sabato 29 dicembre 2018

Le valigie in ingresso


Tre settimane. Sembravano un'eternità, rispetto alle toccate e fughe degli anni precedenti.  E invece si sono polverizzate, tra spese gigantesche, lavatrici scatenate, bagni follemente incasinati e padelle straripanti mane e sera.
Caminetto acceso e caldarroste, riunioni di famiglia e accese discussioni, racconti del terrore e ciclopiche risate. 
Ora come un tempo, tante teste attorno a un tavolo, a parlare del presente, ricordare sghignazzando il passato, progettare seri seri il futuro.
Confrontandosi con chi il futuro lo sta vivendo ora.
Adesso, ma non qui. Oppure qui, ma non sempre. Anzi, molto più là che qui.
Che quando là significa Milano, scatta la tassa di soggiorno: si chiamano i fratelli "piccoli" a raccolta, e si mette mano al portafoglio. 
Vuoi mettere, farsi pagare la cena dal fratellone? Certe soddisfazioni non hanno prezzo. Per tutto il resto, c'è Mastercard. Di Davide.
I sorrisi felici nel rivedersi. 
I battibecchi per il bordello, la campagna antibriciole, le scarpe in salotto e il phon in ingresso. 
I consigli per gli studi e anche quelli per gli acquisti. 
La gioia di essersi riabbracciati, e quella di tornare alla propria vita di sempre. 
Perché la loro vita non è qui, anche se quando sono qui ci riempiono di vita la casa, e ci scaldano il cuore. 
Uno per volta, se ne stanno andando. A fare cose belle, in posti belli, con belle persone. 
Al solito, Jurassico e io li vediamo spiccare il volo, fissandoli un po' tristi, seduti l'uno accanto all'altra sul bordo del nido. 
Fieri delle loro splendide ali, ma con il cuore dentro ai loro zaini. Se lo portano via, vigliacchi, e a noi non rimane che prenderci per mano, asciugarci le lacrime a vicenda, e aspettare il prossimo Natale. 
Il regalo che ci scambiamo è sempre lo stesso: l'amore della nostra famiglia. Inossidabile, incoercibile, inattaccabile. Più forte delle distanze, più limpido delle parole che servirebbero a raccontarlo, pulito e sincero come gli occhi dei nostri bellissimi ragazzi. 
L'unico regalo per il quale sia valsa la pena lavorare tanto. 

lunedì 17 dicembre 2018

Una madre da dimenticare

"E allora, com'è andata da Teresa?"
"Bene, benissimo... Beh, io ero sempre in facoltà, loro fuori, ci vedevamo la sera. Ci tenevo a cenare con loro. Le facevo sbregare dal ridere, che gli raccontavo del degrado in residenza. Le cene a lume di candela, perché ci staccavano la luce, il ghiaccio sui vetri e i pinguini nel bagno..."
"Mi ha detto, sì, che si sono dispiaciute quando sei andato via..."
"TACI, tu. Che vergogna! Mi sono trovato in mezzo ai suoi amici, per una festicciola... A parte che giravo con due bicchieri di vino, uno per colore, così mi sono (s)qualificato subito. Poi dovevo spiegare come mai ero finito a casa sua. Mentre raccontavo, tutti ridevano. E poi qualcuno fa: - Lui è il figlio di Mamma per Caso! - Oh, pazzesco! Mi conoscevano tutti!!! E tutti a chiedermi sei il grande? E io no, il piccolo.. Roba da matti.  L'ho detto a tutti: quella lì è fuori, mica le dovete badare... "
Questa non me l'aveva raccontata, la Terry.
"Com'è, ti conoscevano tutti? Ma dal blog... Forse dal libro?"
"Lasciamo perdere. Tutti a dirmi che, in effetti, ero cresciuto!" 
Un metro e ottantacinque di simpatia incarnata, vestito da hipster perché dopo doveva "uscire con le sue donne", a tener banco tra cibo e alcolici. Già.  È cresciuto. Come, è tutto da definire...
Tuttavia mi immagino al suo posto, e vengo travolta dal senso di colpa: "Ma... Ti ho messo in imbarazzo?" 
"Imbarazzo? Perché ? Mi sono divertito un casino!"
Mio figlio è un VIP dentro. E un bandito fuori! 


domenica 16 dicembre 2018

Sei mesi in un post

Vacanza d'agosto ❤



Rientro a settembre. Gaglioffo e Miss sotto esame:


Dopo la sessione estiva, piu comunemente detta sessione di merda:

Stare accanto ai tuoi figli per una vita intera (la loro).
Sfidare l'impopolarità con i no, pronunciare sorridendo alcuni difficili sì, anche se ti spezzano il cuore. Lasciarli andare senza un lamento, sopportando il vuoto e il silenzio che si lasciano dietro, ma rimanere sempre lì, per loro, ogni volta che desiderano tornare.
Fare tappezzeria nella loro esistenza, ma diventare protagonista, quando serve un supporto, una mano, un'iniezione di fiducia.
Ridere di te stessa con loro, nascondendo tutte le lacrime che versi quando nessuno ti vede.
E capire d'improvviso che sanno.
Sanno chi sei, ciò che fai, come lo fai e per chi.
Capire che ti amano, ti apprezzano e sono tutti accanto a te.
Un circolo magico d'amore che ti rende tutto ciò che hai regalato, per anni, senza farti notare né aspettarti qualcosa in cambio.
Chi semina, raccoglie. E quello di cui hai cura, dà buoni frutti.

