevi correggere da uno bravo.  Se volete far sul serio, da un editor professionista.
Tenete i piedi ben saldi a terra: ogni anno si pubblicano, solo in Italia, 60.000 titoli nuovi. E la media di vendita, best seller compresi, è di 200 copie l’uno. Come dire che ci sono libri che vendono tre copie…
La scrittura è passione, ma per farla diventare un mestiere ci vuole anche fortuna. Tenete i piedi per terra, siate autocritici e non ci investite troppo, sulla vostra creatura di parole. Il mondo è pieno di sedicenti editori che si nutrono dei vostri sogni: se vi chiedono soldi per pubblicare, non sono editori. E se sono editori piccoli, anche se seri, saranno le librerie a non ordinare il vostro libro, anche se richieste di farlo. E anche questa è una triste esperienza personale…
Tuttavia, anche se solo qualche centinaio di persone leggerà quanto avete scritto e vi dichiarerà il proprio entusiasmo, sarà una soddisfazione immensa. Un sogno diventato realtà. 






giovedì 4 febbraio 2016

Lo odio

Sono al telefono con mia madre. Il gaglioffo s'inginocchia al mio cospetto, mimando un cuore con le dita. Lo mando al diavolo con un gesto. 
Chiudo la conversazione, e lo fisso. Lui fa lo stesso: pronta per andare in piscina, indosso un paio di leggings e una felpa vecchia, rubata al suo armadio. I capelli sono un po' scarmigliati, ma fra mezz'ora sarò a mollo...
Lui scuote la testa, quindi mi saluta: "Ciao, bellezza rustica!" 
Prima o poi me le paga tutte, quell'infingardo. Lo detesto!

Rieccola...

Ciao a tutti.
Rieccomi: no, non sono morta. Nemmeno malata, o intenta a curare malati gravi. Per carità, è una settimana che mi divido tra ambulatori e ospedale, ma si tratta di minutaglia di ordinaria amministrazione.
In questo intervallo sono concessa una vacanza a 2.000 metri assieme al mio orso bruno, utile a ricondurlo a una forma – quasi – umana. Ho sciato, passeggiato e mi sono disintossicata.
Nel frattempo, il gaglioffo quasi faceva saltare la Stamberga, grazie a un amico siciliano, poco avvezzo ai caminetti accesi. La banda dei sette, i quali avevano colonizzato la nostra abitazione approfittando della nostra assenza, si erano procurati clandestinamente un comburente a base di cherosene (orrore!) e il pollo siculo l’aveva utilizzato a fuoco acceso. Risultato: un rogo alto fino al tetto, e il terrore a farla da padrone, per alcuni, lunghissimi minuti. Per fortuna ci siamo risparmiati il ritorno di fiamma, o il pollo sarebbe finito arrosto.
Vi risparmio i commenti di Jurassico, quando è venuto a conoscenza dell’accaduto.
Poiché i lussi si pagano, ci ho messo un mese a rimettermi in pari con le mie mille incombenze. Tra rogne burocratiche e sgradite missive da parte dell’Agenzia delle Entrate la sorte si è messa d’impegno a ridurre il mio senso dell’umorismo al lumicino.
Ecco il perché della mia momentanea scomparsa dal web.
Poi, c’è un’altra novità: mi sono rimessa a scrivere. Un romanzo nuovo, per nulla imparentato con i Marmocchi. Non è il sequel del mio primo, un po’ perché non si può restare prigioniere di un personaggio – specie se quel personaggio te lo ritrovi ogni mattina riflesso nello specchio – e poi perché c’è un limite alla quantità di c@@@i propri che si possono rendere pubblici.
Alcuni me lo chiedono, il sequel, ma già le pagine di questo blog sono una finestra aperta su casa per Caso, e poi l’edizione autopubblicata è riveduta e corretta, con l’aggiunta degli aggiornamenti dell’ultima ora.
La mia avventura di scrittrice di ritorno è ancora agli esordi: sto rivedendo la bozza, lavorandoci sopra con un’alacrità che mi sorprende. Scrivere è proprio una droga, per me. Seconda solo al leggere.
Domani vi racconterò le mie impressioni come editor di me stessa. Sto cominciando a detestarmi…

Un saluto a tutti, in particolare a chi mi ha scritto, preoccupato che ci fosse qualche guaio inedito. Grazie per l’affetto, ragazzi! Siete proprio dei buoni amici. 

mercoledì 23 dicembre 2015

Pensavo che...

