giovedì 12 giugno 2014

La sindrome della massaia perfetta...

… è una malattia potenzialmente mortale.
Combattiamola insieme!
Ora, ragazze, non facciamoci del male da sole: che a farcene tanto già ci pensano gli altri.
Stirare, in questo periodo dell’anno, è un tentato suicidio: il vapore rovente ti fa grondare sudore, ti spedisce la pressione sotto i tacchi, oltre a ridurti i  capelli a una paglietta per raschiare le pentole.
Perché farlo, dico io?
Stendete magliette, canotte e T-shirt sulle grucce: poi ripiegatele con cura e cacciatele nei cassetti. Nessuno protesterà, fidatevi.
Lenzuola, asciugamani, strofinacci: siamo scientifiche, please. Quanti secondi ci mettono a stropicciarsi appena messi in uso? Tre, cinque, forse sette? Merita dunque che stiate lì a lisciarle per un quarto d’ora, consumando corrente e fatica?
Non mi dite che spianate solo il risvolto, perché è quello che si vede. Chi lo vede, per piacere? Il gatto quando riesce a sfuggire alla vostra attenzione e s’infila clandestinamente nell’armadio?
Perché appena ci si infila nel letto, si ciancica pure il risvolto. O no?
Evitate fatiche inutili, grazie.
Dovrebbe essere una regola del codice civile, come la proibizione di abbandonarsi a schiamazzi notturni e di fumare nei locali pubblici.
Personalmente, stiro solo le camicie: qualcuno mi ha parlato di camicie non stiro, di recente. Devo trovare il modo di procurarmele…
Tende: lavatele pure (quando serve sul serio. Non con la frequenza suggerita da zia Enrichetta, vissuta sepolta in casa gli ultimi trent’anni della sua vita e ritrovata mummificata, abbracciata alla sua lavatrice) e stendetele bagnate. Si spianano da sole.
Tovaglie e tovaglioli: evitate il più possibile. Da prendere in seria considerazione le cerate per la cucina (un colpo di spugna cancella anche i peccati più gravi, come sugo e vino). Se vi sentite troppo classiche per questa soluzione spartana, consiglio le tovaglie non stiro: fingono benissimo di essere stoffa e si puliscono in un attimo. I tovaglioli di carta sono stati ormai sdoganati: avete amici a mangiare da voi? Siate informali. Comprate tovaglioli di carta in tinta con la tovaglia e gettateli a fine cena.
Tanto ormai le tovaglie di fiandra non se le fila più nessuno… E soprattutto nessuno si offende se scegliete un low profile. Agli ospiti interessa la compagnia e quello che gli mettete nel piatto. I formalismi lasciateli agli ambienti formali.
Finestre: a volte i vetri lasciano un po’ a desiderare. E’ vero. Quando la luce ci batte sopra in quel modo lì (c’è un punto di incidenza dei raggi solari in corrispondenza del quale le lastre appaiono sempre luride. Anche se sono state passate tre ore prima) veniamo colte da un abissale senso di colpa e ci sentiamo trascinate da una forza irresistibile verso l’armadietto del Superbrillix.
Resistiamo, amiche mie. Resistiamo.
Le tende secondo me le hanno inventate proprio per questo: una le tira e i vetri, puff!, spariscono. Ricordate: occhio non vede, cuore non duole. E’ per questo che, non appena arrivo a casa, mi tolgo le lenti a contatto. La visione flou garantitami da questo gesto mi evita di notare ogni singolo granello di polvere, ogni ditata sugli armadietti della cucina, ogni pelucco infiltrato sotto le madie.
Siete delle linci? Dodici decimi di vista?
Abbassate le luci. Si notano meno anche le rughe, casomai incappaste in uno specchio.
Piatti: non li lavate a mano. Nemmeno se siete single e vivete sole: la lavastoviglie, oltre a lavarle le stoviglie, le contiene. Ficcateci dentro tutto quello che usate: una volta piena, azionatela. Avrete sempre in ordine sia la cucina che le mani. Consumando meno acqua, tra l’altro: sapete che lavare i piatti a mano causa uno spreco d’acqua molto superiore?
Sarete meno scocciate ed ecologicamente corrette. Vi pare poco?
Stesso atteggiamento nei confronti di ogni diavoleria inventata per risparmiarci fatica: robot da cucina, frullini elettrici, macchine per impastare e cucinare al posto nostro. In fretta e bene.
Ve lo ha ordinato il medico di far tutto a mano?
Io ne ho sposato uno, e mi pare felicissimo quando mollo tutto e lo seguo dovunque mi chieda di andare. Ne desumo sia un comportamento salutare.
Quando la gente entra nelle mie cucine (sì, plurale: ne ho due. Una per colazione e merende, l’altra per pranzo e cena. Con quattro figli e un lavoro a tempo pieno è stata una soluzione ideale per non essere sempre affannata a correr dietro alle stoviglie da riporre…), quando ho visite, dicevo, tutti che si sorprendono per la quantità di elettrodomestici e ammennicoli di ogni genere che possiedo. Le stesse persone restano a bocca aperta quando vedono che dò da mangiare a dodici persone pasti di sei portate, col sorriso sulle labbra e senza apparente fatica.
Ecco, da una cosa nasce l’altra: facciamoci aiutare, gente. Da tutto e da tutti.
Abituiamo i nostri cari fanciulli a una sana collaborazione, appena iniziano a camminare: amore, metti il giocattolo nella sua scatolina… Quando saranno grandi si sapranno arrangiare e noi non saremo costrette ad adattare i nostri orari ai loro, per esser sempre sul pezzo a servirgli il pasto e rigovernare la cucina.
Già dal viaggio di nozze, evitiamo di recitare la parte della mogliettina senza macchia (di frutta) e senza paura (della polvere): la perfezione non esiste. E se esistesse, annoierebbe: siamo felicemente imperfette e anteponiamo lo stare assieme ai nostri mariti alle faccende di casa. Quelle aspettano. I mariti, non sempre. La vita, mai.