giovedì 22 settembre 2016

Senza speranza

No, non se ne può più. La mia famiglia merita il Nobel per la pazienza, con me.
Superata l'emergenza grizzly, con Jurassico ormai tornato il plantigrado di sempre (in perenne letargo davanti alla TV, scandalosamente vorace in tavola, dal ruggito facile ma fondamentalmente innocuo) ora dobbiamo fare i conti con una Mpc in modalità svampita. Tutti, me compresa. 
Sempre persa nella scia dei miei pensieri, incalzata dai problemi e assillata dalle preoccupazioni, ormai vivo in una dimensione alternativa, sopravvivendo solo grazie all'adrenalina che mi circola, a torrenti, nelle vene. 
In più, soffro d'insonnia: così, mi sveglio all'alba, riesco a finire i quotidiani prima dell'arrivo del camion del pattume, mi alzo alle sei carica come una molla, faccio colazione con l'amato bene e per le otto ho praticamente finito con la normale amministrazione della casa. 
Il che mi lascia il tempo per dedicarmi ad altre faccende, troppo a lungo trascurate: qualche tempo fa, giusto pochi giorni prima dell'inizio della scuola, ho deciso di pulire la terrazza. Con l'idropompa. 
Il povero gaglioffo è stato risvegliato all'improvviso, alle sette e mezzo del mattino, dal rombo della macchina, manovrata dalla qui scrivente scriteriata, e dai barriti di suo padre, il quale tentava - invano - di attirare la mia attenzione. 
"Vale! Vale!!! VALEEEEEEE! Spegni quell'aggeggio, accidenti, che ti denunciano! Non sono nemmeno le otto..."
"Ohhhhhh... Santo cielo! Sono sveglia da così tanto tempo che non mi sono resa conto dell'ora..."
Guendalina: parevo l'oca degli Aristogatti. Solo sbronza, come lo zio Reginaldo. 
Matteo si è alzato furioso, col ciuffo e l'umore di traverso, fulminandomi con lo sguardo e scuotendo la testa, rassegnato. Sua madre è andata. 
Ogni tanto qualcuno richiama la mia attenzione su qualcosa che ho dimenticato, oppure sto sbagliando, e io reagisco come mi stessi svegliando in quel momento: "Ah sì?" , girando la testa tutt'attorno, manco fossi la Rosita di Banderas. 
Matteo mi fa il verso di continuo, e casa nostra ormai si è trasformata nel set di Zelig. 
L'apoteosi, poi, l'ho raggiunta martedì: all'una avevo prenotato in piscina, per provare un nuovo corso di acqua-bike. All'una e dieci, ero ancora alla Coop a far la spesa. 
Nel pomeriggio, ho scordato di cucinare la faraona arrosto, lasciandola nel frigo. Alle sei e un quarto, dieci minuti prima di uscire con i ragazzi (che mi hanno costretto ad andare in piscina sul serio, così ho accompagnato pure loro in palestra) sono stata folgorata dalla consapevolezza che, al nostro rientro, saremmo rimasti digiuni. 
Con la rapidità del fulmine, ho allestito la teglia, sistemato il pennuto su un letto di cipolle e vino bianco, mentre il forno andava rapidamente in temperatura. Ho regolato il timer, senza dire nulla a Jurassico (tanto lui il forno non lo sa usare) e son partita con i figli, soddisfatta della mia capacità di far fronte alle emergenze. Da me stessa provocate, ma non importa: l'importante è il risultato. 
Al rientro, sfiniti come muli e affamati come lucci, abbiamo trovato: Jurassico sul divano, che sonnecchiava col gatto sulla panza. Il forno, ormai freddo, che tintinnava la fine corsa. La faraona in cucina, ad attenderci. Cruda. 
Non l'avevo messa in forno. 
E ora non mi dite che non sono da ricovero! 



venerdì 16 settembre 2016

Non c'è più il rispetto...

