mercoledì 21 dicembre 2016

Buon Natale, ministro Poletti

Buone feste a lei, caro ministro. A lei e a tutta la sua famiglia.
Buon Natale da una mamma che si sente con suo figlio da sei mesi via Whatsapp, e nemmeno tanto spesso. Lavora troppo, ha poco tempo per le chiacchiere.
Buon Natale, ministro, da una famiglia che da settimane fa progetti per i preziosi giorni (sei) durante i quali avremo il privilegio di rivedere il nostro Andrea.  Il quale, detto per inciso, si farà ventimila chilometri in una settimana, pur di essere a casa, con i suoi cari, almeno per Natale.
Meglio perderlo che impiegarlo, un ragazzo così, per l'Italia. A che può giovare un laureato in ingegneria dell'energia, specializzato in energia elettrica, pieno di coraggio, determinazione, voglia di fare e di mettersi alla prova?
Grazie per la profonda empatia e la comprensione, signor ministro.
E tanti auguri a lei anche da due fidanzati, che si vedono tre giorni ogni quattro mesi. Perché sa, signor ministro, una volta che ti laurei in economia (a ventun anni), hai studiato in inglese e sei un tipo in gamba... Meglio farsi un master in Nord Europa. Fa bene al curriculum di un Italiano, espatriare. E chissà che poi all'estero ci si rimanga anche domani, portando via con sé la futura famiglia.
Che magnifica prospettiva, per il nostro Paese. Resteremo solo noi vecchi, sul patrio suol. Del resto, chi se ne va conta poco. Siamo noi dinosauri quelli importanti. Quelli che hanno ridotto il Bel Paese in ginocchio, e si sentono bravi.
Che pretendono, 'sti giovani? Non apprezzano uno stage a 600 euro al mese, magari a Roma (città comoda, ben organizzata e soprattutto a buon mercato), senza alcuna garanzia di assunzione e previa severissima selezione? Ingrati!
Dopotutto, sono solo gente preparata, precisa, intelligente, capace: formiamola, nelle nostre università giurassiche, dominate dal nepotismo e appesantite da programmi obsoleti, lontani anni luce dal mercato del lavoro.
Formiamola, e poi scacciamola, signor ministro. Non sappiamo che farcene di loro. Sono zavorra, in fondo.
Esimio ministro, le racconto una cosa che forse non sa. I nostri figli, all'estero, si fanno un mazzo così, se mi consente il francesismo. Partono con la valigia leggera, vuota persino di sogni. Se i loro bisnonni hanno fatto la quarantena a Ellis Island, magari per sfuggire alle foibe di Tito, non è che loro se la passino alla grande. Sono già sfiduciati, convinti che il mondo degli adulti sia pronto solo a sfruttarli, e hanno lasciato tutto alle spalle, facendo un salto nel buio, a garanzie zero. Quasi trasecolano quando gli arriva una proposta interessante. Si chiedono qual è il trucco, se li pagano bene pur di non perderli. Il merito riconosciuto li stupisce piacevolmente e li conforta, ripensando alle prospettive italiane.
E continueranno ad andarsene, finché in Italia le cose non cambieranno.
Buon Natale, signor ministro. Continui così, e parli coi colleghi, mi raccomando. Parlate di salute, welfare, pensioni.
Perché fra una ventina d'anni, anche meno, la nostra generazione avrà bisogno di assistenza, di cure, farmaci e di qualcuno che gli paghi le pensioni. Ma i nostri inutili figli saranno all'estero a costruire un futuro per i loro, di figli. E il nostro presente, allora, sarà a rischio.
Ci pensi, signor ministro, se andrà a omaggiare la Sacra Famiglia, la notte di Natale. E preghi, signor ministro. Preghi molto. Che il Signore aiuti il nostro povero Paese.