domenica 23 febbraio 2020

Coronavirus

A tutti quelli che "ammazza quanto un'influenza! Ci sono X morti per l'influenza e nessuno ne parla... Finitela!" 
Dell'influenza nessuno ne parla perché NON SERVE PARLARNE. 
Per l'influenza esiste il vaccino: lo si fa ai soggetti a rischio, ai loro familiari e agli operatori sanitari, e così si limitano i decessi. 
Non è necessario creare allarme per una patologia conosciuta, dal comportamento accettabilmente prevedibile, per la quale si può fare profilassi. Vedete che quando muta, si inizia a parlare di pandemia, perché il vaccino in quel caso funziona meno, e quindi se ne parla. Eccome se se ne parla! Solo che poi ce ne dimentichiamo...
Qui, gente, il vaccino NON C'È. Pertanto, l'unico modo di proteggere le persone a rischio è CONTENERE L'INFEZIONE. 
E per riuscirci bisogna PREVENIRE IL DIFFONDERSI DELLA MALATTIA. 
Quindi, meglio che se ne parli, perché di gente che non sa come comportarsi ce n'è ancora troppa. Così come è troppa la gente che se ne frega: già, perché le persone a rischio sono migliaia. 
Quindi, se non si impedisce al virus di diffondersi, questo fa una strage. Li ammazzerà a centinaia, come sta succedendo in Cina. 
Pertanto, tu che non hai paura di prenderti il coronavirus e fai lo splendido, che tanto anche se te lo becchi chissenefrega, purtroppo lo diffondi. E se anche tu non muori, metti a rischio, tra chi incontri,  tutti quelli che stanno meno bene di te, per i quali il rischio di restarci secchi è molto, molto più consistente che per te. E comunque sappilo, fenomeno: se hai sfiga finisci in rianimazione pure tu. Il paziente 1 ha 38 anni, e stava benone, prima. 
Quindi, se siete stufi di sentirne parlare, spegnete la tv. Però,  per favore,  lavatevi le mani. E se non vi sentite bene, seguite le indicazioni del Ministero della Salute. 
Senza morire di paura per niente, ma senza nemmeno sfottere chi sta cercando, con uno sforzo titanico, di controllare la diffusione di un'infezione potenzialmente molto, molto dannosa. 
Mai come in un caso come questo,  l'ignoranza UCCIDE.

giovedì 12 dicembre 2019

Preparandosi al Natale



Dalla foto non si capisce nulla, se non che quest'anno abbiamo deciso per la tradizione: dopo l'albero, pure il presepe. 
Il quale presepe, a onor del vero, potrebbe essere opera di Confcommercio. 
Si contano, infatti: un panettiere che inforna, supportato dal suo collaboratore alle prese con una vasca di polenta. Una venditrice di uova, frutta e verdura, un vignaiolo che offre pure qualcosa da mettere sotto i denti, una signora che propone latte e formaggi freschi di capra, tre lavandaie, uno sterratore, un pescatore - si spera che questo, almeno, lo faccia per diletto - un fabbro all'incudine e un altro che ferra un mulo. Svariati pastori errano sull'altopiano, attorniati dalle greggi, cercando invano di orientarsi. A valle, uno ci ha rinunciato e suona il piffero seduto accanto al fiume (abbastanza lontano dalle lavandaie da non indurre sospetti), mentre solo due o tre hanno raggiunto il target: la capanna. E sono lì a bocca aperta, in adorazione, assieme a una signora che porge un abitino.  
Senza i Magi e il Bambinello, pareva proprio la piazza del mercato, con qualche animalista sfegatato, imbambolato davanti a una stalla. 
Ignorando il timing  classico, ho quindi già piazzato  giù tutti, angeli compresi. 
Così, è un pochino più presepio. 