... neanche tra di noi. Non c'è più il contatto... tra i miei neuroni corticali e l'apparato motorio. 
Ragazzi, ce la siamo giocata. Mpc è andata, e tanti saluti ad amici e parenti. 
Atto primo, scena prima: attore protagonista, il gaglioffo. Già pronto per andare a scuola, cellulare stretto in mano, capello scolpito, zaino in spalla. Un figo, detto per inciso. 
Fermo a metà scala, mi sta fissando con espressione temporalesca. Gli occhi mandano lampi, la fronte è corrugata, l'atmosfera attorno a lui diventa elettrica. 
Alla base della scala, si nota una Mpc dall'aria insolitamente contrita. 
Capello approssimativo, faccia  dilavata per l'assenza di trucco, addosso ancora la camicia da notte wron! wron!  (con tanto di gatto con gli occhiali), la osserviamo tendere con precauzione un paio di cuffiette al figlio. 
Questi solleva la zampa, delle dimensioni di un badile, solleva con studiata lentezza il dito medio, quindi allunga la pericolosa estremità verso la genitrice, afferrando le cuffiette. 
La genitrice incassa, inarcando le sopracciglia, scusandosi in un bisbiglio. 
Si scosta quindi di lato, lasciando spazio al figlio, il quale, più altero di Re Leone, se ne va borbottando qualcosa sulla instabilità mentale e le sue conseguenze. 
No, non è impazzito. No, non mi sono bevuta il cervello, a farmi trattare così. Il problema è che ha ragione lui. Così ragione da essere stato bravo a non subissarmi di improperi. Dopo dieci minuti che vaga per la casa, cercando inutilmente le sue cuffiette, con il sottofondo della mia voce che gli suggerisce vari, possibili posti dove l'oggetto è stato avvistato negli ultimi tre giorni, mi vede sfrecciare verso la cucina al piano terra. Un breve trambusto, e ricompaio con le cuffiette in mano. 
"Dov'erano?"
"..."
"Mamma! Dove le avevi messe?"
"Ahem... Le ho scambiate per le mie. Le ho avvolte su se stesse e le ho riposte nella custodia dei miei occhiali..."
"Ehhh?!?!"
"Mi servivano per trascrivere un audio dal mio cellulare... Così le ho messe via assieme agli occhiali, per non dimenticarle giù. E dopo me ne sono dimenticata."
Segue scena sopra descritta. 
Con premesse del genere, non posso offendermi perché mio figlio mi fa oggetto di gesti scurrili. Mi considero fortunata che non abbia ancora assoldato un killer per togliermi di torno. Definitivamente! 

mercoledì 14 settembre 2016

Pur sempre insieme

Ha funzionato. Devo dire che l'intervento in forze dei due giovani di famiglia ha rimesso Jurassico in riga. Vedere nostra figlia stesa a letto accanto a me e suo fratello minore seduto al nostro fianco, intenti a confortarmi e a stigmatizzare i suoi comportamenti insensati, deve averlo indotto a mettersi una mano sulla coscienza. 
L'essere rimasto solo soletto nel lettone nelle ultime tre o quattro notti probabilmente ha fatto il resto. 
No, non è una ritorsione. E' che quello, reso intollerante dalla sofferenza, abbassa il condizionatore al punto da far rinominare la camera nuziale "l'obitorio", e io in quel freezer non ci dormo. 
Inoltre, svariati problemi rendono agitate le mie notti: e quando sono nervosa dormo poco, ma leggo molto. Ora, per quanto l'uomo possa amarmi, posso comprendere il suo fastidio, quando socchiude un occhio alle due, alle tre, alle cinque e alle sei, beccandomi sempre con l'e-book in funzione. Avrà anche una luce flebile, ma sempre luce è. Poi mi muovo, mi agito, in una parola: rompo. 
Non intenzionalmente, ma fortemente. E quindi, sono migrata in camera di Andrea. Tanto quello ormai è andato, e chissà se e quando tornerà. 
Comunque sia, l'uomo della mia vita (definizione di Matteo, che non credo intenda farci un complimento...) ha ricominciato a comportarsi come un essere umano. Dismessi i panni del grizzly, quando rientra a casa lo percepisci solo a causa del brusco calo termico. Come la regina delle  nevi, dove passa lui, si formano le concrezioni di ghiaccio. 
Però è carino, amorevole, gentile e, persino, premuroso. 
Anzi, oggi mi ha tratto d'impaccio, salvando anche la zampa di un altro plantigrado: Fratello per Caso.  Impensierito da una mia telefonata preoccupata, ha organizzato un soccorso rapido er il cognato, ingessato al piede da lunedì mattina. 
L'ortopedia sta diventando una moda, quaggiù: Jurassico, mio fratello, una carissima amica di famiglia e un paio di amiche di mia madre sono finiti (o finiranno) con le stampelle. Sto pensando di organizzare un pulmino e di portare tutti al Santo...
Stamattina sono andata a vedere come stava, e l'ho trovato grondante sudore (il condizionatore non si accende nemmeno con 30°, in quella casa lì. L'aurea mediocritas non fa parte del vocabolario dei miei parenti, a quanto pare), e con le dita del piede che sembravano petali di una pervinca. 
Dal momento che, sollevando il piede, il blu sfumava a un rosso acceso, il problema era stato derubricato a "normale amministrazione". 
Meno male che Jurassico c'è.  In meno di un quarto d'ora, aveva già allertato il collega di turno. Quando sono arrivata in sala gessi, dopo nemmeno un minuto avevano già il flessibile in mano: più che in un gambaletto, il mio povero fratello pareva preso in una tagliola. 
Già un po' strettino all'origine, dopo quarantott'ore di caldo mortale il piede si era gonfiato fino a non starci proprio più, in quel sarcofago. 
Grazie al cielo, danni non ce ne sono stati. Però, santo cielo, è possibile che, rientrata un'emergenza, se ne apra subito un'altra??? Posso io pensare anche per conto terzi, e scontrarmi anche contro la resistenza passiva dei nati imparati, che arrivano a infliggere agli altri diagnosi fai da te? 
Quanta pazienza, santo cielo, quanta...

