domenica 12 maggio 2019

È una festa commerciale, ma...

Auguri a noi, mamme che cercano di esserci, senza farsi notare troppo.
A noi che cerchiamo di pesare, nella vita dei nostri figli, senza essere pesanti.
A noi che siamo presenti, anche quando sembriamo assenti.
A noi che non sappiamo spesso cosa fare, agiamo d'istinto, ma quando  sbagliamo, lo facciamo con il cuore.
A noi che chiediamo per favore, diciamo grazie, e pure scusa: anche e soprattutto con i nostri figli. Che hanno imparato da noi a fare lo stesso.
Auguri a noi, che siamo contente solo quando loro stanno bene.
Auguri a noi, mamme imperfette di figli felici.

martedì 7 maggio 2019

Grembiulino mon amour



Grembiule, ultima spiaggia.
Dunque, io ricordo che i miei fanciulli (anni di nascita distribuiti tra l'87 e il 97) usavano il grembiule.
Anzi, i maschi la casacca blu e le femmine il grembiule bianco.
Durante la ricreazione, le suddette uniformi finivano appallottolate nello zaino, per cui i vestiti i ragazzini se li vedevano lo stesso.
Cmq sia, sono le mamme che confrontano gli abiti dei propri figli: a sette anni, avere uno scamiciato Chanel baby o una microgonna sbrilluccicante dei cinesi fa lo stesso preciso. Anzi, forse lo sbrilluccico piace di più. 
La differenza vera, all'epoca, la facevano le scarpe: e quelle, cari i miei soloni dell'uniforme che conforma, cela e tiene a bada le lotte di classe, quelle si vedono. Si vedono benissimo, anche se sei vestito con il burka.
Io compravo roba a basso costo e qualità decente (allora era un'opzione possibile), ma c'era chi esagerava. E ne andava fiero, perché il figlio si sentiva un vincente, con le estremità fasciate come pubblicità docevat.
Ricordo le mie battaglie contro certe sneakers assurde, in plasticaccia orrida, con puzzo di piede marcio già incorporato all'origine, che costavano quanto un paio di polacchine Fratelli Rossetti. 
E perché? Perché, oltre alle luci di coda, sulla linguetta anteriore ci avevano messo una tigre con una luce intermittente a illuminare lo sguardo assassino, intercambiabile con analoga mascherina da orso grizzly infuriato, e non so quale altro bestione dagli occhi di bragia. 
Un must, per mio figlio Andrea. Un must non comprarle, per me. 
Che guerra ragazzi... 
Anzi, una battaglia. Persa in partenza, perché il solito nonno, in eterna competizione con me per l'amore della suuuuuuua famiglia, le scarpacce gliele ha regalate lui. 
Il nostro arriva a scuola trionfante, getta la casacca regolamentare sulla siepe, e si butta nella mischia della partita. Tira un calcio verso la porta, ma la mascherina animalier gli devia il tiro. Goal mancato.
L'Andrea furioso a questo punto si leva le scarpe, strappa il prezioso frontalino, ricomincia a giocare e segna. 
Da quel giorno, mio figlio è andato in giro con le scarpe strappate, fino a quando non gli sono più entrate per raggiunti limiti di misura. Perché io di scarpe nuove non gliene ho comprate più, e nemmeno il nonno, offeso per la fine ingloriosa del suo fantastico regalo.
In conclusione, la guerra contro l'acquisto coatto da pubblicità ingannevole l'ho vinta io, mio figlio ha imparato una bella lezione, e io ho capito come ai figli le categorie giuste gliele insegni con l'esperienza, l'esempio e un'inossidabile coerenza. 
Non con le chiacchiere e le soluzioni a un tanto al chilo. 
Meditate, o voi che credete di cambiare il mondo tornando al grembiulino, meditate...

lunedì 4 marzo 2019

Ictus, stroke ed emorragia cerebrale: salviamoci la vita

Carissimi, vengo a voi con questo post per contribuire alla divulgazione di informazioni che possono aiutarci a portare a casa la pelle e a conservarci la salute. 
Sapere di cosa stiamo parlando, capire come riconoscere un accidente che può costarci la vita o l'autonomia, riuscendo a limitarne i danni, è fondamentale. Ormai quasi tutti sappiamo cosa fare in caso di infarto, ma l'ictus, secondo me, non è ancora altrettanto conosciuto. 
A seguire, l'articolo comparso sul numero invernale di Medicina Moderna, scritto dal nostro amato Jurassico ( a tale proposito, fatemelo ammettere: sono troppo orgogliosa di lui!).
Suggerisco una lettura molto attenta. Merita! 









