domenica 6 marzo 2016

Feriti sul campo

Da calcio. Roba da non credere. 
I fatti: in un pigro sabato sera la quieta atmosfera di Casa per Caso è lacerata da un grido di orrore. E' il gaglioffo, il quale ha appena ricevuto il selfie di uno dei suoi più cari amici, ricoverato in ospedale, con la testa avvolta in un turbante di bende e la faccia sfigurata. Per tacere di quel che non si vede nella foto, ovvero i quindici punti sulla lacerazione della gamba.
Mi mostra l'effige, e resto sconvolta a mia volta. 
"Ma che gli è successo? Ha avuto un incidente?" 
"No. L'hanno falciato sul campo da calcio. E la cosa peggiore è che l'hanno fatto apposta..." 
Scopro così l'attuale strategia degli abitatori dei gironi calcistici; e non parliamo di serie A, con i milioni di euro che girano più vorticosamente del pallone sul campo. Parliamo di squadrette di provincia, a prospettive zero. Il posto dove dovresti mandare tuo figlio a imparare il fair play, lo spirito di squadra, a fare un po' di sano movimento e a divertirsi un sacco.
Invece...
Invece, scopro che la parola d'ordine è falciare, e che i falciati finiscono regolarmente all'ospedale. Funziona così: quello scarso nel gioco viene incaricato di prendersi il rosso, e il suo ruolo diventa quello di ariete. Si scaglia con tutta la violenza che riesce a racimolare contro il giocatore migliore della squadra avversaria, e lo mette fuori combattimento. Uno degli amici di mio figlio ci ha rimediato un paio di fratture e la dislocazione di uno zigomo. 
"Ma è bravo?"
"Bravissimo."
Poveretto. Prima dei ventitré anni questo mi finisce al camposanto. 
Si salta a gomiti aperti, in modo da prendere in faccia l'avversario che minaccia di scartarti. I piedi servono a spezzare i garretti della squadra rivale, non a mandare il pallone in porta. Il giocatore con la maglia diversa dalla tua è un nemico, e va abbattuto. Fisicamente. 
Non ci credete? Be', fate male. Le cose stanno davvero così. 
I genitori che si agitano sugli spalti il sabato pomeriggio, urlando ai figli incitamenti irriferibili, sappiano che non stanno facendo loro un piacere. Stanno crescendo dei mezzi uomini. 
Lo sport può essere un'occasione straordinaria per imparare qualcosa di sano: a perdere, per esempio. Con impegno ed onore, giocando pulito. Ammettendo i propri limiti e riconoscendo gli errori, i nostri figli possono migliorare sul campo da gioco e di sicuro si preparano alla vita nel modo migliore. 
Se gli insegniamo che la vittoria viene prima dell'onore, il premio è più importante dell'onestà, e che non vince il migliore, ma il più scorretto, che mondo pensiamo saranno capaci di costruire, domani? 
Mio figlio è arrabbiato, io dispiaciuta e basita. 
Il nostro pensiero è corso un'altra volta a Loris, indimenticato maestro di tennis di Matteo. 
Un uomo fantastico, che ieri sera mio figlio ha ricordato così: "Io ero uno che non sopportava la sconfitta. Mi arrabbiavo, imbrogliavo, mentivo e baravo pur di vincere. Lui mi ha insegnato a perdere, mi ha costretto a impegnarmi per migliorare i miei risultati, e mi ha reso una persona migliore. Quello che sono oggi lo devo anche a lui. Lo sport dovrebbe essere questo: una scuola di vita e un addestramento alla correttezza. Quando sei ragazzino, non ti rendi conto del valore delle cose che fai. Crescendo, invece, ti rendi conto di quanto siano state importanti, certe esperienze. E non ringrazierò mai abbastanza Loris per l'eredità che mi ha lasciato."
Ha ragione. Caro Loris, ovunque tu sia, se vedi la bestiaccia, e piace anche a te quello che è diventato, sappi che in parte è merito tuo. 
Grazie, grazie ancora, grazie per sempre.