lunedì 8 agosto 2011

Propensione al comando


“Hai disfatto i bagagli?”
“Certo!”
“Il sacco a pelo?”
“In lavanderia.”
“La sacca…?”
Occhio colpevole: “E’ in garage, sul pavimento...”
“Andiamo a recuperarla, così la metti in armadio.”
Esegue, con l’andazzo di uno che ha cose ben più importanti da fare.
“Lo zaino?”
“E’ vuoto!”
“Aprilo!”
Ne estrae: due federe, un coprimaterasso in spugna, due bottigliette di plastica semidistrutte, sette stagnole appallottolate, un cioccolatino integro – che mi offre: per addolcirmi un po’? – e il k-way. Intonso, ma dispiegato.
Infine, rovistando sul fondo, individua qualcos’altro: un libretto. Quello dei canti: appropriazione indebita.
“Dammi qui, che lo rendo in canonica, razza di pollastro…”
Me lo sottrae lestamente, esclamando: “Ok, mamma, adesso cantiamo!”
Mi afferra sottobraccio, praticamente bloccandomi per il collo, tipo garrota, e mi trascina con sé, oscillando a tempo di musica, cantando a squarciagola qualcosa sul Signore che non lo lascia e lui che non avrà mai paura.
Viceversa, io di paura ne ho. Molta. Che mio figlio sia impazzito?
Quindi, mentre io cerco inutilmente di capire come cavolo si piega quell’accidente di k-way, quello prende a raccontarmi dei giochi di guerra.  Mentre io finisco con l'appallottolare la giacca in un ignobile grumo informe, lui procede nella narrazione, aprendomi squarci su un mondo sconosciuto.
Pare che gli animatori conferissero un grado a ciascuno di loro, da soldato semplice in su, fino a colonnello e generale: poi, quelli si dovevano combattere, ammazzandosi a vicenda. Alla faccia del campo scuola di stampo cattolico…. Quanto più alti in grado erano i sopravvissuti, tanto meglio si piazzava la squadra, vincendo la partita.
“Mamma, mi sono autonominato stratega del gruppo. Io facevo i piani, creavo manovre diversive, spostavo le truppe, davo ordini e tutti mi ubbidivano! Sembrava che avessi una frusta in mano, per come mi seguivano…”
“Ma la tua strategia funzionava?”
“Certo! Mi hanno fatto i complimenti tutti, anche quelli fissati con la guerra. La gente era disposta a morire, per me! Ogni tanto, avevo bisogno di volontari, per missioni rischiose: uno doveva entrare in territorio nemico, per individuare il grado degli avversari. C’era il rischio di lasciarci la pelle, ma poi la squadra sapeva chi colpire e vinceva. C’era sempre qualcuno che si sacrificava…”
“Mhm. E avete vinto spesso?”
“Sempre. La squadra che comandavo io vinceva sempre. Così, ero un capo venerato!”
Mio figlio ha scoperto la differenza fra autorità e autorevolezza. Forse dovrei avviarlo alla carriera militare: ha stoffa, il ragazzo. Mimetica, magari, ma la stoffa non gli manca.