Per chi eccepisse sulla pessima qualità della riproduzione (non dimentichiamo che Mpc rimane sempre un'utonta informatica), si può scaricare il pdf della rivista dal link sottostante. Link che rimanda alle qualifiche dell'autore. I tempi di fake news e bufale in rete, segnaliamo che di purosangue si tratti. Così, tanto per chiarire. 




mercoledì 30 gennaio 2019

Notifica dal tribunale

È una mattinata strana, molto lenta... Jurassico non è in forma, così siamo rimasti a letto tutta la mattina.
Suona il campanello.
Vado a rispondere, con i capelli un po' così e ancora in vestaglia.
È la postina, con due buste verdoline.
Sono indirizzate a Valentina e Andrea.
"Signora, firmi qui. Cosa metto... madre?"
"Sì . Madre. Con questa carta qui, lo sono anche sulla carta!" rispondo.
La postina mi guarda, un po' interdetta.
"Li ho adottati", spiego senza riuscire a trattenere un sorriso grande cosi.
Lei spalanca gli occhi, dicendo: "Ma che bella cosa...".
Sì. Proprio una bella cosa.
E ora... via, la piscina mi aspetta!
Il gaglioffo si arrangerà.
Madre sì, ma abbandonica. Forever and ever!

domenica 27 gennaio 2019

L'altra suocera


Ok. Sono sempre stata una madre fuori dal coro, non potevo che essere una futura suocera improbabile.
Intanto, se proprio dovessi scrivere ai futuri coniugi dei miei figli, non farei distinzioni tra nuore e genero. Tutti quanti dovranno vedersela con la mia ingombrante presenza, e non credo sarà una passeggiata, per nessuno di loro.
La Mamma è sempre la mamma, specialmente nel nostro caso, dove non ce n’è una sola, e l’unico che ne aveva una soltanto si è sempre sentito uno sfigato.
Anche perché come mamma ho sempre lasciato molto a desiderare: dopo averlo ripetutamente abbandonato all’asilo, a diciott’anni l’ho traumatizzato, dimenticandolo nel parcheggio. Azionando l’allarme e costringendolo ai venti minuti di immobilità più lunghi della sua vita.
Durante la mia non breve carriera materna, sono stata variamente definita, da Crudelia Demon a madre abbandonica, passando da carrierista sfegatata a fancazzista disperata.
Abituata alle critiche a prescindere – onestamente, chi lo prende sul serio l’amore di una madre posticcia? – ad oggi considero la dichiarazione “Tu sarai la mia matrigna per sempre” la più bella frase d’amore ricevuta negli ultimi dieci anni. Trovo del tutto normale essere chiamata Karly, quanto a Mamma Orsa, secondo me mi cade addosso meglio di un completo Givenchy.
Lo sguardo d’amore assoluto con il quale mi gratificavano sotto i dieci anni, abbracciandomi con un trasporto che non di rado mi tirava per terra – il numero fa la differenza, nelle dimostrazioni fisiche d’affetto – è stato sostituito da una bonaria forma di sopportazione generale. Mi tollerano, insomma. Non drammatizzano quando mando a fuoco qualcosa – ultima vittima, una presina. Ieri a pranzo – mentre mi zittiscono tutti in coro, sul gruppo famiglia, quando accenno alle mie solite raccomandazioni da Drama Queen.
Mi amano, ma da prudente distanza. Non mantengono le distanze, ma studiano e lavorano distante. Che dite, lo considero un segnale?
Del resto, io sono uguale. Ritengo il mio migliore successo l’aver svuotato la nostra grande casa, senza cadere vittima dell’insidiosa sindrome del nido vuoto.
Dirò di più: quando la Stamberga si riempie di nuovo, il mio entusiasmo si spegne dopo nemmeno dieci giorni. Lo tsunami di faccende che mi precipita addosso è in grado di spazzare via qualsiasi forma di poesia. Non m’illumino d’immenso. M’incasino di brutto. Che suona molto peggio, diciamolo…
E ora, parliamo di glitter, tulle e dintorni, feticci di una femminilità di maniera da me sempre detestati, orpelli che avevo giurato a me stessa di tenere a mille miglia dalle mie figlie femmine. Fiera avversaria delle Bratz, le quali mai hanno varcato le soglie di casa mia, ho dovuto fare i conti con una bambina che indossava solo scarpe sbrilluccicanti Lelly Kelly, si cambiava tre volte al giorno sin dai tempi dell’asilo, e qualche anno più tardi teneva alla sua collezione di Barbie almeno quanto io, alla sua età, ero morbosamente attaccata ai miei libri. Una fanciulla che di smalto, ombretti e cosmetici vari ha fatto prima una religione, poi una scienza. Figlia di una mamma che della scienza faceva un gioco, da bambina, giocando al piccolo chimico con l’Idrolitina, la carta da filtro e i contagocce.
Indomita, ho combattuto le differenze di genere a suon di Dolce Forno regalato a tutti i figli, non prima di essermi dovuta piegare alla versione orrorifica dello stesso, detta “La fabbrica dei Mostri”.
Risultato?