La odio. Credo sia in assoluto la frase che odio di più. Così come detesto l'espressione di finta innocenza che si dipinge sul volto di colui che la pronuncia, di fronte al tuo sguardo assassino. 
Una si barcamena a fatica tra mille cose da fare, ostacolata da innumerevoli impicci e bloccata da improbabili impacci. Essendo persona notoriamente positiva e per nulla incline all'autocommiserazione, assorbe tutta la negatività, la neutralizza (come può) e procede sicura verso la meta, senza lamentarsi mai. Il che alimenta l'illusione generale che la vita le scorra liscia come l'olio. 
Per evitare ulteriori casini, ti manda le istruzioni sul da farsi, precise oltre la pedanteria, con largo anticipo sui tempi necessari. 
Non paga, conoscendo i suoi polli, ti sollecita anche a trovare i cinque minuti necessari per svolgere le due operazioni utili a risparmiarle, in seguito, tre ore di perdita di tempo. Ulteriore. 
E tu che fai? Liquidi la faccenda con un: "Ah, sì. E' quella vecchia storia... Lo faccio dopo". E ti ritrovi a farlo due minuti dopo l'ultimo minuto, per scoprire che la vecchia storia è cambiata, e che quella nuova non riesci a farla funzionare. 
Perché pensavi che... 
Storia di un casino annunciato. L'ho visto succedere dozzine di volte, in tutti gli ambiti. Sempre così, sempre uguale: io ci provo, a non creare falle. Sempre preoccupata di sbagliare qualcosa, cerco di organizzarmi in tempo e a dovere. 
Dall'altro lato, il pensatore di turno mi bolla come una fissata, pesante e noiosa. Totalmente all'oscuro delle premesse - e delle possibili conseguenze, ahimè... -  mi fa lo scanning pissicologico da sottoscala, diagnostica una mania di controllo e si autorizza pertanto ad ignorare le mie istruzioni. 
Salvo poi giustificarsi con voce tremula e sguardo vacuo, affermando non sapevo, come potevo immaginare, scusa...
Ecco, appunto. Se non sai, non ti informi e non puoi manco contare su una buona immaginazione, perché non ti limiti a fare quel che ti ho chiesto? 
Risparmieresti a te stesso una figura da cioccolatino, a me un travaso di bile, al mondo un inutile incremento di disordine. 
La presunzione. Che brutta malattia... Epidemica, e in troppi casi incurabile. 


martedì 22 dicembre 2015

Difficile anche morire

Anzi, sopravvivere ai defunti. Sto naufragando in un tale mare di carte da dubitare di riuscire ad emergerne mai più: più documenti produco, più me ne chiedono. 
E tutta questa fatica per pagare, pagare, pagare. 
Oggi siamo arrivati alla follia: mi arriva una severa reprimenda da parte di una compagnia assicurativa, la quale mi rimprovera aspramente di averle fatto pervenire alcune scartoffie poco chiare o incomplete. Peccato si tratti di roba mai nemmeno nominata, da chi mi sta inviando le richieste. 
Io detesto questo tipo di incombenza. Dopo questo annus horribilis, la burocrazia mi dà veramente la nausea. 


Meno male che ci sono i miei ragazzi... Maestri, nel tirarmi su il morale. 
La Miss, per esempio: "Mimmi, ti fai la tisana per la silhouette?"
"Sì..."
"Risultati?"
"Nessuno!"
"Caro il mio morbido e goffo tacchino!!!"
"...."

Il gaglioffo: "Mamma, hai venti euro? Mamma, hai visto le mie cuffiette? Mamma, non trovo le chiavi...."
"Si può sapere perché mi levi la vita in questo modo?!"
"La domanda da farsi è questa: perché me l'hai data, la vita? Eheheheh..."
Già. Vero anche questo...

venerdì 4 dicembre 2015

Il Natale: croce e delizia

Detesto del Natale quell'aria festosa di plastica, le tonnellate di mercanzia inutile, le pubblicità martellanti e invasive. Iniziano a bombardarci dal tre di Novembre, e insistono finché arriva l'Epifania e tutte le feste si porta via. 
Vorrei attorno un po' di quiete, invece mi fanno sentire un pollo da spennare.

Detesto le luminarie. Tutte quelle luci invadenti, che offendono gli occhi di chi ha il buio nel cuore, perché qualcuno di caro se n'è appena andato per sempre, lasciando un ricordo indelebile reso crudele da un rimpianto inconsolabile. 

Ho sempre detestato gli egocentrici e i narcisisti, quelli che fanno diventare il Natale un momento di celebrazione personale, scimmiottando pateticamente le tavolate da Happy Day televisivo. Dozzine di persone estranee nel cuore, costrette a riunirsi per forza nel nome di una famiglia tale solo di facciata. Una famiglia destinata a disgregarsi al primo soffio di vento contrario. 