domenica 11 settembre 2016

Signore, dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare...


...e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare.
Sulla saggezza per riuscire a distinguere le une dalle altre sto ancora lavorando. Mi impegno, però: m'impegno a fondo e confido nel successo.
In trincea sul fronte del cambiamento, devo ancora decidere dove collocare Jurassico. Lo piazziamo nelle cose da accettare o in quelle da cambiare?
Secondo i miei figli, a meno che non si decida a modificare il suo comportamento, sta diventando qualcosa da cambiare: ieri sera gli sono saltati alla gola, dicendogli chiaro chiaro che se non la smette di tormentarmi gliela faranno pagare loro due. Valentina si è spinta al punto di offrirsi di preparare la memoria da presentare al mio divorzista... E parlava sul serio.
Mi è toccato dire a tutti e due che non ho intenzione di separarmi!
Ecco a voi il sunto del casus belli.
Sempre a causa della perduta agilità del marito, sono anni che il nostro camper resta spiaggiato come un'enorme balena bianca, in giardino. Siamo giunti al punto di dover buttare un treno di ruote perché ovalizzate.
Ora, non sono imbecille: lo capisco che guidare un pachiderma di quelle dimensioni non è una passeggiata. Capisco anche come una persona, innervosita dalla sofferenza e impedita nei movimenti non desideri passare giorni e giorni rinchiuso in pochi metri quadri, guardando fuori dal finestrino panorami inviolabili, piste da sci impraticabili, passeggiate tra i boschi improponibili. Per tacere di città d'arte e simili, mai frequentate dal nostro anche in condizioni di perfetta salute.
Però... però... Bastava dirlo, no? Invece: negare, negare, negare sempre. Anche l'evidenza.
"Me lo dici come va...?"
"Sto benissimo"
"Sicuro? Ti è passato quel dolore alla gamba...?"
"Dolore? Quale dolore?"
"Quello per il quale non giochi più da sei settimane."
"Certo! era un semplice strappo... La prossima settimana torno sul campo."
"Bene. Allora nel fine settimana potremmo andar via col camper, no?"
"Sicuro! Tu preparalo, che venerdì sera si parte."
Venerdì: camper armato e attrezzato, i ragazzi preavvertiti e messi in sicurezza con scorte alimentari sufficienti, la sottoscritta isolata dal resto del mondo per dedicarsi alla gita a due... E lui torna a casa con il muso. Un muro di ostilità e di mutismo impenetrabile.
Seguono le mie futili domande: "Ma andiamo, allora...? Che ti succede? Hai cambiato idea? Non hai voglia di andare via...?" destinate a restare senza risposta.
Muto e igrugnato, si installa sul divano e accende la tv.
Un copione, questo, che si ripete da anni. Non mesi: anni!
Il tutto sotto lo sguardo perpelsso dei figli, i quali sempre di più lo considerano la reincarnazione del nonno Natale. Nella sua versione peggiore, tra l'altro: mio suocero si macinava dieci km a piedi tutti i giorni a 88 anni. Questo corre solo in ospedale: come varca la soglia di casa, inizia a strusciare i piedi sul pavimento e spostarsi - poco - con movimenti amebici.
Mpc, paziente quanto un monaco tibetano, ha subito, taciuto, sopportato per anni. Sperando che, col tempo, un po' di sale in zucca gli venisse, a 'sto benedett'uomo.
Attualmente, vista la degenerazione del suo disturbo e della situazione, ho preso una decisione: vendiamo l'elefante da trasporto. E' inutile tenerlo in bella mostra, ben sapendo che lo sci d'alta quota sarà un capitolo chiuso da qui all'eternità', e che senza quella spinta il palntigrado troverà sempre qualche ineliminabile causa per non schiodarlo dal giardino.
Figuriamoci! Qui non si vende nulla!