Fine ottobre. Prove tecniche di pensionamento: com'era bello il mio mulino...



Che noia, che barba, che barba che noia. 
Tutti a ripetermi: preparati. Un marito in pensione è un PESO. Non ti mollerà un secondo, non saprà cosa fare, ti leverá la vita.
Come se gli uomini fosse quello che fanno, e non facessero quello che devono, sia pure con passione e - talvolta - persino entusiasmo. 
Help.
Chiamo a raccolta le donne che sono riuscite a mantenere i propri spazi anche "dopo".
Chi lo ha buttato fuori di casa si astenga, please. Non intendo quello.
Se esiste qualche altra moglie convinta, come me, che avere finalmente del tempo per noi  due sarà bellissimo, per favore batta un colpo.
Altrimenti mi sento una che crede agli unicorni rosa. 
(Scherzo. Mi dicevano che l'amore non dura per sempre, che il matrimonio è una gabbia, che i figli ti deludono sempre e che le famiglie felici non esistono. Però sono curiosa: qualcuno che crede che l'amore non soffra di artrite c'è? Ditemi la vostra.)
Risultato del sondaggio: otto commenti, cinque mogli d'antan molto ma molto felici. 
Confortante. 

Ultimo giorno di ottobre. Non di solo marito vive la donna: 



Le amiche di sempre. Quelle del liceo, quelle che ti hanno vista con i brufoli sul naso e col vestito da sposa, hanno assistito al funerale di tuo padre e alla nascita di tuo figlio, quelle che si sono sconvolte all'idea della tua vita sconvolta, ma hanno sempre saputo che tu ce l'avresti fatta. Anche se con quei quattro demoni ancora si chiedono come tu ci sia riuscita...
Quelle che sembrano onde sulla battigia: a volte si allontanano (la vita separa, anche se non vorresti...) ma dopo ritornano. Ritornano sempre. 
Amiche così amiche da accettare con entusiasmo l'idea di cenare tutte assieme: "Idea fantastica! Perché non facciamo da me? Così Monica vede anche casa mia... Io faccio contorni e dolce. Il secondo lo porti tu?" 
Tutto normale. Ognuna cucina quello che sa fare, chi non cucina porta il vino. Come quando stabilivamo le corvee durante le vacanze al mare.   
Che belle le amiche oltre le convenzioni sociali. 
❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤

Inizio novembre. 
E poi ci sono le famiglie acquisite.  Quelle che nessuno si aspetta, ma sulle quali sai di poter contare. Sempre.

Ci sono persone e situazioni che ti scaldano il cuore, così tanto da annullare il gelo creato dalla cattiveria di altri. 
Capita che una zia acquisita ti dimostri un affetto infinito, al punto da farti sentire come se fossi sua nipote veramente. 
Capita che questa zia, parlando di te e della tua famiglia, si commuova sino alle lacrime. 
Capita che si scusi, per questa sua emotività, e poi te lo dica: "Tu sei per me una nipote vera. Davvero." 
E li sei tu, quella che si ritrova con le tasche piene di lacrime. 
Perché la zia in questione non è la zia di tuo marito, né la moglie di tuo zio. È la zia della madre dei tuoi figli. E accanto a lei ci sono o suoi tre splendidi figli. I tuoi cugini.
❤❤❤❤❤❤❤❤

Metà novembre. Giunti alla meta, finalmente!
Perché non è la fine, ma un nuovo inizio...


