lunedì 16 giugno 2014

Curare i riottosi

Sembra facile, ma non lo è.
Convincere chi ha un sintomo sospetto a trovare il tempo per una visita medica: tutto gli possiamo fare, ma portare i loro pezzi da aggiustare in ambulatorio al posto loro, mentre il proprietario va al lavoro, questo no.
Indurre chi ne ha bisogno a prendere le sue medicine: tutti, ma proprio tutti, affermano di essere il miglior medico di se stessi. Sarà per quello che una percentuale impressionante di malattie sono causate dai farmaci? Nulla causa tanti guai quanto somministrazioni mancate, inopinate o a dosi sbagliate. Pratiche autolesionistiche più diffuse di quanto si creda e soprattutto attuate anche dagli insospettabili: ho beccato mia madre, dopo più di un ventennio trascorso nel retro di una farmacia, ascoltando i refrain propinati a centinaia di pazienti circa la corretta assunzione delle terapia, prendere una delle pillole di sua cognata. Così, a casaccio: aveva un rialzo pressorio, ha tentato con il fai da te.
Da anni spiego a mia suocera che i suoi peggiori nemici sono i cali di pressione. Nulla. Resta terrorizzata dall’ipetensione: l’unico modo per impedirle di automministrarsi diuretici a gogò è stato sottrarglieli. Mio marito ogni tanto deve fare un blitz e sequestrare ai suoi genitori scatole su scatole di farmaci proibiti (per loro).
La sottoscritta, purtroppo, non può però fare altrettanto con lui: data la sua posizione professionale, ha libero accesso a qualsiasi veleno desideri assaggiare. E naturalmente abusa di tale suo potere. A proprio danno: confermando l’antico detto circa il medico che cura se stesso.
Poi devo calmare gli ipocondriaci, convincendoli che non ha senso circolare con la maglietta di lana in agosto perché se si alza un filo di vento… 
Se sudi come una grondaia in qualsiasi stagione, prova a non vestirti come un palombaro prima di uscire. 
E se prendo freddo? Prendi freddo se ti si gela il sudore addosso, mannaggia!
Il caldo è nemico degli anziani: perché guidare per le vie della città con il berretto calcato in testa, i finestrini del catorcio (senza clima, ça va sans dire…) sigillati e trentasette gradi all’ombra? Hai deciso di aver vissuto troppo a lungo?
A noi mamme spetta anche far presente a chi di dovere che l’abito non si sceglie sulla base della data sul calendario ma sul tempo che fa fuori. 
Le nostre restano parole al vento (turbinoso, spesso), se poi si vedono folle di giovani senza giacca – è aprile, che diamine! – con un tempo da lupi da sembrare ottobre inoltrato.
Per non parlare dell’ombrello: quello non è macho. Molto più maschio invictus farsi una doccia a cielo aperto, arrivando dilavato e semisurgelato. 
L’ottimismo vola! 
Come germi e batteri, del resto. Diamo una chance a ogni forma di vita… Ospitiamo un bacillo. Diamo una casa a un anaerobio, permettiamo a un virus la giusta replicazione, che diamine. E’ natura anche questa…
E poi c’è l’ultimo grado di parentela, il peggiore. Il coniugio.
Lì c’è da perdere la testa, e non per amore purtroppo. Per disperazione.
L’ammettere i limiti imposti dall’età che avanza è un ignobile cedimento a sentimenti antispartani: molto meglio rischiare la pelle continuando a comportarsi come quarant’anni fa. Quando un uomo ti vuole convincere della legittimità delle sue folli azioni, dimostra una fantasia nel mentire, una pervicacia nel sostenere le sue assurde ragioni e una spudoratezza nel negare l’evidenza da farti preoccupare. Se decidesse, invece di rischiare la pelle in bici o sul campo da tennis, di farlo mettendo le corna a te sarebbe un vero artista. Lo inchioderesti lo stesso – così come lo inchiodi sulla sella o con le mani nella sacca delle racchette – ma saresti costretta a mettere in gioco tutta la tua astuzia.
La spudoratezza di Jurassico arriva al punto da fargli recitare la parte del pater familias spossato dal lavoro e desideroso di pace e tranquillità. E questo solo perché tu, cretina, gli stai consigliando una terapia in acqua che non gli va di intraprendere.
“Insomma! E’ tutto il giorno che mi ammazzo in quell’ospedale!!! Mi vuoi lasciare in pace?”
Non mi dice “donna, torna in cucina” solo perché già siamo lì.
“No. Non ti lascio in pace. No perché se non fai qualcosa di serio in ospedale ci finisci sì, ma come paziente. E io, sappilo, non ti farò da badante!”
Segue broncio di due giorni e capitolazione dopo tre. Tre come le sedute dopo le quali il nostro torna a sentirsi un leone e mi manda ai matti intraprendendo imprese quotidiane controindicate, saltando i pasti e diventando erbivoro.
Perché, dico io, è così difficile mettere un po’ di sale in zucca alla gente, quando si tratta di salute? Perché curarsi a dovere deve essere come le tasse? Un dovere, certo. Un dovere per gli altri, non per me.
Non ne posso più. Io mi dimetto anche da farmacista domestica. Fuggo, mi do alla macchia, faccio perdere le mie tracce e torno tra sei mesi. Secondo me, per allora i miei problemi peggiori si saranno tutti estinti. Per autodistruzione.