Le mie argomentazioni sono false e tendenziose, secondo il nostro eroe.
Noi il camper l'abbiamo sfruttato tantissimo (ho le prove! ci sono le foto!) e in futuro lo adopereremo ancora di più.
"Anzi, sai che ti dico? Questo fine settimana voglio proprio utilizzarlo: andiamo a dormire al fresco!"
"Scusa? Al fresco...? Ma dove pensi di andare? Domani dobbiamo essere a casa per mezzogiorno... "
"Non importa. Io questo posto non lo sopporto più, ho caldo, ci sono le zanzare, mi da fastidio dover accendere il condizionatore, voglio andare via!"
Inarrestabile.
All'una e mezzo eravamo già in strada: col camper ancora in assetto invernale (sci nel gavone a babordo, tute nell'armadio a tribordo, il piumone in mansarda). Scorte alimentari: due yogurt in frigo.
Temperatura interna della cellula: 32,5° Celsius. Rimasta fissa fino a destinazione, tra l'altro: e meno male che stavamo fuggendo dal caldo. Un'ora e mezzo di viaggio, senza informarmi circa la meta, sotto il sole cocente, rigorosamente a digiuno.
Verso le tre del pomeriggio, l'autonominato esempio di razionalità incarnata si è posto il problema: "Hai fame?"
Mi era passata, giuro. Solo che lui non ci credeva: ha iniziato quindi a ripetermi la domanda ogni cinque minuti, proponendomi tre soste mangerecce diverse. Da ammazzarlo in diretta.
Raggiunta alfine la meta, un parcheggio assolato, in mezzo a un paese di nessun interesse sull'Altopiano di Asiago, ho avuto un crollo fisico. Sono scesa dal camper per evitare di svenire.
Pare ci fosse una qualche mostra, in questo luogo ameno, ma il nostro non sapeva nè dove fosse , nè, soprattutto, se fosse ancora in corso.
Io sempre zitta, lui in evidente difficoltà. Pausa, col calore che sale dal manto di cemento, a distorcere le immagini attorno a me. E la disperazione di essere in simili mani a distorcere i pensieri nella mia testa.
Il nostro eroe non è tipo da arrendersi così facilmente. Mi piazza in mano il cellulare, dopo aver trovato un'alternativa a circa 10 km, e raggiunge il parcheggio numero due.
Uno sterrato, stavolta, con qualche albero attorno, di fronte a un laghetto artificiale infestato da rane e invaso dalle alghe.
Mi conduce in un bar, dove decide di pranzare con un gelato. Io, sempre cercando di rimanere calma e di comprendere, ordino un toast. Che mi viene consegnato mezz'ora dopo. E arriviamo così alle quattro e mezzo del pomeriggio...
Il parcheggio è pagato fino all'indomani, quindi sono autorizzata a sperare che l'incubo stia volgendo al termine. Mi leggerò qualcosa in camper, passeremo la notte sullo sterrato, domani mattina Indiana Jones mi ricondurrà a casa.
Facciamo duecento metri a piedi, attorno a 'sto squallido specchio d'acqua con le sponde di plastica, e l'individuo sbianca.
"Torniamo a casa. Non ce la faccio. Ho preso un Brufen 600, un Sinflex forte e un Voltaren e mi fa un male cane!"
"Santo Signore Giuseppe! Tu mi muori intossicato..."
"Andiamo a casa che mi stendo. Pazienza... Ci abbiamo provato!"
TU ci hai provato, malnato. Io me ne sarei rimasta tranquilla tranquilla a casetta...
Segue un'altra ora e mezzo di viaggio, al termine del quale decide di scaricare lui. Si mette gli yogurt sottobraccio, afferra la borsa del portatile e non so che altro, proiettando lo yogurt verso il tettuccio, con inevitabile schianto sul pavimento.
Insozza tutti i tappetini del camper, un cappello da viaggio, il sostegno imbottito del mio portatile, oltre alla borsa che lo contiene.
Bilancio del lavoro a mio carico per rimediare al disastro: mezza giornata. Anzi, fatemi andare a caricare la lavatrice...
Santa subito. Mi devono fare santa subito, visto che ancora non l'ho strangolato!