Una figlia che ha preparato con orgoglio il suo primo dolce alle mele a quattro anni, salvo dichiarare guerra a calorie e padelle dai quindici in poi. Con tanti saluti alla piccola cuoca. Quanto ai fratelli, c’è chi cucina meglio di me, chi reinterpreta i miei manicaretti producendo sbobbe che nulla hanno d’umano, e chi ha fatto di pasta e carboidrati una ragione di vita, aggiungendovi carne e verdure solo al fine di rimanerci, in vita.
Persuasa che l’autonomia sia madre dell’indipendenza – soprattutto la mia, da loro – ho trasmesso loro tutti i reconditi segreti della mia mitica torta delle rose. Hanno imparato a realizzarla a regola d’arte, ma continuano a trovare molto più comodo farsela cucinare da me.
Infami.
Ergo, caro genero, amate nuore, se vorrete la ricetta, sarò lieta di rivelarvela: sarei felicissima di passare a chiunque di voi il testimone di chef preferito di Casa per Caso. Non so se qualcuno sarà disposto a raccoglierlo, tuttavia: è un lavoro a tempo pieno, quando ci si mettono. Il che mi fa pensare che nessuno, tra generi e nuore, si metterà mai a gareggiare con me a suon di spadellate.
Che mi rimane da dire, dunque? Temo di avervi disorientato, forse anche preoccupato.
Così, proverò a spiegarvi come Jurassico e io abbiamo provato a crescerlo, il vostro The One.
Erano troppi, per soffermarci sull’apparenza. Sarà per quello che, oggi, la Miss ne sa di fashion almeno quanto di codici e articoli di legge, mentre i suoi fratelli girano tutt’ora con le maglie sbrindellate, e guai a chi gliele tocca. Il nostro cervello in fuga è celato sotto una chioma sempre scolpita dal barbiere con gli occhi a mandorla, mentre qualche volta il barbiere sotto casa deve usare la falciatrice, con i suoi fratelli. Quanto alla Miss, cambia il colore e la forma dei suoi capelli, ma non le cure maniacali cui li sottopone.
Non so chi ti sia toccato in sorte dei quattro, ma sappilo: noi non c’entriamo nulla, con quel che è diventato. Ognuno ha deciso da sé quello che voleva diventare, e come desiderava apparire.
Noi due decrepiti abbiamo puntato tutto sulla sostanza. E su quella, sì, puoi venire a presentare reclamo, se credi.
Abbiamo insegnato loro che l’intelligenza emotiva vale da sola più di tutte le altre messe assieme. Per questo siamo molto più fieri dell’educazione sentimentale che gli abbiamo inculcato, di quella formale che siamo riusciti, a fatica, a lasciare filtrare.
Abbiamo spiegato loro che l’amore non si pretende, ma si regala: è l’unico bene che più ne distribuisci in giro, più ti ritorna, e pure con gli interessi. L’unico nostro investimento ad avere funzionato, sia detto per inciso.
Abbiamo insegnato loro il rispetto per i sentimenti, i diritti e le opinioni degli altri, ma anche il rispetto per sé stessi. Motivo per il quale, ti avviso, non ti aspettare che si annullino per amore. Sarebbe sbagliato, e sono fiera di dirti che ne sono tutti e quattro consapevoli.
Abbiamo mostrato loro quanto contino correttezza e coerenza: gli alibi morali non funzionano a Casa per Caso. Nemmeno per noi vecchi. Considerala una garanzia, ma anche un monito. Così, giusto per fare la suocera, il che – considerato l’oggetto di questa lettera – ci sta.
Io, moglie di un Jurassico, ho insegnato loro il valore dell’indipendenza, che passa anche attraverso una padella piena, una casa pulita e una lavatrice svuotata prima che il bucato ammuffisca. Motivo per il quale, tranquilla, nuora: farete le cose assieme. Il mio rampollo non si limiterà ad aiutarti, di tanto in tanto, credendo di farti una concessione. Mentre tu, genero, sappi che ho spiegato a mia figlia il concetto di pari valore, e quella l’ha capito alla perfezione. Sappiti regolare.
Gli ho insegnato a governare una casa e una cucina, spiegando loro che delegare non è peccato, ma funziona solo se le cose le sai fare. Altrimenti rischi di rimanere fregato.
Gli ho insegnato il valore del duro lavoro, delle lodi meritate e dei premi guadagnati. E questo lo posso già vedere: ha davvero funzionato.
Detto tutto ciò, concludo, promettendoti una cosa: non li tempesterò di telefonate, non vorrò essere al vertice della piramide dei loro affetti, non li tormenterò chiedendo attenzione e proponendo manicaretti in cambio di deferenza. Non mi impiccerò, non ti giudicherò, non ti torturerò valutando ogni parola che dirai e ogni gesto che farai.
Se potrò esservi utile, mi renderò disponibile: nei limiti, come ho fatto quando ero la mamma, e pesava quasi tutto sulle mie spalle.
Sarò disponibile, comprensiva, cercherò di darvi una mano e ti tratterò con tutto l’affetto di cui sarò capace. Esprimendolo soprattutto nel modo che mi viene meglio: rimanendo FUORI DALLE BALLE!
Con affetto, la vostra futura 
             Suocera per Caso