Ok. 24 anni sono parecchi. Siamo stanchi, invecchiati, disillusi e preoccupati. Lavoriamo sempre come muli - quando hai preso il vizio, non te lo togli. Se ti riposi, ti pare di perdere tempo: così, anche se non hai da fare, te lo crei- senza nemmeno un lamento.
Discutiamo meno, e meglio, ma, per quanto mi riguarda, un v@@@@lo non si nega a nessuno. Così  non lascio questioni in sospeso.
Lui, invece, è mr. Aventino: mette il muso, e resta zitto per giorni. Più ha torto, più a lungo tace: perché lo sa, il verme, la fatica che faccio a rimanere arrabbiata.
Però è un campione di pazienza, con me, quando spacco il capello in quattro, gli peso le parole e prendo fuoco per le c@@@te.
Per quello non tengo il punto, quando capisco di avere cannato: a chiedere scusa si risolve tutto, e riderci sopra fa bene anche alle coronarie.
Scusa, a quell'orso, non l'ho sentito chiedere mai, invece.
Ma come riesce a capovolgere lui, il suo atteggiamento, quando capisce di averla combinata, nessuno. Nessuno al mondo.
Mia figlia dice che sono una santa, con lui, mentre Matteo mi chiama Karli, e ho detto tutto...
I nostri figli ci osservano battibeccare, e ghignano, chiamandoci "la coppia che scoppia", poi però ridono, quando papà, di ritorno dal lavoro, con un piede ancora fuori casa, già chiede: "Dov'è la mamma?"
In mancanza di figli, s'informa col gatto.
È uno spaccamaroni professionista, mio marito, ma è l'unico al mondo col il quale non abbia mai dovuto giocare in difesa, e il solo al mondo  che per difendermi si giocherebbe anche la vita.
E poi, c'è il suo lato migliore. Quello che non vuole sembrare il più bravo, il più bello e il più intelligente del mondo, a spese dell'autostima degli altri. Quello che ti gratifica, senza cercare contropartita. Quello che conosce la gratitudine ed è generoso come nessuno. Quello che ti guarda negli occhi, dopo che hai fatto due chiacchiere al telefono con tuo figlio maggiore, e ti dice: "Ma quanto sei stata brava con quei ragazzi? Ma lo vedi che figli hai tirato su?"
Con l'orgoglio che fa a gara con l'amore a chi brilla di più, nello sguardo.
Tutto ciò in risposta a chi si domanda come farò, adesso che va in pensione, a sopportarlo dalla mattina alla sera. A chi si chiede come sia possibile, che dopo tanti anni ancora ci guardiamo l'un l'altro come se non ci fosse nessuno, attorno a noi. A chi non trovava, trova e troverà un senso, al nostro esserci scelti, e continuare a farlo ogni giorno della nostra vita.
Ebbene, va bene: siamo strani. Inconsueti, poco comprensibili, fuori dagli schemi e inclassificabili. Però stiamo bene così. E speriamo di continuare a poterci rompere le b@@@e a vicenda per molto altro tempo ancora.

Iniziamo male. Forse perché è il 17?




Primo giorno da pensionato: a Milano, di corsa, a raccogliere il figlio e le sue masserizie.
La residenza (convenzionata Cattolica) dove è alloggiato, in foresteria, ha perso l'abitabilità. Il ragazzo è su una strada, dall'oggi al domani.
Tutte a noi, ragazzi. Tutte a noi.
Nota: il randagio è stato accolto da Terry (nominata d'ufficio eroe del mese), mentre gli amici e compagni di sventura hanno attivato l'unità di crisi dello studente fuori sede, sezione "terroni al Nord", e da dicembre hanno già trovato un appartamento da condividere.
Morale della favola: se non ci fossero gli amici...

Terza di novembre. Che fine ha fatto nostro figlio maggiore? Non lo vediamo più!
Vero. Non lo vediamo, ma io lo sento...
"Mamma, sono oberato di lavoro. Roba da schiantare, veramente..."
"Tesoro, ma se in questo periodo vuoi venire a cena da noi, quando torni, ti faccio da mangiare volentieri!"
"Insomma, non vorrei giungere a tanto. Certo che ci stanno  spremendo, questo sì!"
A tanto. Riparare da sua madre per cena è  TANTO.
Alla faccia dei bamboccioni. Tiè!

Il sabato NEL villaggio. 24 novembre.
E poi azioni un elicottero in salotto, in montagna, perché hai la testa da un'altra parte, e non finisci niente di quello che inizi...

Contare. Contare i mesi, poi i giorni, infine le ore, addirittura i minuti.
Il tempo sembra rallentare, quando penso al giorno in cui lo rivedrò, il mio filosofo,  inghiottito dal Paese di Tanto Tanto Lontano.
Un Paese che gli sta offrendo una grandissima esperienza, di crescita professionale e personale.
Un Paese che l'ha accolto, offrendogli una carriera che la miopia di una classe politica piegata su sé stessa nega, ai figli della propria terra.
Un Paese dal quale torna una volta all'anno, e mai per rimanere.
Ci sono attimi in cui ti si strazia il cuore, a saperlo all'altro capo del mondo, tuo figlio.
Quando senti la sua voce, ma non lo puoi stringere. Quando sparisce dal web, per giorni interi, e tu non riesci a fare a meno di pensare che se sta male, se è in pericolo, se è solo o infelice, tu non lo puoi sapere. E anche se lo sai, di essere solo una mamma in paranoia, non riesci a domarla del tutto, quella dannata ansia irrazionale. Fino al prossimo accesso.
Diecimila chilometri sono tanti. Ci vuole tanto amore, per non farglielo pesare.
Fatemi preparare. Mi restano solo otto giorni per spazzare via le briciole di cuore, che mi sono cadute in tutti questi mesi, nascondendole sotto il tappeto della sala, addobbata a festa per accoglierlo.
Fatemi truccare un po': magari non si vedono, le piccole incisioni lasciate sul volto dalle notti insonni, passate a chiedermi se se la sarebbe cavata, oppure no.
Fatemi sorridere, mentre dimentico tutto, travolta dall'entusiasmo di averlo di nuovo qui. Con tutti noi.
Otto giorni all'alba.

