mercoledì 27 novembre 2013

Violenza. Parliamone.



Detesto i violenti.
Detesto i prepotenti, gli arroganti, coloro che, credendosi migliori e al di sopra degli altri,  sono convinti di poter agire al di là delle leggi e delle convenzioni.
Mi infastidiscono i maleducati, perché l’educazione è una forma di rispetto per gli altri: mille volte ho provato sulla mia pelle che il cafone è anche un prevaricatore con una pericolosa tendenza alla violenza (verbale e non).
Però è vero: ci sono soggetti contro i quali la violenza si scatena più spesso che su altri.
Ci sono persone che diventano vittime per quello che sono, non per qualcosa che hanno fatto: un nero, un immigrato, un gay camminano tranquilli per la strada e qualcuno li prende di mira, massacrandoli di botte.
E’ il risultato dell’odio razziale, la violenza cieca di esaltati che credono di agire per un bene superiore, infliggendo la giusta punizione a chi osa essere diverso da loro.
La violenza è violenza: ma questo è un tipo di violenza che si distingue e va distinta.
Va segnalata, messa all’indice, prevista e tenuta sotto controllo: ci sono idee velenose che non devono attecchire.
Se è vero che siamo tutti uguali, chi picchia o uccide al grido di “dagli al diverso!” va punito più severamente di chi mena alla cieca. Perché quella è una violenza premeditata, una violenza che viene propagandata, coltivata, giustificata e difesa.
Lo stesso vale per la condizione della donna: non è vero che è la stessa cosa, essere un uomo o essere una donna.
Non ancora: c’è un sacco di strada da fare prima di arrivarci.
Tradizionalmente, sono le donne a rinunciare alla loro indipendenza, per dedicarsi anima e corpo alla famiglia. Per poi trovarsi prigioniere in una gabbia dalla quale non sanno più come scappare.
Un uomo non ha paura a scendere solo sulla strada, anche solo per andare a gettare il pattume.  
Un uomo non deve difendersi da attacchi sessuali in autobus, quando va a passeggio in un parco o  se si avventura in un vicoletto buio.
Un uomo non deve attraversare la vita difendendosi da innumerevoli molestie sessuali, battutine sessiste, supposizioni maligne e discriminazioni di ogni genere.
Difficilmente sono gli uomini ad essere spaventati dal rientro dalle compagne ubriache, che li ammazzano di botte per poi violentarli.
Non sono gli uomini ad essere vetrioleggiati, picchiati selvaggiamente, addirittura ammazzati assieme a chiunque stia loro vicino per aver osato dire: “Non ti amo più. Me ne vado.”
L’amore declinato come conquista, per poi trasformarsi in un senso del possesso che non lascia spazio alla libertà della compagna.
La libertà di fare le proprie scelte in autonomia, di mantenere la propria personalità, le proprie amicizie, i propri spazi e tempi. La libertà di camminargli a fianco per una vita intera, magari, ma sempre con la porta aperta per andarsene, quando le cose non dovessero funzionare più.
Troppo difficile, se fosse così.
Troppo difficile doversi meritare l’amore della donna che si dice di amare, doversi impegnare per farla felice, farla sentire importante, condividere con lei tutti gli impegni che impone l’avere una famiglia.
Molte di noi hanno imparato: hanno imparato a farsi amare nel modo giusto, a non accettare quella brutta frase – Tu sei MIA  e procedono al fianco dei loro compagni mantenendo intatta la loro indipendenza.
Ed ecco che ci sentiamo dire che spaventiamo gli uomini: siamo troppo forti, proterve, inibitorie.
Come funziona, allora? Ci volete solo se siamo deboli, dipendenti e sottomesse?
Se davvero ci amate, rispettate la nostra libertà. In ogni circostanza, anche quando vi vogliamo lasciare.
Già, quando finisce: discutiamo anche di questo.
Quando è lui a dire “Basta!”, lei piange, si abbatte, va in crisi di autostima e si chiede cosa e dove ha sbagliato. Si sente colpevole per non essere riuscita a mantenersi a fianco l’uomo che ama. E spesso anche gli altri rincarano la dose, sulla base dell’assunto: “Fosse stata una buona compagna, lui non l’avrebbe lasciata.”
Mai che qualcuno ipotizzi che l’amore, purtroppo, qualche volta si spegne. E che non è colpa di nessuno.
Quando, invece, a chiudere la storia è lei, sono molti, troppi quelli che reagiscono con violenza, come se gli fosse stato sottratto un oggetto di proprietà.
Non si fanno domande, non si chiedono se e dove hanno sbagliato: non ragionano, s’infuriano, gridano e distruggono. Ciechi di rabbia, si scagliano contro colei che vedono come l’artefice delle loro sofferenze, cercando di annientarla.
E il bello è che continuano a chiamarlo amore.
Se non ti posso avere io, non ti vorrà nessuno. E la sfregiano.
Se non ti posso avere io, non ti avrà nessuno. E la uccidono.
No, questa non è semplice violenza.
E’ qualcosa di peggio, è qualcosa che affonda le radici in una mentalità sbagliata, un modo di pensare che va combattuto con ogni mezzo.
Anche con la Giornata contro la violenza sulle donne.
E’ un problema gigantesco, del quale si sta finalmente iniziando a parlare. Non smettiamo. Non sarebbe giusto. Non per tutte quelle donne che sono morte a causa della coltre di silenzio con la quale si vorrebbe negare una delle più grandi vergogne del nostro tempo.