venerdì 25 gennaio 2019

E siamo finiti anche noi in tribunale


Una delle tante famiglie che approda al Palazzo di Giustizia, a ratificare a suon di carte bollate uno stato di cose vissuto da anni, noto a tutti anche senza mai esserselo detto in faccia, sempre uguale a sé stesso eppure sempre diverso, nella quotidianità del giorno per giorno. 
Un modo di essere e di sentire diventato abitudine, e per questo dato quasi per scontato, senza attribuirgli l'enorme importanza che ha, nei fatti. 
Tuttavia... Data la mia convinzione che, in certi casi, la forma sia sostanza, ho insistito perché la faccenda fosse ratificata per legge. 
E così, siamo finiti tutti davanti a un Giudice; dopo un'attesa durata due anni - tanto ci è voluto per catturare il nostro cervello in fuga - l'intera famiglia Per Caso è comparsa in tribunale, perché la qui presente Mamma per Caso ha inoltrato formale richiesta di diventare Mamma per Davvero. 
Il giudice ha domandato il consenso di Jurassico e del Gaglioffo, i quali hanno detto un SÌ così deciso che mi pareva di essere a un matrimonio. Gli adottandi hanno prestato il consenso, e siamo passati all'interrogatorio. 
Con aria seria seria, quasi ostile, il giudice mi apostrofa: "Signora Valentina, perché vuole adottare i signori Per Caso?"
Avete presente sotto interrogazione, quando ti chiedono come ti chiami e tu rispondi "non ho capito la domanda..."? Ecco, uguale. 
Mi ha presa di sorpresa, chissà perché poi, e sono andata nel pallone. Così, ho farfugliato un po' di pensieri alla rinfusa: "Mah... perché me li sono cresciuti come miei sin da piccolissimi, Valentina addirittura dalla culla. Perché Matteo è un prodotto on demand, me lo hanno chiesto loro, e sono cresciuti tutti come fratelli. Voglio che siano fratelli al cento per cento, non solo al cinquanta. Perché siamo una famiglia, molto unita tra l'altro, e credo sia giusto esserlo anche sulla carta." 
L'arcigno giudice ha sorriso, sul bimbo on demand, ha scambiato due battute con il mio avvocato, poi si è messo a scrivere. Infine, mi ha detto qualcosa, che non ricordo più, perché a colpirmi è stata la frase "Quando le arriverà la sentenza. Buon giorno, signori". Il che ha messo il mio cuore in stand by, fino a che non mi è arrivata - ieri - la copia della suddetta sentenza. 
(A proposito: è fatta, finalmente!!!)
Me ne sono uscita dal tribunale con la testa piena di ovatta, mentre il quartetto mi sbertucciava "Ma finiscila! Sono solo due firme su un pezzo di carta...".
Sapessero. Sapessero la differenza che può fare, una firma messa sul pezzo di carta sbagliato... Ti può rovinare la vita, mangiarti il futuro, ipotecare l'esistenza tua e di quelli che ami. 
Ma, per fortuna, questo loro non lo sapranno mai.  L'unica cosa che sapranno è che questa firma li ha resi miei figli, di fatto e di diritto, e che è finita la storia del "qual è il suo?". Sono tutti miei, punto. 
E mentre l'informatico fuggiva, tornando di corsa alle sue impalcature virtuali, io fissavo i miei figli, ripensando a quello che avevo detto. C'era qualcosa che non mi tornava. Era come se mi fossi dimenticata qualcosa... Poi, l'illuminazione: "Voglio che siano miei figli". 
Ecco, nella confusione in cui ero precipitata, quello non mi era uscito. 
Mi era uscito "Voglio che siano fratelli". 
Come sei io non c'entrassi quasi per niente, nella faccenda. Come se la famiglia fossero loro, i quattro dell'apocalisse, e io fossi solo uno sfondo, utile, ma tutto sommato sorvolabile.  
E in effetti, è proprio così. 
Perché in realtà è quello, il regalo più grande che abbiamo fatto, Jurassico e io, a quei quattro ragazzi. Una fratellanza forte, sicura, inossidabile e inattaccabile dagli eventi. 
Regalare a Matteo i suoi tre fratelli e ai tre piccoli un fratellino ha cambiato la nostra vita in meglio, ci ha completati, ci ha reso il nucleo forte e il melting pot dove ognuno di loro ha potuto crescere, cadere, rialzarsi, dare il meglio e anche il peggio di sé, sapendo di non essere mai solo. Di poter contare su una famiglia che sa supportarti, amarti e anche rimproverarti, se serve. Ma che c'è e ci sarà sempre. Anche quando noi jurassici non ci saremo più. 
E guardarli camminare assieme, scherzando spensierati, mi ha resa la mamma (vera) più felice del creato. 