sabato 10 settembre 2016

Patetica

La sinfonia n.6 di Tchaikovsky. Quella che sto acoltando, mentre ticchetto alla tastiera. Perfetta. 
Perfetta per come mi sento, perfetta per come sono. Sarà pure Patetica, ma la zampetta dell'autore dello Schiaccianoci la senti sempre... E lo sprizzo di vivacità non manca mai. Nonostante. 
Nonostante, ragazzi miei, qui ci sia ben poco da stare allegri. Non a caso, è una vita che non mi affaccio da queste parti: con tutto quello che di brutto succede al questo mondo, ci manca solo che vi affligga anche con le mie paturnie... 
Però la differita delle mie avventure col Jurassico soto de na sata (traduzione: azzoppato) ve la devo proprio raccontare. 
Premessa: sono circa cinque anni che il nostro eroe combatte con una progressiva, subdola perdita di funzionalità del suo arto inferiore sinistro, una condizione che l'ha portato ad abbandonare gli sci, l'amatissima racchetta e, ultimamente, gli sta rendendo insopportabile anche camminare e persino lavorare. 
Vi risparmio i dattagli sulle strategie di dilazione del problema, negazione della realtà, scuse risibili e spiegazioni improbabili che hanno accompagnato questi anni funesti. 
Dire semplicemente: "Mi fa male l'anca destra, meglio che mi faccia vedere" è roba per comuni mortali.
Mandrake no: Mandrake si cura da solo (difatti ormai non cammina più), si fa l'autodiagnosi (che ci starebbe pure, data la professione del nostro. Peccato che l'uomo, quando si tratta di se stesso, difetti un po' di lucidità: la possibilità di avere un'artrosi, per esempio, è sempre stata esclusa a priori), e, naturlamente, se la prende con me. 
Ecco, direi che questa è la parte che gli viene meglio: non potendo più contare sulla valvola di sfogo dello sport quasi estremo (due ore di tennis sotto il sole dell'una, in agosto, a cinquant'anni e più, per esempio) si dedica da anni alla pratica assidua e indefessa di uno sport alternativo. 
Rompere le palle a me. 
Ecco, di quella disciplina lì è diventato un olimpionico. E negli ultimi due mesi sta allenandosi con caparbia costanza, con l'obiettivo - credo - di competere per l'oro. 
Se posso azzardare un pronostico, quello vince facile. A meno che io non l'abbia soppresso prima, beninteso. Oppure, come dice Matteo, che non abbia fatto la fine di Giulio Cesare: pugnalato dal figlio. 
Ragazzi miei, qui siamo alla frutta: un po' perché ormai il dottore si è dovuto piegare, e ha fissato la data dell'intervento. E saperlo sotto i ferri mette un po' di nervosismo addosso anche a me, lo confesso. 
E molto di più a causa della sua potente reazione di evitamento. Temo digerisca male l'idea di dover soggiacere a un intervento condotto da altri: l'individuo non vuole salire in aereo perché non lo guida lui. E a me non permette nemmeno di avvicinarmi al volante del camper. Potesse andar via di bisturi di persona, credo, si sostituirebbe l'anca col kit del Super Brico... I due mesi di convalescenza, poi, con l'inevitabile corollario e seguito di mesi di fisioterapia, condotta al sicuro in palestra (territorio noto al nostro eroe), ma, purtroppo per lui, anche a mollo nell'acqua (l'elemento infido), terrorizzano sia lui che tutti noi. 
Me e Matteo, in particolar modo: Valentina va a Milano, Andrea è in Cina, Davide sta a casa sua... Le vittime designate siamo noi due. E i guai sono già cominciati... 

To be continued... 