Riempi il tempo col marito, il 2 dicembre:




E con l'amica ritrovata, il 3...







Fino al giorno fatidico. 8 dicembre.
24 anni precisi al tuo primo incontro con la family...
Siamo scemi, è dimostrato scientificamente. Mio marito è sveglio dalle tre e mezzo, e traccia il volo sulla mappa dalle sei. Io pulisco, spolvero, lucido e sterilizzo che nemmeno l'Apemaia.
"No, perché, sai, lui è allergico alla polvere..."
Come se in Cina, Giappone, Hong Kong, Cambogia e tutti i posti dov'è stato gli avessero preparato la camera sterile...
Cretina, vi dico.
Ma se mi nuovo, non penso.
Tra due ore atterra. Dopo un anno lo rivediamo, il nostro filosofo.
Datemi i sali!
😉

E per finire, due giorni fa: sorry, I don't selfie!
Mi è capitato che un'amica mi chiedesse le foto di quando Andrea è sceso dall'aereo.
Mi sono resa conto di non aver scattato una sola foto, da quando è tornato, e gliel'ho detto.
Lo, so, siamo rimasti in pochi.  Da quando i nostri telefoni sono diventati strumenti ottici di massa, la gente fotografa tutto, dall'outfit ai pasti, dall'aperitivo al post-sex.
E poi condivide. Mentre vive, condivide.
Bravi loro. Io non ci riesco.
Travolta dagli eventi, dimentico il cellulare in borsetta, qualche volta addirittura a casetta.
Così, le foto me le devo fare in testa, e fissare i colori in modo che non sbiadiscano.

All'aeroporto, l'8 dicembre, Jurassico e io studiavamo con ansia ogni figura che si profilava sulla porta d'uscita, ed era una piccola delusione ogni volta che non era lui, il nostro filosofo. L'eccitazione espressa dal folto gruppo di giovani accanto a noi, in euforica attesa di qualcuno, ci toccava, coinvolgeva, e nello stesso tempo aggiungeva insopportabile elettricità a uno stato d'animo già spasmodico.
Non riuscivamo - letteralmente - a stare fermi con i piedi.
Quando, finalmente, l'uomo è arrivato, l'ha fatto dall'uscita controlaterle,  quella dalla quale non passava NESSUNO.
Poteva non essere così?
Sempre voce fuori dal coro, mio figlio Andrea. Si è materializzato in mezzo all'ingresso, solo e un po' spaesato, cercandoci con gli occhi, un lampo nero in un volto pallido per la stanchezza.
Suo padre me lo ha indicato, e mi si è fermato il cuore. Tre secondi dopo era tra le nostre braccia, e la gioia è esplosa tanto forte da mozzarci il fiato per parecchi secondi.
Poi, abbiamo iniziato a parlare fitto tutto, e ci siamo fatti raccontare un anno di vita in un'ora di auto.
Dopo, è stato silenzio e notte fonda. Con il nostro Andrea, di nuovo sotto il nostro tetto. Come quando era piccino, e da solo non dormiva, perché stare solo gli faceva paura, da quando gli era morta la mamma.
Ora, stiamo vivendo con tutta l'intensità possibile ogni attimo della rassicurante normalità di vederlo girare per casa, guardarlo lavorare da remoto, mangiare con lui, sentire che c'è, e non solo in spirito.
La prossima settimana torneranno anche i suoi fratelli da Milano, e la famiglia sarà al completo. Il maggiore si farà vedere tutti i giorni, lavoro permettendo, e la Stamberga tornerà chiassosa e incasinata come un tempo.
Saranno le tre settimane più belle dell'anno.

Eccolo, il mio selfie. È un po' sfocata, forse, come immagine, un po' annebbiata dalle lacrime, ma spero che sia sufficiente, per rendere l'idea.

Un post, sei mesi di Casa per Caso. Se ancora nell'etere c'è qualcuno che legge questo blog, vi ho aggiornato.
Mi faccio rivedere,  promesso, per gli auguri di Natale.
Un abbraccio, da una Mpc di nuovo in modalità chioccia.
❤❤❤❤

lunedì 9 luglio 2018

Mamma supporter

Ieri sera...

Stamattina.