sabato 29 dicembre 2018

Le valigie in ingresso


Tre settimane. Sembravano un'eternità, rispetto alle toccate e fughe degli anni precedenti.  E invece si sono polverizzate, tra spese gigantesche, lavatrici scatenate, bagni follemente incasinati e padelle straripanti mane e sera.
Caminetto acceso e caldarroste, riunioni di famiglia e accese discussioni, racconti del terrore e ciclopiche risate. 
Ora come un tempo, tante teste attorno a un tavolo, a parlare del presente, ricordare sghignazzando il passato, progettare seri seri il futuro.
Confrontandosi con chi il futuro lo sta vivendo ora.
Adesso, ma non qui. Oppure qui, ma non sempre. Anzi, molto più là che qui.
Che quando là significa Milano, scatta la tassa di soggiorno: si chiamano i fratelli "piccoli" a raccolta, e si mette mano al portafoglio. 
Vuoi mettere, farsi pagare la cena dal fratellone? Certe soddisfazioni non hanno prezzo. Per tutto il resto, c'è Mastercard. Di Davide.
I sorrisi felici nel rivedersi. 
I battibecchi per il bordello, la campagna antibriciole, le scarpe in salotto e il phon in ingresso. 
I consigli per gli studi e anche quelli per gli acquisti. 
La gioia di essersi riabbracciati, e quella di tornare alla propria vita di sempre. 
Perché la loro vita non è qui, anche se quando sono qui ci riempiono di vita la casa, e ci scaldano il cuore. 
Uno per volta, se ne stanno andando. A fare cose belle, in posti belli, con belle persone. 
Al solito, Jurassico e io li vediamo spiccare il volo, fissandoli un po' tristi, seduti l'uno accanto all'altra sul bordo del nido. 
Fieri delle loro splendide ali, ma con il cuore dentro ai loro zaini. Se lo portano via, vigliacchi, e a noi non rimane che prenderci per mano, asciugarci le lacrime a vicenda, e aspettare il prossimo Natale. 
Il regalo che ci scambiamo è sempre lo stesso: l'amore della nostra famiglia. Inossidabile, incoercibile, inattaccabile. Più forte delle distanze, più limpido delle parole che servirebbero a raccontarlo, pulito e sincero come gli occhi dei nostri bellissimi ragazzi. 
L'unico regalo per il quale sia valsa la pena lavorare tanto. 

lunedì 17 dicembre 2018

Una madre da dimenticare

"E allora, com'è andata da Teresa?"
"Bene, benissimo... Beh, io ero sempre in facoltà, loro fuori, ci vedevamo la sera. Ci tenevo a cenare con loro. Le facevo sbregare dal ridere, che gli raccontavo del degrado in residenza. Le cene a lume di candela, perché ci staccavano la luce, il ghiaccio sui vetri e i pinguini nel bagno..."
"Mi ha detto, sì, che si sono dispiaciute quando sei andato via..."
"TACI, tu. Che vergogna! Mi sono trovato in mezzo ai suoi amici, per una festicciola... A parte che giravo con due bicchieri di vino, uno per colore, così mi sono (s)qualificato subito. Poi dovevo spiegare come mai ero finito a casa sua. Mentre raccontavo, tutti ridevano. E poi qualcuno fa: - Lui è il figlio di Mamma per Caso! - Oh, pazzesco! Mi conoscevano tutti!!! E tutti a chiedermi sei il grande? E io no, il piccolo.. Roba da matti.  L'ho detto a tutti: quella lì è fuori, mica le dovete badare... "
Questa non me l'aveva raccontata, la Terry.
"Com'è, ti conoscevano tutti? Ma dal blog... Forse dal libro?"
"Lasciamo perdere. Tutti a dirmi che, in effetti, ero cresciuto!" 
Un metro e ottantacinque di simpatia incarnata, vestito da hipster perché dopo doveva "uscire con le sue donne", a tener banco tra cibo e alcolici. Già.  È cresciuto. Come, è tutto da definire...
Tuttavia mi immagino al suo posto, e vengo travolta dal senso di colpa: "Ma... Ti ho messo in imbarazzo?" 
"Imbarazzo? Perché ? Mi sono divertito un casino!"
Mio figlio è un VIP dentro. E un bandito fuori! 


domenica 16 dicembre 2018

Sei mesi in un post

Vacanza d'agosto ❤



Rientro a settembre. Gaglioffo e Miss sotto esame:


Dopo la sessione estiva, piu comunemente detta sessione di merda:

