giovedì 25 giugno 2015

Case secolari

Devo farlo. Per quanto questo possa esser doloroso e faticoso, non mi posso più sottrarre. Devo andare nella vecchia casa di zia Gilda, svuotare armadi, aprire cassetti, gettare tonnellate di ciarpame inutile, salvando e salvaguardando però i ricordi di famiglia. 
No, quella non è una casa qualsiasi. Quei muri hanno più di cent'anni, sono stati eretti dal mio bisnonno, emigrante di ritorno dalle campagne austriache, abitati per decenni da lui, dalla sua giovane moglie e dai loro tredici figli. Lì ci son nati i loro nipoti, il mio papà incluso; lì hanno giocato, riso e chiassato i loro bisnipoti. Tra i quali anche chi scrive. 
Si respira la storia, lì dentro; in quel giardino, su quei sanpietrini, ci ha camminato persino l'imperatore Francesco Giuseppe. 
Ieri è stata una giornata di grandi emozioni, per me. Ditemelo pure, tanto già lo so: sono diventata una vecchia sentimentale. 
Ma come si fa a rimanere freddi quando scopri, in un cassetto, la lettera scritta alle zie da tuo padre, neo zio di ventotto anni, con la quale annuncia loro la nascita del primo nipotino? Oppure quando ti rendi conto di avere tra le mani le cartoline scritte da uno dei tuoi prozii nel 1915, precettato a servire nell'esercito austriaco? Un esercito che gli censurava persino i saluti alla famiglia. Cento giorni alla fine, annuncia felice ai suoi genitori, sul retro di una foto con i commilitoni. Non sa, povero ragazzo, di essere destinato a morire tanto lontano da casa da non tornarci più neppure per ricevere una degna sepoltura....
Come restare indifferenti, quando comprendi che quella foto ingiallita, scritta sul retro con una scrittura fitta fitta, dalla grammatica incerta, è probabilmente l'ultima ricevuta da una mamma dal suo figliolo, mandato a morire in Russia come suo fratello maggiore? 
Due figli gli hanno portato via per sempre, ai miei bisnonni.  E sei figli hanno preteso da loro, mandandoli a combattere per la maggior gloria dell'Imperatore; strappati uno alla volta, una cartolina gialla dopo l'altra, fino a lasciare casa e campi vuoti, sguarniti, affidati ai genitori anziani e alle ragazze di famiglia. 
Le storie di famiglia, ascoltate dalla voce della zia, mi riecheggiavano in testa, mentre fissavo queste e altre foto, ripensando all'eterno abito nero della nonna, alla sua chioma incanutita in una notte, quando un commilitone bussò alla sua porta, raccontandole come suo figlio Onorio, il suo "piccolo", fosse finito sventrato sotto le sciabolate degli Ussari. 
Si fa presto a dire "Grande Guerra". 
La storia non sono date, nomi, luoghi lontani. La storia sono i segni, le ferita lasciate nelle famiglie, i posti vuoti attorno alle tavole, i grandi cambiamenti, le scelte pesanti dei potenti scontate dai piccoli, dai deboli, da chi non contava nulla tra coloro che contavano poco. Non era facile essere Italiani sotto l'Impero Asburgico. Gli occhi dei miei avi, profondi e bellissimi nelle foto color seppia e negli ovali ceramicati sulla lapide della tomba di famiglia, ne sono la testimonianza ancora vivente. Nonostante questi ragazzi se ne siano andati da quasi cent'anni.