giovedì 21 giugno 2018

La sigla di Peppa Pig

Ok. Lo sono stata anch'io. Una donna childfree, intendo. Convinta di non essere tagliata nemmeno per la vita a due, figuriamoci cosa potevo pensare di maternità e dintorni. 
Ergo, sono profondamente solidale con chi decide di non riprodursi, e s'infastidisce con chi gli fa pesare la sua scelta. 
A vedere la qualità dei genitori che si aggirano per le scuole, tra l'altro, vien spontaneo pensare che dovrebbero imporre almeno un patentino, a chi manifesta velleità genitoriali. 'Sta storia che, per il semplice fatto di possedere un apparato riproduttivo, un figlio lo può fare chiunque è una grande ingiustizia. Nei confronti del prodotto del concepimento, il quale non di rado si trova a fare i conti con una coppia genitoriale da dimenticare. 
Pertanto, sono la prima a sollevare il sopracciglio di fronte alle pretese di superiorità degli oltranzisti della riproduzione. Con calma, ragazzi. 
Mamme non si nasce, si diventa. E vi garantisco che la fase gestatoria non c'entra un accidente, con la maternità sul campo. Ve lo dice una che ha provato ambedue le condizioni, quella di mamma adottiva, poi di mamma bio, contestualmente trasformata in mamma mista. Un casino governabile solo con le ragioni del cuore, non certo con le pulsioni ormonali. 
La paternità è più uno stato di grazia che biologico: alla fine, il contributo maschile consiste in mezza cellula, mollata lì in un momento nel quale a ben altro si pensava. Da lì in poi, è tutta una roba di testa e cuore, con un notevole dispendio d'anima.
A noi genitori dovrebbero imporre aggiornamenti obbligatori, anno dopo anno, fino al raggiungimento della maggiore età dell'ultimo nato. Forse ciò ci aiuterebbe a fare meno ca@@@@te.
E lo dico da multimadre fiera e soddisfatta, con una valanga di figli all'attivo: le certezze sono nemiche della buona riuscita della nostra avventura. 
Tuttavia, non capisco nemmeno l'accanimento che traspare dalle parole dei non riprodotti. Ragazzi, va bene che siete una minoranza, e che pretendete rispetto. Concordo perfettamente con voi sul fatto che avere una nidiata di discendenti non ci pone al di sopra del vostro livello. Sono la prima a trattenermi a stento, quando genitori mosci lasciano liberi di delinquere orde di ragazzini sciamannati. Potessi, li prenderei a schiaffoni. I mosci, intendo, non i loro piccoli. Quelli sono solo il prodotto di un abominio educativo. 
Però, per favore, non esagerate. L'ironia va benissimo, la maneggio io stessa con successo da un quarto di secolo, ma il sarcasmo, quello no. Il sarcasmo, cortesemente, risparmiatecelo. 
Questa storia del non fare figli avrà ben presto conseguenze molto gravi sulla tenuta della nostra società: molti vecchi, giovani poco numerosi e molto volatili (nel senso che in tanti prendono un volo di sola andata per casa del diavolo), significherà problemi di ogni genere. Finanziari e organizzativi. 
Una società ripiegata su sé stessa, edonista, che sfrutta il presente senza pensare al futuro, è una società destinata a morire, o a trasformarsi in qualcosa di altro. Finiremo con l'importare sangue fresco da dove ancora i figli si fanno, con buna pace di chi s'inca@@@a perché non riusciamo a preservare la razza. 
Quanto alle domeniche pigre, con Debussy in sottofondo e un piacevole silenzio nel quale galleggiare, tranquilli. Ce le godiamo anche noi. Noi che i figli li abbiamo fatti, e a suo tempo ci siamo goduti le domeniche tutti nel lettone, con un piccolo attorcigliato attorno al collo, un medio coricato a leggere tra mamma e papà, mentre il grande disegnava grandi capolavori a pastello, steso sulla pancia assieme al gatto di casa. Sono momenti magici, quelli, se vogliamo momenti di assoluto casino e annullamento in favore dei giovani virgulti, ma attimi destinati a restare scolpiti per sempre nel nostro cuore. 
E quando i nostri pulcini diventano marcantoni alti così, o signorine di grande personalità, quando li guardiamo crescere, lottare, soffrire e vincere, spiegando le ali per andarsene lontano da noi, la sigla di Peppa Pig ci rimane nel cuore. E' la colonna sonora di un tempo felice, delle favole che sembrano vere e di Babbo Natale che porta i regali. Il tempo nel quale i nostri figli erano bambini, noi ancora giovani e tutto sembrava possibile. 
Ora abbiamo riacquistato la nostra libertà, abbiamo meno da fare, la nostra casa è quasi sempre vuota e il frigo ormai fa l'eco, da stracolmo che era. Ma i ricordi, quelli restano. Quelle perle di gioia pura, che solo il rapporto con un figlio ti sa dare. E rimane anche l'amore. Un tessuto di affetti solido, indistruttibile, che copre e avvolge ogni membro della famiglia, regalando a noi e ai nostri figli la sensazione di non essere mai soli, nemmeno quando siamo soli. 
Essere genitore ti insegna quanto sia più bello dare che ricevere, ma se hai fatto un buon lavoro tutto ciò che hai dato ti verrà restituito, in termini di amore, cura e attenzione. E non parlo di cure fisiche. Quelle si possono comprare, e se non hai figli di soldi te ne rimangono di sicuro molti di più. Ma il cuore pulsante, spedito su Whapp da un figlio lontano, la visita lampo di un figlio vicino, magari solo per oggi, l'audio di una figlia alla quale manchi perché sta per dare un esame e vorrebbe la mamma, o il bramito di quello che studia nella stanza accanto alla tua, e non ne può più della matematica, ecco, quelli non sono in vendita. E non c'è niente al mondo che valga di più, per chi ne ha fatto esperienza. 
Tutto ciò per dire: fate pure come credete, ragazzi. Meglio un no kid soddisfatto che un genitore sbagliato. Massimo rispetto per chi riconosce i suoi limiti e tara la sua vita su sé stesso e i propri bisogni. 
Ma la supponenza del chilfree che sa godersi la vita più di me, anche no. 
I bambini sono il futuro del mondo, il suo sorriso, la speranza più pura. Educhiamoli bene, non smettiamo di farne. Sarebbe la nostra fine. 