domenica 8 dicembre 2019

Venticinque anni dopo

Come ora, come questa sera, un quarto di secolo fa aveva inizio la travolgente avventura della nostra sconclusionata famiglia. 
Un'avventura sul cui successo nessuno avrebbe scommesso, nemmeno noi.
Non so chi fosse più spaventato: se io, improbabile mamma impreparata a tutto, Jurassico, papà spedito dai figli in un mondo grande e alieno, alla ricerca di una mamma da arruolare, oppure nonna Iside, riservista richiamata sul pezzo, segretamente convinta che dove c'è matrigna, ben presto ci sarà collegio.
Abbiamo navigato a vista, per 9.125 giorni, affidandoci all'intuito più che alla conoscenza, all'intelligenza almeno quanto alla pazienza, al buon senso molto più che alle regole, o peggio ancora alle formule precotte. 
Ho messo paletti dove ci volevano e li ho vagheggiati dove vietati (i vampiri emotivi, purtroppo, non si possono neutralizzare con il metodo classico); ho invocato San Crepet e ipotizzato esorcismi di gruppo; ho lavorato alacremente alla quadratura del cerchio (conciliare lavoro e una moltitudine di figli), assai poco aiutata dal cavernicolo che nel frattempo mi ero sposata, per poi lasciare il lavoro, proprio quando la nottata era passata. A dimostrare che: no. Non è necessario rinunciare al lavoro, per essere madri adeguate. Il lavoro deve essere adeguato a te, per non ammazzarti o renderti una persona peggiore. Se diventa così, trova una soluzione migliore. Consiglio ambosessi, no-kids inclusi. 
Tornando a noi, ho riprogrammato i due demoni, cresciuto una micro amazzone, partorito un pulcino mannaro e rieducato un archeo-marito,  persuaso che la genitorialità fosse una questione di ormoni. Altrui. 
Abbiamo imparato a fare le cose insieme: lavorando a staffetta, ci alternavamo in plancia di comando, passandoci l'uno con l'altro il timone dell'Olandese Volante, a seconda delle esigenze del momento. La complementarietà ci ha salvato dal naufragio: quello che non riusciva a me, veniva benissimo a lui. Quando lui non si raccapezzava, arrivavo io con la mia super-vista emotiva. Quando il gioco si faceva duro, e il testosterone intossicava l'ambiente, arrivava lui, e rimetteva la soldataglia in riga. 
Abbiamo superato ogni genere di ostacoli, rintuzzato attacchi esterni e sconfitto nemici interni e interiori. 
Non ci siamo fatti dominare dai sensi di colpa (indotti), fermare dalla paura, influenzare dai pregiudizi e abbattere dalle sconfitte. 
Abbiamo sempre affrontato i problemi insieme. Tutti insieme. Uniti dal collante più potente che c'è: l'Amore. Sì, con la A maiuscola. Perché l'Amore che si respira, a Casa per Caso, non è per niente minuscolo.  
Mano a mano che i bambini crescevano, diventando ragazzi, e poi giovani adulti, li abbiamo coinvolti sempre di più. Abbiamo creato una rete familiare elastica, robusta, sicura: una rete che si tende, accogliendoti quando cadi, permettendoti di rimbalzare in piedi. Per provare di nuovo, questa volta senza fallire. 
Una rete di sicurezza, che non si chiude mai per ingabbiarti, impedendoti di spiccare il volo. 
Abbiamo cercato di insegnare loro il senso di responsabilità, il valore del duro lavoro, il concetto che il successo si raggiunge con la tenacia, l'impegno e la capacità di imparare dai propri errori. 
Non li abbiamo mai giustificati, cercando tuttavia di non suscitare in loro velenosi sensi di colpa. 
Li abbiamo educati a prendersi le proprie responsabilità, e pagare per gli sbagli, senza dimenticare, però, di mostrare loro - con i fatti - il valore del concetto di solidarietà. Che a crocifiggere la gente non ci guadagna nessuno, nemmeno chi manovra martello e chiodi. 
Ci abbiamo provato, a fare di loro delle persone responsabili, autonome, oneste e corrette. E abbiamo cercato di farlo con l'esempio, non subissandoli di prediche o rimproveri. Che non sono di certo mancati - e non solo quelli... - ma non sono stati l'unica tattica di addestramento di massa. 
Sono stati per noi una sfida, un impegno, una missione e una - non tanto - sottile forma di schiavitù volontaria. 
Però, adesso raccogliamo i frutti di tanta fatica. 
Li guardiamo, osserviamo i loro successi, i traguardi raggiunti e quelli che arriveranno, e possiamo davvero dirlo: sono quattro persone meravigliose. 
Il nostro orgoglio, la nostra gioia, il senso più profondo della nostra esistenza. 
I nostri quattro, fantastici figli. 

