venerdì 6 aprile 2012

Rapporti di famiglia


Oggi il post me l’avete ispirato voi, è deciso.
Rapporti genitori-figli: parliamone.
Una di voi mi scrive di non aver mai parlato con la sua mamma come mia figlia fa con me: tranquilla, manco io ci sono mai riuscita.
Quand’ero ragazza, mi dicevano che avrei capito un sacco di cose, una volta diventata mamma: in effetti, è successo. Solo che mi sono resa conto di quanto distorte fossero certe dinamiche, che all’epoca davo per scontate: non esattamente l’effetto che si aspettava il vaticinante di turno.  
Da mamma, non potendo contare su un modello genitoriale di sicura efficacia, mi sono arrangiata facendo funzionare il buonsenso. O almeno provandoci: nella piena consapevolezza che i rapporti umani funzionano solo se la controparte è impegnata in tal senso almeno quanto noi.
Ecco perché penso che sì, è una bella cosa essere riuscita a costruire un bel rapporto con i miei figli: ma so che non è merito mio. O, meglio, non è soltanto merito mio: c’entrano anche il loro papà, che mi ha sempre supportata, in tutti questi anni, e loro stessi, che ci tengono a me almeno quanto io tengo a loro.
Certo, con i figli piccoli (o molto giovani) il rapporto non è equilibrato: tu hai l’esperienza, tuo è il ruolo educativo, tu sei quello che li deve guidare. Il loro mestiere, tutto sommato, è quello di contestare: l’abilità sta nel riuscire (ove possibile) a far confluire la loro energia esplosiva in modo costruttivo.
Non sempre ci si riesce: a volte non basta offrire ai figli le migliori opportunità, le condizioni di vita e psicologiche più adeguate alla loro riuscita, per garantire che, in effetti, riescano.
Siamo tutti capaci di essere bravi genitori, se abbiamo un figlio che ci riempie di soddisfazioni: la difficoltà nasce quando un figlio ti delude, ti tradisce, si approfitta in modo ignobile della tua fiducia.
Ricordo che, già da bambina, ero molto colpita dalla figura del padre, nella parabola del figliol prodigo: da figlia, lo capivo poco. Comprendevo molto di più la reazione del figlio fedele, che si offende di fronte alla gioia del papà nel riaccogliere il figlio perduto. A comportarsi bene si è becchi e bastonati, pensavo: va sempre molto meglio ai lazzaroni.
Diventare mamma e capire le ragioni e i sentimenti di quel padre è stato tutt’uno: un genitore degno di questo nome deve saper andare oltre i torti e le ragioni.
Se per tenere il punto, per orgoglio, per rabbia, non riesci a dare la mano a un figlio caduto che ha bisogno del tuo aiuto, ora che si vorrebbe risollevare, ne decreti la rovina certa. E non è questo il compito di un genitore.
A dare alle persone una seconda occasione si fa sempre una scelta intelligente: per quanto mi riguarda, questo non vale solo per la prole. Certo, se abbiamo a che fare con un recidivo cronico, si deve anche trovare la forza di dire basta: ma, per fortuna, questi sono casi limite. Di solito, quando la gente sbatte il naso sul muro se ne tiene lontana, nel futuro.
Il ruolo della mamma, in famiglia, è spesso quello del mediatore: con il cuore a metà fra marito e figli, deve riuscire ad ascoltare tutti senza prendere aprioristicamente le parti di nessuno.
Se comprende le ragioni e i torti di tutti, senza schierarsi ora qui ora lì, a seconda della convenienza; se ce la fa a capire le defalliance di ognuno, senza per questo giustificarle e far finta di nulla; se si pone come obiettivo di dirimere le contese, senza lasciarsene invischiare; se cerca di lasciar fuori la sua emotività dai contrasti tra coloro che ama, evitando di decontestualizzare ogni frase, prendendola sul personale; se cerca di valutare con serenità le situazioni, anche le più spinose, astenendosi dal tranciare facili giudizi: se è quasi olimpica, insomma, nei suoi rapporti con i vari attori della commedia… le cose quadrano.
Tra l’optimum appena descritto e la mamma conflittuale, egocentrica, gelosa e partigiana ci sono mille sfumature, all’interno delle quali ognuno di noi può intravvedere se stesso (come madre, come padre, se è a lui che è stato conferito il ruolo di mediatore, oppure come figlio o figlia).
La vita in famiglia può essere un paradiso come anche un vero inferno: l’adattabilità dell’essere umano gioca una parte fondamentale. A volte c’è chi vive in un equilibro metastabile, in un contesto addirittura drammatico: molto complicato sarà, per queste persone, riconoscere i lupi travestiti da agnelli.
Quando esci da un’esperienza negativa, spesso è terribilmente difficile evitare di ripetere sui tuoi figli gli errori commessi nei tuoi confronti. Se l’unico esempio genitoriale a nostra disposizione è fallimentare, spesso non sappiamo cosa fare: purtroppo, anche la tecnica del buttare tutto, facendo sempre l’esatto contrario di quel che è stato fatto a noi, non funziona come si vorrebbe.
Poi ti manca l’esperienza: e quando te la sei fatta, molte volte è troppo tardi per rimediare agli errori.
Che fatica, gente. Che fatica far quadrare questo cerchio…
La serenità è una conquista quotidiana, la felicità un obiettivo spaventosamente difficile da centrare e facilissimo da perdere.
Se la fortuna non ci sostiene, come spesso accade, non bisogna mai abbandonare la speranza: si può costruire un edificio solido anche su un tappeto di macerie. E’ necessario crederci molto, e crederci tutti: senza contare che il cantiere rimane sempre aperto. Non c’è conquista che sia definitiva, in questo campo: però, vale la pena di affaticarsi per il nostro edificio. Tutti sono capaci di distruggere: ma sono i costruttori che rendono il mondo un posto dove vale la pena di vivere. Questa è una delle poche certezze che ho.