martedì 22 maggio 2018

Diventa inutile (?)

Fantastico. Dopo averci fatto sentire inadeguate, madri a metà e genitrici snaturare perché non vivevamo incollate ai nostri figli, non gli facevamo la cartella e non supervisionavamo i compiti a casa, ora - a cinquant'anni suonati, a quelle è indirizzato il messaggio del maitre a penser di turno - ci dicono che per essere brave mamme dobbiamo diventare inutili. Smettere di proteggerli, lasciarli sbagliare, farli prendere le loro decisioni in autonomia, senza soffocarli con le nostre paure.
E questo lo dovremmo fare ORA?
Signori miei, questa è una partita che, semmai, è già stata giocata. Come, lo dice quel che i nostri ragazzi sono diventati.
Se sono o non sono bamboccioni, dipende da quello che abbiamo fatto fino ad oggi. Da qui in poi, quel che abbiamo seminato, raccoglieremo.
Adesso, semmai, dobbiamo cominciare a pensare a noi stesse. Genitori vecchi e nipoti nuovi permettendo. 
Noi che vediamo i nostri ex-nidiacei prendere il volo, e non ci facciamo prendere dalla sindrome del nido vuoto. Anzi, se siamo furbe, quel nido, finalmente pulito e ordinato, ce lo godiamo tutto.
Noi che sorridiamo mentre si chiudono la porta alle spalle, e facciamo finta di niente anche se vanno a finire in capo al mondo.
La loro felicità è sempre stata il nostro scopo, no? Quindi, sapendoli soddisfatti e realizzati non possiamo che gongolare.
Noi che rappresentiamo il passato, per loro che guardano solo al futuro, e questa funzione di tappezzeria la vediamo come una mano santa per il nostro sistema nervoso.
Osservandoli decidere, commentando solo se interpellate, possiamo rilassarci. Dopo decadi di colloqui con gli insegnanti, riunioni di orientamento, open days e notti bianche, siamo fuori dai giochi. Alleluja! 
Noi che possiamo dirci orgogliose di come li abbiamo cresciuti, quando li vediamo onesti, in gamba, indipendenti e coraggiosi.
Noi che ci siamo fatte un mazzo così per trent'anni e più, adesso torniamo padrone del nostro tempo. Al netto degli impegni, ovviamente. Ma almeno non dobbiamo fare dieci cose nel tempo di una. 
Però non siamo inutili. È questo il bello.
Il nostro parere conta, i nostri consigli sono validi, la nostra opinione è presa in considerazione. Poi, i giovani tirano le somme e decidono da sé, ma lo fanno dopo averci interpellate.
Quindi, per favore, non diteci di sforzarci di diventare inutili. Piuttosto, vale l'esatto contrario: possiamo renderci utili, senza crederci indispensabili. E non dobbiamo mai, mai renderli dipendenti da noi. Quello, sì, che sarebbe un errore madornale. Per noi e soprattutto per i nostri figli. 