I quali figli, ovviamente, oggi non sanno nemmeno che giorno è. E con la poesia abbiamo chiuso, per questa sera: vi restituiamo la linea, e buona serata! 
Mamma per Caso, forever and ever. 


venerdì 19 luglio 2019

Old memories

A quindici anni di distanza, ancora camminano così. Ed è la cosa che mi rende più felice al mondo. 



mercoledì 3 luglio 2019

Sospendiamo il giudizio

I Social, questa dannazione. Facebook come luogo dove si può trovare il peggio del peggio, le onde della Rete come un oceano, dove è facile perdersi -  ancora più facile essere irretiti da anime perdute - il profilo Instagram come identità sociale del nuovo millennio, in un mondo rovescio dove un servitore dello Stato rischia la vita per quattro palanche, mentre un'influencer che si cambia, o una youtber di successo che si trucca, sono capaci di portare a casa un capitale ogni mese. 
Noi vecchi restiamo straniti, inutile negarlo. 
E' un mondo strano, alieno, nel quale non ci sappiamo muovere. Esposti a tutte le insidie tipiche di questi mezzi, senza possedere gli anticorpi sui quali possono contare i millennials, come pure i loro fratelli di poco maggiori, ne siamo spaventati, e restiamo basiti nel vedere i giovani con l'occhio incollato allo schermo, 24/24. Ci sembrano una turba di automi, incapaci di comunicare se non tramite byte, estraniati dalla realtà, persi in un mondo virtuale dal quale non li crediamo capaci di riemergere, per instaurare un rapporto umano e reale. 
Poiché sono una donna curiosa, sono andata a sondare il terreno con il mio millennial o quasi. Il gaglioffo. Il quale, come da manuale, passa al PC ore e ore al giorno. 
Che ci farà mai, 'sto ragazzo, al computer o al suo fratello minore, lo smarphone? 
Ci legge il quotidiano, e approfondisce su siti autorevoli e internazionali; ci scarica le slide del prof, sbobina le lezioni registrate all'uni(versità), ci guarda film e serie TV, gioca ai videogame con amici sparsi per l'intero globo terracqueo, di tanto in tanto chatta con il fratello che vive a 10.000 km da lui, e anche con quello che dista 300 km. Soprattutto quando viene a Milano e quindi si devono vedere, assieme alla sorella. In Rete trova informazioni sulle sue passioni: documenti, testimonianze, articoli, e ogni cosa gli serva per arricchiere il suo bagaglio culturale. C'è su Instagram, e lo usa molto più di FB, ormai diventato "un covo di vecchi", ma non mi pare che i suoi rapporti, con amici e ragazze, si limitino alla sfera immateriale. Su Spotify ascolta musica, ma segue anche lezioni di filosofia, sociologia, storia e letteratura, realizzate da autentici mostri sacri del settore. Oggi, andando a Treviso, mi ha fatto ascoltare una lezione di storia che mi ha lasciata senza parole. E ci credo: la teneva un docente di Harvard. 
E i suoi amici? Ecco, con quelli non chatta. Non parlano via whapp, on line giocano ma chiacchierano poco. Le chiacchiere le riservano a quando si incontrano davvero (e lo fanno ogni volta che possono), una sera un gruppo, una sera l'altro, finché i due gruppi (o tre, quattro, quanti sono...) si infiltrano l'uno con l'altro. E fanno del loro meglio per vedersi, di persona, anche con gli amici lontani, organizzando trasferte in altre regioni, o raccogliendosi tutti qui da noi (i vantaggi di avere avuto una famiglia grande sono gli spazi che restano a disposizione, quando il nido si svuota). 
Quando ci parli, con lui o con i suoi amici, ti trovi davanti dei giovani adulti sereni, informati, consapevoli e colti. Ragazzi che sanno parlare di politica con cognizione di causa, con una lodevole capacità di pensiero laterale e con conoscenze quasi mai limitate al campo di cui si interessano "di mestiere". Persone interessanti, mature, complete, con una rete sociale forte, tutto attorno, e rapporti umani veri e duraturi. 
Eppure, a vederli "da fuori", passano la vita attaccati al PC. 
Chi crede che non esista vita oltre Instagram, sospenda il giudizio, e si informi sul campo. Scoprirà che è ben coltivato, anche se con mezzi poco noti a noi trapassati. 


