sabato 24 settembre 2011

Felini e gattare fuori controllo


Io non nutro due gatti: allevo due belve. Come se non bastassero le quattro belve a due gambe, a complicarmi l’esistenza.  
Se mi attardo a scendere, al mattino, quelli mettono su un concertino che nemmeno i Beatles agli esordi: “Mieee, mieee, MIE’!”
Se non mi scapicollo a sfamarli, quegl’infami svegliano l’intero vicinato.
Eccitati dall’idea che fra poco se magna, i due si strusciano contro le mie caviglie, conducendomi ogni mattina sull’orlo di un crollo rovinoso. Ho un andamento da indice di Borsa, quando li ho fra i piedi.
Naturalmente, Corradino si distingue per astuzia e destrezza: non so come, ma riesce sempre a infilare la zampetta fra la porta e lo stipite, aprendosi l’agognato varco: per fuggire quindi come un indemoniato al piano superiore, dedicandosi poi al suo sport preferito. Il lancio, senza paracadute, sulla tenda del piano di sotto.
Non so perché, ma stamattina non riusciva più a scendere a terra: disperato, percorreva la superficie del tendone in lungo e in largo, emettendo lunghi miagolii modulati. Mi sono avvicinata per afferrarlo, ma il manigoldo giocava con la mia mano, eseguendo un balzo all’indietro ogni volta che cercavo di raggiungergli la collottola. Inutile anche cercare di attrarlo con il piattino della pappa: il furbastro la ignorava. Si era rimpinzato ben bene, prima di darsi agli sport estremi: sarà per quello che non osava il balzo finale. Troppo zavorrato.
Dopo tre o quattro tentativi andati a vuoto, allungandomi come un elastico, mi sono rassegnata a cercare un piccolo aiutino: piazzata la scala, l’ho beccato al primo colpo, riportandolo zampe a terra.
C’è però qualcuno che riesce a battermi, quanto a gattaria: ieri sera siamo andati a trova una coppia di amici. Il cancello era aperto, così ci siamo introdotti in giardino senza suonare: sotto il portico, mi attendeva uno spettacolo che mi ha fatto perdere la trebisonda. Un numero sempre crescente di micetti, sulle due-tre settimane di vita, zampettava per ogni dove. Gattini neri, tigrati, un esemplare candido con una macchia tonda color caffè, in centro alla testa: spuntavano da sotto i cespugli, le poltrone, si materializzavano dal giardino e sbucavano da sotto le fioriere.
Sono impazzita.
Mi sono messa a inseguirli tutti, incurante che la maggior parte di loro mi sfuggisse spaventata: ho acchiappato due neri e quello bianco. Appurando che erano diversamente domestici: ovvero, si lasciavano prendere in braccio, ma si divincolavano quasi subito. Tutti, tranne uno: un batuffolo nero, con una macchietta bianca in mezzo al petto. Praticamente, il clone del compianto Poppi: quello, come l’ho afferrato, si è messo a fare le fusa come un motorino.
Manco a dirlo, avevo già le mezzeluci agli occhi e l’aria implorante: nel frattempo, i padroni di casa si erano affacciati alla porta. Li ho quasi ignorati, persa com’ero in mezzo ai pelosi.
Jurassico, che conosce il suo pollo, si è messo a barrire: “Nonononono! Non ti far venire strane ideee…”
“Ma guarda quanto è carino!”
“Non se ne parla. Non passerò un altro inverno coi gatti in camera da letto!”
“Ma poverini… Qui ci sono le macchine, magari li investono!”
“Ecco, sì, appunto. Considerato che sono tredici, la selezione naturale è la mia sola speranza!” obietta il titolare della cesta di code.
La moglie ci mostra il cestone dove dormono, descrivendomi il risveglio dei tredici pelosini, quando al mattino gli porta la pappa.
Jurassico ha dovuto togliermi il gatto dalle braccia con la violenza e cacciarmi in macchina con metodi coercitivi. A quel punto, invece di uscire, volevo mettermi a dormire nella cesta con loro.
Ecco, ora lo dico: ho sposato un uomo insensibile. 
Un uomo che non mi comprende.
Uffa.