Stare accanto ai tuoi figli per una vita intera (la loro).
Sfidare l'impopolarità con i no, pronunciare sorridendo alcuni difficili sì, anche se ti spezzano il cuore. Lasciarli andare senza un lamento, sopportando il vuoto e il silenzio che si lasciano dietro, ma rimanere sempre lì, per loro, ogni volta che desiderano tornare.
Fare tappezzeria nella loro esistenza, ma diventare protagonista, quando serve un supporto, una mano, un'iniezione di fiducia.
Ridere di te stessa con loro, nascondendo tutte le lacrime che versi quando nessuno ti vede.
E capire d'improvviso che sanno.
Sanno chi sei, ciò che fai, come lo fai e per chi.
Capire che ti amano, ti apprezzano e sono tutti accanto a te.
Un circolo magico d'amore che ti rende tutto ciò che hai regalato, per anni, senza farti notare né aspettarti qualcosa in cambio.
Chi semina, raccoglie. E quello di cui hai cura, dà buoni frutti.

Fine ottobre. Prove tecniche di pensionamento: com'era bello il mio mulino...



Che noia, che barba, che barba che noia. 
Tutti a ripetermi: preparati. Un marito in pensione è un PESO. Non ti mollerà un secondo, non saprà cosa fare, ti leverá la vita.
Come se gli uomini fosse quello che fanno, e non facessero quello che devono, sia pure con passione e - talvolta - persino entusiasmo. 
Help.
Chiamo a raccolta le donne che sono riuscite a mantenere i propri spazi anche "dopo".
Chi lo ha buttato fuori di casa si astenga, please. Non intendo quello.
Se esiste qualche altra moglie convinta, come me, che avere finalmente del tempo per noi  due sarà bellissimo, per favore batta un colpo.
Altrimenti mi sento una che crede agli unicorni rosa. 
(Scherzo. Mi dicevano che l'amore non dura per sempre, che il matrimonio è una gabbia, che i figli ti deludono sempre e che le famiglie felici non esistono. Però sono curiosa: qualcuno che crede che l'amore non soffra di artrite c'è? Ditemi la vostra.)
Risultato del sondaggio: otto commenti, cinque mogli d'antan molto ma molto felici. 
Confortante. 

Ultimo giorno di ottobre. Non di solo marito vive la donna: 



Le amiche di sempre. Quelle del liceo, quelle che ti hanno vista con i brufoli sul naso e col vestito da sposa, hanno assistito al funerale di tuo padre e alla nascita di tuo figlio, quelle che si sono sconvolte all'idea della tua vita sconvolta, ma hanno sempre saputo che tu ce l'avresti fatta. Anche se con quei quattro demoni ancora si chiedono come tu ci sia riuscita...
Quelle che sembrano onde sulla battigia: a volte si allontanano (la vita separa, anche se non vorresti...) ma dopo ritornano. Ritornano sempre. 
Amiche così amiche da accettare con entusiasmo l'idea di cenare tutte assieme: "Idea fantastica! Perché non facciamo da me? Così Monica vede anche casa mia... Io faccio contorni e dolce. Il secondo lo porti tu?" 
Tutto normale. Ognuna cucina quello che sa fare, chi non cucina porta il vino. Come quando stabilivamo le corvee durante le vacanze al mare.   
Che belle le amiche oltre le convenzioni sociali. 
❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤

Inizio novembre. 
E poi ci sono le famiglie acquisite.  Quelle che nessuno si aspetta, ma sulle quali sai di poter contare. Sempre.

Ci sono persone e situazioni che ti scaldano il cuore, così tanto da annullare il gelo creato dalla cattiveria di altri. 
Capita che una zia acquisita ti dimostri un affetto infinito, al punto da farti sentire come se fossi sua nipote veramente. 
Capita che questa zia, parlando di te e della tua famiglia, si commuova sino alle lacrime. 
Capita che si scusi, per questa sua emotività, e poi te lo dica: "Tu sei per me una nipote vera. Davvero." 
E li sei tu, quella che si ritrova con le tasche piene di lacrime. 
Perché la zia in questione non è la zia di tuo marito, né la moglie di tuo zio. È la zia della madre dei tuoi figli. E accanto a lei ci sono o suoi tre splendidi figli. I tuoi cugini.
❤❤❤❤❤❤❤❤

Metà novembre. Giunti alla meta, finalmente!
Perché non è la fine, ma un nuovo inizio...