martedì 2 luglio 2019

Noi, ragazzi di ieri

Ne ho francamente le tasche piene di post nostalgici del bel tempo andato. 
Sogni ad occhi aperti di un periodo felice nel quale l'educazione era fondata sulla paura e l'intimidazione, le botte erano la regola e non l'eccezione, le sostanze inquinanti ubiquitarie e serenamente disseminate ovunque. 
Pupazzetti agli ftalati, culle con vernici a piombo, camerette all'aroma di formaldeide, sotto un tetto infiltrato di amianto. 
L'epoca d'oro nella quale quando papà urlava, si ubbidiva, e quando menava, con le mani, i pugni o la cinghia, si taceva. Tutti, mamma inclusa. 
Anni nei quali la famiglia era una prigione, dove i rapporti erano fondati sulla menzogna, la manipolazione e la legge del più forte. Una legge valida ovunque, dal tinello con i mobili di teak al cortile della scuola.  Per non parlare delle aule, dove le maestre più ti terrorizzavano, più erano brave, i professori erano campioni  di azzeramento della tua autostima, e i presidi tenevano il santino di Goebbles nel taschino, accanto al cuore. 
Eppure, teorizzano i soloni de noantri, guardate come siamo venuti su belli forti. Altro, che quei mollaccioni dei figli (degli altri) di oggi. 
Siamo bravi? Ma ne siete davvero convinti? 
Siamo insoddisfatti, alienati al lavoro, schiavi degli status symbol e incapaci di divertirci senza stress persino in vacanza. 
I nostri matrimoni falliscono nel 50% dei casi, e l'altra metà troppo spesso sta assieme col cerotto. 
Ometto commenti su economia e politica, ma sui giovani non posso tacere. 
I nostri figli non ci parlano, perché non si sentono ascoltati. Ascoltano quelli che parlano la loro lingua, e pazienza se dicono una marea di str@@@te. Almeno non concionano, dall'alto della loro ottusa l'autoreferenzialità, come invece insistiamo a fare noi. Gli educatori con la testa nel passato,  e gli occhi fissi al proprio ombelico. Abbiamo il cervello pieno di ragnatele, per quello non vediamo chi siamo: adulti responsabili di aver creato un ambiente talmente inquinato da ammazzarci lentamente, andandone pure fieri. 
Non facciamo che lamentarci di un tempo impazzito che rovescia sulle nostre inutili teste milioni di litri di acqua in pochi minuti, salvo poi cucinarci a fuoco lento per settimane, senza posa. Protestiamo, ma non ci chiediamo come mai. La risposta non ci farebbe comodo. 
Il clima offre inediti ogni mese: il maggio più freddo, il giugno più caldo, la grandinata più fitta di sempre. 
Una Terra dove gli oceani si riscaldano, i ghiacciai si fondono, il sole uccide gli umani, forse per evitare che questi facciano estinguere le specie animali rimaste. Pure le api, siamo riusciti ad ammazzare. 
Ma Greta è una cretina, gli ambientalisti dei comunisti mascherati, e chiunque suggerisca un dialogo fondato sull'ascolto dell'altro - figlio, alunno, collega, amico o migrante che sia - un buonista del c@@@o.
O uno pissicologo dei miei stivali. 
Noi siamo i bucolici, quelli del DDT spruzzato per la strada (belli i tempi in cui le zanzare le ammazzava il Comune, e pazienza se poi moriva anche qualche umano), delle ferite cauterizzate con gli ossidanti (la distruzione del tessuto come garanzia della morte del microrganismo), dei petardi che ti portavano via tre dita e delle prese di corrente senza manco il salvavita.  
Noi che giravamo in bici senza controllo, attraversando distratti la statale, ci nascondevano nei cantieri per gioco, facevamo il gioco dell'eco affacciati ai pozzi scoperti. Noi che almeno un amico morto per una "disgrazia" ce lo ricordiamo tutti, ma vabbè. È la selezione naturale, ragazza.
Sapete che vi dico? Mi vergogno.
Mi vergogno di avere raggiunto l'eta dei saggi consigli, e di non sapere cosa rispondere, a un ragazzo che mi dice "vedo nero per il mio domani, ma per i nostri figli, onestamente, non so nemmeno se ci sarà,  un domani."
Mi vergogno di far parte di una generazione che ha saccheggiato l'ambiente e rubato il futuro ai propri figli, e si sente migliore di loro.
Altro, che amarcord. Alziamo la testa, guardiamo avanti con scienza e coscienza, e aiutiamoli a venirne fuori, da questo tunnel, i nostri giovani. Possono essere forti, sicuri e consapevoli, ma hanno bisogno di adulti responsabili, accanto a loro. E non di vecchi sussiegosi, a carico. 