venerdì 11 maggio 2018

Festa della mamma

Ok, la festa della mamma si avvicina.  E con essa mi lambisce l'onda lunga della retorica di un Paese che idealizza la figura materna, senza sapere niente di quello che significa davvero, essere mamma.
Essere una non conventional  mother, per esempio, ed esserlo ai tempi della Rete. Conversazioni con tuo figlio che vive a 10.000 km da te, scambiandosi note vocali su Whapp, a volte in differita, qualche - rarissima - volta in tempo reale. Perché con 'sta storia del fuso una telefonata diventa difficile, ma parlare è meglio di scrivere.
Così senti la sua voce, e per qualche istante ti sembra di averlo lì, accanto a te. Ma siccome lo ami da morire, te la fai andare bene anche così. Lasciando l'ultimo messaggio a galleggiare sulle onde del web, perché lui nel frattempo si è disconnesso, riagganciato dell'ennesima urgenza della sua lanciatissima vita.
Foto a raffica da Roma, dove tuo figlio informatico si sta occupando di un'azienda così grossa che non ve la nomino nemmeno. E tu guardi quegli scorci  stupendi con il cuore gonfio di un orgoglio che sei costretta a nascondere, per non apparire patetica.
L'ultimogenito affida a due note vocali il disappunto per aver trovato un'aula strapiena, perdendo lezione, per poi chiedere lumi sulle tecniche per mantenere il candore delle sue scarpe nuove. A dimostrare che un addestramento adeguato fa miracoli, persino con gli animali selvaggi.
E poi c'è tua figlia, l'unica femmina, quella con la quale avrai sempre un rapporto speciale.
Lei,  che rimane la tua cucciola, e come te adora  che le cose rimangano così.  Persino ora, che ha l'età di tua madre quando ha partorito te, e la tua quando sei diventata direttore di farmacia.
Una storia d'amore a distanza, che si nutre di conversazioni che si chiudono quasi sempre come quella qui sotto: 


Chissà cosa direbbero quelli che mi davano tre mesi prima di fuggire, quasi un quarto di secolo fa?
E le bio-mamme, che mi fissavano incredule rispetto al mio amore, convinte che la maternità uterina le collocasse tre piani al di sopra del mio?
A tutte le mamme del mondo, che si sentono dire  che sono mamme di serie B, perché lavorano troppo, sono step mothers, adottive, affidatarie, del genere sbagliato o con la compagna sbagliata, oppure nonne costrette dalla vita a sostituire una mamma scomparsa o fuggita: tanti auguri a noi, ragazze. Tanti auguri a noi, mamme per scelta, mamme nel cuore, mamme che del DNA si fanno un baffo, ma hanno capito tutto della mappa dei sentimenti.

