lunedì 9 novembre 2015

Vita da matrigna

Ci sono dentro da più di vent'anni, ma non mi ci abituerò mai. 
Non mi abituerò mai a tutti quelli che ti studiano, per capire qual è il tuo, e poi giudicano se lo tratti come gli altri oppure no. 
Questi Soloni che si permettono di salire in cattedra e valutare il tuo operato, senza aver la minima idea di come la maternità sia uno stato mentale, una disposizione d'animo, una condizione del cuore. Non un codice genetico trasmesso attraverso una mezza cellula. 
Essere genitore risponde alla legge del tutto o nulla: uno o ti è figlio, oppure no. Non ci sono vie di mezzo, sfumature, parcellizzazioni della condizione di padre o di madre. 
Ma siccome non ci sono passati, non lo sanno. Non lo sanno cosa significhi essere un genitore misto, un po' biologico e un po' no, avere un figlio di pancia e tre di cuore, aver cambiato molti pannolini ma non tutti, aver visto i primi passi di alcuni, i primi sorrisi di nuovo sereni di altri, il primo amore di tutti. Non sanno cosa voglia dire guardarli, sentirli tuoi figli nel fondo dell'anima, e restare ad aspettare, in silenzio e con pazienza, di diventare una mamma vera anche per loro. 
Non sanno come si fa a farsi spazio accanto a una mamma e a una moglie adorata, nel cuore di chi l'ha amata. Una mamma, una moglie non si dimentica; la si conserva nel cuore, per sempre, accanto alla donna che ti restituisce la gioia di vivere. 
Così si credono in diritto di giudicare i tuoi sentimenti e il tuo operato. E se, bontà loro, passi l'esame, ti danno pure il voto, e se ti promuovono si aspettano che tu ne sia felice e orgogliosa. 
Vorrei vedere la loro reazione, se facessi lo stesso con loro... 
Si permettono confronti, giudizi, commenti, intrusioni e interferenze. Come se avessero più diritti di te sulla tua stessa famiglia. 
Tutta roba che non oserebbero, se ti considerassero la madre dei tuoi figli. 
Se sei mamma, qualsiasi cosa tu faccia a tuo figlio è affar tuo. Se sei la sua matrigna - o mammigna, per dirla con mio figlio - quel che fai è un caso di stato, e ognuno si sente chiamato a dare il suo apporto. Specialmente se e quando non richiesto. 
E' una vita che sono costretta a mediare, comprendere e portare pazienza. Ognuno ha il suo personale vissuto, e questo lo posso capire. Quello che mi risulta oscuro è come tutti costoro non tengano conto del nostro, come se l'aver superato un lutto lo annullasse, come se l'essere una famiglia felice cancellasse il dolore nel quale essa affonda le sue radici, come se i ricordi appartenessero solo a chi ci circonda, e non soprattutto a chi mi circonda, tra le mura di casa nostra. 
Mantenere gli equilibri è difficile, in famiglia: ognuno di noi l'ha provato sulla sua pelle. Come figlio, genitore o nipote, sappiamo tutti quanto i rapporti familiari possano essere complicati e dolorosi. Sarebbe una gran cosa ricordarselo, quando si entra a contatto con le famiglie degli altri. E più sono allargate, complicate, sfortunate o acciaccate, più bisognerebbe andarci con i piedi di piombo.