venerdì 13 gennaio 2012

Ci separiamo?

Ogni tanto Jurassico se ne esce con questa domanda: una sorta di gesto rituale a sfondo scaramantico, con il quale risponde al panorama che ci circonda.  
Il fatto è che assistiamo impotenti a disfatte matrimoniali sempre più numerose: coppie scoppiate, amori che naufragano fra le carte da bollo, con turbe di avvocati assetati di sangue che si avventano gli uni contro gli altri, mentre truppe di figli affrontano la deriva matrimoniale dei genitori, senza sapere di preciso che ne sarà di loro. E senza che lo sappiano neppure i genitori, talvolta.
Separati in casa costretti a una convivenza forzata, perché la separazione è un lusso che non tutti si possono permettere. Situazioni tensive da tagliare col coltello, mentitori seriali che tengono il piede in due staffe, senza parlare di certe paludi matrimoniali, dove i sentimenti sono stagnanti e l’abitudine è l’unico collante rimasto, fra due perfetti estranei.
Ormai, siamo ridotti ad osservare con speranza e ammirazione coloro che riescono a gestire la separazione con civiltà, senza trasformare la prole né in moneta di scambio, né tantomeno in terreno di scontro. E quelli che riescono a rifarsi una vita con discrezione e correttezza.
Le coppie serene e funzionali, quelle che affrontano con coraggio i flutti del destino appoggiandosi all’amore reciproco, cercando all’interno della coppia i motivi per continuare un percorso comune e una gioia di vivere da condividere, sono sempre meno numerose. Quando ci si trova assieme, si è un po’ come dei reduci, oppure dei sopravvissuti.
Ci scambiamo mestamente le notizie circa l’infausta conclusione di questa o quella storia traballante, constatando  con dispiacere che nemmeno loro ce l’hanno fatta. Un autentico conflitto planetario.
Tanto esteso da mettere talvolta in crisi anche me: possibile che noi ne siamo immuni? Sarà vero o un brutto giorno mi sveglierò anch’io dalla mia favola, scoprendo che era tutto una finzione?
Poi  l’amato bene mi porta a spasso per Firenze, una città in pieno assetto di guerra: i turisti sono insidiati da centinaia di negozi, armati di saldi e incattiviti dalla crisi. Migliaia di ciofeche estratte per l’occasione infestano le vetrine, in un melting pot di autentici affari mischiati a obbrobri assoluti. Roba da far perdere la testa a una shopper professionista: persino la Miss avrebbe esitato, di fronte a tanto caos.
Il nostro, con il solito fare indifferente, individua una piccola vetrina, semibuia, confinata all’estremo di una piazza di una bellezza totalizzante: “Ehi, vieni qui, tu!”
“Che c’è?”
“Vedi un po’ ‘sta borsa…”
 “Wow! Stupenda… Che color fentastico! Andrebbe con tutto e poi è grande, come piacciono a me…”
“Appunto. Per quello l’ho notata. Entra in negozio e vedi se ti piace. Se ti piace comprala!”
Eseguo. Quando scopro che c’è sì il 30% di sconto, ma da una base 300 €, mi dò alla fuga: troppi soldi per un capriccio.
“E allora? Non era bella?”
“Sì che era bella! Ma costa un botto, non mi pare proprio il caso…”
“Ma tu senti questa! Se ti ho detto di andartela comprare! Ma guarda cosa mi tocca fare…”
Mi prende per un braccio e mi conduce, carta di credito in resta, all’interno del negozio: dove procede all’acquisto del bene voluttuario. Facendo di me una donna felice, sia detto per inciso: attualmente, è l’unica borsetta che utilizzo.
In più, l’episodio mi ha rassicurata alquanto. Diciamocelo: se un uomo riesce a individuare, in pieno delirio da saldi, l’unica borsa che potrebbe piacere a te e ti costringe addirittura a comperarla, ti deve amare sul serio. 
Un maschio può fingere su tutto, ma non su questo!