A domani, ragazzi. Ne ho da raccontare! 

sabato 9 luglio 2016

Nipote di un'icona

Non ho idea di come sarà impaginato questo post... Però lo scrivo lo stesso. 
Sono di nuovo a casa di ziapercaso, e ogni volta che ci torno scopro qualcosa di nuovo. 
Mia zia, donna di notevole bellezza, pare abbia popolato i sogni proibiti di giovani e vecchi, in questo borgo montano, tanto piccolo quanto pieno di gente interessante. 
Come il figlio di una cara amica della mia ava, la quale, prima di acquistare i muri da dove vi scrivo, soggiornava presso la loro dimora. 
La nostra, disinvolta veneziana avvezza alle spiagge del Lido, si piazzava in terrazza a prendere il sole. 
L'evento, una splendida signora in costume da bagno, esposta ai raggi del generoso sole della val di Non, era all'epoca in grado di scatenare reazioni telluriche. 
Chi mai aveva visto un costume, tra i meli, prima di allora? I ragazzini erano in fibrillazione. 
La madre (e padrona di casa) blindava l'accesso al solarium improvvisato: vietato anche solo appropinquarsi al luogo del misfatto.
Sottostimava, ingenua, lo spiccato spirito d'iniziativa dei minori. 
Alla fine dell'estate, mia zia sfoggiava una pelle ambrata da invidia, le vacche della stalla sottostante la terrazza erano invece tanto pasciute da essere obese. Con la scusa di dar da mangiare alle bestie, un numero imprecisato di scugnizzi si affollava nel fienile. Qualcuno metteva in atto un diversivo, riempiendo di fieno le mangiatoie, casomai qualche adulto fosse sopraggiunto a ficcare il naso. I complici si arrampicavano sopra il livello della terrazza, godendosi lo spettacolo dall'alto. 
Giovani delinquenti...
I loro nonni, intanto, passavano il pomeriggio alla bocciofila. 
Quando Gilda si rivestiva, indossando gonne vaporose, fusciacche a effetto e lasciando che la sua avvenenza facesse il resto, capitava talvolta attraversasse la piazza del paese. Quella dove avevano luogo sanguinose battaglie a suon di bocce, boccino e sbocciate. 
Al passaggio della dea, il gioco si bloccava. Ex ragazzini, già incalliti frequentatori del luogo, testimoniano di un blocco diffuso alle articolazioni di tutti i presenti e di una coltre di silenzio ammirato che calava, ammutolendo tutto il centro. 
Lei sfilava via eterea, in un fluttuar di sottane, e spariva, lasciando tutti, giovani e vecchi, in balia dell'ormone scatenato.
A mezzo secolo di distanza, chi era presente a questa scena ricorrente ancora ricorda la cosa, riferendola con aria sognante.
Una diva, mia zia, impressa a fuoco nella memoria (e nel cuore) di un sacco di persone. 
"La nipote della Gilda!"
Lo ripetono tutti. E si fanno in quattro per darmi una mano, quando ne ho bisogno. 
Ha lasciato un bel ricordo di sé, la zia. Tutti sorridono, ricordando il suo lato spinoso e le sue pose da gran donna... Ma quello che ci stava sotto, il suo animo capace di grande affetto, qui l'hanno saputo leggere nel modo giusto. E, come noi nipoti, non l'hanno dimenticata. 
Da figlioccia affezionata, questa cosa mi scalda il cuore, facendomi percepire questi luoghi come casa mia. 

venerdì 8 luglio 2016

Eppure non fa così caldo...