La presenza, a distanza. 
Fare il genitore è una forma d'arte. 😎

giovedì 21 giugno 2018

La sigla di Peppa Pig

Ok. Lo sono stata anch'io. Una donna childfree, intendo. Convinta di non essere tagliata nemmeno per la vita a due, figuriamoci cosa potevo pensare di maternità e dintorni. 
Ergo, sono profondamente solidale con chi decide di non riprodursi, e s'infastidisce con chi gli fa pesare la sua scelta. 
A vedere la qualità dei genitori che si aggirano per le scuole, tra l'altro, vien spontaneo pensare che dovrebbero imporre almeno un patentino, a chi manifesta velleità genitoriali. 'Sta storia che, per il semplice fatto di possedere un apparato riproduttivo, un figlio lo può fare chiunque è una grande ingiustizia. Nei confronti del prodotto del concepimento, il quale non di rado si trova a fare i conti con una coppia genitoriale da dimenticare. 
Pertanto, sono la prima a sollevare il sopracciglio di fronte alle pretese di superiorità degli oltranzisti della riproduzione. Con calma, ragazzi. 
Mamme non si nasce, si diventa. E vi garantisco che la fase gestatoria non c'entra un accidente, con la maternità sul campo. Ve lo dice una che ha provato ambedue le condizioni, quella di mamma adottiva, poi di mamma bio, contestualmente trasformata in mamma mista. Un casino governabile solo con le ragioni del cuore, non certo con le pulsioni ormonali. 
La paternità è più uno stato di grazia che biologico: alla fine, il contributo maschile consiste in mezza cellula, mollata lì in un momento nel quale a ben altro si pensava. Da lì in poi, è tutta una roba di testa e cuore, con un notevole dispendio d'anima.
A noi genitori dovrebbero imporre aggiornamenti obbligatori, anno dopo anno, fino al raggiungimento della maggiore età dell'ultimo nato. Forse ciò ci aiuterebbe a fare meno ca@@@@te.
E lo dico da multimadre fiera e soddisfatta, con una valanga di figli all'attivo: le certezze sono nemiche della buona riuscita della nostra avventura. 
Tuttavia, non capisco nemmeno l'accanimento che traspare dalle parole dei non riprodotti. Ragazzi, va bene che siete una minoranza, e che pretendete rispetto. Concordo perfettamente con voi sul fatto che avere una nidiata di discendenti non ci pone al di sopra del vostro livello. Sono la prima a trattenermi a stento, quando genitori mosci lasciano liberi di delinquere orde di ragazzini sciamannati. Potessi, li prenderei a schiaffoni. I mosci, intendo, non i loro piccoli. Quelli sono solo il prodotto di un abominio educativo. 
Però, per favore, non esagerate. L'ironia va benissimo, la maneggio io stessa con successo da un quarto di secolo, ma il sarcasmo, quello no. Il sarcasmo, cortesemente, risparmiatecelo. 
Questa storia del non fare figli avrà ben presto conseguenze molto gravi sulla tenuta della nostra società: molti vecchi, giovani poco numerosi e molto volatili (nel senso che in tanti prendono un volo di sola andata per casa del diavolo), significherà problemi di ogni genere. Finanziari e organizzativi. 
Una società ripiegata su sé stessa, edonista, che sfrutta il presente senza pensare al futuro, è una società destinata a morire, o a trasformarsi in qualcosa di altro. Finiremo con l'importare sangue fresco da dove ancora i figli si fanno, con buna pace di chi s'inca@@@a perché non riusciamo a preservare la razza. 
Quanto alle domeniche pigre, con Debussy in sottofondo e un piacevole silenzio nel quale galleggiare, tranquilli. Ce le godiamo anche noi. Noi che i figli li abbiamo fatti, e a suo tempo ci siamo goduti le domeniche tutti nel lettone, con un piccolo attorcigliato attorno al collo, un medio coricato a leggere tra mamma e papà, mentre il grande disegnava grandi capolavori a pastello, steso sulla pancia assieme al gatto di casa. Sono momenti magici, quelli, se vogliamo momenti di assoluto casino e annullamento in favore dei giovani virgulti, ma attimi destinati a restare scolpiti per sempre nel nostro cuore. 
E quando i nostri pulcini diventano marcantoni alti così, o signorine di grande personalità, quando li guardiamo crescere, lottare, soffrire e vincere, spiegando le ali per andarsene lontano da noi, la sigla di Peppa Pig ci rimane nel cuore. E' la colonna sonora di un tempo felice, delle favole che sembrano vere e di Babbo Natale che porta i regali. Il tempo nel quale i nostri figli erano bambini, noi ancora giovani e tutto sembrava possibile. 
Ora abbiamo riacquistato la nostra libertà, abbiamo meno da fare, la nostra casa è quasi sempre vuota e il frigo ormai fa l'eco, da stracolmo che era. Ma i ricordi, quelli restano. Quelle perle di gioia pura, che solo il rapporto con un figlio ti sa dare. E rimane anche l'amore. Un tessuto di affetti solido, indistruttibile, che copre e avvolge ogni membro della famiglia, regalando a noi e ai nostri figli la sensazione di non essere mai soli, nemmeno quando siamo soli. 
Essere genitore ti insegna quanto sia più bello dare che ricevere, ma se hai fatto un buon lavoro tutto ciò che hai dato ti verrà restituito, in termini di amore, cura e attenzione. E non parlo di cure fisiche. Quelle si possono comprare, e se non hai figli di soldi te ne rimangono di sicuro molti di più. Ma il cuore pulsante, spedito su Whapp da un figlio lontano, la visita lampo di un figlio vicino, magari solo per oggi, l'audio di una figlia alla quale manchi perché sta per dare un esame e vorrebbe la mamma, o il bramito di quello che studia nella stanza accanto alla tua, e non ne può più della matematica, ecco, quelli non sono in vendita. E non c'è niente al mondo che valga di più, per chi ne ha fatto esperienza. 
Tutto ciò per dire: fate pure come credete, ragazzi. Meglio un no kid soddisfatto che un genitore sbagliato. Massimo rispetto per chi riconosce i suoi limiti e tara la sua vita su sé stesso e i propri bisogni. 
Ma la supponenza del chilfree che sa godersi la vita più di me, anche no. 
I bambini sono il futuro del mondo, il suo sorriso, la speranza più pura. Educhiamoli bene, non smettiamo di farne. Sarebbe la nostra fine. 