Ok. 24 anni sono parecchi. Siamo stanchi, invecchiati, disillusi e preoccupati. Lavoriamo sempre come muli - quando hai preso il vizio, non te lo togli. Se ti riposi, ti pare di perdere tempo: così, anche se non hai da fare, te lo crei- senza nemmeno un lamento.
Discutiamo meno, e meglio, ma, per quanto mi riguarda, un v@@@@lo non si nega a nessuno. Così  non lascio questioni in sospeso.
Lui, invece, è mr. Aventino: mette il muso, e resta zitto per giorni. Più ha torto, più a lungo tace: perché lo sa, il verme, la fatica che faccio a rimanere arrabbiata.
Però è un campione di pazienza, con me, quando spacco il capello in quattro, gli peso le parole e prendo fuoco per le c@@@te.
Per quello non tengo il punto, quando capisco di avere cannato: a chiedere scusa si risolve tutto, e riderci sopra fa bene anche alle coronarie.
Scusa, a quell'orso, non l'ho sentito chiedere mai, invece.
Ma come riesce a capovolgere lui, il suo atteggiamento, quando capisce di averla combinata, nessuno. Nessuno al mondo.
Mia figlia dice che sono una santa, con lui, mentre Matteo mi chiama Karli, e ho detto tutto...
I nostri figli ci osservano battibeccare, e ghignano, chiamandoci "la coppia che scoppia", poi però ridono, quando papà, di ritorno dal lavoro, con un piede ancora fuori casa, già chiede: "Dov'è la mamma?"
In mancanza di figli, s'informa col gatto.
È uno spaccamaroni professionista, mio marito, ma è l'unico al mondo col il quale non abbia mai dovuto giocare in difesa, e il solo al mondo  che per difendermi si giocherebbe anche la vita.
E poi, c'è il suo lato migliore. Quello che non vuole sembrare il più bravo, il più bello e il più intelligente del mondo, a spese dell'autostima degli altri. Quello che ti gratifica, senza cercare contropartita. Quello che conosce la gratitudine ed è generoso come nessuno. Quello che ti guarda negli occhi, dopo che hai fatto due chiacchiere al telefono con tuo figlio maggiore, e ti dice: "Ma quanto sei stata brava con quei ragazzi? Ma lo vedi che figli hai tirato su?"
Con l'orgoglio che fa a gara con l'amore a chi brilla di più, nello sguardo.
Tutto ciò in risposta a chi si domanda come farò, adesso che va in pensione, a sopportarlo dalla mattina alla sera. A chi si chiede come sia possibile, che dopo tanti anni ancora ci guardiamo l'un l'altro come se non ci fosse nessuno, attorno a noi. A chi non trovava, trova e troverà un senso, al nostro esserci scelti, e continuare a farlo ogni giorno della nostra vita.
Ebbene, va bene: siamo strani. Inconsueti, poco comprensibili, fuori dagli schemi e inclassificabili. Però stiamo bene così. E speriamo di continuare a poterci rompere le b@@@e a vicenda per molto altro tempo ancora.

Iniziamo male. Forse perché è il 17?




Primo giorno da pensionato: a Milano, di corsa, a raccogliere il figlio e le sue masserizie.
La residenza (convenzionata Cattolica) dove è alloggiato, in foresteria, ha perso l'abitabilità. Il ragazzo è su una strada, dall'oggi al domani.
Tutte a noi, ragazzi. Tutte a noi.
Nota: il randagio è stato accolto da Terry (nominata d'ufficio eroe del mese), mentre gli amici e compagni di sventura hanno attivato l'unità di crisi dello studente fuori sede, sezione "terroni al Nord", e da dicembre hanno già trovato un appartamento da condividere.
Morale della favola: se non ci fossero gli amici...

Terza di novembre. Che fine ha fatto nostro figlio maggiore? Non lo vediamo più!
Vero. Non lo vediamo, ma io lo sento...
"Mamma, sono oberato di lavoro. Roba da schiantare, veramente..."
"Tesoro, ma se in questo periodo vuoi venire a cena da noi, quando torni, ti faccio da mangiare volentieri!"
"Insomma, non vorrei giungere a tanto. Certo che ci stanno  spremendo, questo sì!"
A tanto. Riparare da sua madre per cena è  TANTO.
Alla faccia dei bamboccioni. Tiè!

Il sabato NEL villaggio. 24 novembre.
E poi azioni un elicottero in salotto, in montagna, perché hai la testa da un'altra parte, e non finisci niente di quello che inizi...

Contare. Contare i mesi, poi i giorni, infine le ore, addirittura i minuti.
Il tempo sembra rallentare, quando penso al giorno in cui lo rivedrò, il mio filosofo,  inghiottito dal Paese di Tanto Tanto Lontano.
Un Paese che gli sta offrendo una grandissima esperienza, di crescita professionale e personale.
Un Paese che l'ha accolto, offrendogli una carriera che la miopia di una classe politica piegata su sé stessa nega, ai figli della propria terra.
Un Paese dal quale torna una volta all'anno, e mai per rimanere.
Ci sono attimi in cui ti si strazia il cuore, a saperlo all'altro capo del mondo, tuo figlio.
Quando senti la sua voce, ma non lo puoi stringere. Quando sparisce dal web, per giorni interi, e tu non riesci a fare a meno di pensare che se sta male, se è in pericolo, se è solo o infelice, tu non lo puoi sapere. E anche se lo sai, di essere solo una mamma in paranoia, non riesci a domarla del tutto, quella dannata ansia irrazionale. Fino al prossimo accesso.
Diecimila chilometri sono tanti. Ci vuole tanto amore, per non farglielo pesare.
Fatemi preparare. Mi restano solo otto giorni per spazzare via le briciole di cuore, che mi sono cadute in tutti questi mesi, nascondendole sotto il tappeto della sala, addobbata a festa per accoglierlo.
Fatemi truccare un po': magari non si vedono, le piccole incisioni lasciate sul volto dalle notti insonni, passate a chiedermi se se la sarebbe cavata, oppure no.
Fatemi sorridere, mentre dimentico tutto, travolta dall'entusiasmo di averlo di nuovo qui. Con tutti noi.
Otto giorni all'alba.

