lunedì 30 gennaio 2012

Codice rosso

Ora 1.30 di venerdì notte. Jurassico è sul punto di assopirsi, in ospedale, quando il display del suo cellulare s’illumina: un sms.
Ti posso disturbare?
Mittente: Mpc.
E lo sventurato rispose…
Emergenza sanitaria in corso, a Casa per Caso. Una pasta ai frutti di mare si è rivelata un subdolo killer: dopo averla spazzolata, il filosofo dà qualche segno di fastidio. Pare qualcosa gli sia rimasto in gola. Va a farsi un gargarismo, quindi esce di casa con gli amici, lasciando mamma a gozzovigliare con un’amica. Le assenze di Jurassico vengono sempre colmate in questo modo, dall’amata mogliettina: dandosi alla pazza gioia con qualche amica. A mezzanotte circa il giovanotto rientra, dichiarando di sentire ancora un corpo estraneo incastrato a metà della gola: gli do un’occhiata, ma non vedo nulla. Così, lo spedisco a letto, con l’idea di rimandare all’indomani eventuali indagini diagnostiche. Un’ora e mezzo dopo, il nostro mi piomba in camera da letto, causandomi un infarto per lo spavento, dichiarando di non riuscire a dormire: il fastidio è troppo intenso. Ed ecco che parte l’sms di richiesta di aiuto a babbo dottore…
Seguono quasi due ore di traffico intenso: ci vestiamo  rapidi e facciamo per partire alla volta del Pronto Soccorso, allertato dal doc. L’informatico, svegliato dal trambusto, esce minaccioso dalla sua camera da letto: temeva che degli intrusi si fossero introdotti in casa.
“Ah, siete voi… Ma che succede?”
Due parole di spiegazione, poi  la visita al PS, con il neurologo di turno che m’interroga, sospettoso: “Non potevate farvi vivi prima, accidenti?! E poi, scusa, vuoi dirmi che ci hai messo in quel sugo???”
Un sospetto quest’ultimo che mi offende molto, tanto da riferirlo l’indomani all’informatico. Il quale, serafico, mi risponde: “Mamma, ti ricordo che hai un passato turbolento in questo campo!”
Il giovane non scorda un antico episodio di intossicazione plurima che mi ha vista protagonista. Una decina d’anni fa stesi una quindicina di ospiti, con modalità rimaste per sempre da chiarire. Condannati a un uso spasmodico del bagno, nei tre giorni successivi a una cena a casa nostra, me l’hanno fatta scontare con sfottò che ancora durano, ogni volta che mi vengono a trovare. E bravi sono ad accettare ancora i miei inviti, tra l’altro.
Ma torniamo al ragazzo con la gola lesionata: nemmeno la dottoressa riesce a vedere nulla. Però non è il caso di richiamare l’otoiatra reperibile: dopotutto, il ragazzo non sta soffocando. Così, veniamo rimandati a casa, non prima di aver offerto al povero papà un corroborante caffè alle macchinette: grazie a noi due, non dormirà neppure un’ora. Dopo di noi, giungeranno due emergenze (vere) ed eseguirà una trombolisi, restituendo un paziente a una vita normale. Come dire che questo ha ben altro da fare, nella vita, che star dietro ai casini che combiniamo noi…
Mogi mogi, il filosofo ed io torniamo alla base: con il mio consueto positivismo, di fronte alle malattie dei miei figli, obbligo il poverino a dormire con me.
“Che se ti soffochi ti sento e ti posso soccorrere!!!”
Gesto scaramantico da parte dell’interessato, il quale comunque esegue l’ordine: prendendo il posto di papà nel talamo coniugale. La notte trascorre senza incidenti, salvo il fatto che il ragazzo non chiude occhio: il che lo irrita non poco. Tra due giorni ha un esame, poveretto.
Al mattino, con il sorgere del sole, sorge anche papà: il quale torna a casa stufo morto. Cosa che non lo esime dal caricarsi il figlio in auto, per portarlo in Otorino, nell’ospedale complementare al nostro, distante venti km da qui: andata e ritorno, per scoprire che non ci sono ostacoli, piantati nella gola del figliolo. Però una lesione c’è: ecco perché viene prescritta una TAC al collo. Non sia mai che questo giri con potenziali killer infrattati in qualche cavità. Altro giro, altra corsa.
I due tornano, esausti, all’ora di pranzo. Nessun corpo estraneo rilevato. Prescrizione: otto giorni di pappine semifredde.
Bilancio: una notte bianco in tre, mezza giornata persa in due (la sottoscritta, da parte sua, è rimasta a casa a soffrire in solitudine, spaccata da un mal di testa devastante ), un’intera famiglia in subbuglio. E papà che, tra una cosa e l’altra, rimane sveglio la bellezza di quaranta ore consecutive.
Conclusione del filosofo: “Ho deciso che non mangerò mai più pesce in vita mia!”
Conclusione mia: mai più conchiglie a decorare la mia pasta. D’ora in poi, sguscerò anche le cozze giganti. Non sia mai che la prossima volta qualcuno muoia soffocato veramente.