Boh. Qui la situazione degenera...
Chiamo le maestranze incaricate di fare un sopralluogo a casa di ziapercaso, e l'incaricato di turno mi chiama "cocca". Lanciandosi poi in un'improbabile tacchinaggio telefonico. Perplessa, chiudo la comunicazione con una scusa e decido che, la prossima volta, con questo tizio ci parla mio marito. 
Meno di due giorni dopo, vado a fare la spesa, e nel parcheggio dell'Iper subisco un abbordaggio in piena regola. Un lontano conoscente, che tra l'altro non riesco assolutamente a collocare in coordinate spazio temporali precise, cade vittima di un picco ormonale improvviso e ci prova con me in modo plateale, rimediando un ovvio rifiuto, e un'occhiata francamente attonita. 
Ma che gli prende, a 'sta gente? Il caldo li obnubila? 
Secondo mio figlio minore, sono all'ultima spiaggia, se arrivano a importunare un rottame del mio livello. 
Che caro ragazzo, il mio piccino... Prima o dopo lo accoppo. 
E il bello è che io mi sento sempre più arata e vicina all'implosione... L'apparenza inganna, evidentemente. Opppure la gente ha bisogno di occhiali, e insiste a non utilizzarli. 
Ma veniamo a noi, alle mie lunghe assenze e alle ultime avventure di Casa per Caso. 
Periodo così così... Molto affaccendata, con qualche problema di troppo a sbarrarmi la strada e poco tempo da dedicare a me stessa. 
Però una notizia ve la voglio dare: il filosofo si laurea. Tra pochi giorni sarà incoronato d'alloro come ingegnere elettrico, concludendo così anche il suo percorso magistrale. Poi, espatrierà per qualche mese. 
Ed ecco un altro cervello in probabile fuga... E un'altra mamma destinata a restare lacrimante sul patrio suol, attaccata a un account Skype e circondata dalle prese per i fondelli da parte della prole residua. 
Stavolta dovrò lavorare molto su me stessa, per evitare di costringere il personale dell'Ateneo a usare l'idrovora... 
Laureato bis. Il mio piccolino, quello formato tascabile, la teppa che mi nascondeva i ragni di gomma nel portafoglio e saltellava felice perché papà era riuscito a scovargli una mamma... 
Non sono preparata. Sarà meglio che, oltre alla corona d'alloro, mi fermi a prenotare un flacone king size di estratto di valeriana. 




venerdì 3 giugno 2016

Rieccola, in diretta dal passato

Ciao a tutti. Qui qualcuno mi rimprovera di tacere da troppo tempo... E allora, provvediamo! 
Periodo intenso, ragazzi. Rogne miste, impegni vari ed eventuali, persino una vacanza... lavorativa. 
Quindici giorni spesi a sgombrare e riordinare la nostra casetta in montagna, quella di Ziapercaso. 
L'accumulo seriale sembra un crimine diffuso, tra i nostri parenti. Notevole la collezione di sacchetti di nylon, costituita da oltre un centinaio di esemplari, tanto vecchi da disintegrarsi al semplice tocco della mano. All'interno di uno di essi ho rinvenuto uno scontrino risalente ai primi anni ottanta.  Ho rimosso e smaltito cumuli e cumuli di robaccia ammonticchiata per decenni, in mezzo alla quale ho rinvenuto quelli che considero veri e propri tesori. Vecchie pentole ossidate mescolate a magnifici paioli in rame; le ultime notizie dell'89, stampate su fogli semidisintegrati dagli eventi, a celare agli occhi oggetti di un tempo che non è più: il tritacarne a manovella, un trapano manuale, un set completo di attrezzi appartenuto al mio prozio, puntine da disegno più vecchie di me, ancora nella confezione originale. Persino un ferro da stiro da viaggio, con più di cinquanta primavere sulla piastra. 
Un'autentica capsula del tempo, dissimulata tra montagne di immondizia. 
Gli animalisti che mi leggono saranno lieti di sapere che, grazie a tutto 'sto casino, una simpatica faina ha vissuto giorni di autentica ricchezza alimentare. Ho trovato tacce (organiche!) del suo passaggio in vari anfratti della casa; e non dimentichiamo che, in un recente passato, mi ero dovuta occupare anche di un sorcio insolente, responsabile della fine ingloriosa di quattro cuscini e un bellissimo copridivano. 
Con tutta la polvere che ho respirato, c'è da sperare di non essermi beccata qualche malattia polmonare. E' stata la vacanza più estenuante che ricordi, ma, sotto certi aspetti, anche una delle più entusiasmanti. Tra i vecchi documenti ho trovato tracce della storia della mia famiglia, per tacere delle foto, alcune delle quali ritraggono la sottoscritta, quando ancora non aveva superato il metro e quaranta di statura. 
Nonna, zie, il mio papà... Persone amate, scomparse da decenni, è come fossero tornate a dirmi ciao. 
Rivedere i loro volti e trovare le energie necessarie a terminare l'immane opera di bonifica è stato tutt'uno. 
In tutto questo, prezioso è stato l'apporto di Jurassico, il quale si è incaricato di rimettere in moto tutto quello che poteva ancora funzionare. Una pazienza infinita anche lui, con risultati straordinari. 
Ora abbiamo quasi finito, e purtroppo stanno per finire anche le nostre vacanze. Tra pochi giorni torneremo alla base, richiudendo le porte sui ricordi e sulle stanze che mi hanno vista bambina. 
Al netto della grande fatica, è bello sapere di avere salvato un pezzo della nostra storia. Ed è bello avere un posto caro dove tornare. Un luogo quasi magico, popolato tra l'altro di persone affettuose, pronte a darci una mano e a regalarci un sorriso, anche in nome dell'affetto provato per la nostra amatissima (anche se un po' rompiscatole...) Ziapercaso. 

mercoledì 6 aprile 2016

Quando si dice genitori...