venerdì 20 aprile 2018

Le regole del genitore imperfetto

Questo post me l'ha ispirato il commento di una mia amica su feisbuc. Lei mi suggeriva di scrivere un manuale d'istruzioni per l'uso dei figli, ma io sono convinta che meno di due paginette siano più che sufficienti per mettere giù le mie regole auree. 
In un mondo nel quale tutti sembrano avere la verità in tasca, e meno uno ne sa, più pontifica, la mia qualifica di madre disperata mi sembra la più indicata, per indicare la via a chi volesse seguirmi. Tra imperfetti ci si comprende.
Già, perché per crescere decentemente un figlio non è necessario essere bravi, bensì essere bravi a gestire gli errori. Capito questo, sarà tutta una strada in discesa. 

1)      Abbiate il coraggio dei vostri sbagli. Negarli non li cancellerebbe, né li renderebbe meno gravi. Siamo umani, impreparati, emotivamente coinvolti e inesperti. Come potremmo non sbagliare? Piuttosto, concentratevi su come porre rimedio agli svarioni, presto e meglio che potete. Sbagliando s’impara. Tutti, genitori e figli.

2)     Non cercate il colpevole, nemmeno se quel colpevole siete voi. Non dovete riscrivere Delitto e Castigo, ma fare in modo che non siano i vostri figli a pagare il conto di una svista, un errore di valutazione, una premessa sbagliata o una conclusione affrettata. A tutto c’è rimedio, fuorché alla presunzione.

3)     Sbagliate di testa vostra. Approntate una strategia assieme al genitore controlaterale, consultatevi con gli insegnanti, state a sentire nonni, zii, parenti vari con mezzo orecchio, e poi basta. Tutti gli altri, possono darvi al massimo degli spunti, ma, dal momento che non vivono con voi e non hanno un quadro completo della vostra situazione familiare e di coppia, non possono giudicare. Né tantomeno condannare. Ignorateli.

4)     Ascoltateli. I figli, dico. Quando parlate con loro, ascoltateli. Anche quando non siete d’accordo, anche quando sparano idiozie, anche quando sono insopportabili, presuntuosi, polemici e stressanti. Passate al setaccio, le loro parole vi diranno molto di più di quello che avreste creduto. Sia voi che loro.

5)     Non parlatevi addosso. Le prediche lasciano il tempo che trovano. Dategli l’esempio, premiate i comportamenti virtuosi e sanzionate quelli dannosi. Coerenza, coerenza, coerenza. Molto più utile di una verbosa eloquenza.

6)     Non perdete la speranza. Nulla danneggia di più un figlio di un genitore sfiduciato, che gli appiccica in fronte l’etichetta di turno. Dategli fiducia anche quando non se la meritano. Non fermatevi alla seconda occasione: dategliene una terza, poi una quarta, e via così, senza stancarvi. Arriverà il momento in cui sentiranno di doversela meritare, questa indomabile fiducia.

7)     Non assolveteli. Le nuove occasioni devono scaturire da una focalizzazione impietosa dei fatti, un’analisi degli antefatti, e soprattutto, dal pagamento delle conseguenze di quei fatti. Se siamo generosi ci rispettano, se siamo deboli ci calpestano. E un genitore zerbino cresce figli al suo livello.

8)    Non fustigatevi. Non è sempre colpa nostra. Anche loro ci mettono del loro, e a volte a noi non rimane che guardarli sbattere contro il muro. Poi, andremo a raccogliere i cocci e ad incollarli. Noi e loro, assieme. Perché l’unione fa la forza.

9)     Non esaltatevi. Come sopra: non è tutto merito nostro. Ho visto persone magnifiche cresciute così nonostante avessero dei genitori di m@@@a. A volte i figli sono così bravi da sorprenderci. Godetevene la gioia senza pretenderne il merito.

10)  Siate equanimi. Il che non significa usare lo stesso metro per tutti. Significa usare il sistema di misura adeguato per ogni figlio, sulla base di un criterio di valutazione uguale per tutti. I favoritismi creano inimicizie eterne, come eterno è il legame di fratelli cresciuti in un ambiente giusto e sereno.