martedì 22 maggio 2018

Diventa inutile (?)

Fantastico. Dopo averci fatto sentire inadeguate, madri a metà e genitrici snaturare perché non vivevamo incollate ai nostri figli, non gli facevamo la cartella e non supervisionavamo i compiti a casa, ora - a cinquant'anni suonati, a quelle è indirizzato il messaggio del maitre a penser di turno - ci dicono che per essere brave mamme dobbiamo diventare inutili. Smettere di proteggerli, lasciarli sbagliare, farli prendere le loro decisioni in autonomia, senza soffocarli con le nostre paure.
E questo lo dovremmo fare ORA?
Signori miei, questa è una partita che, semmai, è già stata giocata. Come, lo dice quel che i nostri ragazzi sono diventati.
Se sono o non sono bamboccioni, dipende da quello che abbiamo fatto fino ad oggi. Da qui in poi, quel che abbiamo seminato, raccoglieremo.
Adesso, semmai, dobbiamo cominciare a pensare a noi stesse. Genitori vecchi e nipoti nuovi permettendo. 
Noi che vediamo i nostri ex-nidiacei prendere il volo, e non ci facciamo prendere dalla sindrome del nido vuoto. Anzi, se siamo furbe, quel nido, finalmente pulito e ordinato, ce lo godiamo tutto.
Noi che sorridiamo mentre si chiudono la porta alle spalle, e facciamo finta di niente anche se vanno a finire in capo al mondo.
La loro felicità è sempre stata il nostro scopo, no? Quindi, sapendoli soddisfatti e realizzati non possiamo che gongolare.
Noi che rappresentiamo il passato, per loro che guardano solo al futuro, e questa funzione di tappezzeria la vediamo come una mano santa per il nostro sistema nervoso.
Osservandoli decidere, commentando solo se interpellate, possiamo rilassarci. Dopo decadi di colloqui con gli insegnanti, riunioni di orientamento, open days e notti bianche, siamo fuori dai giochi. Alleluja! 
Noi che possiamo dirci orgogliose di come li abbiamo cresciuti, quando li vediamo onesti, in gamba, indipendenti e coraggiosi.
Noi che ci siamo fatte un mazzo così per trent'anni e più, adesso torniamo padrone del nostro tempo. Al netto degli impegni, ovviamente. Ma almeno non dobbiamo fare dieci cose nel tempo di una. 
Però non siamo inutili. È questo il bello.
Il nostro parere conta, i nostri consigli sono validi, la nostra opinione è presa in considerazione. Poi, i giovani tirano le somme e decidono da sé, ma lo fanno dopo averci interpellate.
Quindi, per favore, non diteci di sforzarci di diventare inutili. Piuttosto, vale l'esatto contrario: possiamo renderci utili, senza crederci indispensabili. E non dobbiamo mai, mai renderli dipendenti da noi. Quello, sì, che sarebbe un errore madornale. Per noi e soprattutto per i nostri figli. 

