giovedì 23 giugno 2011

Senso di inadeguatezza in agguato

Quando si dice la fortuna. Tre pomeriggi lavorativi in due anni, e tutta la mia vita si concentra lì dentro: un lavoro d’incastro che nemmeno un intarsiatore.
Poiché, tuttavia, la sottoscritta è abile solo nel concatenare disastri, le conseguenze non si sono fatte attendere.
Un collega di mio marito, accompagnato dalla signora, l’altro ieri doveva venire a cena da noi: appuntamento improrogabile per ragioni logistiche e di opportunità. Fidando nella comprensione dei miei ospiti, il menu era semplice ai limiti dell’indecenza:  pizza fatta in casa. Per risollevare le sorti di cotanto menù, mi sono affidata alle arti di una celebre pasticceria locale.
Nota per Stefy: il dolce era il tuo. Quello che ti sei consumata le scarpe per trovare.
La commessa mi ha domandato quanti fossimo a cena: ho risposto con un criptico “Un numero mutevole. Mi dia quello!” indicando la piastrella da dodici persone, dove a cena saremmo stati in quattro. La dose ponderosa ha garantito una trasgressione adeguata da parte nostra, pur lasciando le briciole a disposizione della marmaglia, per l’indomani.
A tale proposito, i quattro dell’Apocalisse si sono esibiti in un coro unanime di benedizioni all’indirizzo della nostra amica milanese, che ci ha fatto scoprire una delle sette meraviglie del mondo.
Tornando alla fatidica cena, rientro dal lavoro, mi faccio una doccia, m’infilo in un abito perché bisogna e vado a recuperare l’impasto, già in crisi per l’orario. C’è solo un’ora che mi separa dall’arrivo dei nostri commensali.
Apro la macchinetta impastatrice, e mi trovo di fonte un ignobile accumulo di farina intrisa d’acqua, con qualche chiazza d’olio emergente, e un mucchietto di lievito immoto, per mia fortuna risparmiato dagli eventi. Uno sfacelo.
La mia fida amica, che mi ha tradito una volta sola in cinque anni, pur lavorando indefessa con cadenza giornaliera, si è messa in sciopero proprio oggi.
Da notare che il marito aveva avvisato i ragazzi di controllare il work in progress, per garantirmi le spalle: aveva ricevuto ampie garanzie circa il normale decorso degli eventi. Le garanzie dei figli sono sempre da prendere con le molle, a quanto pare. Confidano troppo nella benevolenza dei numi, quelli.
Il mio nume ostile, viceversa, sempre molto attivo e presente, ha colpito ancora.
Non mi resta che affidarmi alle tecnologie alternative: impasto col robot, spingo la lievitazione nel microonde, associando all’uso delle macchine un buon numero di riti scaramantici.
Ragione e superstizione, emulsionate dalla disperazione.
Va da sé che raccatto da qualche parte il numero della pizzeria take-away: non si sa mai. Non di solo prosecco vive l’uomo.
Per mia fortuna, nonostante le agghiaccianti premesse, le pizze riescono, ottime e abbondanti. Non posso nemmeno invocare la fortuna del principiante: sarà la millesima volta che faccio la pizza. Ma è di sicuro quella in cui mi sono incasinata di più.
Preso da pietà, il lui della situazione mi garantisce che ho scelto di servirgli il suo piatto preferito: decido di credergli, anche se sta mentendo. Così soffro meno, per le mie deludenti performance.
La cena si conclude con grandi brindisi, alla salute dei nostri nuovi concittadini: dalle cinque del pomeriggio, i due sono gli orgogliosi proprietari di un appartamento qui vicino.
Per come hanno reagito al casino che ho combinato, si sono rivelati persone simpatiche, accomodanti e dotate di un sense of humor più che notevole. Sedersi a cena, dopo una giornata d’inferno, costellata di imprevisti, seccature e ritardi, rischiando pure di vedersi servire una suola di scarpa nel cartone, dev’essere stata un’esperienza da dimenticare. Eppure, non hanno mai smesso di sorridere.
Se superano questa, mi sa che ci frequenteremo parecchio, in futuro.