domenica 12 maggio 2019

È una festa commerciale, ma...

Auguri a noi, mamme che cercano di esserci, senza farsi notare troppo.
A noi che cerchiamo di pesare, nella vita dei nostri figli, senza essere pesanti.
A noi che siamo presenti, anche quando sembriamo assenti.
A noi che non sappiamo spesso cosa fare, agiamo d'istinto, ma quando  sbagliamo, lo facciamo con il cuore.
A noi che chiediamo per favore, diciamo grazie, e pure scusa: anche e soprattutto con i nostri figli. Che hanno imparato da noi a fare lo stesso.
Auguri a noi, che siamo contente solo quando loro stanno bene.
Auguri a noi, mamme imperfette di figli felici.

martedì 7 maggio 2019

Grembiulino mon amour



Grembiule, ultima spiaggia.
Dunque, io ricordo che i miei fanciulli (anni di nascita distribuiti tra l'87 e il 97) usavano il grembiule.
Anzi, i maschi la casacca blu e le femmine il grembiule bianco.
Durante la ricreazione, le suddette uniformi finivano appallottolate nello zaino, per cui i vestiti i ragazzini se li vedevano lo stesso.
Cmq sia, sono le mamme che confrontano gli abiti dei propri figli: a sette anni, avere uno scamiciato Chanel baby o una microgonna sbrilluccicante dei cinesi fa lo stesso preciso. Anzi, forse lo sbrilluccico piace di più. 
La differenza vera, all'epoca, la facevano le scarpe: e quelle, cari i miei soloni dell'uniforme che conforma, cela e tiene a bada le lotte di classe, quelle si vedono. Si vedono benissimo, anche se sei vestito con il burka.
Io compravo roba a basso costo e qualità decente (allora era un'opzione possibile), ma c'era chi esagerava. E ne andava fiero, perché il figlio si sentiva un vincente, con le estremità fasciate come pubblicità docevat.
Ricordo le mie battaglie contro certe sneakers assurde, in plasticaccia orrida, con puzzo di piede marcio già incorporato all'origine, che costavano quanto un paio di polacchine Fratelli Rossetti. 
E perché? Perché, oltre alle luci di coda, sulla linguetta anteriore ci avevano messo una tigre con una luce intermittente a illuminare lo sguardo assassino, intercambiabile con analoga mascherina da orso grizzly infuriato, e non so quale altro bestione dagli occhi di bragia. 
Un must, per mio figlio Andrea. Un must non comprarle, per me. 
Che guerra ragazzi... 
Anzi, una battaglia. Persa in partenza, perché il solito nonno, in eterna competizione con me per l'amore della suuuuuuua famiglia, le scarpacce gliele ha regalate lui. 
Il nostro arriva a scuola trionfante, getta la casacca regolamentare sulla siepe, e si butta nella mischia della partita. Tira un calcio verso la porta, ma la mascherina animalier gli devia il tiro. Goal mancato.