venerdì 11 maggio 2018

Festa della mamma

Ok, la festa della mamma si avvicina.  E con essa mi lambisce l'onda lunga della retorica di un Paese che idealizza la figura materna, senza sapere niente di quello che significa davvero, essere mamma.
Essere una non conventional  mother, per esempio, ed esserlo ai tempi della Rete. Conversazioni con tuo figlio che vive a 10.000 km da te, scambiandosi note vocali su Whapp, a volte in differita, qualche - rarissima - volta in tempo reale. Perché con 'sta storia del fuso una telefonata diventa difficile, ma parlare è meglio di scrivere.
Così senti la sua voce, e per qualche istante ti sembra di averlo lì, accanto a te. Ma siccome lo ami da morire, te la fai andare bene anche così. Lasciando l'ultimo messaggio a galleggiare sulle onde del web, perché lui nel frattempo si è disconnesso, riagganciato dell'ennesima urgenza della sua lanciatissima vita.
Foto a raffica da Roma, dove tuo figlio informatico si sta occupando di un'azienda così grossa che non ve la nomino nemmeno. E tu guardi quegli scorci  stupendi con il cuore gonfio di un orgoglio che sei costretta a nascondere, per non apparire patetica.
L'ultimogenito affida a due note vocali il disappunto per aver trovato un'aula strapiena, perdendo lezione, per poi chiedere lumi sulle tecniche per mantenere il candore delle sue scarpe nuove. A dimostrare che un addestramento adeguato fa miracoli, persino con gli animali selvaggi.
E poi c'è tua figlia, l'unica femmina, quella con la quale avrai sempre un rapporto speciale.
Lei,  che rimane la tua cucciola, e come te adora  che le cose rimangano così.  Persino ora, che ha l'età di tua madre quando ha partorito te, e la tua quando sei diventata direttore di farmacia.
Una storia d'amore a distanza, che si nutre di conversazioni che si chiudono quasi sempre come quella qui sotto: 


Chissà cosa direbbero quelli che mi davano tre mesi prima di fuggire, quasi un quarto di secolo fa?
E le bio-mamme, che mi fissavano incredule rispetto al mio amore, convinte che la maternità uterina le collocasse tre piani al di sopra del mio?
A tutte le mamme del mondo, che si sentono dire  che sono mamme di serie B, perché lavorano troppo, sono step mothers, adottive, affidatarie, del genere sbagliato o con la compagna sbagliata, oppure nonne costrette dalla vita a sostituire una mamma scomparsa o fuggita: tanti auguri a noi, ragazze. Tanti auguri a noi, mamme per scelta, mamme nel cuore, mamme che del DNA si fanno un baffo, ma hanno capito tutto della mappa dei sentimenti.

venerdì 20 aprile 2018

Le regole del genitore imperfetto

Questo post me l'ha ispirato il commento di una mia amica su feisbuc. Lei mi suggeriva di scrivere un manuale d'istruzioni per l'uso dei figli, ma io sono convinta che meno di due paginette siano più che sufficienti per mettere giù le mie regole auree. 
In un mondo nel quale tutti sembrano avere la verità in tasca, e meno uno ne sa, più pontifica, la mia qualifica di madre disperata mi sembra la più indicata, per indicare la via a chi volesse seguirmi. Tra imperfetti ci si comprende.
Già, perché per crescere decentemente un figlio non è necessario essere bravi, bensì essere bravi a gestire gli errori. Capito questo, sarà tutta una strada in discesa. 

1)      Abbiate il coraggio dei vostri sbagli. Negarli non li cancellerebbe, né li renderebbe meno gravi. Siamo umani, impreparati, emotivamente coinvolti e inesperti. Come potremmo non sbagliare? Piuttosto, concentratevi su come porre rimedio agli svarioni, presto e meglio che potete. Sbagliando s’impara. Tutti, genitori e figli.

2)     Non cercate il colpevole, nemmeno se quel colpevole siete voi. Non dovete riscrivere Delitto e Castigo, ma fare in modo che non siano i vostri figli a pagare il conto di una svista, un errore di valutazione, una premessa sbagliata o una conclusione affrettata. A tutto c’è rimedio, fuorché alla presunzione.

3)     Sbagliate di testa vostra. Approntate una strategia assieme al genitore controlaterale, consultatevi con gli insegnanti, state a sentire nonni, zii, parenti vari con mezzo orecchio, e poi basta. Tutti gli altri, possono darvi al massimo degli spunti, ma, dal momento che non vivono con voi e non hanno un quadro completo della vostra situazione familiare e di coppia, non possono giudicare. Né tantomeno condannare. Ignorateli.

4)     Ascoltateli. I figli, dico. Quando parlate con loro, ascoltateli. Anche quando non siete d’accordo, anche quando sparano idiozie, anche quando sono insopportabili, presuntuosi, polemici e stressanti. Passate al setaccio, le loro parole vi diranno molto di più di quello che avreste creduto. Sia voi che loro.

5)     Non parlatevi addosso. Le prediche lasciano il tempo che trovano. Dategli l’esempio, premiate i comportamenti virtuosi e sanzionate quelli dannosi. Coerenza, coerenza, coerenza. Molto più utile di una verbosa eloquenza.

