sabato 19 novembre 2011

Vita piena, piena di vita


Arieccomi, ragazzi.
Con la Zietta Surgela andiamo benino: si è ripresa, ha riacquistato l’abituale lucidità e ha ricominciato a dare ordini in plancia. L’ammiraglia è di nuovo sul cassero: di tanto in tanto, la donna assume atteggiamenti che rappresentano un incentivo alla rottamazione. Cosa che le dico a chiare lettere, facendola ridere: il che la disinnesca all’istante. Grazie a Dio ha una buona dose di sense of humor, la vegliarda.
Resta il problema (grosso) della sua completa incapacità di muoversi in autonomia, ma che la testa sia tornata sul collo va segnato come obbiettivo principale raggiunto. Per il resto vedremo che si può fare, e che fare. Per fortuna, la diretta interessata è perfettamente consapevole di averci scagliati in alta emergenza: e si dimostra collaborativa nell’esplorare le varie soluzioni. Le basta che le rimaniamo vicini, fisicamente e affettivamente.
Nota per chi si chiede: “Ma dovevi farti avanti proprio tu…? Non ne avevi abbastanza di rogne, nella via tua?!”
Vero. Ma sono proprio l’unica che ha i mezzi, gli spazi, il tempo e il marito giusti. In tutti i sensi. Ergo… la zia è mia e me la gestisco io.
A questi e altri eventi contingenti, si aggiungono gli impegni sociali contratti da Jurassico. Ieri sera, eravamo a cena da un suo paziente:   persona gentilissima,  un vero signore, molto colto e con la musica nel cuore.
La sottoscritta non aveva il piacere di conoscere  il nostro ospite, tuttavia aveva ben presente la consorte dello stesso: per avere un’idea del tipo, figuratevi una Romy Schneider un po’ più carina, elegante quanto Audrey Hepburn, che sembrava una regina anche quando scendeva un attimo in farmacia, a comprare un’aspirina.
Ultimo dettaglio, la location della cena: un palazzo del XVI secolo, con tanto di saloni affrescati e stucchi ai soffitti. Robetta da niente, insomma.
Con premesse simili, quello stordito di mio marito mi dice: “Mah, credo sia una cena informale… Posso venire vestito così?”
Indossava un paio di calzoni verdini e un maglioncino azzurro, crivellato di pallini e ormai completamente sformato. A parte l’accostamento di colori degno di un daltonico, quel pullover ormai è diventato per lui come la copertina di Linus: sarà pure di cachemire, ma se lo tieni anche per andare a letto diventa uno straccio per le polveri lo stesso. Niente da fare: quando è ora di lavarlo, per riuscirci devo operare un furto con destrezza. Quello non lo molla.
L’ho costretto a mettersi qualcosa di più decente, pur graziandolo di giacca e cravatta: anche perché il completo più recente che possiede l’ha acquistato per sposare me.  Sono anni che cerco di convincerlo a comprarsi un paio di vestiti, da tenere di scorta almeno per le occasioni istituzionali.  Va da sé che non mi dà retta.
Siamo giunti comunque a un compromesso decente, mentre io ho cercato di acquisire un look accettabile.
Così credevo, almeno: peccato che mi manchino i fondamentali, mannaggia.
Accolti con un calore e una cordialità commoventi dalla signora, abbiamo affrontato lo scalone in marmo: il marito reggeva un vaso, con un omaggio floreale per la padrona di casa, mentre io tentavo di reggermi in equilibrio sui tacchi. Risultato: mi è caduta una scarpa.
Stanca di essere sempre solo una matrigna, ho deciso di provare una mossa da Cenerentola: nessun principe si è presentato all’appello, però. Neppure il rospo di mio marito, che si è limitato a dileggiarmi, ingiungendomi di non tentare il suicidio in casa d’altri.
In qualche modo, siamo giunti a destinazione: dove ci attendeva un manipolo di signore tutte belle e molto eleganti, tubino nero, calza scura velata e filo di perle regolamentare. Di fronte a quelle creature dalle chiome fluenti, ordinatamente disciplinate in ciocche che ricadevano con grazia sul viso, mi sono sentita lo spaventapasseri della situazione. Con il mio taglio alla Mastro Geppetto, la collana di sassi neri e le scarpe sfuggenti, sembravo proprio Wilma dei Flintstones.  
Nonostante la nostra palese inadeguatezza, siamo stati accolti con familiarità e deliziati con una cena, e una compagnia, di ottima qualità. Non è mancato nemmeno un piacevolissimo intermezzo musicale: il tempo è volato. Ahimè, aggiungerei: fedele al mio neo acquisito ruolo di Cenerentola, a mezzanotte ho dovuto chiamare la carrozza e darmi alla fuga. La zia, alle mie implorazioni di farsi sistemare per la notte PRIMA della mia uscita di scena per la cena, lasciando ai figli solo l’incombenza di farla sdraiare sul letto, non aveva sentito ragioni: “Aspetto te. Torna all’ora che vuoi, anche all’una: poi prepari e mi metti a letto TU!”
Come i bambini. Meno male che ne ho cresciuti tanti, e so come domarli: sarà dura, ma non impossibile.  Almeno, spero.