Detesto come il Natale faccia sentire chi è solo ancora più solo. 
Le famiglie divise sono ancora più spezzate, a Natale: non c'è nulla di più triste della spartizione  degli affetti condivisi. 

La memoria mi fa male, a Natale. I ricordi tristi mi aggrediscono, s'impadroniscono della mia memoria e la monopolizzano. Ho quasi scordato l'allegria dei miei bambini attorno all'albero, mentre non riesco a liberarmi dello sguardo spento e disperato di mia madre, in quello che sapeva essere il suo ultimo Natale accanto al suo amore. Lei sapeva, ma c'illudeva tutti che ce ne sarebbero stati altri, di Natali tutti assieme. E da allora nessun Natale è mai più stato davvero tale, per me. 

Detesto le falsità, gli auguri d'ufficio, i regali forzati e il buonismo di maniera. I lupi si travestono da agnelli, a Natale, ma le loro zanne le senti lo stesso. 

Adoro del Natale il ritorno di tutti i miei figli, la casa di nuovo piena e chiassosa, la gioia nel rivedersi e il gusto di stare tutti assieme. 

Adoro le discussioni sugli addobbi natalizi: io ne ho abbastanza di lavorare come un mulo, della polvere e del casino. Loro si arrabbiano e finiscono sempre con il convincermi a tirare fuori almeno qualcosa. 

Adoro la vigilia di Natale: noi sei attorno al tavolo della cucina, il caminetto acceso e le risate che scoppiano come popcorn, una appresso all'altra. 

Adoro avere Jurassico sempre tra i piedi, impegnato a rubarmi qualche leccornia di nascosto. 

Adoro scaldarmi al calore dell'amore reciproco dei miei figli: nulla fa felice un genitore quanto il vedere i propri rampolli andar d'accordo, cercarsi, sentirsi legati a doppia mandata anche se sono lontani centinaia, a volte migliaia di miglia. 

Adoro che adorino tornare. E' tutta la vita che li spingo a volare, ho pianto quando qualcuno ha lasciato il nido,  osservando con preoccupazione nascosta le loro cabrate nel cielo. 
Ma è stupendo quando tornano in massa al nido e si fanno viziare un po'. 

In conclusione: detesto il Natale. Meno male che c'è il Natale, però. 

giovedì 3 dicembre 2015

I padroni del mondo

Li inquadri subito. Basta vedere come parcheggiano l'auto. Di solito un SUV, perché è imponente, appariscente e dichiara dinero.  
Il soggetto finito sotto la mia lente piazza il suo ipertrofico mezzo di locomozione contromano, preciso di fronte all'ingresso ma in mezzo alla strada, scende con aria baldanzosa ed entra negli uffici con falcata arrogante. 
Un signore, già al bancone, lo riconosce all'istante, accogliendolo con uno scherzoso: "Ecco qua! E paron de Casteo..."
L'altro acquisisce un'espressione tra la bonomia affettata e le spocchia malcelata, schermendosi con un regale (?) sorriso. Indi, si semisdraia sul bancone e prende a fare il piacione con la biondina poco più che adolescente del front desk. 
Da notare che il nostro i cinquanta non li aspetta più. Patetico... 
Con il mio fascio di documenti sottobraccio, sgabbio velocemente, diretta dal mio consulente preferito. Se resto qui un minuto di più, il fastidio che provo nel dover dividere la stanza con un odioso spaccamontagne simile diventerà nettamente percepibile. E non sarebbe il caso, nemmeno un po'. 
L'empatia. Che fregatura, qualche volta! 

martedì 1 dicembre 2015

In palestra con mio figlio minore

Ogni volta me ne pento. Non di essermelo portato appresso. Mi pento e mi dolgo proprio di averlo partorito. 
Mi sbatte la porta in faccia, m'ignora volutamente, mi spia dall'alto, mentre sguazzo in vasca, salvo poi rifarmi il verso a casa, dileggiandomi con tutti i suoi fratelli. Il rispetto, questo sconosciuto...
Ieri stavo per sbatterlo fuori dall'auto. In corsa.
Alla rotonda, una lumaca travestita da auto m'ingombrava il passo, ferma a meditare invece di guidare. Innervosita, impreco qualcosa ai suoi danni, dicendo: "E allora, ci muoviamo? Ci farai mica invecchiare qui..."
"Mamma, stai calma. Anche se ti agiti non arriviamo prima. Poi, vecchia ci sei di già, dunque di che ti preoccupi?"
Accidenti a lui. Lo odio. Specialmente quando ha ragione!