Eccolo qui, il mio decalogo prêt-à-porter. Fin qui, mi ha permesso di sopravvivere. Ai banchi di scogli, alle rapide, alle secche, ai momenti di bonaccia e a quelli di vento contrario. Ho imparato a navigare con il vento di bolina, scoprendo che è molto divertente anche se non è facile. Mi sono rilassata quando arrivava a mezza nave, mentre il vento in poppa devo dire che mi annoia. Non dico che mi piacciano i problemi, ma le sfide, quelle sì.
E un figlio intelligente, capace e volitivo è una sfida. Sempre.

venerdì 30 marzo 2018

Cascare in piedi. Sempre.

Marzo è mese molto intenso, a Casa per Caso. I compleanni - quattro- iniziano da fine febbraio. Il mio forno fa gli straordinari, anche perché, oltre alla mia già non trascurabile famiglia, devo far dolci anche per tutto il reparto dell'amato bene. 
Si giunge così all'agognato fine mese, che con quello della befana tutti i compleanni porta via. 
E che mi combina il Jurassico, che non parla d'altro da una settimana? 
Si scorda di farmi gli auguri. Dopo circa mezz'ora dal risveglio, glielo faccio notare con un sorrisetto. 
Si alza di scatto, scusandosi, mi abbraccia, mi bacia e sussurra: "È successo perché per me è la tua festa tutti i giorni. E io voglio che tu ti senta la festeggiata ogni giorno."
L'ho preso in giro per la manovra spericolata attuata per evitare il disastro. 
Però poi ho dovuto sorridere. Perché è proprio vero ciò che ha detto. 
Tanti auguri a me! 

venerdì 16 febbraio 2018

Siamo una squadra fortissimi

Perché noi mamme in famiglia siamo l'AD, il tesoriere e pure il collegio dei probiviri. Anche se siamo una, e pure donna.
Perché noi esercitiamo potere legislativo, esecutivo e giudiziario.
Siamo il massimo rappresentante della diplomazia, dentro e fuori dal nucleo, e manteniamo i contatti con tutti, scongiurando conflitti, favorendo la distensione, spezzando le alleanze pericolose trasformandole in  una cooperazione virtuosa, a favore di tutti.
Ci sembra di essere l'Alfa e l'Omega, il fulcro, la testata d'angolo. E te lo dicono pure, giusto per farti stare tranquilla: se manchi tu, qui crolla tutto.
Poi il marito ti inoltra il messaggio che ha mandato al figlio "piccolo" la mattina del suo primo orale all'università.
E tu capisci che senza di lui, nulla funzionerebbe a dovere. Che se niente crolla, è perché c'è lui che puntella. Tutti, te inclusa.
Perché il motore può essere potente finché vuoi, ma senza benzina non cammina.
A un figlio puoi dare tutto, ma senza motivazione non andrà da nessuna parte.
E nessuno sa motivare il prossimo più di tuo marito.
Ok, è ora di dirlo. I figli si fanno in due, si crescono in due,  si tirano su bene - o si rovinano - sempre in due.
Dietro a una gran mamma c'è sempre un ottimo papà. 
Grazie, Jurassico. Siamo una bella squadra, per quello la nostra squadra di figli è così bella. 