6)     Non perdete la speranza. Nulla danneggia di più un figlio di un genitore sfiduciato, che gli appiccica in fronte l’etichetta di turno. Dategli fiducia anche quando non se la meritano. Non fermatevi alla seconda occasione: dategliene una terza, poi una quarta, e via così, senza stancarvi. Arriverà il momento in cui sentiranno di doversela meritare, questa indomabile fiducia.

7)     Non assolveteli. Le nuove occasioni devono scaturire da una focalizzazione impietosa dei fatti, un’analisi degli antefatti, e soprattutto, dal pagamento delle conseguenze di quei fatti. Se siamo generosi ci rispettano, se siamo deboli ci calpestano. E un genitore zerbino cresce figli al suo livello.

8)    Non fustigatevi. Non è sempre colpa nostra. Anche loro ci mettono del loro, e a volte a noi non rimane che guardarli sbattere contro il muro. Poi, andremo a raccogliere i cocci e ad incollarli. Noi e loro, assieme. Perché l’unione fa la forza.

9)     Non esaltatevi. Come sopra: non è tutto merito nostro. Ho visto persone magnifiche cresciute così nonostante avessero dei genitori di m@@@a. A volte i figli sono così bravi da sorprenderci. Godetevene la gioia senza pretenderne il merito.

10)  Siate equanimi. Il che non significa usare lo stesso metro per tutti. Significa usare il sistema di misura adeguato per ogni figlio, sulla base di un criterio di valutazione uguale per tutti. I favoritismi creano inimicizie eterne, come eterno è il legame di fratelli cresciuti in un ambiente giusto e sereno.

Eccolo qui, il mio decalogo prêt-à-porter. Fin qui, mi ha permesso di sopravvivere. Ai banchi di scogli, alle rapide, alle secche, ai momenti di bonaccia e a quelli di vento contrario. Ho imparato a navigare con il vento di bolina, scoprendo che è molto divertente anche se non è facile. Mi sono rilassata quando arrivava a mezza nave, mentre il vento in poppa devo dire che mi annoia. Non dico che mi piacciano i problemi, ma le sfide, quelle sì.
E un figlio intelligente, capace e volitivo è una sfida. Sempre.

venerdì 30 marzo 2018

Cascare in piedi. Sempre.

Marzo è mese molto intenso, a Casa per Caso. I compleanni - quattro- iniziano da fine febbraio. Il mio forno fa gli straordinari, anche perché, oltre alla mia già non trascurabile famiglia, devo far dolci anche per tutto il reparto dell'amato bene. 
Si giunge così all'agognato fine mese, che con quello della befana tutti i compleanni porta via. 
E che mi combina il Jurassico, che non parla d'altro da una settimana? 
Si scorda di farmi gli auguri. Dopo circa mezz'ora dal risveglio, glielo faccio notare con un sorrisetto. 
Si alza di scatto, scusandosi, mi abbraccia, mi bacia e sussurra: "È successo perché per me è la tua festa tutti i giorni. E io voglio che tu ti senta la festeggiata ogni giorno."
L'ho preso in giro per la manovra spericolata attuata per evitare il disastro. 
Però poi ho dovuto sorridere. Perché è proprio vero ciò che ha detto. 
Tanti auguri a me! 

venerdì 16 febbraio 2018

Siamo una squadra fortissimi

Perché noi mamme in famiglia siamo l'AD, il tesoriere e pure il collegio dei probiviri. Anche se siamo una, e pure donna.
Perché noi esercitiamo potere legislativo, esecutivo e giudiziario.
Siamo il massimo rappresentante della diplomazia, dentro e fuori dal nucleo, e manteniamo i contatti con tutti, scongiurando conflitti, favorendo la distensione, spezzando le alleanze pericolose trasformandole in  una cooperazione virtuosa, a favore di tutti.
Ci sembra di essere l'Alfa e l'Omega, il fulcro, la testata d'angolo. E te lo dicono pure, giusto per farti stare tranquilla: se manchi tu, qui crolla tutto.
Poi il marito ti inoltra il messaggio che ha mandato al figlio "piccolo" la mattina del suo primo orale all'università.
E tu capisci che senza di lui, nulla funzionerebbe a dovere. Che se niente crolla, è perché c'è lui che puntella. Tutti, te inclusa.
Perché il motore può essere potente finché vuoi, ma senza benzina non cammina.
A un figlio puoi dare tutto, ma senza motivazione non andrà da nessuna parte.
E nessuno sa motivare il prossimo più di tuo marito.
Ok, è ora di dirlo. I figli si fanno in due, si crescono in due,  si tirano su bene - o si rovinano - sempre in due.
Dietro a una gran mamma c'è sempre un ottimo papà. 
Grazie, Jurassico. Siamo una bella squadra, per quello la nostra squadra di figli è così bella.