Riempi il tempo col marito, il 2 dicembre:




E con l'amica ritrovata, il 3...







Fino al giorno fatidico. 8 dicembre.
24 anni precisi al tuo primo incontro con la family...
Siamo scemi, è dimostrato scientificamente. Mio marito è sveglio dalle tre e mezzo, e traccia il volo sulla mappa dalle sei. Io pulisco, spolvero, lucido e sterilizzo che nemmeno l'Apemaia.
"No, perché, sai, lui è allergico alla polvere..."
Come se in Cina, Giappone, Hong Kong, Cambogia e tutti i posti dov'è stato gli avessero preparato la camera sterile...
Cretina, vi dico.
Ma se mi nuovo, non penso.
Tra due ore atterra. Dopo un anno lo rivediamo, il nostro filosofo.
Datemi i sali!
😉

E per finire, due giorni fa: sorry, I don't selfie!
Mi è capitato che un'amica mi chiedesse le foto di quando Andrea è sceso dall'aereo.
Mi sono resa conto di non aver scattato una sola foto, da quando è tornato, e gliel'ho detto.
Lo, so, siamo rimasti in pochi.  Da quando i nostri telefoni sono diventati strumenti ottici di massa, la gente fotografa tutto, dall'outfit ai pasti, dall'aperitivo al post-sex.
E poi condivide. Mentre vive, condivide.
Bravi loro. Io non ci riesco.
Travolta dagli eventi, dimentico il cellulare in borsetta, qualche volta addirittura a casetta.
Così, le foto me le devo fare in testa, e fissare i colori in modo che non sbiadiscano.

All'aeroporto, l'8 dicembre, Jurassico e io studiavamo con ansia ogni figura che si profilava sulla porta d'uscita, ed era una piccola delusione ogni volta che non era lui, il nostro filosofo. L'eccitazione espressa dal folto gruppo di giovani accanto a noi, in euforica attesa di qualcuno, ci toccava, coinvolgeva, e nello stesso tempo aggiungeva insopportabile elettricità a uno stato d'animo già spasmodico.
Non riuscivamo - letteralmente - a stare fermi con i piedi.
Quando, finalmente, l'uomo è arrivato, l'ha fatto dall'uscita controlaterle,  quella dalla quale non passava NESSUNO.
Poteva non essere così?
Sempre voce fuori dal coro, mio figlio Andrea. Si è materializzato in mezzo all'ingresso, solo e un po' spaesato, cercandoci con gli occhi, un lampo nero in un volto pallido per la stanchezza.
Suo padre me lo ha indicato, e mi si è fermato il cuore. Tre secondi dopo era tra le nostre braccia, e la gioia è esplosa tanto forte da mozzarci il fiato per parecchi secondi.
Poi, abbiamo iniziato a parlare fitto tutto, e ci siamo fatti raccontare un anno di vita in un'ora di auto.
Dopo, è stato silenzio e notte fonda. Con il nostro Andrea, di nuovo sotto il nostro tetto. Come quando era piccino, e da solo non dormiva, perché stare solo gli faceva paura, da quando gli era morta la mamma.
Ora, stiamo vivendo con tutta l'intensità possibile ogni attimo della rassicurante normalità di vederlo girare per casa, guardarlo lavorare da remoto, mangiare con lui, sentire che c'è, e non solo in spirito.
La prossima settimana torneranno anche i suoi fratelli da Milano, e la famiglia sarà al completo. Il maggiore si farà vedere tutti i giorni, lavoro permettendo, e la Stamberga tornerà chiassosa e incasinata come un tempo.
Saranno le tre settimane più belle dell'anno.

Eccolo, il mio selfie. È un po' sfocata, forse, come immagine, un po' annebbiata dalle lacrime, ma spero che sia sufficiente, per rendere l'idea.

Un post, sei mesi di Casa per Caso. Se ancora nell'etere c'è qualcuno che legge questo blog, vi ho aggiornato.
Mi faccio rivedere,  promesso, per gli auguri di Natale.
Un abbraccio, da una Mpc di nuovo in modalità chioccia.
❤❤❤❤

lunedì 9 luglio 2018

Mamma supporter

Ieri sera...

Stamattina.


La presenza, a distanza. 
Fare il genitore è una forma d'arte. 😎