domenica 4 febbraio 2018

Voglio il divorzio

Sto rientrando dal fine settimana più agghiacciante mai vissuto prima d'ora. Nel senso letterale del temine. 
Contrariamente a quanto in precedenza deciso, Jurassico decide di andare in montagna. Sabato all'una, così, senza preavviso. Supportato in questo dai due figli di confine (il maggiore e il minore), occasionalmente assieme e accomunati dalla voglia di mandarci fuori dai piedi.  Oppormi alla ferma volontà della triplice alleanza risulta impossibile. Inutili le mie flebili proteste - ci sono 5 gradi in quella casa! - alle quali il gaglioffo oppone una risata - vi riscalderà il vostro amore... - per cui, niente, partiamo.
Digiuni - tanto ieri sera abbiamo mangiato fino all'una passata...  - con quattro avanzi raccolti al volo per i pasti successivi, tre yogurt e un litro di latte. 
All'arrivo, siamo accolti da un lastrone di ghiaccio sulla soglia e i previsti cinque gradi. Una roba da restare stecchiti già in ingresso.
Il nostro scarica l'auto con entusiasmo, mentre la sottoscritta, con il parka addosso, riempie il frigo e svuota le borse. Infilando una sequela muta di imprecazioni da levare il pelo a un ippopotamo. Nel frattempo, il disgraziato che ho sposato accende la caldaia - che inizia a lavorare come una vaporiera - quindi si dedica canticchiando alle stufe.  Le accende tutte, compresa quella economica in cucina, indossando ostentatamente solo i jeans e un maglioncino. Se gli viene la polmonite meglio che i colleghi lo ricoverino, perché io non lo curo di sicuro. 
"Dai, senti, già si sta bene..." afferma, l'impunito, mentre io, con le stalattiti al naso, fisso con odio il termometro. Dieci gradi, c@@@o. Un frigo, praticamente.
Mi rifugio in bagno, dove c'è una stufetta elettrica, e mi siedo a leggere sul water.  Chiuso. Sempre col giaccone su, ça va sans dire. Quando l'ambiente si è normalizzato, mi cambio.
Due minuti dopo, sono a letto. Col lettore e-book acceso, due coperte tirate fin sopra la testa, indossando: una tuta di pile, una vestaglia con la pelliccia interna e un paio di calzettoni. Il che non mi impedisce di battere i denti, per la cronaca.
"Vale, dove sei?"
Ruggito, sottocoperta. Sempre letteralmente.
Sfinita dagli eventi, mi addormento. Poco dopo, piomba in camera, e mi sveglia. Maledetto.
"Ma dormi? Poi ti si sfasa il ritmo del sonno! Io mi preoccupo per te..." tuba, accarezzandomi le guance. Io non tento di strangolarlo solo perché non voglio tirare fuori le braccia.
Mezz'ora dopo, affronto la tundra e vado a preparare la cena. Come dire che scaldo due orecchiette stantie, friggo quattro uova, sbatto tutto in due piatti e divoro la mia porzione. Perché adesso ho anche fame, oltre che freddo.
"Non è romantico, amore?"
Io medito di ingaggiare un killer.
Ore nove. Di nuovo a letto, sempre conciata da palombaro, con lui a fianco. Senza canottiera, perché lui è un maschio alfa.
Io strofino freneticamente i piedi l'uno contro l'altro, sperando di scaldarli per attrito. Non funziona. Mi pungono, da quanto sono freddi. Forse mi cadranno le dita, penso, molto piccola fiammiferaia.
Lui tenta un piedino, commentando: "Esagerata! Li ho sentiti più freddi di così..."
Io, GELIDA: "Sì. Quella volta non portavo i calzini, però."
Sipario.

mercoledì 24 gennaio 2018

Qui crolla tutto

Figlio studioso al lavoro. 

Abito: vestaglia da camera, maglia sbrindellata, calzoni tuta vecchia.
"Così non ho la tentazione di uscire"

Ausili tecnici per l'aumento della produttività: gatto in braccio. 
"Così schematizzo per iscritto e non mi posso muovere." 

Alimentazione: quello che gli propino io. In caso di mia assenza, cracker, forse qualche pastasciutta, caffè.  Caffè, caffè, caffè. 
"Mamma, sono dopato. Adesso studio il tasso marginale di sostituzione, ecc, ecc, ecc."
Alle 13.30, con il pranzo ancora a metà dell'esofago. 

Rapporti affettivi: in sospeso. Al risveglio, nessun contatto umano. In caso di incontro fortuito con lo zombi, è fatto obbligo ai residenti di ignorarlo. Prima del caffè, non è ammesso nemmeno un saluto. 
In seguito, è gradita la presenza come cavia, in caso il soggetto voglia testare le proprie capacità espositivo-affabulatorie. 
Si concede l'ingresso nell'antro solo per la raccolta differenziata: biancheria da lavare, bicchieri e tazzine sporche, incarti di generi di conforto (cioccolato).
Mezz'ora scarsa tra pranzo e cena, durante i quali si ascoltano le proiezioni Dementos sull'esito degli esami. 
Catastrofico. 