Qui i figli crescono, ma noi non riusciamo ad andare in pensione.
Uno crede che, crescendo i figli, i suoi impegni andranno scemando. Parlando da mamma, visto che mi sono fatta due p...olmoni così a crescerli decentemente, una volta maggiorenni speravo fosse una strada in discesa. 
Invece...
Invece non è mai finita. Devi fare da supporter, da motivatore, se capita da psicologo e di certo da diplomatico. Devi suggerire senza interferire, obiettare senza pressare, osservare senza spiare e, in generale, farti i fatti tuoi tendendo sempre i loro al primo posto. 
Senza contare le avvelenate che ti prendi quando non ti danno retta, e poi -magari - ti danno pure la colpa dei loro guai. Certe volte li prenderesti a pedatoni... Invece ti rimbocchi le maniche e li aiuti a porre rimedio ai loro svarioni. 
Che fatica, ragazzi... 
Ce la metti tutta, e tante volte non serve a niente. Oppure a poco, e comunque a molto meno di quanto vorresti. Uno ci pensa e ci ripensa, e gli verrebbe da chiedersi "chi me l'ha fatto fare"...
Poi li guardi, e lo capisci, perché l'hai fatto. 
Fai due conti, e scopri che, in fondo, le soddisfazioni sono più delle rotture di m@@@ni. Scambi quattro wapp con loro, e con un cuore rosso fuoco ti hanno già riconquistato. 
Siamo deboli, cari colleghi genitori. Deboli di cuore, per loro fortuna, ma forti negli altri distretti cruciali:  stomaco, spalle, schiena. 
Coraggio, colleghi, non molliamo. Cerchiamo di essere forti, credibili, coerenti. 
Seminiamo amore. Incentiviamo la concordia, la solidarietà familiare, disinneschiamo i conflitti e potenziamo i legami. Prima o dopo è una politica che paga, esattamente quanto il suo contrario. I seminatori di zizzania, i pusillanimi, i vittimisti egoriferiti la scontano sempre. Io, almeno, ci conto... E, intanto, corro. C0rro sempre, e mai per me. 


sabato 2 aprile 2016

Addio, Duchessa

Solo un gatto. Era solo un gatto, c'è di peggio nella vita. 
Nulla di più vero, e ne so qualcosa. Tuttavia... Tuttavia, fatemelo dire: non è vero per niente. 
Non era "solo un gatto". Era una compagnia affettuosa per qualcuno che dagli umani ottiene spesso incomprensione, malcelato fastidio, cattiverie o impietose prese in giro. Era una piccola quattrozampe, tutta pelo e poca sostanza, che se si fosse misurata col mio gattaccio ne sarebbe uscita a pezzetti. Tuttavia... Adorava mio fratello. Era talmente affezionata ai suoi umani da inventarsi ritorsioni di ogni genere, quando costoro "osavano" andarsene per qualche giorno di vacanza. Regalava a chi le voleva bene un amore dignitoso e tranquillo, con qualche punta di sussiego quando - appunto dopo un'improvvida vacanza - decideva di vendere a caro prezzo il suo perdono. 
Riempiva il cuore al mio Massimo, gli regalava quelle piccole gioie quotidiane che rendono sopportabile la vita; acciambellata in cucina, faceva compagnia a mamma, quando passava il pomeriggio a spadellare per la sua cena, o la mattinata a cucinare porzioni da minatore per i loro nipoti. 
Si è addormentata nel sonno, dimenticandosi di respirare. E se adesso sui volti di chi le ha voluto un gran bene scorrono le lacrime, per favore: non lo dite. Non dite "era solo un gatto". Era molto, molto di più. E il vuoto che lascia un peloso che ci lascia non è così semplice da colmare. 
Ciao, Duchessa. Grazie per tutto l'amore che hai regalato al mio fratellone.