martedì 7 giugno 2011

Nuove amiche in trasferta

Quasi ora di cena. La giornata è stata segnata da vari imprevisti, non ultima la telefonata dell’amica milanese, abbandonata dal treno in quel di Vicenza. E’ da stamattina che ‘sto sciopero sta mettendo sottosopra Casa per Caso. Mentre la derelitta, trascinando i suoi bagagli, va a caccia di un mezzo di trasporto alternativo, la sottoscritta tenta di organizzare una task force di salvataggio: manco a dirlo, stasera è bloccato persino Google Maps. Tutto ci si rivolta contro, anche la tecnologia.
Grazie al cielo, un pullman raccoglie la profuga, i cui guai peraltro non sono finiti: rivoltasi all’autista, per sapere in quale area di territorio ostile sarà scaricata, viene insignita di una rispostaccia, appesantita da un’occhiata sprezzante. Il tizio pare convinto che chiunque metta piede in Veneto debba conoscere a menadito la geografia, toponomastica e viabilità di ogni micragnosa frazione dell’entroterra padano. Effetti dello strapotere della Lega, temo.
La poverina si rannicchia al suo posto, recitando il mantra “Io speriamo che me la cavo”, mentre il mezzo macina chilometri, fra capannoni industriali e campagne coltivate a mais. Nel frattempo, nella Stamberga fervono i preparativi.
I quattro dell’Apocalisse, rimasti in tre per defezione del filosofo, migrato dalla morosa, si stanno coordinando per allestire la cena propria e del papà, missing in hospital da dodici ore. La griglia sfrigola, i giovani litigano, il vecchio cucina, ogni tanto mandando dove si conviene il gaglioffo, scoordinato e scarsamente collaborativo.
La qui presente, invece, perde mezz’ora a dissimulare i danni da sole, coprendosi i quarti lesi con svariati metri di stoffa, ricostruisce il segno sulle palpebre, scioltosi in piscina, con formazione di un simpatico alone bluastro sotto l’occhio destro. Sono quattro ore che giro come un pugile appena sceso dal ring: meno male che me ne sono accorta ora, prima di andare a prelevare quella poverina.
Si sarebbe spaventata di sicuro: considerata la squisita accoglienza riservatale dal muflone alla guida dell’autobus, avrebbe sospettato che nel trevigiano la gente sottolinei il suo argomentare a  suon di sganassoni.
Comunque sia, la complessa operazione di restyling mi viene tanto bene che devo andare ad acciuffare la donna di peso, quando compare all’orizzonte. Protesta che sono troppo elegante per essere Mpc, e poi non sono maculata. In realtà, rappresento soltanto un esempio di camuffo ben riuscito: domani, quando mi vedrà impegnata tra i fornelli della Stamberga, con tanto di falda tirolese intorcinata ai fianchi, le sue aspettative saranno soddisfatte. Se  poi dovesse piovere - eventualità data per certa dalle stazioni meteo -  l’umidità scatenerà anche le serpi che si annidano fra le mie chiome, rendendo la mia immagine perfettamente in linea con le descrizioni fatte in questa sede.
Comunque sia, prima di uscire, mi assicuro che tutto sia a posto.
“Come sto, ragazzi…?”
Occhiata vagamente nauseata del gaglioffo, che se ne va silenzioso, scuotendo la testa. La sua disapprovazione è globale e garantita, sempre: i miei dati anagrafici, da soli, mi assicurano l’impresentabilità in pubblico, a sentire lui.
La Miss tuba: “Mmmmm… Sei un buffo tacchino! Guarda la mamma come muove la mano! E dopo sono io, la signorina Gnègnè!”
“Muovo la mano? Come sarebbe a dire?”
“Ecco, vedi? Non te ne rendi conto nemmeno tu, che fai così” risponde, tagliando l’aria tipo ventaglio.
“Grunch, grunch. E’ questa la cosa inquietante…” sottolinea l’informatico, ruminando una fetta di carne sanguinolenta.
“Va bene. Mano a parte, posso uscire così?”
“Mhm. Sì, stai bene. Sei sobria.”
Incassata l’approvazione dei due, faccio per uscire, ma mi ferma lo squillo del telefono. E’ mio fratello, che vuole parlare con il più giovane esponente della Banda Bassotti.
“Pronto! Ciao, zio!”
“…”
“No, il tennis è finito. Ma se mi volete accogliere lo stesso… Arriverei verso l’una e dieci, in bicicletta!”
Che losco figuro. Sta parlando con i toni e gli accenti di un profugo, per farsi invitare a pranzo dalla nonna.
“Grazie, passamela! Ciao, nonna. Come va?”
“…”
“La vecchiaia si fa sentire?”
Io: “Ma che razza di carogna!”
“Eheheh… Vuol dire che ti risolleverò il morale e ti ringiovanirò col mio sorriso!”
Io: “Che fetentissimo ruffiano!”
“Ciao, nonna. A domani!”
 “Matteo! Ma come tratti la nonna?!”
L’informatico: “Certo che sei uno s….”
Il manigoldo: “Fatela finita. L’imbeccata me l’ha data la nonna: si diverte con sacco con me, mi ha detto! Mamma, domani non ci sono a pranzo…” conclude, dileguandosi verso la sua camera da letto.
Abbandono ogni tentativo di civilizzazione della belva, per godermi finalmente la mia serata. Una serata che, nonostante le burrascosa permesse, si risolve in un successo completo: in attesa del bis, ventiquattro ore dopo, sotto il tetto della Stamberga, con Jurassico e le belve, schierate al gran completo, pronti ad accogliere come si deve la nostra nuova amica.