Il tutto, con il valido sostegno della ruspa alla porta accanto, impegnata nella demolizione della casa prospiciente alla nostra. 
Ho vissuto momenti migliori, lo confesso. 
  

martedì 23 gennaio 2018

Cos'hai fatto oggi?

La risposta è semplice: niente. 
Per una che ha lavorato come un mulo per un quarto di secolo, cercando di quadrare l'impossibile cerchio casa-lavoro, fare quello che faccio adesso è niente. 
Però. 
Però una cosa c'è da dire: non è niente, però conta molto. Quasi troppo, per i miei gusti. 
Se lo fai bene, 'sto niente, conta molto. E guardandoti dentro - e dietro - ti rendi conto che è la cosa che conta di più, di tutto quello che hai fatto finora.  
Organizzi, supporti, conforti, conversi, osservi, ti riservi, motivi e consoli. Ti prendi cura di loro con cuore, lavatrice, fornelli e cervello. Un sacco di cervello. Perché se sbagli a usare quello, sei fritta sul serio. E soprattutto sono fritti loro. 
Loro, che anche grazie a te possono soffrire, combattere e vincere, senza doversi preoccupare d'altro. Loro, che si possono costruire un futuro perché tu hai rinunciato a un pezzo del tuo. Loro, che capiscono quanto ti costa, questo semplice "niente" che ti colora la vita e le dà un senso. Loro, che rognano, rompono, tacciono e ti chiamano solo se hanno bisogno. Loro, che in fondo ti sono grati per esserci sempre, per dirgli di no più spesso che sì, per essere il Grillo Parlante e assieme la Fata Turchina della loro variegata esistenza. Loro, che ti vogliono un sacco di bene. Loro, che ami più della tua vita, e si vede, mannaggia. 
Poi, un pomeriggio, c'è chi ti dice: "Mamma, l'unica persona della quale non potrei fare mai a meno sei TU!"
Il pomeriggio dopo, qualcun altro sproloquia: "Vedi di stare bene. Perché se stai male tu, qui crolla tutto!" 
Ok, son soddisfazioni. Però lavoreremo anche su questo. Tutti siamo utili - qualcuno pure troppo - ma nessuno è indispensabile. La prossima mission sarà far capire a tutti che la mamma è solo la mamma. Non è Atlante, e anche senza di lei il mondo non crolla. 

venerdì 29 dicembre 2017

Si fa presto a dire Natale

Una settimana in tutto. Per sette giorni la Stamberga è tornata a ribollire, con un andirivieni continuo di gioventù, disordinata, chiassosa, piena di risate, battute e sfottò.
Le camere incasinata, il frigo stracolmo, il forno sempre in funzione e la lavatrice in overbooking.
Amore fa rima con rumore, a Casa per Caso, si misura in calorie (assunte e dispensate) ed è tanto più intenso quanto meno ti prendi sul serio.
Sono tornata a inciampare nelle loro scarpe, a riempire il carrello del super come prima di una carestia, e a non starci più dietro, con la raccolta rifiuti.
Giorni densi e intensi, giorni di gioia e condivisione, giorni di festa dentro e fuori di noi.
Fantastici, questi giorni, ma troppo pochi. Abbiamo lasciato il filosofo in aeroporto, e stiamo tornando.
Ora, riordinerò la sua stanza, trovando chissà quanto casino. Rifarò il letto, spegnerò il termo, abbasserò la persiana e cercherò di non pensare. Perché se ci penso, che prima di un anno non lo rivedrò di sicuro, mi guasto le feste rimaste.
Cercherò di godermi gli ultimi giorni con i figli avanzati, rinchiusi nelle loro camere a studiare come dei matti. Li vedrò poco, ma li rimpinzerò molto.
Quando consegni i tuoi figli al mondo, si vede subito di che pasta sei fatto. E la sottoscritta, italica mater in tutto e per tutto, è fatta di pasta frolla. In vari sensi.