martedì 1 novembre 2011

Vacanze in Veneto

I nostri amici romani sono ripartiti stamattina, tra baci, abbracci e promesse di rivedersi presto. I due gaglioffi, specialmente: loro già stanno chiacchierando, via webcam. Potenza della tecnologia: annulla le distanze.
Peccato non esista tecnologia capace di annullare me, o almeno i miei effetti deleteri. Imbranata come nessuno, non mi smentisco mai: nemmeno quando ci metto tutta la mia buona volontà.
Vogliamo parlarne?
La mia povera ospite ha le ginocchia scardinate, in attesa di risistemazione: in considerazione di ciò, l’idea di far le turiste a Venezia è stata accantonata, in attesa di tempi migliori. Con tutti quei ponti, si correva il rischio di dover chiamare un facchino per trasportare lei, al posto del bagaglio.
Peccato che, come alternativa, la mia scelta sia caduta su Asolo: cittadina priva sì di ponti, ma non di salite. Nel mio ricordo, il tratto di ascesa forzata era di minuscola entità.
Purtroppo, però, io ho la memoria di un pesce rosso.
In realtà, ho imposto alla meschina una tappa di montagna, che nemmeno al Giro d’Italia: dopo trecento metri, la nostra era già boccheggiante, in pieno debito d’ossigeno, e con le gambe in procinto di scendere in sciopero. Non so se abbia apprezzato l’amenità dell’antico borgo: ciò di cui sono certa, viceversa, è il suo gradimento delle poltroncine del bar dove ci siamo fermate a riprendere fiato. Un altro passo, e sarebbe stramazzata al suolo.
Non contenta, l’ho portata a Possagno: ivi, ho guidato sin sotto al Tempio del Canova. Non potendo aggredire la gradinata con lo squalo, ho scaricato la mia passeggera alla base della stessa. La mia ardimentosa amica, appena ripresasi dalle fatiche della salita asolana, ha affrontato i gradoni con calma e determinazione.
Giunta – viva – alla sommità dello scalone, ha potuto ammirare lo splendido panorama dei colli circostanti: i colori dell’autunno, accesi dallo splendido sole regalatoci da una giornata radiosa, rendevano la scenografia quasi perfetta. Peccato che a guastare l’atmosfera ci fosse un cicerone (Mpc, ndr) in stato di confusione mentale. Mentre la nostra si guardava attorno, estatica, io farneticavo di Pantheon e di edifici a pianta circolare.
“Però. Da Roma, me ne son venuta fino in Veneto per vedere il Pantheon…” ha ridacchiato lei, prima che mi rendessi conto di quel che stavo dicendo.
Sto aggravandomi: non sbaglio solo i nomi dei figli. Ora inizio a sbagliare anche quelli dei monumenti e delle città. Presto affermerò di aver navigato sul Tamigi, a Parigi: che fa pure rima, me tapina.
Dopo questa bella prova, ho concesso pure il bis. Nel tentativo di rendermi utile, ho proposto alla poverella di scattarle una foto sotto alle colonne, giusto per avere un ricordo. C’è mancato un secondo: per poco, la mando a casa con l’effigie della mia narice sinistra. Da brava incapace, ho puntato l’obbiettivo contro di me, anziché verso di lei.
Meno male che me ne sono accorta in tempo: così, è rimasta la foto di una turista aggrappata alle colonne del Tempio, accartocciata dalle risate. Alla faccia del cheese, che di solito ci congela tutti in un sorriso algido e poco credibile.  
Dopo di ciò, a casa, c’è stato l’angolino della rimembranza. Ho dissotterrato l’album di nozze, sepolto sotto cumuli di oggettistica varia, per mostrarlo alla mia amica: mentre lei sfogliava, io commentavo. In corrispondenza del momento topico, quello in cui i ragazzini salgono sull’altare per un abbraccio collettivo, mi è giunta un’invocazione: “C’è mica un fazzoletto? SNIFFF, SNIFFF… Io piango sempre, ai matrimoni!”
Accipicchia. Un autentico caso di commozione postuma. La lacrima posposta, a sedici anni di distanza. Devo togliere dalla circolazione il libro che ho scritto: fa degli effetti strani alla gente. Rilancia indietro nel tempo persino chi non era presente!
Stamattina, colazione: focaccine calde e cappuccino, per lasciare ai nostri ospiti un dolce ricordo della permanenza a Casa per Caso. Preda di un pericoloso accesso di affettività, pongo le mani sulle spalle del giovanotto, seduto in attesa delle vettovaglie. Lasciandogli un’orma di cioccolato stampata sulla tuta: avevo appena rigirato le focaccine nel fornetto.
Seguono i soliti frenetici – e patetici – tentativi di rimediare al danno: con una spugnetta, l’ho strofinato come fosse una padella, ottenendo un pulito che nemmeno il Dash. Alla fine, il ragazzino mi ha fermata con un disperato: “E’ a posto!” che lasciava intendere quanto fosse stravolto. Come ciò non bastasse, Jurassico ha calato l’asso: ovvero, la tazza. Centrando secco il cucchiaino della zuccheriera, che ha funzionato tipo catapulta: in un secondo, c’era zucchero su tutta la tavola.
Solita spugnetta, solito intervento di emergenza.
“Ecco qui, questo lo mettiamo nel cappuccino di Lorenzo…” dico io “Mi par male sprecare tutto questo zucchero!”
“Qui non si butta via nulla…” commento della madre di Lorenzo.
“Ma povero!!!” obbietta Matteo, cascandoci in pieno.
“Ma te pare???”sbotta Lorenzo, sempre più strabiliato. Che Matteo ci possa credere gli pare – giustamente – un’aberrazione.

Dopo la partenza degli ospiti, Matteo mi rivela: “Era sconvolto. Il mio amico era sconvolto. Non gli è mai capitato di trovarsi in situazioni del genere: ripulito con una spugnetta, colpito da un proiettile di zucchero…”
Tanto per cambiare. Chi ci viene a trovare, lo sperimenta sulla sua pelle: siamo incredibili, ma veri. Purtroppo.