L'Andrea furioso a questo punto si leva le scarpe, strappa il prezioso frontalino, ricomincia a giocare e segna. 
Da quel giorno, mio figlio è andato in giro con le scarpe strappate, fino a quando non gli sono più entrate per raggiunti limiti di misura. Perché io di scarpe nuove non gliene ho comprate più, e nemmeno il nonno, offeso per la fine ingloriosa del suo fantastico regalo.
In conclusione, la guerra contro l'acquisto coatto da pubblicità ingannevole l'ho vinta io, mio figlio ha imparato una bella lezione, e io ho capito come ai figli le categorie giuste gliele insegni con l'esperienza, l'esempio e un'inossidabile coerenza. 
Non con le chiacchiere e le soluzioni a un tanto al chilo. 
Meditate, o voi che credete di cambiare il mondo tornando al grembiulino, meditate...

lunedì 4 marzo 2019

Ictus, stroke ed emorragia cerebrale: salviamoci la vita

Carissimi, vengo a voi con questo post per contribuire alla divulgazione di informazioni che possono aiutarci a portare a casa la pelle e a conservarci la salute. 
Sapere di cosa stiamo parlando, capire come riconoscere un accidente che può costarci la vita o l'autonomia, riuscendo a limitarne i danni, è fondamentale. Ormai quasi tutti sappiamo cosa fare in caso di infarto, ma l'ictus, secondo me, non è ancora altrettanto conosciuto. 
A seguire, l'articolo comparso sul numero invernale di Medicina Moderna, scritto dal nostro amato Jurassico ( a tale proposito, fatemelo ammettere: sono troppo orgogliosa di lui!).
Suggerisco una lettura molto attenta. Merita! 









Per chi eccepisse sulla pessima qualità della riproduzione (non dimentichiamo che Mpc rimane sempre un'utonta informatica), si può scaricare il pdf della rivista dal link sottostante. Link che rimanda alle qualifiche dell'autore. I tempi di fake news e bufale in rete, segnaliamo che di purosangue si tratti. Così, tanto per chiarire. 




mercoledì 30 gennaio 2019

Notifica dal tribunale

È una mattinata strana, molto lenta... Jurassico non è in forma, così siamo rimasti a letto tutta la mattina.
Suona il campanello.
Vado a rispondere, con i capelli un po' così e ancora in vestaglia.
È la postina, con due buste verdoline.
Sono indirizzate a Valentina e Andrea.
"Signora, firmi qui. Cosa metto... madre?"
"Sì . Madre. Con questa carta qui, lo sono anche sulla carta!" rispondo.
La postina mi guarda, un po' interdetta.
"Li ho adottati", spiego senza riuscire a trattenere un sorriso grande cosi.
Lei spalanca gli occhi, dicendo: "Ma che bella cosa...".
Sì. Proprio una bella cosa.
E ora... via, la piscina mi aspetta!
Il gaglioffo si arrangerà.
Madre sì, ma abbandonica. Forever and ever!